Andrew Cruel – Capitolo 4

Flo

Andrew allungò una banconota al taxista. «Tieni il resto». Uscì senza neanche un saluto e si ritrovò sul marciapiede, proprio davanti all’ingresso dello stabilimento. Il tanto decantato posto fisso che Lucas gli aveva trovato, la sua insperata fortuna. Tutte le volte che ci pensava, aveva voglia di strapparsi il colletto della camicia.
Un paio di figli di puttana uscirono chiacchierando dal portone. Avrebbero dovuto riconoscerlo e salutarlo, ma non lo videro neanche. Meglio così. Entrò, mostrò il badge alla guardia e salì le scale verso il primo piano. Il suo ufficio lo attendeva a destra, ma lui svoltò a sinistra.
Nell’angolo in fondo, ben piazzata dietro la scrivania da segretaria, la signora Eliza sollevò gli occhi dalla rivista di gossip e balzò sulla sedia. «Andrew!» Nascose il giornale sotto un fascicolo. «Che ci fai qui? Non dovevi…?»
Andrew la ignorò e passò oltre.
«Aspetta!» Eliza si sbracciò. «Non hai un appuntamento! Non…»
Doveva essere la prima volta che si sforzava tanto per alzare il culo. Peccato. Andrew spalancò la porta del capoufficio senza bussare e il famigliare fetore di sigaro gli grattò i polmoni.
Il signor Marshall era in piedi accanto allo schedario, perplesso, con quel cazzo di mozzicone sempre tra i denti legnosi. Andrew gli sorrise.
«Signor Marshall, mi scusi!» La segretaria fece capolino sotto il braccio di Andrew. Aveva una voce così insopportabile da far venire voglia di tramortirla con un cazzotto in testa. «Non l’ho lasciato entrare io, ha fatto tutto da solo! Gli ho detto che…»
Marshall agitò una mano. «Va tutto bene, Eliza, può entrare. Andrew, qual buon vento? È bello rivederti!»
Andrew lasciò che Eliza chiudesse la porta dell’ufficio. Non parlò, non ne aveva voglia. Non lo sopportava, quello lì, con le sue prediche sul gioco di squadra, la puzza addosso, le bretelle scolorite, gli aloni di sudore sotto le ascelle. Che uno così producesse le cipolline in barattolo era quasi una contingenza.
Il capoufficio passò il sigaro da una parte all’altra della bocca. «C’è qualcosa che non va?»
Andrew sorrise. «No, anzi, va alla grande!» Impastò le labbra tra loro un paio di volte. «Lei è stato molto generoso con me, signor Marshall. Molto comprensivo…»
Quello scrollò le spalle. «Ho cominciato esattamente come te». Si stava facendo guardingo.
«Una ragione ulteriore per non finire come lei». Andrew gli mostrò le mani aperte. «Sono venuto a dirle di persona che mi licenzio».
Marshall contrasse il volto: sembrava più stupito che arrabbiato. «Non capisco».
«Già, non stento a crederlo. Non ho più bisogno di lavorare, tutto qui. E se anche fosse, solo un idiota sprecherebbe la vita in questo posto infernale! Voglio solo assicurarmi che non ne parlerà con mio fratello».
«È questo il tuo problema? Diamine! Un abbandono di punto in bianco, dopo un periodo di malattia, per giunta… Non è neanche legale, te ne rendi conto? E ti preoccupi di tuo fratello?»
Andrew scrollò le spalle. «So che non lo farà. Non sono io quello che regge la baracca e lei è troppo dignitoso per perseguire qualcuno che non ha più voglia di lavorare».
Il cipiglio del signor Marshall segnalò che, da parte sua, la conversazione poteva dirsi conclusa. «Quand’è così… credo sia tutto, Cruel». Se ne tornò a frugare nello schedario. «Fuori di qui e non farti più vedere.»
Andrew rivolse un unico sogghigno all’ex direttore e abbandonò l’ufficio, sfilò tutto tronfio sotto gli occhiacci della signora Eliza e scese la scalinata. Un gradino dopo l’altro, aveva il passo sempre più leggero.

*

Andrew entrò nel bar in fondo alla strada, ordinò un caffè e si fiondò in bagno senza aspettare, chiuse col chiavistello e andò a rintanarsi nell’angolo più lontano dall’ingresso, proprio accanto alla tazza del cesso.
Affondò la mano nella tasca del cappotto e strinse la sfera. Tiepida, come sempre. «Frahazanard».
«Il tuo animo è estremamente lieto, Andrew Cruel».
«Puoi ben dirlo! Ascolta, mi sono appena licenziato, ma dovrò pur vivere di qualcosa. Cosa potresti fare per me?»
«Tu cosa vuoi per te?»
«Voglio solo essere certo di… di avere sempre con me il denaro che mi occorre!»
«Una certezza è più che sufficiente. Controlla le tue tasche.»
Andrew recuperò il portafoglio e lo aprì davanti agli occhi: era uscito con un biglietto da cinquanta e uno da venti, lo ricordava bene, ma il ventaglio di banconote gli sventolò in faccia un profumo di Zecca di Stato. Gli mancò il respiro, estrasse i contanti e li esaminò uno per volta. I polpastrelli tastarono il rilievo dei numeri di serie. «Non sono falsi! Non sono duplicati!»
Frahazanard sembrava annoiato. «So bene che non ti sarebbero serviti, altrimenti. Ho estrapolato da te il concetto di validità del denaro».
«Ma… se sono veri… devono appartenere a qualcuno!»
«Nessuno ne sentirà la mancanza. Hai formulato il tuo desiderio, Andrew Cruel: questa è la ricchezza che ti occorrerà adesso».
«Adesso? Che dovrei farmene di tutti questi soldi?!»
«Pensaci. Sei un uomo generoso, Andrew Cruel. Un uomo estremamente devoto».

*

Andrew chiuse la porta di casa con una pedata: aveva le braccia ingombre di sacchetti e pacchi, non ce la faceva più, ma quella era una fatica piacevole. «Sono io!»
Nessuna risposta. Lasciò cadere la spesa sul divano e andò in cucina: Flo stava affettando delle patate, sobbalzò quando lo vide e si sfilò le grosse cuffie del walkman. Sorrise appena, fece una smorfia e si tastò il labbro spaccato. «Mi hai fatto paura». Si staccò dal tavolo e corse a baciarlo. «Come mai sei già a casa? Non ti aspettavo…»
Andrew restò impassibile al bacio e si sporse per guardare sul tavolo. Ben quattro quotidiani erano stesi in bella mostra. «Cosa stavi facendo?»
Flo si strinse nelle spalle. «Oh, ecco, cercavo un lavoro part-time. Lo so che mi hai detto che posso restare quanto voglio, ma non sarebbe giusto approfittarne…»
Che stronzata! «Ma di cosa vuoi approfittare?! Flo, che diavolo! Non abbiamo più bisogno di questa roba!»
«Che cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che… tu non ne hai più bisogno! Posso provvedere io a entrambi.»
«Non voglio essere un peso!»
«Non lo sei». La prese per mano e la tirò in salotto. «Vieni a vedere, guarda cosa ti ho portato!»
Flo squittì davanti al divano ingombro e nascose la bocca in un palmo. Era proprio buffa. Andrew trattenne una risata.
Lei non voleva crederci. «Ma… ma cosa…» farfugliò.
«C’è la spesa per la cena di domani con mio fratello. Gli altri sono regali. Regali per te».
Scartarono insieme la catasta di meraviglie. Ai piedi del divano, il cumulo di cartacce cresceva come la risacca di un mare sporco. Flo era estasiata e terrorizzata dalla quantità di vestiti, gioielli e cianfrusaglie. Si rigirò tra le dita un prodigioso pendaglio di smeraldo.
Era il momento di dirle qualcosa di carino. «S’intona con i tuoi occhi».
«Come hai fatto a pagare tutto questo?!»
«Non è un tuo problema». La baciò e si alzò in piedi. «Vado a fare una doccia e… vorrei trovarti a letto quando sarò uscito. Ho anche fame, preparami qualcosa». Si accertò che lei avesse annuito prima di andarsene in bagno.

*

Dopo cena, Andrew era davvero stanco. Sprofondò nel divano a fare zapping e Flo gli si accoccolò vicino. Non la smetteva più di tastare quello smeraldo al collo e miagolava come una gatta.
Nella penombra del salotto, il televisore mandava lampi.
Lei gli massaggiò il petto sotto il maglione. «È bellissimo essere qui con te».
Andrew annuì, sbadigliò, stese il capo all’indietro e chiuse gli occhi.
Flo lo scosse e lo obbligò a sollevare le palpebre. Doveva essere passato del tempo; non molto. «Cosa c’è?»
«Guarda!» Lei tese un dito contro lo schermo. «Parlano di un uomo scomparso da queste parti, poveretto!»
La stanchezza evaporò. Andrew raddrizzò la schiena: una giornalista era in piedi sullo sfondo di una ricca villetta di campagna. Aveva un cipiglio drammatico. «Continuano le ricerche di Donald Costa, l’imprenditore scomparso pochi giorni fa dalla sua residenza. Era tarda serata, testimonia la famiglia, quando il signor Costa si è allontanato dalla festa privata per il compleanno della figlia minore. Intorno alle due del mattino, l’ultima segnalazione della sua presenza nella sala da ballo…»
Andrew trattenne il fiato, serrò i denti e un nodo gli ghermì lo stomaco. Il servizio inviò a tutto schermo il primo piano di un uomo dal sorriso triste, grigio sul volto scavato, dai capelli bianchi e le occhiaie profonde. Dracula suicida!
Apparve Charla Costa, moglie dello scomparso Donald, una bella signora preoccupata. Parlava da un salotto che sembrava la galleria di un museo, seduta in poltrona, con quella stessa foto tra le mani. «Le autorità ce la stanno mettendo tutta per trovare mio marito, le ringrazio, ma sono stanca di aspettare notizie che non giungono». Guardò fisso in telecamera. «Io, i miei figli e la famiglia di Donald… Tutti noi abbiamo bisogno di risposte! Offriamo un lauto premio in denaro a chiunque sia in grado di fornire informazioni utili al suo ritrovamento. Al momento della scomparsa, mio marito indossava un abito da sera e…»
Un numero speciale lampeggiò in sovrimpressione.
Flo si strinse al suo braccio. «Che storia assurda. Sua figlia è più piccola di me, l’hanno detto mentre dormivi. Poverina, mi fa tanto pena…»
Dracula suicida, bastardo…! La sua famiglia voleva trovarlo, era logico! Il tonfo del corpo contro l’automobile risuonò nella memoria di Andrew, l’umido della notte, il sangue…
«Andrew? Amore, ti senti bene?»
«Sì». Aveva la voce rauca. Si scrollò Flo di dosso. «Devo andare in bagno».
Era già da un po’ che il cesso stava diventando una sorta di tana, ma non aveva scelta. Andrew diede due giri di chiave e se ne restò lì, senza accendere la luce, in un buio assoluto. Tastò nella grande tasca dei jeans, quella vicino al ginocchio, tirò fuori la sfera e il chiarore scarlatto saturò l’ambiente. «Avevi detto che non ne avrebbero saputo niente!» sibilò, così piano da non riuscire a sentire le sue stesse parole.
«Avevo detto che nessuno poteva ritrovarlo». Frahazanard lampeggiò, divertito. «E non lo troveranno, Andrew Cruel. Vuoi sapere dov’è finito?»
Sì, forse sarebbe stato bene chiederglielo, ma una fitta di panico perforò le budella di Andrew. No, non voleva saperlo; certe cose era meglio ignorarle. Deglutì, si abbandonò contro la parete e scivolò sino a incontrare il pavimento. Aveva una mano affondata tra i capelli. «Che cosa posso fare?»
«Non c’è niente da fare. Vivi! Qualcuno t’impedisce di andare avanti? Non dirmi che è il senso di colpa a divorarti, non sarebbe da te!»
«Cosa ne sai di me, tu, stupida palla di vetro?!»
«Lasciami pensare…» Pretesa buffa, la sua, dal momento che non possedeva certo un cervello per formulare pensieri.
Andrew si spazientì. Era assurdo, lo stava prendendo per il culo! «Allora?!»
«So che avevi bisogno d’aiuto. So che eri sconfitto, ferito, ma forte abbastanza per richiamarmi a te. Credi forse che il nostro incontro sia stato un mero colpo di fortuna? Un capriccio del fato? Destino è la parola con la quale i deboli giustificano le proprie mancanze. Finché sarò con te, finché resterai forte, potrai usarmi per scrivere il tuo futuro».
«Va bene! Allora… annulla questa ricerca! Fa’ che quel… quel Donald Costa sia dimenticato!»
«Ho detto che posso scrivere il tuo futuro, Andrew Cruel, non quello degli altri». Nel buio, i suoi lampi serrati erano più diabolici che mai.
Andrew sospirò, scosse il capo, si scoprì a tremare. La mente sembrava in fiamme. «Donald Costa… lui ti ha usato prima di me».
«Mi ha detto il suo nome». Per Frahazanard, quella doveva essere un’ovvietà.
«Cosa ti ha chiesto?»
«Ricchezza, prosperità, fortuna…»
«Per quanto tempo?»
«Non possiedo una reale dimensione del tuo tempo nella mia forma. Per me potrebbero essere innumerevoli cicli, per te molto pochi; o viceversa».
«E poi? Cos’è successo?»
«Abbiamo parlato a lungo, tutte le notti. Col tempo, è riuscito a sapere qualcosa di me, ma a quel punto io sapevo già tutto di lui. Alla fine, non gl’importava più niente di nessuno. Sei carnale, Andrew Cruel? Ti piace unire il tuo corpo a quello della tua compagna, percepisco. Anche a Donald Costa piaceva, ma se n’è distaccato sempre più. La sua femmina, Charla, ne era afflitta e ha fatto ricorso a tutte le strategie capaci di destare la fantasia dei maschi della tua specie. Funzionò sempre meno. Donald preferiva parlare con me, bramava le finestre sui mondi che ero capace di aprirgli nella mente. E per quanto ne fosse terrorizzato, non si stancava mai di quelle visioni. Esistono verità troppo grandi per la comprensione dei più e sì, forse la nostra intima natura è quella di pedine per un grande gioco, ma sta’ tranquillo, Andrew Cruel, poiché nessuno sceglierà al tuo posto i sentieri da imboccare sul crocevia. Credimi: alcuni li ho disegnati io stesso».
Una nuova serie di lampi proruppe dalla sfera: Andrew li soffocò nel pugno, ripose il globo nella tasca e uscì dal bagno. Si fiondò in salotto.
Flo balzò dal divano e lo fronteggiò, spaventata. «Cosa c’è?!»
Le saltò addosso. «Ti voglio!» La baciò, le strappò i vestiti con una passione che sapeva di panico. Stava tremando di febbre; o di paura. Entrambe le cose, forse. Flo doveva averlo sentito, ma non gli chiese nulla.
Anche lei tremava.

Continua…