Andrew Cruel – Capitolo 5

Andrew3

Flo se ne tornò in cucina e andò a puntellare i lombari sullo spigolo del lavandino. Lucas inclinò il capo, allontanò il piatto coi resti del pranzo e si accese una sigaretta.
«Sta dormendo», bisbigliò lei. «Se ha fame, il frigorifero è pieno».
Lucas sollevò il mento e soffiò il fumo contro il lampadario. «Comincio a preoccuparmi. Non credi che sarebbe ora di chiamare il medico?»
«Gliene ho parlato ieri, Lu, che altro dovrei fare? Si è incazzato, dovevi vederlo! Ha detto che starei complottando per convincerlo che è malato».
«Sì, ecco, detto tra noi… non è che lui stia facendo qualcosa per smentirci: è matto come un cavallo!»
Un angolo della bocca di Flo ebbe uno spasmo, un’ombra di risata. Il tempo in cui l’avrebbe trovato divertente apparteneva a una vita fa. Non era rimasto altro che paura, infestava la casa. Lei sospirò e andò a sedersi a tavola: c’era una luce grigiastra che filtrava dalle tende e colorava tutto d’acciaio.
Lucas scrollò un po’ di cenere nel piatto. «Che hai?»
«Sto pensando a quello che hai detto». Vero a metà: non aveva considerato di dirglielo, ma parlare con Lucas era facile. Lanciò un’occhiata verso il salotto, tese l’orecchio e non sentì nulla; si sporse sul piano per abbassare la voce. «Quando sono tornata dalla palestra, la settimana scorsa, qui era tutto buio e ho pensato che stesse dormendo. Ho fatto piano per non svegliarlo e… Lu, davvero, mi è preso un colpo! Lui stava parlando. Mi sembrava al telefono, però farfugliava. Sembrava che parlasse da solo. Quando ho sbirciato in camera, stava dormendo».
Lucas aveva una faccia impassibile, ma la rigidità delle sue dita parlava per lui. Fece un tiro profondo e soffiò il fumo dalle narici. «Non è che parlava nel sonno?»
«Non lo so. Era così strano…» Un brivido le diede un capogiro.
«Guarda il lato positivo: se facciamo rinchiudere quel rompicoglioni, organizzo una serata di beneficienza con open-bar sino a esaurimento scorte!»
Quella volta, il sorriso le curvò le labbra. «Non è carino, da parte tua».
«Dico sul serio, Flo! Non so cosa gli sia preso per diventare più… insopportabile di quanto sia mai stato, ma penso che tu sia una brava persona e non meriti tutto questo. Non meriti, voglio dire, di passare i tuoi giorni ad assecondare i suoi capricci».
«Sei molto gentile». Tutto sommato, lo era. Flo lo fissò negli occhi scuri, attraverso la cortina che saliva dalla sigaretta: erano tanto simili a quelli di suo fratello, ma più innocenti. E dire che non avrebbe mai considerato Andrew un criminale! Eppure…
Un paio di pantofole strascicarono in salotto e Flo si ritrasse sulla sedia; anche Lucas si era incollato allo schienale.
Andrew entrò in cucina. Anche quel giorno, si era alzato senza passare in bagno per farsi la barba. Aveva le occhiaie di un malato e gli zigomi cominciavano a sporgere sulla faccia. Con quel poco che mangiava, oramai doveva muoversi reggendo in pugno i pantaloni del pigiama.
Flo rabbrividì: almeno, gli era passata la voglia di fare sesso, perché così conciato… «Amore mio». Balzò in piedi. Troppo in fretta, la colpevolezza le fece tremare le ginocchia. «Hai… hai fame? Ti preparo qualcosa?»
Andrew la squadrò da capo a piedi; fissò anche il fratello. Quei suoi occhiacci sembravano concentrare tutta la vitalità che gli stava abbandonando il corpo. «Acqua», rantolò, si allungò sulla brocca al centro del tavolo, la prese e ci si attaccò. Bevve in lunghi sorsi, il pomo d’Adamo rimbalzò nella gola scarna e i rivoli gli impregnarono la barba.
Lucas puntellò un gomito accanto al piatto. «Stai meglio?»
Andrew posò la brocca svuotata. «Non lo so», boccheggiò. «Dammi una sigaretta».
Lucas afferrò il pacchetto, lo scrollò e fece sporgere un filtro. Andrew prese la sigaretta e l’accendino sul tavolo, la portò alle labbra e tentò un paio di scatti incerti; sembrava non riuscire a far presa con le dita. Al terzo tentativo, produsse la fiamma e accese il braciere.
Lucas si schiarì la voce e spense il mozzicone nel piatto. «Un po’ d’aria ti farebbe bene. Perché non vai a farti una doccia e non esci, stasera? Vieni a trovarmi al bar, c’è blues dal vivo».
Lui scosse la testa. «Ho da fare. Portati Flo».
Flo si torse le mani tra loro. «No, io… Vorrei restare qui con te. Potresti aver bisogno di qualco—»
Andrew la fissò con una faccia incazzata. «Devo uscire, ce la fai a capirlo? Va’ a divertirti da sola». Si alzò e abbandonò la cucina sbuffando fumo, lasciando dietro un’esalazione di sudore rancido.

*

Andrew nascose il naso sotto la sciarpa, incassò la testa tra le spalle e procedette controvento, con la pioggia che picchiava il cappuccio dell’impermeabile.
Doveva essere l’ora del tramonto, ma era già buio pesto. Il freddo gli stava paralizzando gli arti, affondava fin dentro gli anfibi; e dire che gli sarebbe bastato desiderare qualcosa per coprirsi meglio, una cazzo di muta da sub, una casa spuntata dalla strada come una margherita, che il maledetto temporale scomparisse! No, meglio di no. Il freddo era reale, la paura non lo abbandonava più e non avrebbe formulato nulla che non fosse indispensabile. La mano destra, nella tasca, riceveva un po’ di quel tepore perpetuo dalla superficie della sfera.
Abbassò il mento sul petto. «Lo sanno! Sanno tutto! Sanno che sono un assassino, stavano complottando contro di me!»
«Puoi andartene quando vuoi, Andrew Cruel». Frahazanard dava l’idea di sforzarsi per restare serio. «Vattene da questo posto e ricomincia una nuova vita dovunque desideri. Non ti ho già mostrato abbastanza mondi e possibilità?»
«No! Flo… Non voglio separarmi da Flo!»
«Portala con te».
«Non posso! Finché mi crederà un assassino…»
«Ma tu sei un assassino, di questo sei convinto oltre ogni ragione».
«Lo so cosa sono! E lei? Lei ce la fa a credere in me? Le faccio paura, adesso! È convinta che la ucciderò e nasconderò il suo cadavere!»
«Sei certo di averla decifrata col dovuto criterio?»
«Vuoi insegnare a me cosa prova un essere umano?!»
«Non oserei mai, Andrew Cruel». Il divertimento del globo risalì nella mano di Andrew come una pulsazione, ma doveva averlo solo immaginato.
L’albergo era sull’angolo dell’incrocio più avanti, subito dopo il ponte. Entrò nella hall e scambiò un’occhiata con l’uomo alla reception: aveva imparato la lezione, dopo l’ultima volta, e non tentò di scacciarlo, ma gli fece una smorfia indignata.
Andrew abbassò gli occhi: stava gocciolando sul tappeto, l’aveva già ridotto a una palude.
«La stanza è pronta, signore». La voce dell’uomo era la quintessenza della rottura di palle. Si attaccò al telefono e chiamò qualcuno a ripulire la hall. Meglio così.
Andrew andò agli ascensori: quello di destra era libero. Premette il tasto 18, le porte si chiusero; lui appoggiò la fronte allo specchio e chiuse gli occhi. Il trillo lo svegliò e la cabina si aprì su uno dei corridoi alti dell’albergo, pieno di quadri e statue classiche.
La stanza 1812 era l’ultima. Andrew frugò nella tasca dei pantaloni, in cerca della chiave. Gli venivano i brividi se pensava a cosa sarebbe successo se Flo gliel’avesse trovata. Già… Come la giustificava una stanza d’albergo pagata per settimane?
Frahazanard diede un colpetto di riso. «Cos’è questa fretta?»
Andrew ispezionò il corridoio per essere certo che non ci fosse nessuno in vista. «Devo lavarmi. Lo sai che ha fatto storie, l’ultima volta».
Girò la chiave nella serratura ed entrò. La camera era immacolata, un vero miracolo: l’ultima volta, l’avevano trasformata in un girone infernale.
Andrew lasciò l’impermeabile sul radiatore, se ne andò in bagno e aprì l’acqua calda nella vasca. La voleva bollente solo per sentire addosso qualcosa. Si spogliò e calciò i vestiti umidi in un angolo.
Lo specchio era già appannato. Triste pensare che… c’era stato un tempo in cui sarebbe stato piacevole lavarsi dal sudore e dallo sporco accumulati, prima che la visione del buio oltre la realtà gli drenasse ogni gioia dal corpo. S’immerse e l’acqua lo scottò, ma il dolore si fermava sulla pelle, non riusciva a scendere di un millimetro oltre l’epidermide. Il bagnoschiuma “consistenza setosa” era un’altra menzogna, perché era sapone e nulla più.
La pulizia fu rapida ed efficace. Andrew si risciacquò, indossò un accappatoio e barcollò sul grande letto matrimoniale. Sprofondò nel materasso e immaginò di affondare in una di quelle pozze di fango gelido delle steppe, capaci di conservare le carcasse integre per migliaia di anni. Un’oscurità egualmente catramosa gli chiuse gli occhi.
Si risvegliò perché il telefono stava squillando. Doveva essere passata un’ora, qualcosa del genere; era diventato molto sensibile allo scorrimento del tempo. Andrew allungò la mano sul comodino e strappò il ricevitore. Nessuna parola, solo la musichetta convenuta. Bene. Riattaccò, si alzò in piedi e passeggiò intorno al tavolo nel mezzo della stanza. Voleva essere ben sveglio. Una cinquantina di giri dopo, bussarono alla porta.
Andrew andò ad aprire e Alexis gli si parò di fronte col solito sorriso di circostanza. Anche se fuori gelava, le sue tette balzavano dalla scollatura, incorniciate dal colletto di pelliccia. Gli porse la guancia destra per mettere in mostra l’acconciatura rasata solo su un lato. «Bacino…!»
Andrew le sfiorò lo zigomo con le labbra e la fece entrare. Alle sue spalle, nascosta, una ragazzina le venne dietro strisciando i piedi. Era piccola e teneva gli occhi bassi, truccata in quel modo pesante che dava incertezza all’età.
Andrew sbirciò l’orologio sulla mensola. «Sei in ritardo, Alexis».
«Se hai ingannato il tempo per farti una doccia, tanto meglio. Lei è Clori». Cinse le spalle della ragazzina e gliela mise davanti. Sembrava trattenerla per non farla scappare.
Quella mocciosa gli arrivava al petto. Lo guardò sottecchi, le mani torte al ventre.
Andrew si sforzò di addolcire la voce. «Non avere paura… Clori. Quanti anni hai, Clori?»
Alexis schiuse le labbra in un sorriso d’acciaio. «Quattordici». Si staccò da lei, sfilò la pelliccia e la gettò sulla poltrona. Sotto, aveva un tubino nero; e un frustino legato alla cintura. «È la più giovane che sono riuscita a trovare alle tue condizioni. Ti va bene?»
Andrew la guardò meglio: Clori aveva ricci biondo opaco e l’innocenza sul viso. Bisognava darle una qualche buona ragione. «Vuoi guadagnare un bel po’ di soldi?»
La ragazzina annuì al pavimento. Tanto bastava.
«Bene». Andrew si chinò, le cercò la bocca con la propria e la baciò. Gli sembrò un sacrilegio turbare quelle labbra morbide con la propria barba incolta, ma ’fanculo, pagava apposta! Le sfilò il cappotto dalle spalle e cercò il primo bottone della camicetta. «Fa’ come ti dico».

*

Era notte fonda. Andrew avrebbe potuto prendere almeno un taxi, ma voleva smaltire un po’ l’alcol e la cocaina. Almeno aveva smesso di piovere, ma ogni passo era un’agonia di fatica.
Nel palmo della mano, il tepore di Frahazanard gli accarezzò le dita. «Come devo interpretare tutto questo?» Si tratteneva per non sbellicarsi.
«Come ti pare».
«Oh, Andrew Cruel, Andrew Cruel! Non lasciarmi così sulle spine! Fa’ finta che io non sappia, che non possa leggerti il cuore. Fingiamo come ai vecchi tempi, quando ancora speravi di tenermi nascosto qualcosa». Era come ragionare con un tossico in astinenza dalla droga preferita. Se fosse stato una persona, avrebbero avuto l’aspetto di due sbandati che si sorreggevano a vicenda sulla strada deserta.
Andrew sospirò, disgustato da sé stesso. Si stava perdendo e non poteva farci nulla. Quella piccola avventura l’aveva soddisfatto meno di quanto avrebbe sperato e l’amaro gli pungeva la lingua. Era meschino tradire Flo, ma niente aveva più senso. L’amore sconfinato per lei… era minuscolo, un bruscolino, miliardi di volte più piccolo della più misera particella subatomica. Poteva ritenersi deplorevole per aver comprato il corpo di una bambina, ma non credeva che l’amore l’avrebbe salvato. Non come nelle storie. La bestialità, l’istinto… La caotica marea della depravazione… Quello sì, quello era concreto.
«Che cosa sei, Frahazanard?» Quante volte gli aveva già fatta quella domanda? Ci sperò.
«Se anche ti rispondessi, non potresti capirlo».
«Non credevo di poter capire molte delle cose che mi hai mostrato, ma avevo torto».
«Tu non credevi, ma io so. So di essere ancora ben oltre la portata della tua immaginazione».
«Ti prego…»
«Non implorarmi, Andrew Cruel, e ricorda sempre: è il tuo futuro, non il mio. Chiedi, chiedi qualsiasi cosa. A discapito di tutto, chiedi. Io ti darò».
Era tornato a casa. Si chiuse nell’ascensore e ascoltò il cupo scorrimento del cavo d’acciaio che lo tratteneva nel vuoto. Ebbe voglia di piangere. Quando uscì sul pianerottolo, sbirciò l’orologio al polso. Era molto tardi, Lucas doveva essere rincasato un’ora prima ed era già a dormire, sicuro.
Andrew esitò. Flo gli era rimasta accanto, nonostante tutto; e prima di lei, Lucas l’aveva accolto in casa. Non li aveva mai ringraziati. Forse poteva ancora cambiare. Poteva salvarsi mostrando gratitudine, per una volta. E tutto poteva avere un senso! Se non quello del mondo… almeno qualcosa che degli esseri umani potessero creare per sé stessi.
Le sue labbra si mossero piano. «Perché no?»
«Provaci». Neanche a Frahazanard dispiaceva l’idea.
Un buon modo per cominciare era cercare di non disturbare il sonno di Lucas, soprattutto dopo una lunga giornata di lavoro. Forse, da quel momento, il resto sarebbe stato più facile.
Andrew ruotò la chiave nella serratura, più piano che poté, e scivolò nell’appartamento in punta di piedi.
Una risatina si mischiò a un sospiro d’estasi. Veniva dalla camera da letto.

Continua…