Andrew Cruel – Capitolo 7

Andrew5

La sirena stridette nella notte, la pattuglia ruggì sull’asfalto e svoltò oltre l’incrocio sul fondo. Andrew Cruel aspettò finché la strada non fu libera, ben nascosto nel cespuglio del giardino pubblico, accovacciato e con i crampi che bruciavano nelle gambe.
L’unico e tangibile contatto con la realtà… restava la sfera affondata nella tasca dell’impermeabile. La stringeva, l’accarezzava, e il suo tepore gli entrava nella mano gelida.
La voce di Frahazanard era venata di frenesia. «Usami! Non vuoi avere via libera? Non vuoi annientare i tuoi inseguitori? Usami!»
Andrew serrò gli occhi, trattenne il respiro e si concentrò sul nulla. Nulla. Non osava formulare neanche la più insignificante richiesta, non quando ne aveva un’altra molto più importante in serbo. «Voglio trovare Flo», mormorò. «Voglio parlarle».
«Cammina».
Uscì fuori dal nascondiglio. Non c’era una sola figura in giro, le finestre dei grandi palazzi erano oscurate e aveva l’impressione d’essere rimasto l’unico essere umano nell’intera città. Persino i rumori erano soffocati dalla notte. Andrew s’incamminò e i suoi passi echeggiarono nel vuoto.
Una consapevolezza aliena, entrata a forza nella sua testa, lo guidò sul fondo della strada, in estrema periferia, tra i campi incolti che ospitavano una grande chiesa in rovina e un vecchio cimitero. Sembrava che solo un miracolo potesse reggerla ancora in piedi. Quanto al camposanto, le lapidi affioravano da un mare d’erbacce.
La sagoma di un’impronta fu sfiorata dal chiarore lunare; il calco di un piede nudo, piccolo. Andrew salì la gradinata e si accorse che il portone era accostato: lo dischiuse un po’ per insinuarsi tra le ante e scivolò nella chiesa.
L’aria era stantia, tanto gelida da penetrare le ossa, e la debole luce si proiettava dal rosone su uno spesso tappeto di polvere. Le impronte dei piedi fangosi turbavano quel fondale.
«Flo!» Il suo grido rimbombò nella vastità della navata. «Flo, vieni fuori!»
Nessuna risposta. Andrew si avventurò oltre la zona illuminata e seguì le impronte, tra le file di banchi fracassati e mangiati dall’umidità. C’erano creature che zampettavano da ogni parte, forse blatte, topi… Deglutì. Non voleva nascondere più nulla: estrasse il globo dalla tasca e un bagliore infernale rischiarò legno e pietra, si aggrappò alle raffigurazioni sacre e s’impresse come una maledizione sul volto dell’uomo crocefisso oltre l’altare, dove una piccola sagoma rannicchiata lo fissò con occhi sbarrati.
Era lei! Andrew le tese la mano. «Flo, vieni. Andiamo via di qui».
Lei balzò in piedi. «Non mi toccare!» Indietreggiò verso sinistra. Aveva gli occhi arrossati di lacrime. «Sei un mostro! Un assassino! L’hai ammazzato!»
«Non è stata colpa mia». Ci credeva davvero: era quello a farlo sentire davvero in colpa.
Frahazanard gli ridacchiò nella mente. «Oh, adesso mi verrai a dire che è stata colpa mia?»
Flo scosse il capo. «Tu sei… completamente pazzo», singhiozzò. «Sei fuori di testa! Un maniaco! Lasciami stare! Vattene via!»
«Non me ne andrò senza di te».
Flo aggirò l’altare, senza dargli mai le spalle. L’impermeabile svolazzava attorno alle sue cosce nude, accapponate dal freddo, e la luce del globo le infiammava il viso pallido.
Andrew digrignò i denti. «Non ti lascerò andare via». Tenere la mano tesa lo stava affaticando. «Non potrai neanche liberarti di me. Non capisci, Flo? Sono stato io a richiamarti a me quando era finita. Avevo bisogno di te. Ti amo! E tu, invece…»
«Razza di psicopatico!» I suoi pugni tremarono. «Anch’io ti amavo! Non sono tornata da te solo perché hai detto una parola magica! Ma tu non sei fatto per amare nessuno! Sei egoista, cieco… e sei anche un assassino».
Un fiotto di rabbia inacidì la gola di Andrew. «Ho ammazzato un fratello traditore per recuperare la mia donna baldracca!» Fece un lungo passo: l’avrebbe presa, ma qualcosa di duro e affilato lo colpì al volto e gli accese un lampo di dolore nella faccia.
Andrew si portò la mano al labbro spaccato, lingua e naso impregnati di metallo; il sangue denso gli macchiò le dita. Alzò gli occhi: Flo era riuscita a sfilarsi lo smeraldo che portava al collo e lo sorreggeva per la catena, come una cazzo di palla chiodata. Sconvolta dalla sua stessa reazione, s’irrigidì di terrore.
Quindi… era quella la sua vera gratitudine! Il cervello di Andrew ribollì: Flo non aveva alcun diritto di colpirlo, non dopo il suo spregevole tradimento. Doveva pagarla!
Un ruggito gli sfuggì dal petto. «Troia!» Sputacchiò schiuma rossastra. «T’insegno io a portarmi rispetto!» Allungò la mano che reggeva il globo per farsi luce, afferrò lo smeraldo prima che lei potesse usarlo un’altra volta e la colpì al viso con quello stesso pugno.
Un lampo scarlatto lo abbagliò, le nocche impattarono e uno schiocco potente produsse una nota tetra. Flo cadde all’indietro, lo smeraldo sfuggì dalla mano di Andrew e scivolò roteando sotto l’altare.
Un silenzio malsano colmò la chiesa.
Andrew restò in piedi, le braccia inerti, in attesa che Flo si rialzasse per scusarsi, finalmente decisa a seguirlo. Avrebbero lasciato la città e la nazione insieme, verso luoghi lontani e meravigliosi, dove nessuno avrebbe mai potuto raggiungerli e frapporsi tra loro. Eppure, lei restò ferma. Sembrava che dormisse.
Andrew si schiarì la voce. «Flo?» Si piegò in ginocchio su di lei.
La luce scarlatta del globo illuminò l’angolazione innaturale della sua testa. Uno spuntone osseo premeva l’interno del collo e tendeva la pelle come una lama. Per quanto orripilante fosse quella visione, non reggeva il confronto con l’ammaccatura insanguinata sulla sua bocca. La bellezza di Flo era ormai svanita.

*

Frahazanard protestò. «Me l’hai chiesto tu, Andrew Cruel! Tu hai desiderato ferirla! Avrei dovuto oppormi?» Era inferocito, ma non poteva più nulla.
Andrew abbandonò la chiesa sulle gambe gelatinose. Piangeva, sì, ma solo per reazione. Il dolore che avrebbe dovuto colpirlo era già lontano, oltre la soglia della sanità mentale.
No, Frahazanard non avrebbe mai potuto opporglisi; e ciò era la causa di tutto. Andrew lo sapeva, così come era evidente che il malefico globo poteva anche continuare a leggergli gli intimi pensieri, ma quella sofferenza tanto umana, di chi sapeva ancora riconoscere una perdita, era qualcosa che non avrebbe potuto comprendere.
Era l’ultima risoluzione che avesse, l’unica da trattenere per avere ancora un minimo controllo. Andrew ci si aggrappò mentre si avvicinava alle case oltre i campi incolti.
Il globo gli sibilò nella testa. «Questa è la tua decisione? Stupido! Non hai imparato niente da tutto ciò che ti ho mostrato? Hai visto possibilità che la tua lurida specie stenta persino a immaginare e vuoi gettare via tutto… per una femmina?!»
Solo una condizione avrebbe cambiato le cose. «Riportala in vita, allora». Non era una speranza, ma una sfida.
«Questo non posso farlo».
«Lo so».
Chissà se era la prima volta che Frahazanard ammetteva un proprio limite. Andrew non ne era sicuro. Raggiunse i container di metallo destinati alla beneficienza, dove era ancora norma stipare gli abiti dismessi per i poveri di tutto il mondo. Come di consueto, un foglio plastificato specificava la destinazione: un posto nell’Europa orientale. Poteva andar bene.
«Sei uno stupido, Andrew Cruel. Ho sbagliato a considerarti più forte».
«Tu hai sempre saputo che cos’ero, Frahazanard. Hai sempre saputo più di me». Andrew allungò il braccio all’interno del container e tastò alla cieca, sino a recuperare un sacchetto di plastica qualsiasi, di quelli per la spazzatura. Lo prese, riuscì a infilarlo sotto il pannello e lo portò fuori a fatica. Aprì il sacchetto nella luce dei lampioni e un fetore di abiti stantii gli diede un capogiro. Meglio fare alla svelta. Frugò tra jeans scoloriti e magliette consumate dai lavaggi.
«Codardo». Il disgusto di Frahazanard dava la nausea.
«Già». Le lacrime scottavano sulla faccia fredda di Andrew. «Già». Recuperò una giacca di pelle nera sintetica e si accertò che avesse una tasca interna. Sì, ce l’aveva: era chiusa da una zip.
«Io esisterò ancora, Andrew Cruel».
«Forse è giusto che sia così. Potresti essere usato per un intento nobile, ma non da me. Sono troppo corrotto per queste cose».
«Gli esseri umani sono tutti corrotti, Andrew Cruel. Tutti. Su cosa credi che si basi la menzogna della vostra esistenza? Io ho già imparato che dalle ideologie scaturiscono le volontà più forti in assoluto, ma se tu potessi solo immaginare quanto sono fragili…»
Andrew ripose il globo nella tasca interna della giacca e chiuse la zip, celando per sempre il bagliore scarlatto; almeno ai propri occhi. Risistemò ogni abito nel sacchetto, lo richiuse e lasciò scivolare tutto nel medesimo container. Rimasto solo, tornò alla chiesa.
Entrò. Era più buio che mai, ma meglio così: non avrebbe accettato la vista di Flo nel punto in cui l’aveva abbandonata.
«Mi dispiace», sussurrò. Le lacrime non finivano più. Quando passò accanto all’altare, un cielo rischiarato dalle prime luci dell’alba definì i contorni dalla vetrata sporca. Lui passò oltre, attraverso la porticina laterale che lo condusse a una stretta scala a chiocciola. Il passaggio s’innalzava dentro il campanile.
S’inerpicò su per la scalinata con le gambe foderate di piombo. I gradini di legno gemettero sotto ciascuno dei suoi passi; eppure, in qualche modo, gli sembrava d’essersi tolto un peso infinito dalla schiena.
Sulla cima, l’aria del mattino era gelida. Andrew si concesse un attimo accanto a quella campana che non suonava più da anni, frugò tra le tasche, recuperò una sigaretta e l’accendino. Le dita erano rigide come vetro e il vento sferzava: dovette lottare per accendere. L’urlo di un’altra sirena lo raggiunse da lontano.
Andrew fece il primo tiro, poi il secondo. Il fumo lo disgustava. «Ti amavo davvero, Flo», mormorò in un sussurro. Non vedeva più nulla oltre le lacrime. «Ma forse… forse è vero che siamo tutti corrotti».
Aprì le dita che reggevano la sigaretta e la fissò per un momento, rapito dalla sua danza nel vento. Sembrava una stella cadente; e lui l’aveva lasciata andare via. Le andò incontro per afferrarla di nuovo e si lasciò cadere nel vuoto.

Fine.