Caeli – Capitolo 8

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Le mani premute contro il viso rovente, sui propri tratti arrotondati che aveva imparato a dimenticare, senza percepire il sapore dolciastro sulla lingua, seduta a quell’anonimo tavolino tra tanti altri nel locale. Caeli sospirò e lasciò ricadere le mani sulla superficie di legno.
Le dita sfiorarono un bordo che prima non c’era e la bambina abbassò lo sguardo: una piccola busta di carta, una busta per lettere comparsa dal nulla; sul retro, spiccava in nero unicamente il nome della destinataria. Caeli si guardò intorno avvertendo un certo disagio, ma nessuno tra i pochi avventori le restituì lo sguardo. Chi gliel’aveva consegnata? Nessuno avrebbe potuto avvicinarsi tanto e sgattaiolare via nei pochi istanti in cui aveva chiuso gli occhi. Consapevole di non poter tralasciare nulla, troppo afflitta per preoccuparsi della prudenza, afferrò la busta e l’aprì. Dentro c’era un breve messaggio:

“Frahazanard mi ha raccontato tutto e adesso so chi sei e conosco il tuo inganno. Joanna è con me, non le accadrà niente di male se verrai anche tu. Vediamoci nel luogo del nostro primo incontro.

A.”

Caeli serrò i denti e sentì nuove lacrime colmarle gli occhi, roventi di rabbia e delusione. Mai come in quel momento si sentì piccola e debole, inerme. Il piano era saltato, l’idea di chiedere aiuto a Dorota… tutto quanto era andato in fumo. Sperava di avere più tempo, ma un essere spregevole quanto Aleksy non avrebbe esitato a servirsi immediatamente delle possibilità di Frahazanard. E così, con gli eventi precipitati, aveva perso tutto. A meno che… a meno di non trovare un altro modo per servirsi degli eventi.
Fuori nevicava e Dorota abitava molto lontano. La telefonata era avvenuta quindici minuti prima e forse, con un po’ di fortuna…
Mentre il proprietario consegnava un grande vassoio a una coppia seduta in fondo al locale, Caeli sgattaiolò dietro al bancone e recuperò una penna e un foglio bianco da una pila adocchiata in precedenza; tornò lesta al proprio posto e scrisse rapida un messaggio, ripiegò il foglio in tre, scribacchiò sulla facciata esterna un appunto che lo indirizzava unicamente a Dorota, lo fermò sotto il bicchiere dal quale aveva bevuto e ripose il messaggio di Aleksy in tasca. Stando bene attenta a non essere vista dal proprietario, corse fuori dal locale, sotto la neve sempre più pesante.
Camminare era diventato difficile. Col cappuccio calato sugli occhi, mentre il freddo le mangiava le gote, ignorò la fatica e si concentrò su Joanna e su quanto avrebbe dato per avere ancora Frahazanard con sé. Pensare era arduo mentre la confusione la pervadeva in quell’improbabile incubo, in quella realtà così assurda: era il prezzo da pagare per aver abbassato la guardia solo per un istante, per essersi lasciata sfuggire un particolare che aveva compromesso un disegno perfetto. Tutta colpa di quella stupida mocciosa di Joanna, pensò, malgrado fosse tanto in pena per lei. Ciò che le sarebbe accaduto dipendeva solo dalla casualità, quell’insulsa variabile che si era impegnata tanto per soffocare nel corso delle ultime settimane.
Così, arrancando sulle strade gelate, si ritrovò dinanzi all’Erebo Jazz Club.
Nessun’auto nel parcheggio; neanche il buttafuori all’ingresso. Il locale sembrava deserto e più scuro che mai. Caeli deglutì sentendo la gola riarsa per la tensione, scoprendosi tremante dinanzi all’ignoto tanto quanto ne era stata sprezzante quella prima notte, in quel posto, col nuovo corpo adulto. Le sovvenne che Aleksy doveva aver utilizzato il potere del globo per recapitarle quel messaggio, ma perché non se n’era servito per convocarla direttamente da lui? C’era un risvolto sinistro in tutta quella faccenda e la sua mente, così piena di conoscenze, sembrava essersi svuotata: per quanto avesse appreso, provato, sperimentato, per quanto il suo cuore si fosse indurito, non era altro che una bambina in cerca d’aiuto. Ed era sola, davvero sola per la prima volta in vita sua.
Aveva attraversato il parcheggio, salito la scala, raggiunto l’ingresso. Spinse l’anta ed entrò.
Dentro era buio e deserto; l’unica lama di luce bianca proveniva dall’alto, dalla porta socchiusa sul ballatoio al primo piano dove Aleksy l’aveva condotta la prima sera, in quell’appartamento riservato.
«Aleksy?» chiamò con voce tremula, infantile, svuotata dell’autorità che sperava di avere da donna. Nessuna risposta. La bambina oltrepassò il bancone del bar, aggirò i tavolini e s’inerpicò su per la stretta scala sino al piano superiore, fiancheggiò la balaustra e si fermò dinanzi alla porta in corrispondenza del fascio di luce, dove bussò lievemente prima di chiamare ancora. «Aleksy?»
«Entra», ordinò la voce dell’uomo all’interno.
Caeli obbedì e scivolò nell’appartamento. La prima cosa che vide fu il grande letto matrimoniale e Joanna, distesa lì in mezzo, apparentemente addormentata in un mare di peluche tutti diversi. Aleksy era dietro, dava le spalle alla finestra e fissava la nuova venuta con impenetrabili occhi d’acciaio.
«Chiudi la porta», disse. Caeli obbedì. «Brava. E togli quel cappuccio: voglio vederti in faccia.»
Con una lieve esitazione e trattenendo il bisogno di piangere, la bambina si scoprì il capo. Pensò a quanto doveva apparire ridicola e insignificante agli occhi di quell’uomo, a quanto doveva essere diversa dalla donna sensuale che si era presentata in principio.
«Sei davvero tu», mormorò lui, sbalordito.
«Cos’hai fatto a Joanna?» volle sapere lei.
«Sta solo dormendo, non ci disturberà.»
«Aleksy…» sospirò la bambina. «Io…»
«Che gingillo interessante, il tuo», commentò l’uomo, tastando il rigonfiamento sferico nell’interno della giacca. A quel punto, il suo sguardo s’indurì e la voce divenne aspra. «Volevi farmela, mocciosa? Volevi giocare me?»
«Sei arrabbiato, lo capisco, ma…»
«Frahazanard mi ha raccontato tutto. Ho dovuto solo chiedere. Sei un’avida puttanella, Caeli, avida del mio potere!»
A quell’accusa, Caeli non era preparata: possibile che la cupidigia di quell’uomo fosse tale da… da non lasciargli comprendere che la sola possessione del globo la poneva molto più in alto di quanto egli avrebbe mai sperato di giungere? Di colpo, le fu chiara la ragione per la quale era stata convocata con una lettera e il sadico gioco psicologico che egli intendeva protrarre.
«Prenditela con me, torturami se vuoi!» lo sfidò, coraggiosa. «Fa’ quel che devi, ma lascia andare Joanna!»
Si pentì immediatamente di quell’infantile invocazione, mentre il sogghigno sul volto dell’uomo diventava famelico.
«Pensi che lascerei andare le due persone che sanno di Frahazanard? No, Caeli, non è possibile. Perché siete solo in due, non è vero? Frahazanard ha detto che non può rispondere se non conosco i soggetti delle mie richieste, perciò è a te che lo domando: dove l’hai trovato? E chi altri lo conosce? Parlerai in fretta se sei così intelligente da capire che abbiamo tutto il tempo.»
Senza più riuscire a controllarle, le lacrime sgorgarono dagli occhi della bambina; ma ella non piangeva e la sua voce, sebbene incerta, restò ferma.
«C’è un’altra persona», mentì. «Te la dirò, ma Joanna è innocente e devi lasciarla andare!»
«Non sei nella posizione di contrattare.»
«E tu in che posizione sei, Aleksy?» domandò, retorica, senza osare asciugarsi gli occhi. «Vale la pena di rischiare tutto quel potere per un capriccio?»
Aleksy indugiò, lo sguardo fisso. Chissà cosa gli starà sussurrando Fra, pensò Caeli. Fu proprio in quel momento che, dal nulla, l’urlo delle sirene in avvicinamento fendette la notte. L’uomo si voltò di colpo incontro alla finestra, abbagliato dai lampeggianti azzurri delle voltanti di polizia che entravano nel parcheggio sottostante.
«Ma che…» farfugliò.
«Vattene subito», gli consigliò Caeli, gelida. «Vattene col globo, Aleksy. Puoi farlo, sai che puoi.»
Aleksy si allontanò dal vetro e, in un lampo, attraversò la stanza e afferrò Caeli per il bavero della giacca, sollevandola dal pavimento con una mano sola. Paralizzata dal terrore, la bambina s’irrigidì emettendo un gemito strozzato.
«Sei stata tu?!» urlò, inferocito. Senza riuscire a spiccicare parola, Caeli non poté impedire alla risposta di prendere forma sul viso rigato di lacrime. Con un nuovo grido, Aleksy la scaraventò contro la parete.
Quella volta, Caeli avrebbe strillato di dolore allo scricchiolio delle ossa che le pervase il piccolo corpo, ma avvertì subito una calda sensazione umida scivolarle dietro la nuca e un conato di vomito la soffocò. Prima che l’oscurità la reclamasse, ebbe a malapena il tempo di vedere Aleksy agguantare il corpo inerme Joanna e precipitarsi fuori dall’appartamento.

* * *

Urla e bagliori rossastri. Caeli riprese i sensi a causa del dolore lancinante alla nuca, disgustata dalla perenne sensazione di rigetto che le sconvolgeva le viscere. Si alzò a fatica in ginocchio e si tastò il collo: le dita erano sporche di sangue. Aveva letto abbastanza libri di anatomia da giudicare d’essere viva per miracolo, ma ciò che la sconvolse fu l’assenza di Joanna. Facendo ricorso ancora una volta a un’inarrestabile forza di volontà, riuscì a mettersi in piedi barcollando e si avvicinò alla finestra.
Fuori era scoppiato l’inferno: due auto della polizia stavano bruciando e, dietro una linea di uomini, c’era Dorota accanto a un ragazzo dall’aspetto familiare. Al centro, Aleksy era in piedi con Joanna sotto il braccio e, nella destra protesa, un globo sfavillante di luce scarlatta. Stava urlando ammonimenti rabbiosi.
Caeli si guardò intorno disperatamente, cercando qualcosa di cui servirsi. C’era una piccola cucina nell’appartamento, in una stanza adiacente ben visibile dall’ingresso: la raggiunse zoppicando tra continui capogiri e, frugando nel cassetto accanto ai fornelli, recuperò un lungo coltellaccio dalla lama affilata. Corse via temendo d’inciampare a ogni passo, aprì la porta e si precipitò giù per la scalinata, attraversò il locale deserto al pianterreno, uscì fuori nel freddo della notte. In quel momento, i poliziotti retrocedevano a causa di una forza sconosciuta, inarrestabile.
«Non osate mai più sfidarmi!» inveì contro di loro Aleksy, completamente dissennato dal potere.
Caeli gli corse incontro e urlò a pochi passi da lui, mentre l’uomo si voltava sobbalzando. Un grido e la nota lacerante della carne squarciata: Aleksy si portò entrambe le mani sulla gamba, dove la lama gli era penetrata a fondo. Joanna e il globo caddero simultaneamente.
«Tu!» sbraitò.
Caeli si gettò sul globo scintillante con una capriola, lo recuperò dalla neve e lo tenne stretto mentre la mano di Aleksy le ghermiva la caviglia. Scalciò, lo colpì in volto e sentì qualcosa schioccare sotto la suola, riuscendo a liberarsi dalla presa. Strisciò lontano, si rigirò… vide Aleksy estrarre di malagrazia il coltello dalla gamba e agguantare nuovamente Joanna, puntandole la lama alla gola.
Ancora una volta, la bambina rischiò di svenire per lo shock.
Restarono così a fissarsi per lungo tempo, a pochi passi di distanza, mentre la tempesta diventava una bufera.
«Dammelo, Caeli», boccheggiò Aleksy col sangue zampillante dal naso rotto. «Dammelo… o la sgozzo.»
«Prima… prima lasciala… e allontanati…» ansimò la bambina; cominciò a piangere. «Te lo darò, lo giuro. Lo giuro, lo giuro, lo giuro! Aleksy, ti prego… ti prego…»
«Prima tu, cagnetta! Ultimo avvertimento!»
«Devi solo chiedere, Caeli», sussurrò Frahazanard. «Dillo… ed egli sarà cancellato!»
Quell’attimo di esitazione disegnò sul volto di Aleksy la truce consapevolezza del dialogo in atto. Solo allora, conscio di non avere più scampo, cacciò un grido bestiale e calò la lama.
Mentre la gola di Joanna veniva squarciata, la bambina riaprì gli occhi nel dolore: un solo istante, un solo momento per riconoscere la propria amica… prima di eclissarsi in una vitrea fissità.
Allora, Frahazanard suggerì a Caeli una parola in una lingua sconosciuta, atroce, fatta per odiare e distruggere. Al culmine della rabbia, fu strillata come una bestemmia e l’oscurità s’infittì a quel suono intrascrivibile; colpì Aleksy come una forza fisica e, imponendogli sul corpo una volontà sovrana, lo rivoltò dall’interno come un calzino.
Viscere, ossa e fluidi esplosero in una fontana di morte.

* * *

Caeli si caricò in spalla il corpo di Joanna e lo riportò nell’appartamento al primo piano dell’Erebo. Solo quando l’ebbe riposto con cura sul letto matrimoniale, tra i pupazzi di stoffa, si rivolse nuovamente alla presenza nel globo.
«Mi hai tradita, Fra», accusò con freddezza.
«La fedeltà non fa parte della mia natura, Caeli», replicò lui con ovvietà.
Afflitta, la bambina ricompose il cadavere della piccola amica e le chiuse gli occhi con due dita: una bambola con la gola squarciata.
«Non puoi riportarla in vita?»
«Ti sembro il figlio del Creatore?»
L’implicazione di quello che era accaduto la colpì più atrocemente di qualunque altra cosa.
«Non voglio più vivere senza Joanna», disse. «Lei… mi voleva bene. E io gliene volevo tanto. Ho fatto tutto per lei, mi sono venduta l’anima. Non avrò più pace.»
«Hai sempre me», ribatté Frahazanard.
«No, basta, sono stanca di te. Mi hai fatto fare cose orribili.»
«Sei diventata grande, sei diventata avida.»
«Allora è tra gli avidi che voglio stare, con loro per sempre. Come posso fare?»
«Se tu lo desideri, interpellerò un vecchio amico per farti da guida.»
«Sì, è l’ultima cosa che chiedo.»
Non parlarono più. Immediatamente, Caeli avvertì un’empia presenza incombere in quella stanza e seppe di non avere più molto tempo: agguantò uno stupido procione di peluche dal mucchio, lo rigirò, individuò la zip che sigillava la gommapiuma all’interno e vi spinse il globo dentro. Aveva appena richiuso il pupazzo quando capì di non essere più sola.
«Perché piangi, bella bambina?» domandò sibilando l’alta figura oscura. Era un mostro, ma Caeli non ne fu spaventata.
«Sono cattiva. Sono avida. Ho voluto tanto potere e non ho saputo gestirlo.»
«Allora vieni con me, vieni», la invitò, tendendo la lunga mano artigliata.
«Dove mi porti?» domandò scioccamente lei, afferrando nella propria il lungo dito della bestia.
«In un luogo di oscuri canti maligni, dove ricchezza e volontà s’intrecciano. La tetra palude della brama: lì, un’anima corrotta come la tua diverrà implacabile.»
«Non vuoi sapere il mio nome?»
«Lo conosco già: me l’ha detto un vecchio nemico.»
Prima di andarsene, Caeli fissò per l’ultima volta la propria immagine riflessa nello specchio affisso alla parete e stentò a riconoscersi, poiché i suoi occhi non erano più del colore del cielo, ma erano diventati neri come il peccato.
Con quel nuovo sguardo, abbandonò il mondo.

Fine.

Caeli – Capitolo 7

Caeli7

«Dov’è finito l’angelo?» volle sapere Joanna.
«È volato via quando sono diventata grande», le spiegò Caeli, aiutando la piccola amica a svestirsi per il bagno. «Ha solo detto che il mondo è pieno di tanti altri bambini in attesa d’aiuto.»
«Ma tu stavi bene con noi», insistette la piccola. «Con me e le suore e tutti gli altri!»
«Volevo uscire fuori e… alza le braccia… brava; e l’unico modo era crescere. Non l’avrei chiesto all’angelo se avessi saputo quanto sarebbe stato difficile. Mi sei mancata tanto…» aggiunse, sentendo gli occhi inumidirsi.
«Anche tu!» esclamò Joanna, cingendo la vita della ragazza con le braccia. «Sei così strana, adesso, ma non ci lasceremo mai più. Mai più!»
Caeli accarezzò dolcemente il capo della piccola amica, percependola al tocco più fragile di quanto fosse mai stata; nel contempo, controllò il livello crescente dell’acqua schiumosa nella vasca da bagno.
«Poi hai incontrato Aleksy? È carino!» ridacchiò la bambina.
Il sorriso di Caeli non svanì, ma qualcosa le raggelò lo sguardo. Non era necessario preoccuparsi di nasconderlo: Joanna era troppo giovane per accorgersene.
«Aleksy è stato buono con me», le disse. «Col suo aiuto, un po’ alla volta, porteremo fuori tutti i nostri amici dall’istituto e daremo loro una casa. Staremo insieme per sempre.»
«Ma questa casa è troppo piccola per tutti quanti!»
«Allora ne compreremo una più grande. Okay, pronta? Nella vasca!»
Completamente spogliata, Joanna scavalcò il bordo smaltato e s’immerse con un sospiro nell’acqua calda, ridendo sguaiatamente al sollevarsi di alcune bolle arcobaleno dalla compatta superficie tutta schiuma. Incapace di rilassarsi, tuttavia, si rivolse ancora all’amica cresciuta, mentre quest’ultima si sedeva su uno sgabello per sfilarsi le scarpe.
«E quando anche gli altri saranno tutti qui cosa farai?» domandò.
Caeli non rispose, ma i suoi incisivi affondarono nel carnoso labbro inferiore con l’apparente intenzione di azzannare una risposta.
«Ucciderai Aleksy, l’ho capito», disse Frahazanard, sussurrandole nella mente oscure parole. Istintivamente, la ragazza sfiorò col gomito la giacchetta che indossava, dove il globo giaceva nascosto nella tasca interna.
«Sbrigati!» la esortò Joanna, senza attendere risposta. «Entra anche tu!»
Caeli annuì e accantonò quei pensieri, si sfilò la giacca con decisione e la ammucchiò assieme agli altri vestiti. Continuò a spogliarsi in fretta e restò nuda, in piedi al centro del bagno. Joanna la fissava con occhi sbarrati.
«Cosa c’è?» le chiese la ragazza.
«Anch’io diventerò così?» mormorò la piccola con un filo di voce.
Caeli fissò brevemente la propria immagine riflessa nello specchio più vicino, il corpo da donna che Frahazanard le aveva donato, la ricercata perfezione delle forme, la sublime avvenenza descritta per la maggior parte nella montagna di libri che aveva letto. Date le circostanze, avrebbe dovuto mostrare un riguardo maggiore per Joanna? Non l’aveva ritenuto necessario, non sarebbe stata quella la prima occasione di vedersi senza vestiti, ma qualcosa era andato storto e si era tramutato in turbamento. Caeli non aveva sviluppato un vero e proprio senso del pudore, al contrario: era particolarmente orgogliosa del proprio aspetto fisico adulto e aveva passato ore dinanzi allo specchio, esaminandosi in tutti i modi e ricercando vanamente un difetto. Con la presa di coscienza del proprio fascino, si era delineato in lei il piano che stava perseguendo con fredda pazienza.
«È solo un corpo da grande», disse, rassicurando la piccola amica mentre le scivolava accanto nella vasca.
«Non mi piace!» protestò Joanna. «Non sembri più tu!»
«Vieni qui», invitò la ragazza, accogliendo l’amica tra le braccia. «Perché stai tremando?»
«Perché non sei più la mia Caeli», piagnucolò la bambina.
«Sono sempre io, Joanna! Sono Caeli!»
«Lo so, ma vorrei che fossi di nuovo piccola come me. Lo vorrei tanto!»
Fecero il bagno insieme e parlarono a lungo, ma Caeli era assente: le domande di Joanna avevano risvegliato in lei l’implicazione finale dei disegni elaborati. Aleksy doveva morire, certo, ma come? E soprattutto, pur disprezzandolo, avrebbe trovato il coraggio di spezzare una vita? Ricorrere ai poteri di Frahazanard sarebbe stato semplice, avrebbe accorciato i tempi per riunire tutti i bambini dell’orfanotrofio e compiere l’omicidio finale, ma Caeli non era disposta ad abusarne, poiché persino assecondare il più minuscolo desiderio poteva innescare una serie di conseguenze troppo pericolose. Avrebbe atteso e, infine, avrebbe trovato il coraggio.
Quando furono entrambe lavate, la ragazza indossò l’accappatoio e avvolse Joanna in un grande asciugamano, cominciando a frizionarle i capelli. In quel momento, lo squillo del citofono risuonò nell’appartamento.
«Vado a vedere chi è. Asciugati!» ordinò, abbandonò il bagno e uscì in corridoio.
Il terminale più vicino era dall’altra parte del pianerottolo, accanto alla ringhiera affacciata sull’ingresso al pianterreno. Caeli raggiunse la cornetta e la sfilò dalla sede appesa alla parete.
«Sì?» esordì.
«Sono io, amore», rispose la voce di Aleksy dall’altra parte. «Ho dimenticato le chiavi!»
La ragazza dovette mordersi la lingua per non nominare il marito con l’adeguato appellativo già sospeso a fior di labbra, fece ricorso al proprio autocontrollo e sfoderò la vocetta sciocca della condiscendenza.
«Oh, come sei sbadato, tesoro!» esclamò. «Ti aspettiamo!» aggiunse, premette il pulsante per l’apertura del cancello in fondo al vialetto e riagganciò la cornetta. «Aleksy sta tornando», annunciò a gran voce. «Gli chiederò di mangiare una pizza, va bene?»
«Sì», replicò Joanna dal bagno con aria assente, distaccata.
A quella risposta, Caeli s’indispettì: lo stress la stava sfibrando e il benessere della piccola amica era l’unica soddisfazione in una vita di menzogne.
«Potresti mostrare almeno un po’ di riconoscenza! Quante pizze hai mangiato nella tua vita?»
«Sì, lo vorrei tanto», rispose ancora la bambina.
Quella volta, Caeli ne ebbe abbastanza e si voltò bruscamente, facendo la strada a ritroso.
«Non prendermi in giro, Joanna! Non hai il diritto di…»
«Joanna», dichiarò la bambina. «E tu come ti chiami?»
Una fitta di panico trapassò il petto di Caeli, un dolore lancinante, fisico, sufficiente ad atterrare un individuo con meno determinazione. La ragazza sentì il sapore della bile sulla lingua e la fronte raggelarsi nel sudore. Avanzò barcollando.
«Joanna! Joanna!» strillò. «Vieni subito qui! Presto!»
«Caeli, guarda cos’ho trovato!» gridò la piccola mentre usciva dal bagno. Era preceduta da un chiarore sanguigno. «Un altro angelo!»
Sul pianerottolo, mentre Joanna correva stringendo nel piccolo pugno un globo pieno di luce scarlatta, Caeli le si avventò contro con un balzo per strapparglielo di mano: nell’infinitesima frazione di quello slancio, sentì le proporzioni cambiare e il mondo crescere, l’inerzia le fece perdere l’equilibrio, la testa le vorticò come impazzita e l’accappatoio troppo grande le scivolò di dosso. Allo scontro, due bambine nude rotolarono l’una sull’altra tra strilli di voci infantili.
«Sei tornata tu!» strepitò Joanna, troppo contenta per pensare alle ammaccature. «Evviva! Evviva!» rise; avrebbe saltato di gioia se l’amica non l’avesse schiacciata con tutto il corpo.
Caeli sbatté le palpebre per schiarire la vista annebbiata, sentendosi nauseata e sul punto di vomitare. Fu solo per straordinaria forza d’animo che afferrò l’altra sulle spalle e la scosse.
«La sfera… Fra!» ringhiò. «Che cos’hai fatto, Joanna? Che cos’hai fatto?!»
Indovinando la gravità della situazione, Joanna smise di ridere e sembrò sul punto di piangere.
«Ho trovato un angelo», singhiozzò, cominciando a tremare. «Io… io v-volevo solo una Caeli bambina… come me… io…»
«Dov’è finito?!» incalzò l’altra. «Dov’è l’angelo?»
Joanna si guardò intorno con aria spaesata e aprì le mani vuote; tuttavia, non era difficile intravedere il tenue bagliore salire dal basso, oltre la ringhiera di legno al primo piano. In quel mentre, la porta d’ingresso si spalancò.
«Sono a casa!» annunciò la voce di Aleksy.
Caeli si distaccò dall’intrico e si tenne bassa per evitare di farsi vedere.
«Inventa qualcosa!» le sibilò all’orecchio. «Digli che non ci sono! Non può vedermi così! Non è un gioco, Joanna: fa’ come dico!»
La bambina più piccola annuì con aria spaventata mentre l’altra le gettava addosso il proprio accappatoio. Caeli non poté fare a meno di provare un certo rimorso per la paura impressa negli occhi dell’amica, ma non c’era più tempo e sentiva Aleksy salire le scale. Lesta, aprì una credenza che dava nel corridoio e vi s’infilò dentro a fatica malgrado un corpo nuovamente ridotto. Una volta chiusa l’anta, poteva vedere l’esterno da un’intercapedine accanto al cardine: fu proprio in quell’istante che Aleksy affiorò dal basso.
«Joanna?!» trasalì, correndo incontro alla bambina riversa al suolo e con indosso solo l’accappatoio. Era spaventato. «Cos’è successo? Dov’è la mamma?»
La bambina tremava come una foglia mentre Aleksy la sollevava tra le braccia; Caeli la vide boccheggiare alla ricerca di una risposta.
«Allora?» incalzò lui. «Rispondi!»
«Non lo so!» strillò Joanna, cominciando a piangere. «S-stavo facendo il bagno e poi… poi ero sola! Lei non c’era più! Non c’era…» gemette, affondando il viso nel petto dell’uomo.
Aleksy si fece circospetto e balzò in piedi, squadrando l’ambiente in tutte le direzioni: un cipiglio grottesco gli deformava l’espressione, qualcosa che Caeli, dal suo nascondiglio, non poteva dire d’aver mai visto prima.
«Qui non è sicuro», borbottò, quasi rivolto a se stesso. «Andiamo via», decretò poi, avvolgendo la bambina nell’accappatoio e stringendola tra le braccia per riscaldarla col proprio corpo mentre scendeva rapido le scale. La stava portando fuori, nel gelo della notte? Caeli dovette ricorrere a uno sforzo di volontà per restare immobile e attendere. Solo allora, per la seconda volta, percepì la medesima fitta di panico. «Che cos’è… questo?» sentì a malapena.
Quella volta, lo shock fu eccessivo e le tenebre l’avvolsero.

* * *

Caeli riprese i sensi di colpo e sussultò come chi si desti da un incubo. Si sentiva febbricitante e non aveva idea di quanto tempo fosse trascorso: tese l’orecchio, cercando di cogliere il più insignificante rumore all’esterno. Niente. Oramai era troppo tesa per prestare ulteriore cautela e balzò fuori dal nascondiglio spalancando l’anta, precipitandosi senza vestiti giù per le scale sino al pianterreno.
L’ingresso, rischiarato dalle lampade sui tavolini, era deserto. Nessuna traccia del bagliore rossastro che sperava di trovare. Caeli cominciò a piangere senza più alcun controllo, senza riuscire a fermarsi, gettandosi alla ricerca del prezioso globo sotto i mobili, nei vasi, dovunque, ma ben conscia di dove fosse in quel momento l’unico amico. Nelle mani di chi fosse. Frahazanard e Joanna… erano entrambi con Aleksy.
Era trascorso del tempo da quando era svenuta, un tempo indeterminabile che metteva a rischio tutto quanto: doveva andarsene subito se voleva una possibilità di recuperare ogni cosa.
Risalì al primo piano e si fiondò nella camera di Joanna, agguantando i vestiti della piccola. Ogni cosa le andava un po’ stretta e trovare misure accettabili richiese più tempo di quanto si aspettasse. Sempre più nervosa, incapace di frenare il pianto, riuscì infine a indossare una serie scompagnata d’indumenti e un paio di stivaletti da neve. Era ridicola, ma sarebbe stata al caldo. Prima di uscire, passò nello studio di Aleksy e recuperò tutte le banconote che trovò nel primo cassetto della scrivania, scivolò al pianterreno e uscì dalla porta sul retro, percorse il vialetto, individuò e oltrepassò un foro nella siepe, quindi s’issò oltre l’inferriata del muro di cinta con collaudata abilità e balzò all’esterno. Cominciò a correre, abbandonò il marciapiede e si allontanò sulla strada quasi deserta, dove non rischiava di lasciare impronte troppo evidenti nella neve. Aveva appena svoltato l’angolo quando udì il sopraggiungere di una sirena della polizia. Le bastò voltarsi per scorgere un paio di volanti fermarsi sul retro della casa di Aleksy. Temendo che qualcuno potesse fermarla e farle qualche domanda, corse via nella notte.

* * *

«Pronto?»
«Dorota, finalmente!»
«Chi… chi parla?»
«Sono io! Caeli!»
«Caeli?! Ma che… stai piangendo? Cos’hai fatto alla voce?»
«Dorota, mi serve aiuto! Ti prego, ti prego, devi venire a prendermi!»
«Mio Dio…! Stai bene? Sei in pericolo?»
«Sì… no… vieni e basta, ti prego!»
«Okay, ti raggiungo subito! Dove sei?»
«Alla stazione, al… Cafelokomotywa. Sono sola, fa’ presto!»
«Arrivo subito. Non muoverti da lì!»
Caeli riagganciò il telefono e si allontanò dal bancone del locale: il proprietario la fissava con aria perplessa, preoccupato per cosa fosse accaduto a quella bambina che aveva chiesto di poter telefonare alla sorella maggiore. Sperando che la faccenda si limitasse a un semplice smarrimento, le si avvicinò con una tazza di latte caldo e un vassoio di biscotti al cioccolato.
«Non piangere, piccola», la consolò. «Tieni, ho qualcosa per te.»
«Grazie», annuì Caeli, soffiandosi il naso in un tovagliolo di carta e frugando rapidamente nelle tasche. «Quanto le devo?»
«Nulla, nulla», la tranquillizzò l’uomo. «Offre la casa. Sei certa di stare bene?»
«Sì, la ringrazio ancora. Mia sorella sarà qui a momenti e lei è stato davvero gentile. Le sono infinitamente grata.»
«Sei una signorina molto ben educata», si complimentò l’uomo, rivolgendole un ampio sorriso prima di allontanarsi.
Caeli mangiò i biscotti e bevve il latte solo per non destare ulteriori sospetti, ma non avvertiva più sapori sulla lingua; invece, teneva la mano destra contratta sul cuore, dove un corpo adulto aveva una forma assai diversa, nel punto in cui era abituata da tempo a percepire la confortante presenza di Frahazanard.

Continua…

Caeli – Capitolo 6

Caeli6

I Lewandowski, famigliari di Aleksy, si opposero furiosamente all’improvvisa scelta di matrimonio con una ragazza sconosciuta: protestarono, urlarono e minacciarono, ma il giovane fu inamovibile. Era come stregato. Il secondo giorno dall’insediamento di Caeli in uno degli appartamenti del promesso sposo, mentre fervevano i preparativi legali per quella che sarebbe stata un’intima unione civile, i genitori e gli zii di Aleksy si presentarono alla porta assieme a un paio d’avvocati agguerriti. Furono accolti con l’entusiasmo di una ricorrenza festiva. Erano venuti a conoscere la sposa, dissero.
Caeli li sentì giungere origliando dal piano di sopra. Non che ce ne fosse bisogno: erano tutti troppo chiassosi e desideravano essere uditi. Prevedibili. Quando Aleksy la chiamò, ella attese rispettosamente un minuto prima di scendere le scale e presentarsi alla famiglia lì riunita.
Erano anche troppo ricchi, dedusse la ragazza, e indossavano gli abiti più eleganti per rimarcare il divario sociale con una sgualdrina venuta fuori dal nulla; a dirla tutta, c’era persino qualcosa di sgradevole nelle loro facce, una storia silenziosa di sinistra ascesa al potere. Chiunque sarebbe stato intimidito da quell’accoglienza, ma Caeli se l’era aspettata sin dal principio ed era pronta a giocare le carte migliori. Un’ora più tardi, quando gli ospiti si congedarono, nessuno dubitava più che lei fosse la donna perfetta per Aleksy, degna del buon nome di famiglia. Avrebbero serbato a lungo il ricordo della vaga foschia scarlatta che sembrava aleggiare intorno a quell’angelica fanciulla, ma non sarebbero mai riusciti a interrogarsi sulla natura del fenomeno.
Trascorsi altri due giorni, i fidanzati convolarono a nozze. Caeli dovette ricorrere a tutta la propria volontà per mantenere il sangue freddo e la mente lucida, ma la mano le tremava al punto nel momento delle firme che, al posto di un sigla infantile, le uscì un assai più convincente scarabocchio. Il funzionario scambiò quel fremito per comprensibile emozione e la dichiarò sposata.
Il banchetto nuziale fu sfarzoso, ridicolmente lungo per così pochi invitati. La ragazza quasi non toccò cibo mentre i parenti di Aleksy ridevano, levando brindisi ai novelli sposi e accompagnando ogni omaggio alle ridondanti frasi di rito. I festeggiamenti durarono sino all’alba, quando un paio di cugini aiutarono lo sposo ubriaco a montare in limousine e Caeli li seguì, trascinando i piedi per la stanchezza. In seguito, le fu difficile ricordare in che modo fosse riuscita a tornare a casa trascinandosi dietro Aleksy sino al letto, dove entrambi erano crollati all’istante in un sonno profondo.
Quella non era una quiete destinata a durare: nel momento del risveglio, Aleksy pretese di consumare il matrimonio. Caeli non gli si oppose, non avrebbe avuto senso e non voleva abusare di Frahazanard per simili inezie, perciò rivestì il proprio animo di cinismo e si abbandonò a lui, richiamando alla propria infallibile memoria ogni singolo dettaglio che aveva letto riguardo la sessualità.
I libri non contavano nulla in quel caso, pensò. In tante occasioni descrivevano un’estasi paradisiaca, ma tutto quello che lei percepiva era un’intima repulsione e un dolore di fondo dal quale non riusciva a separarsi, ma che ormai non le apparteneva più. Se l’aspettava, aveva preparato ogni cosa e preso tutte le precauzioni per non generare un figlio. Non voleva nutrire col proprio corpo la progenie di Aleksy e, in realtà, non voleva neanche Aleksy: lui la disgustava, ma le occorreva. Dopo quello che le aveva fatto la notte del primo incontro, servirsi di un uomo meno crudele sarebbe stato più semplice, meno rischioso, ma uno strano istinto di conservazione aveva spinto Caeli a una definitiva conclusione, alla decisione che non si sarebbe prostituita più del necessario.

* * *

Aleksy si alzò dal tavolo, strinse la mano all’avvocato e lo accompagnò personalmente alla porta: erano vecchi amici, quei due, e compagni di mille e una malefatta. Nel mentre, Caeli rilesse rapida i documenti che aveva appena firmato, studiando e memorizzando ogni cavillo con un pollice tra i denti. Nonostante tutto procedesse secondo i piani, l’inquietudine cresceva inesorabile e arginarla sembrava impossibile.
«Prenderò un appuntamento per domani sera», dichiarò la ragazza nel momento in cui il marito fece ritorno in cucina.
«Va bene, amore mio», rispose docilmente Aleksy, chinandosi per baciarla sulla bocca. Così ammaestrato dall’influsso di Frahazanard era un uomo davvero noioso; ironia della sorte, la libido era l’ultima integrità che ancora possedeva.
Frahazanard l’aveva avvertita di non poter generare l’amore dal nulla, perciò aveva instillato in lui una vera e propria ossessione. Rimuovere anche il desiderio carnale avrebbe causato un contrasto troppo pericoloso.
«Dobbiamo esserci entrambi», ricapitolò la giovane sposa.
«A me sembra uno spreco. Non basto io a…»
«No, non è quello che voglio adesso», rispose lei col sorriso più ammaliante, qualche secondo stentato prima di alzarsi e sfuggire all’avido tocco del marito. «Devo telefonare. Va’ a svagarti, tesoro, me ne occupo io», gli assicurò, sugellando la velata imposizione con un bacio.
Obbediente, Aleksy abbandonò la cucina per recarsi all’Erebo, attraversò l’appartamento e, solo quando la porta d’ingresso fu finalmente chiusa, Caeli si abbandonò sulla sedia e puntellò la fronte accaldata sulla fresca superficie del tavolo.
«Perché tanta incertezza, Caeli? Non puoi sbagliare», le ricordò Frahazanard, suadente.
«Ho paura», confessò la ragazza in un sussurro appena udibile, muovendo a malapena le labbra a formare le parole. Si scoprì tremante e lottò per trattenere le lacrime. «Ho solo tanta paura.»
Frahazanard sembrò raccogliersi in un insolito silenzio, una pausa tanto inusuale per lui che, col pensiero, la giovane disperata ebbe quasi l’impressione di ridestarlo da un’intima riflessione.
«Caeli?» chiamò.
«Cosa c’è?»
«Voglio raccontarti una cosa che ho visto: era un tempo lontano e una guerra lunga, tanto lunga, più di tutte le epoche che conosci. Quando i guerrieri affrontavano la morte, scoprivano di non avere altro all’infuori della paura a sostenere il desiderio di sopravvivenza. Se non avessero temuto più d’ogni altra cosa l’oblio che li reclamava, non avrebbero trovato la forza di trascendere l’inconsistenza delle proprie nature nebbiose.»
«Tu parli sempre per enigmi e non vuoi dirmi mai niente», piagnucolò Caeli, asciugandosi gli occhi umidi col dorso delle mani.
«Non desidero nuocerti», replicò il globo: anche la sua era paura? Poteva dirsi spaventato un essere disincarnato? «Mi sei molto, molto cara. Sono il tuo angelo custode», aggiunse, incapace di trattenere un impeto d’ironia.
«Smettila!» esclamò allora Caeli, sbuffando una risata e tirando su col naso. «Non credo più a queste stupidaggini.»

* * *

«Ciascuno di loro ha diritto a una famiglia sana, cristiana», stava dicendo suor Benedykta nel precedere Aleksy e Caeli lungo l’immacolato corridoio.
«Mi trova ancora una volta d’accordo, sorella!» confermò immediatamente l’uomo con la sgradevole ironia che neanche si preoccupava di celare.
Al sordo incedere di tre paia di passi nella vastità dell’ambiente, la suora volse nuovamente lo sguardo verso la coppia ospite e fissò ancora la giovane donna.
«Signora Lewandowski, è possibile che questo non sia il nostro primo incontro?» domandò a bruciapelo.
«Ne dubito, sorella», replicò Caeli con voce ferma e un sorriso di circostanza. «Mi sono appena trasferita dopo il matrimonio.»
«Tuttavia, trovo il suo viso estremamente famigliare.»
«Devo avere un aspetto molto comune», si schermì la ragazza.
Suor Benedykta storse la bocca, le mani ostinatamente intrecciate tra loro mentre camminava. Sembrava oltraggiata dalla definizione semplicistica che la signora Lewandowski attribuiva a se stessa, ma non poteva mettersi a discutere con una coppia così ben intenzionata. Svoltato l’angolo in direzione della mensa, aprì la porta dalla quale giungevano gli schiamazzi dei bambini e precedette gli ospiti all’interno. Il silenzio piombò solenne.
Come di consueto, gli orfani venivano esaminati tutti insieme nella grigia sala adibita ai pasti. Restavano seduti sulle panche a fissare una mamma e un papà nuovi di zecca, giunti per uno di loro. In quei momenti era sempre difficile sapere cosa pensare, se sperare o temere d’essere selezionati.
Caeli passò in rassegna i presenti con una rapida occhiata: aveva mai considerato, stando dall’altra parte, quanto apparisse pietosa quella scena a un visitatore? Per la maggior parte, i bambini restavano immobili e ostentavano una serietà posticcia nella speranza di fare bella impressione, ma l’agitazione dei loro sguardi era anche troppo eloquente. Prima di chiunque altro, Aleksy espresse il proprio disagio con uno sbuffo contrariato e fissò con nostalgia la porta appena varcata. Per Caeli, invece, nulla in quel momento era più importante dei vecchi amici e compagni di un’esistenza fasulla, timorosa che qualcuno potesse riconoscerla: vide Jerzy in fondo alla sala, tra i pochi a non preoccuparsi di restare serio, che a suon di smorfie tentava di strappare ai vicini quelle maschere da bambini educati; e Michalina, sempre altezzosa, decisa a fare più bella impressione di chiunque altro. Come di consueto, suor Benedykta guidò gli ospiti davanti a ciascuno degli orfani, presentandoli con qualche parola in un breve elenco di pregi e un minimo difetto mascherato da sfumatura caratteriale. Fu proprio passando accanto a Michalina, per la quale la suora elencò almeno un paio di punti a favore in più, che Caeli si scoprì sudare gelido sotto l’improvvisa attenzione della bambina: gli occhi scuri si piantarono negli occhi azzurri, riconoscendo qualcosa senza poter capire. Per un momento, Michalina dischiuse le labbra e trasse un breve respiro, come in procinto di formulare una domanda, ma si bloccò e scosse a malapena il capo, turbata dall’assurdità del pensiero appena elaborato.
Suor Benedykta proseguì il giro senza mai guardare gli ospiti.
«Questa è Joanna», disse con la consueta monotonia. «Tra i nostri orfani ha certamente bisogno di più cure degli altri, ma è tanto buona e dolce. Sta passando un brutto momento che dovrà aver termine, a Dio piacendo», aggiunse in tono di rimprovero.
Caeli sentì il cuore saltare un battito alla vista della piccola amica, ben più minuscola e indifesa di come la ricordava. Joanna aveva il capo chino e neanche si sforzava di fare bella impressione, un comportamento che fece assottigliare le labbra alla madre del convento. Da parte sua, Caeli proseguì il patetico giro svuotandosi d’ogni emozione, consapevole sino all’ultimo che solo un animo ferreo avrebbe portato a termine la missione che, con tutto il sapere magicamente accumulato nella testa, ancora stentava a comprendere.

* * *

La porta dell’ufficio di suor Benedykta si aprì e la novizia Klara, come le era stato ordinato, portò dentro Joanna tenendola per mano. I coniugi Lewandowski erano seduti sulle ampie sedie dal rigido schienale, dinanzi alla scrivania.
«Benvenuta, Joanna», accolse la madre con un freddo sorriso. «Il signore e la signora Lewandowski, qui, hanno chiesto di conoscerti meglio.»
La piccola alzò gli occhi quel tanto che bastava a rivolgere una fugace attenzione ai due adulti sconosciuti, ma non poté fare a meno di stringere più forte la mano della novizia e tentare di nascondersi dietro la sua gonna.
«È molto timida», la giustificò Klara con profonda tenerezza.
«Forse è perché siamo in troppi, qui», osservò allora Caeli. «Mi lascereste sola con lei per qualche minuto? Vorrei presentarmi da amica.»
«Certamente», annuì suor Benedykta, mentre Aleksy esclamava all’unisono: «Mi sembra un’ottima idea!» ed entrambi balzavano in piedi.
Solo la novizia Klara, avvicinando cauta la bambina, rivolse alla signora Lewandowski un’espressione ammonitrice.
«Sia gentile con lei», si raccomandò nel lasciare la mano di Joanna.
Caeli non poté fare altro che annuire e guardò gli altri uscire dall’ufficio, ma attese ancora per lunghi istanti sperando di non ricevere interruzioni. Quando sembrò che la porta non si sarebbe più aperta, finalmente s’inginocchiò dinanzi alla bambina per guardarla in viso.
«Ciao, Joanna», esordì.
La piccola tenne lo sguardo ostinatamente basso e rispose con un mugolio.
«Sei triste?» le domandò la ragazza. «Perché?»
Nessuna risposta, era prevedibile. La prossima mossa sarebbe stata decisiva e c’era solo da aspettarsi che andasse tutto per il meglio; in caso contrario, aveva Frahazanard nella tasca interna del cappotto.
«Ho portato un regalo per te», le disse, affondando la mano nell’ampia borsa a tracolla.
«Regalo?» mormorò Joanna con una vocina sottile, poco più che un sussurro.
«Sì, ma devi promettermi che resterai tranquilla. Me lo prometti?»
«Perché? È tanto brutto?»
«No, ma deve essere un segreto tra noi.»
Spinta dalla curiosità che vinceva la diffidenza, Joanna annuì. Solo allora, la sconosciuta estrasse dalla borsa una giacca di pelle accuratamente ripiegata e la passò alla piccola amica, che studiò l’indumento con un certo distacco solo per un breve intervallo prima di riconoscerlo: alzando lo sguardo, fissò finalmente negli occhi della signora Lewandowski e lì, oltre un sorriso commosso, la riconobbe.
«Caeli!» pigolò pietosamente, gettandole le braccia al collo e cominciando a piangerle sul petto. «Come hai fatto? Come… come? Perché tu sei grande e io… io…»
«Ssst, non piangere», la tranquillizzò la ragazza, cedendo a sua volta alle lacrime. «Joanna, mi sei mancata tanto…»
Non c’era tempo per indugiare nel pianto, questo Caeli lo disse: nei pochi minuti che ebbero per parlare, promettendole che le avrebbe spiegato ogni cosa, riferì a Joanna istruzioni semplici e precise e la promessa che, presto, sarebbero state insieme.
Una settimana più tardi, oliati i giusti ingranaggi burocratici, le parti in causa firmarono, il denaro passò da una mano all’altra e una bambina abbandonò per sempre l’istituto col nome di Joanna Lewandowski.

Continua…

Caeli – Capitolo 5

Caeli5

Per tre mesi, Caeli tornò in biblioteca ogni mattina assieme Dorota, eccetto i giorni in cui la nuova amica doveva recarsi in università per una lezione o un esame. Si separavano all’ingresso ricercando ciascuna il proprio isolamento nello studio, si ritrovavano nell’area di ristoro per pause a orari ben precisi e rincasavano insieme alla chiusura, quando era già notte fonda.
All’inizio della seconda visita in biblioteca, Caeli recuperò i libri della giornata precedente e ricominciò a leggere. Dopo mezz’ora di studio intenso, scorse afflitta la quantità di pagine che ancora le separavano dal finale e si scoraggiò. Fissò il vuoto con occhi stanchi per almeno cinque minuti, poi trattenne di colpo il fiato ed ebbe un’idea. Recuperò il globo lucente, lo serrò tra le dita e chiese a Frahazanard di leggere più velocemente di chiunque altro.
Meno di un’ora dopo, Caeli chiuse L’idiota di Dostoevskij a lettura ultimata. La testa le ronzava, ma desiderava conoscere di più: il giorno prima, Dorota aveva nominato un certo Platone, così andò alla ricerca di tutta la bibliografia disponibile e la divorò con gli occhi. Nel mezzo dello studio, sentì le nozioni vacillare e restò dubbiosa, ma ricorse nuovamente a Frahazanard e desiderò una memoria infallibile per non dimenticare più nulla.
Nel corso della prima pausa, discusse animatamente con Dorota riguardo Platone e stupì la ragazza citando alcuni complicati paragrafi.
«Dovresti sostenere tu l’esame al posto mio», osservò Dorota con una punta d’invidia che Caeli non notò neanche.
Tornata allo studio, recuperò carta e penna per appuntare tutte le nozioni e le curiosità che avrebbe soddisfatto in seguito, riempiendo un foglio dopo l’altro del mostruoso archivio che stava prendendo forma nella sua testa. Dalla filosofia passò alla matematica, dalla matematica alla storia, dalla storia alla geografia, dalla geografia all’inglese e all’economia insieme. Fece un breve salto nel mondo della biologia e segnò svariati argomenti da consultare in seguito. Alla fine del secondo giorno, Caeli aveva già letto quasi nove enormi volumi.
Una settimana dopo l’altra, lo studio continuò: la velocità di lettura della ragazza cresceva di volta in volta senza limiti apparenti; era una fortuna che la biblioteca fosse quasi sempre deserta e nessuno le prestasse particolare attenzione. Senza il tedio della lunga lettura e priva del minimo carico sulla memoria, ella si appropriò di tutta quella conoscenza senza alcuna fatica. C’era sempre tanto da conoscere e lei non riusciva più a fermarsi. Era una droga, considerò un giorno, e lei ne era diventata dipendente; così come Aleksy era dipendente dalla cocaina assunta la notte del loro incontro, ricordò.
Ben presto, non essendo disposta a trovarsi nuovamente sola, Caeli realizzò di dover ricambiare l’ospitalità di Dorota e desiderò il denaro per contribuire all’affitto che l’amica pagava con il misero stipendio della madre vedova. Insieme sgomberarono un vecchio sgabuzzino del piccolo appartamento, acquistarono un lettino e ne fecero la stanza dell’ospite. Pronte ad aiutarsi senza intaccare la reciproca riservatezza, si affezionarono presto l’una all’altra.
L’inverno giunse portando altra neve, tutta quella che un cielo poteva riversare sul mondo.
Una sera, le due amiche stavano cenando insieme quando Caeli si appropriò del telecomando e spense il televisore con aria seccata.
«Che ti prende?» le domandò Dorota, dubbiosa.
«Non sembrano più capaci di parlare d’altro», sbuffò Caeli. «Sempre la bambina dell’orfanotrofio, giorno per giorno! Non ne posso più!»
«Già», osservò l’altra, masticando le verdure della zuppa. «Lo sai che…? Non arrabbiarti, ma ti somiglia davvero tanto.»
«Non saresti la prima persona che me lo dice», mentì Caeli: Dorota era una brava ragazza, ma abbastanza sempliciotta da credere che lei conoscesse davvero qualcuno all’infuori della coinquilina. Si affrettò a cambiare argomento. «Com’è andata la festa ieri notte?»
«La solita bolgia. Un sacco di frastuono. Avrei voluto davvero andarmene, ma…» esitò e non riuscì a contenere un sorriso malizioso. «Ecco, ho conosciuto un ragazzo», ammise, fremendo d’eccitazione. «Davvero molto carino e tanto gentile.»
«Fantastico!» esclamò Caeli per solidarietà, immaginando con quanta trepidazione l’amica avesse aspettato di parlarne senza tirare in ballo per prima l’argomento della festa; ciononostante, trattenne a stento un brivido. Ormai sapeva bene cosa era avvenuto al primo contatto con un uomo, l’aveva appreso dai libri e, oltre la miriade di parole dei più svariati argomenti, aveva scorto una verità sovrana: i maschi della specie umana sono freddi calcolatori pronti a ogni genere di bassezza per ottenere quello che vogliono dalle femmine. Tuttavia, ella non aveva il diritto di turbare la felicità di Dorota, perciò le chiese: «Ti ha già invitata a uscire?»
«Domani. Gli ho detto che mi sarebbe piaciuto andare a teatro. Avevo paura che lo considerasse noioso, ma invece ha accettato subito! Non è meraviglioso?»
Doveva essere una singolare ironia della sorte, giudicò Caeli, quella di avere un appuntamento ciascuna per la stessa sera. L’altro uomo, tuttavia, non poteva ancora saperlo.

* * *

Aveva ricominciato a nevicare al calar della sera, quasi a farsi beffe del lavoro degli spazzaneve dopo un’intera giornata per liberare le strade. I pochi veicoli procedevano lentamente e con le catene alle ruote sul fondo congelato. Tra loro, un taxi si fermò al limitare di un vasto parcheggio quasi deserto, il tempo necessario per dar modo di scendere a una ragazza bionda avvolta in un elegante cappotto scuro, lo stesso che indossava la prima volta che era stata in quel posto.
Il taxi si allontanò mentre Caeli calava con vigore il cappello di pelliccia sulle proprie orecchie, intimidita suo malgrado, illuminata dal riflesso sulla neve dell’ampia insegna luminosa. Erebo Jazz Club. Nel gelo di una notte capace di ovattare le note scatenate di quella musica travolgente, ella s’incamminò lentamente proiettandosi alle spalle una lunghissima ombra.
«Sei con me?» sussurrò con voce tremante, cercando di farsi coraggio.
«Sempre, Caeli», le rispose Frahazanard, divertito. «Sempre. Non ti lascerò finché tu vorrai.»
All’ingresso, come mesi prima, il buttafuori le aprì cordialmente la porta; allo stesso modo, un cameriere in giacca bianca e pantaloni neri le venne incontro per accoglierla, ma era diverso da quello dell’altra volta.
«Buonasera, signorina», la salutò, «e benvenuta all’Erebo. Vorrebbe favorire il suo cappotto?»
«No, grazie», rispose Caeli con fermezza. «Vorrei incontrare Aleksy.»
La faccia del cameriere si fece sospettosa.
«La signorina ha un appuntamento?» domandò, squadrandola da capo a piedi.
«No, voglio solo parlargli.»
«Farò il possibile, ma non posso garantirle il tempo d’attesa. Chi devo annunciare?»
«Non ha importanza, non credo si ricordi di me», tagliò corto Caeli. «Lo aspetterò al bar se non crea troppo disturbo.»
«Sarà un piacere averla nostra ospite, signorina. Prego, si accomodi.»
Quella volta, Caeli scelse un tavolino sul fondo del locale, nell’angolo più oscuro e lontano dal palco; ordinò un aperitivo analcolico e solo allora, quando il cameriere si fu allontanato, sfilò il cappello dal capo, sbottonò il cappotto sotto la gola e si tolse i guanti. La clientela era ancora più scarsa dell’ultima volta, tanto misera da rendere dubbiosa, persino all’occhio meno esperto, la presenza di tre uomini del personale e un’esibizione dal vivo di musicisti sul palco.
Faceva molto caldo nel locale. Caeli bevve quasi d’un fiato la bevanda che le fu portata e ne ordinò subito un’altra. Prima che se ne accorgesse, ne aveva già consumate quattro e sentì la fronte imperlarsi di sudore. Avvertì presto la necessità di andare in bagno, ma non osò muoversi dal proprio posto e attese, attese, mentre le profonde note del basso le vibravano nel petto.
Dopo circa un’ora, finalmente, Aleksy scese dalla scalinata che portava al piano superiore. Caeli lo vide e sentì il cuore balzarle in gola. Lui non era cambiato affatto, come avrebbe potuto? Elegante, pallido, lo sguardo freddo. Un cameriere gli andò incontro e indicò la ragazza in attesa con un cenno del capo.
Aleksy volse gli occhi nella direzione indicata e i loro sguardi s’incrociarono. Egli la fissò dubbioso per alcuni istanti, ma annuì ben presto e si avvicinò, sorridendole maliziosamente e prendendo posto al tavolino.
«Ma guarda un po’!» esclamò, sorpreso. «Che fine avevi fatto?»
«Ciao, Aleksy», lo salutò lei con voce piatta.
L’uomo trattenne il fiato mentre era sul punto di parlare ancora, bloccandosi abbastanza a lungo per dare alla ragazza modo di capire.
«Non ricordi neanche come mi chiamo», osservò lei, incapace di celare una certa delusione nella voce. Se l’aspettava, ma aveva sperato. Nulla d’importante, dopotutto: non era venuta a incontrarlo per sciocchezze sentimentali.
«Scusami, è che vedo così tanta gente…» si schermì lui, il volto contratto nel tentativo di concentrare i ricordi. «Avevi un nome insolito, ne sono certo. Eli…»
«Caeli», gli ricordò lei.
«Giusto! Caeli! Come ho fatto a dimenticarmene? Posso offrirti qualcosa da bere? Magari del vino…» azzardò, pronto a sollevare un dito per chiamare un cameriere.
«No», lo fermò la ragazza, bloccandogli il braccio con la mano. «Lascia stare, ho già bevuto qualcosa e intendo pagarlo.»
«Come vuoi», replicò lui con una scrollata di spalle. Solo allora, storcendo un po’ la bocca, puntellò i gomiti sulla superficie del tavolino e si protese in avanti con fare cospiratorio. «Ascolta, non so cosa tu abbia pensato, ma… mi è dispiaciuto non ritrovarti, lo sai? Avremmo potuto spassarcela per qualche giorno e… contavo anche di farti qualche regalino personale, capisci?»
Per quanto fosse incredibile, Caeli aveva imparato a capire perfettamente.
«Non voglio i tuoi soldi», dichiarò con freddezza. «Ti sono sembrata una prostituta?»
«Ecco…» esitò lui, distogliendo lo sguardo per un momento. «Ne avevi l’aspetto, sì. Ce l’hai anche adesso, ma non offenderti. Nulla implica che tu lo sia, capisci? Volevo solo essere generoso con te, ringraziarti per…»
«Sembra che tu sia alquanto abitudinario in certe cose», osservò lei, sprezzante.
«Io… non voglio avere problemi», tagliò corto Aleksy. «Non mi sembra di averti obbligata, giusto?»
Caeli abbassò gli occhi azzurri sul lungo bicchiere dal quale aveva bevuto e lo fece ruotare con la punta delle dita, lasciando tintinnare appena il ghiaccio mezzo disciolto.
«Se sono qui è perché voglio qualcosa da te, non per essere pagata», dichiarò.
«Capisco. Sei in difficoltà? Per questa volta farò un’eccezione, ma non posso darti molto. Facciamo duemila zło…»
«Ti ho già detto che non voglio i tuoi soldi», sibilò la ragazza tra i denti. Possibile che quell’uomo fosse tanto arrogante da prestare ascolto soltanto alla propria voce? Non aveva più senso girarci intorno, perciò lo disse semplicemente. «Ho bisogno che tu mi sposi.»
In un primo momento, Aleksy fu quasi sul punto di scoppiare a ridere, inarcò le sopracciglia e spiegò le labbra in un ghigno idiota, ma la determinata freddezza che incontrò dall’altra parte riuscì a dissipare l’incredula allegria e lasciò posto a una furia oltraggiata.
«Non dirai sul serio!» ringhiò tra i denti, contenendo a stento la voce per non turbare la quiete del locale. «Ti ho scopata una sola volta ed è stato un gioco piacevole per entrambi! Che altro vuoi da me?!»
«Conosco solo te», replicò lei, avvertendo nuovamente tutta l’ingenuità della propria condizione. «Devo sposarmi. Mi occorre per alcune faccende che…»
«Vuoi incastrarmi? Hai visto quello che ho e lo vuoi anche per te?!»
«Non voglio approfittare della tua ricchezza», ribadì Caeli ancora una volta. «E non mi aspetto di vivere sulle tue spalle. Posso esserti più utile di quanto immagini.»
«Una come te? Di biondine succhiacazzi è pieno il mondo e tu non sei male, ma c’è di meglio», tagliò corto Aleksy, in procinto di alzarsi. «Ti farò avere del denaro dal…» la mano di Caeli lo trattenne per l’avambraccio.
«Ho bisogno che tu mi sposi, Aleksy», ribadì.
«Non osare mai più toccarmi, cagna!» sbraitò allora l’uomo, senza più preoccuparsi di tenere bassa la voce e liberandosi dalla presa con un violento strattone.
Il silenzio piombò di colpo, la musica si fermò e i pochi occhi presenti si spostarono sul fondo del locale, dove un’avvenente ragazza bionda stava importunando il proprietario. Per una ragione incomprensibile, uno tra gli avventori si calò immediatamente il cappello in testa, lasciò sul tavolino una banconota spiegazzata e abbandonò l’Erebo senza neanche attendere il resto.
Il giovane proprietario fece per dileguarsi e raggiunse in pochi passi la scalinata che l’avrebbe condotto al piano superiore, al proprio appartamento privato, ma aveva appena poggiato un piede sul primo gradino quando un improvviso lampo scarlatto colmò il locale, abbastanza fulmineo da essere scambiato per un’allucinazione.
Aleksy si voltò immediatamente, rivolgendo a Caeli un sorriso radioso e spalancando le braccia per accoglierla.

* * *

«Ma… insomma, così all’improvviso?» mormorò Dorota con aria triste.
«Hai ragione, mi dispiace molto», sospirò Caeli, depositando la valigia con i propri pochi averi dinanzi alla porta d’ingresso e porgendo all’amica un fascio di banconote. «Questi sono per l’affitto del mese.»
«Oh, no! Questo mese è appena cominciato, non puoi darmi tutto…»
«Insisto! Dorota, non ti sto facendo la carità: so che ne hai bisogno, ma la verità è che sei stata davvero buona con me. Vorrei poter dare di più», le assicurò, omettendo un ovvio senza destare sospetti, «ma… ecco… posso solo ringraziarti. Grazie. Sei stata più di un’amica per me.»
Dorota accettò il denaro e le due si abbracciarono affettuosamente.
«Verrò a trovarti quando potrò», le assicurò Caeli, cedendo suo malgrado alle lacrime. «Non… non dobbiamo dimenticarci…»
«Ehi, non piangere», la consolò teneramente l’amica. «Certe volte sembri davvero una bambina.»
Caeli rise sbuffando.
«Cerca di non cacciarti nei guai», l’ammonì Dorota, esitando solo un momento prima di fare un altro tentativo. «Non… non vuoi dirmi dove…?»
«Te lo dirò la prossima volta che c’incontreremo», le assicurò l’altra nell’asciugarsi gli occhi umidi. Era certa che Dorota avrebbe tentato di dissuaderla se avesse conosciuto le ragioni dell’allontanamento improvviso e non voleva che lo facesse, o sarebbe stato più difficile.
Le due si separarono e Caeli discese le scale verso il pianterreno. Un taxi era già in strada e attendeva paziente da almeno venti minuti.
«Sto facendo la cosa giusta?» si domandò, esitando sugli ultimi gradini. «O sto sbagliando tutto?»
«Estremizzare le implicazioni delle scelte è una peculiarità dei deboli privi di potere, Caeli», le assicurò Frahazanard. «Mi chiedo solo perché. Non avresti ottenuto molto più faticando molto meno? Dovevi solo desiderarlo.»
«Voglio limitare i desideri, Frahazanard. Penso di aver capito come funzionano e quanto è facile perdere il controllo. Ho letto un mucchio di storie dove i personaggi restano schiacciati da brame troppo grandi.»
«Storie scritte da mortali», minimizzò Frahazanard.
Caeli riprese il cammino.
«Scritte da mortali, ma che parlavano di dèi. L’Iliade non nasce proprio dal desiderio egoistico di tre dee? Eris indirizzò un pomo alla più bella e ciò portò discordia tra loro. Per la brama, dèi e mortali non hanno alcun valore.»

Continua…

Caeli – Capitolo 4

Caeli4

Un incubo dimenticato risvegliò Caeli di colpo, come un’allucinazione da delirio che sfociò in una realtà più amara, capace di farle rimpiangere gli orrori del mondo onirico.
Era ancora mattino presto a giudicare dalla luce color piombo. Aleksy era ancora lì, profondamente addormentato, disteso scomposto su un fianco con un piede che quasi sfiorava il pavimento. La ragazza lo fissò, ma il semplice movimento degli occhi le perforò il cranio con una fitta di vivido dolore, una sofferenza alla quale avrebbe reagito urlando… se fosse stata abbastanza in forze da emettere un suono più grande di un sibilo gemente.
Alzarsi a sedere le costò una fatica immane e fu solo per stoica forza di volontà che impedì alle proprie viscere di rivoltarsi: scivolò oltre il materasso e cadde in ginocchio, nuda, strisciando sul tappeto. Il mondo vorticava in preda a un malsano squilibrio al gusto di malattia, obbligandola a serrare gli occhi nella speranza di fermarlo. L’oscurità forzata la nauseò ulteriormente e fu costretta a tenere lo sguardo fisso sulla sedia dove Aleksy aveva adagiato il cappotto.
Lo raggiunse, tirò una manica, lo lasciò scivolare e cercò a tentoni, senza guardare. La sua mano andò finalmente nella tasca che cercava, serrandosi intorno a una gelida superficie vetrosa.
«Fra!» esclamò in un sussurro.
«Ti ascolto, Caeli», replicò prontamente Frahazanard.
«Sto male», si lamentò lei. «Voglio andare via, voglio… voglio vestirmi. Ti prego… ti prego, aiutami!»
Un flash scarlatto, abbagliante, colmò ogni angolo del percepibile e si ritrasse alla velocità del lampo, delineando una nuova realtà. Caeli era distesa in un vicolo, su un mucchietto di neve integro, con indosso i vestiti che aveva all’ingresso nell’Erebo Jazz Club. La sensazione di malessere fisico era svanita, ma la ferita che le era stata inflitta nell’anima restava aperta, sanguinando penosamente.
La ragazza aveva ancora il globo in pugno e si rannicchiò pietosamente contro la parete dell’edificio, sola in quella strozzatura tra due case, stringendo al petto la sfera come se potesse trarne calore. Sapeva che Frahazanard era in ascolto, pronto a esaudire qualunque richiesta, ma per quanto si sforzasse non riusciva a trovare la forza di parlare: le più elementari consuetudini espressive sfuggivano come sabbia tra le dita, concrete e inafferrabili al tempo stesso, come un ingranaggio che gira a vuoto. In realtà, col tormento fisico svanito, l’implicazione di ciò che era nato dal suo incontro con Aleksy era mille volte più schiacciante, disarmante, e generava concetti troppo complessi per una mente infantile, ma orrendamente logici per l’istinto umano. Molto lentamente, allo strazio si mischiò il disgusto.
«Tu lo sai cosa mi ha fatto?» mormorò infine, senza pensarci.
«Lo so», confermò Frahazanard.
«Potresti… spiegarmelo?» azzardò in un bisbiglio inudibile.
«Potrei, ma non nei termini adatti a un essere umano. Desideri comunque sapere?»
«No», decretò Caeli. Conoscere ogni cosa non la spaventava, ma cominciava a sospettare lo straordinario distacco che poteva esistere tra lei e quello strano globo parlante. Per un momento, fu sul punto di desiderare una persona con la quale parlare, qualcuno come Joanna… ma più saggio di Joanna, in realtà… capace di farle capire ogni cosa. Desistette all’ultimo e la richiesta in procinto di nascere si mutò in un sospiro.
«Caeli?» la incalzò dolcemente il globo, privo d’ogni impellenza.
La ragazza rifletté: era stata stupida, si era comportata da stupida, ma solo perché aveva sottovalutato la libertà acquisita. In quel momento, come un tunnel improvvisamente aperto sulla luce della consapevolezza, realizzò che non conosceva nulla del mondo oltre l’orfanotrofio e che, soprattutto, guadagnare un’identità adulta l’aveva privata di qualcosa, un elemento essenziale che avrebbe dovuto essere suo. Qualunque cosa fosse, intendeva riappropriarsene.
«Devo sapere delle cose», dichiarò.
«Di che genere?»
«Tutto. Qualsiasi cosa. Dimmi dove posso trovare un posto per imparare.»
Frahazanard le fornì la risposta e le indicazioni che cercava, dopodiché Caeli si alzò in piedi, nascose il globo nella tasca interna del cappotto e uscì dal vicolo, avventurandosi in strada.
Vi era una certa confusione rispetto alla notte precedente e svariate auto della polizia che percorrevano i viali con una certa frequenza. Sembrava che gli agenti fossero impegnati in qualche frenetica ricerca. Nulla che a Caeli importasse, dopotutto. Dopo dieci minuti di cammino, raggiunse la biblioteca comunale.
All’orfanotrofio avevano una piccola biblioteca, ma nulla di paragonabile a quegli scaffali stracolmi di volumi che sembravano non avere mai fine. Quel posto era immenso, ma desolatamente vuoto all’infuori di un uomo dagli imponenti baffi grigi e una coppia di ragazze dall’aria arcigna, febbrilmente concentrate in chissà quale lettura.
Caeli passeggiò senza criterio per quasi trenta minuti, adocchiando i titoli dei volumi allineati e gli argomenti di suddivisione, chiedendosi da cosa fosse opportuno cominciare. Conferire una simile priorità ai propri studi le sarebbe sembrato sciocco solo ventiquattro ore prima. Alla fine, intuendo che non avrebbe concluso niente continuando a temporeggiare, raggiunse l’ala di narrativa della biblioteca e sfilò il primo libro che le capitò sotto le dita: L’idiota di Dostoevskij. Sedendosi al tavolino più vicino, cominciò a leggere.
La lettura si rivelò difficile, sfibrante, ma Caeli non si lasciò demoralizzare e obbligò se stessa a non cedere. C’erano molte parole che non conosceva, tante da costringerla ad alzarsi nuovamente e recuperare un dizionario. Seguitò il proprio studio. Di tanto in tanto, sbadigliando, staccava gli occhi dal romanzo e scorreva lentamente le pagine del vocabolario, ricercando un termine che le era sconosciuto; ciò le facilitò la comprensione del testo, ma dopo una ventina di pagine si alzò nuovamente e cercò un atlante per sapere dove fosse Mosca, per capire che tipo di città fosse. Soddisfatta quella nuova curiosità, lesse qualche altro rigo del romanzo solo per alzarsi un minuto più tardi, alla ricerca di un libro che le spiegasse nel dettaglio cosa fosse quel male che aveva obbligato il principe Myškin ad abbandonare il proprio Paese. Quella ricerca particolare le portò via più tempo del previsto e, una volta compresa l’epilessia secondo i termini più generali, si scoprì turbata e stranamente desiderosa di rigettare quella conoscenza.
«Troppo tardi», considerò tra sé: l’aveva fatta propria e doveva tenersela. Esattamente come la notte trascorsa con Aleksy, per la quale provava un sentimento sempre più complesso, una sensazione sempre più rivoltante. Doveva farsi forza e lottare per mantenere la mente lucida.
Intanto stava calando la notte e lo stomaco di Caeli brontolava, ma lei non poteva sentirlo. Fu comunque obbligata a fermarsi dallo studio per andare in bagno e, all’uscita, si scoprì decisamente assetata. Aveva scorto un distributore di bibite all’ingresso della biblioteca e fece la strada a ritroso, ricorrendo a Frahazanard per procurarsi le monete necessarie.
La zona di ristoro non era deserta come Caeli aveva sperato, ma occupata da una delle ragazze intraviste in precedenza: aveva un viso allungato, simile a quello di un roditore, con profonde occhiaie dietro lenti spesse e capelli in disordine. Sorseggiava qualcosa da una tazza fumante e staccò a malapena gli occhi dal libro che si era portata dietro quando quella bionda dall’aria spaesata le passò accanto.
Giunta dinanzi al distributore, Caeli adocchiò i tasti luminosi senza capirci molto. In realtà, non aveva mai utilizzato uno di quegli affari personalmente. Stava per chiedere aiuto a Frahazanard quando la ragazza con gli occhiali le parlò.
«Ti serve una mano?» le disse, avvicinandosi.
Caeli sussultò e fece un balzo all’indietro, sollevando le mani per difendersi come se l’altra volesse colpirla. A quella reazione, la ragazza reagì con altrettanta veemenza e indietreggiò a sua volta, temendo di avere a che fare con una pazza.
«No, no!» esclamò Caeli con voce rotta, incrinata dal prolungato silenzio. «Io non… non… io non…» farfugliò, incapace di formulare qualcosa all’infuori del diniego.
«Stai bene?» le domandò l’altra con cautela, mossa da un’istintiva compassione.
Caeli comprendeva la necessità, nelle proprie condizioni, di allontanare quella sconosciuta, ma il corpo andò in conflitto con la mente e, suo malgrado, scosse il capo in un’inequivocabile negazione.
La ragazza le si avvicinò piano, come avesse a che fare con un animale spaventato e pronto a fuggire, riuscendo delicatamente a prendere la mano di Caeli tra le proprie.
«Io mi chiamo Dorota», le disse con una dolcezza inusuale per un viso tanto freddo. «E tu?»
«Caeli», rispose l’altra, riacquistando un po’ di coraggio.
La ragazza chiamata Dorota sgranò gli occhi e fissò l’altra da capo a piedi, come aspettandosi di scorgere un trucco. Qualunque cosa cercasse, non ritenne opportuno dedicarvi più di pochi istanti.
«Prendiamo… qualcosa di caldo, vuoi?» le propose.
Pochi minuti dopo, Caeli aveva un bicchiere di tè caldo da sorseggiare tra le dita. Aveva preso anche una bottiglia d’acqua vuotata in un lampo. Benché fosse in compagnia di una persona disposta ad ascoltarla, non sembrava intenzionata a spiccicare parola.
«Tu cosa studi?» chiese Dorota con cautela.
Caeli scrollò le spalle.
«Stavo leggendo… L’idiota», rispose con noncuranza, indugiando appena per ricordare il titolo.
«Ah, letteratura russa. Molto interessante. Io studio filosofia, invece. Platone. Saprai di che parlo, immagino», ridacchiò.
«No», rispose l’altra, visibilmente disorientata.
«Oh, be’… ne avrai sentito parlare… lasciamo perdere». Dorota si raddrizzò gli occhiali sul naso con la punta del dito e cercò di dissimulare la propria perplessità. «Sei un po’ in ansia per un esame? O ti è successo… qualcosa di brutto?» azzardò.
Per un momento, Caeli fu sul punto di annuire e tentare di spiegare la propria situazione, ma ancora una volta si fermò e restò interdetta, squadrando la ragazza senza capire da dove cominciare per prendere una decisione logica. Alla fine, tutto ciò che riuscì a formulare fu una semplice perplessità.
«Perché me lo chiedi?»
Dorota si mosse a disagio sulla sedia e bevve un altro sorso di quello che si era rivelato essere caffè.
«Ce l’hai scritto in faccia che sei sconvolta», rispose, cercando d’imprimere fermezza nella voce imbarazzata. «Insomma… probabilmente dirai che non sono cavoli miei, hai ragione, ma se tornassi a casa senza provare a fare niente so che non riuscirei a dormire, mi capisci?»
«Io… credo di sì», annuì Caeli dopo una breve riflessione. «Ma non so se posso parlarne», decise. «Devo pensarci.»
Dorota sembrò comprendere prontamente quella risoluzione e non insistette.
«Non eri mai stata in questo posto prima d’ora, vero?» indovinò con un sorriso. «Non negli ultimi due anni, almeno. Vengo qui quasi tutti i giorni. Studio, leggo… è un bel posto.»
«Sì», convenne Caeli. «Molto bello. Ma non è noioso? Sembra abbastanza deserto.»
«È questo il bello. Io non vado molto… d’accordo con le altre persone. Sono una ragazza solitaria. E non sono brava a parlare.»
Caeli aggrottò le sopracciglia, chiedendosi se Dorota le stesse mentendo: da quello che aveva sentito non le sembrava che si fosse espressa male per una ragione qualsiasi, ma sembrava ugualmente sincera. Cominciava a capire che gli adulti avevano quel modo di parlare, fatto di mezze verità e bugie intere.
«Credo d’aver fatto qualcosa di molto brutto a me stessa», confidò in un sussurro. Per quanto si sforzasse di pensarla diversamente, non riusciva a incolpare Aleksy per quello che le era accaduto. «Credo di… aver sbagliato.»
Dorota studiò Caeli ancora una volta, prestando un’attenzione tutta nuova a quella ragazza spaventata e ai suoi abiti eleganti, decisamente fuori posto in una squallida biblioteca. Era bella, una donna fatale vestita di scuro, ma una strana, vulnerabile limpidezza nel suo sguardo sminuivano l’apparente perfezione come fosse una muraglia di carta.
«Ce l’hai un posto dove andare?» le chiese a bruciapelo.
«Andare… dove?»
«Per dormire.»
«Non posso dormire quando ne ho voglia?»
Dorota inarcò le sopracciglia, chiedendosi se avesse o meno a che fare con una stupida. Nulla lasciava suppore il contrario, dopotutto, e una persona meno riflessiva non vi avrebbe sprecato un minuto di più, ma per lei era davvero difficile giudicare sciocca quella ragazza bionda sbucata fuori dal nulla. Paradossalmente, non riusciva neanche a spiegarsene la ragione.
«Ascolta, almeno per stanotte dormirai da me», stabilì.
Se Dorota insistette tanto per convincere Caeli a seguirla a casa, fu solo per i dinieghi dalle giustificazioni inconsistenti che quest’ultima le fornì: era come parlare a una bambina e, ben presto, fu evidente che fermezza e logica erano le chiavi alle quali lei non poteva opporsi.
Abbandonarono la biblioteca un’ora più tardi e solo dopo che Dorota ebbe assicurato alla nuova amica che sì, il giorno dopo avrebbe potuto tornare per leggere tutto quello che voleva.

* * *

«Se hai sete c’è una brocca accanto alla finestra», disse Dorota, rivestendo di lenzuola pulite il materasso che aveva estratto da una poltrona del proprio piccolo appartamento. «Il bagno è in fondo al corridoio, da quella parte. Dovrai usare la luce piccola accanto allo specchio, perché quella grande è fulminata da… oh, be’, non ricordo neanche più da quanto», ridacchiò.
«Grazie», mormorò l’altra, timida, in piedi rigidamente al centro della stanza, stringendosi tra i baveri del cappotto come per proteggersi da una tempesta.
«Tu da dov’è che vieni?»
«Io…» si sentì soffocare. Cosa poteva risponderle?
«Ho capito, non vuoi dirmelo», sorrise Dorota, ammiccando. Si fermò di colpo, come folgorata da un’idea improvvisa, e aggiunse: «Non hai problemi con la legge?»
«No!» esclamò Caeli con veemenza, ma non perché ne fosse assolutamente certa: che qualcuno le desse della criminale era una cosa che la ripugnava.
«Okay, okay, scusami! Non arrabbiarti!»
«Non sono arrabbiata.»
«Sai una cosa?» Dorota sistemò l’ultimo cuscino e rimboccò il pesante piumone. «Ecco fatto. Dicevo… sai, è davvero stupido, ma per un momento ho pensato che tu fossi la Caeli del telegiornale.»
«Chi?»
«Non hai visto la televisione? O… letto un giornale?»
Caeli scosse il capo, sentendosi molto stupida.
«Oh, ecco… è assurdo, lo so, ma la polizia ha fatto un fracasso per tutto il giorno! Parlavano di una bambina scomparsa da un orfanotrofio qui in città. Bionda, occhi azzurri… e porta anche il tuo nome. Hanno trovato delle tracce nella neve e un ramo spezzato, anche se non ne sono troppo convinti, ma è probabile che sia scappata perché… forse temeva una punizione dopo aver picchiato un’altra bambina. Ho pensato che tu c’entrassi qualcosa, ma quella Caeli aveva… sette, otto anni? Qualcosa del genere. Mentre tu… ehi, ti senti bene?»
Caeli annuì. Forse, ebbe modo di pensare in seguito, stava cominciando a ragionare e mentire come un’adulta, perché fu solo l’istinto a farle muovere le labbra per formulare una risposta.
«Sì. Ho solo tanto sonno.»
«Allora dormi, coraggio! Ho l’abitudine di svegliarmi molto presto e… faccio davvero tanto chiasso, sei avvertita! Buonanotte.»
Rimasta sola, Caeli si spogliò e indossò il pigiama che Dorota le aveva prestato. Era quasi della taglia giusta, vecchio e scolorito, ma piacevolmente caldo. Da quando era diventata adulta e scappata dall’orfanotrofio, quel calore fu la cosa più confortante che avesse provato e sentì gli occhi inumidirsi di lacrime. Recuperò furtiva il globo dal cappotto e lo nascose tra le coperte, in modo da celare il bagliore scarlatto, dopodiché scivolò sotto le lenzuola. Restò immobile per quasi un minuto prima di farsi il segno della croce e recitare le preghiere serali, un’abitudine ormai tanto radicata in lei da non permetterle neanche di riconoscere la vuota natura delle invocazioni rivolte a quel Dio silenzioso, tanto distante lassù. Solo quando ebbe finito recuperò la sfera e la tenne in grembo, fissando l’oscurità del soffitto buio.
«Fra?»
«Ti ascolto, Caeli.»
«Credi che abbia fatto qualcosa di male?»
«Se così fosse, dovresti solo desiderare per correggere i tuoi errori.»
«No», stabilì la bambina con fermezza. «Non adesso. Devo… devo pensare. Sei come il Genio della lampada, non è così?»
«Nell’accezione dei tuoi termini, sì, lo sono.»
«Lui regalava solo tre desideri. Forse anche i tuoi avranno un limite.»
«Non possiedo un limite numerabile.»
«Non parlavo di te», mormorò lei, mentre il sonno giungeva a ghermirla. Sbadigliò. «Devo pensarci… pensarci bene. Ho tanto sonno», disse, raggomitolandosi. «Veglia su di me, ti prego.»
«Sono o non sono il tuo angelo custode?» replicò Frahazanard, divertito.

Continua…

Caeli – Capitolo 3

Caeli3

Era molto più facile camminare con lo stomaco pieno, senza la logorante presenza dei morsi della fame. Come avrebbe potuto, altrimenti, crogiolarsi alla scoperta del centro urbano? Caeli rivolgeva ovunque la propria meraviglia, dimenticandosi del freddo formicolio diffuso sulla faccia come una maschera, di volta in volta meno consapevole del gelo notturno; naso e orecchie erano ormai del tutto insensibili.
«I tuoi abiti sono troppo leggeri, Caeli», constatò Frahazanard da un momento all’altro. «Il tuo sudore ti sta gelando addosso. Potrebbe essere pericoloso.»
«Dici?» ragionò lei, accorgendosi solo allora del tremore che le sconvolgeva le membra e sentendosi a disagio. «Forse hai ragione, ma cosa posso farci?»
«Non hai che da chiedere», le ricordò il globo, paziente.
«Accidenti, hai ragione! Come faccio a dimenticarlo?»
La ragazza si fermò dinanzi a una fila di vetrine illuminate, scorgendo sommariamente gli abiti esposti mentre le automobili sfilavano lente lungo la strada ghiacciata; chiuse gli occhi, si concesse un istante di riflessione e formulò il desiderio: capì d’essere stata accontentata ancor prima di risollevare le palpebre, avvertendo la sensazione d’asciutto su tutto il corpo e un avvolgente calore. Si guardò, scoprendo che i vestiti abbinati senza particolare criterio si erano trasformati in un elegante cappotto nero con interni e risvolti di pelliccia, cappello, guanti e pantaloni abbinati, e stivali adatti a camminare nella neve. Persino una come Caeli, che non era mai stata particolarmente allettata dal fascino dei vestiti, restò ammaliata da quell’eleganza sfolgorante e corse verso i negozi per contemplare la propria immagine riflessa in uno specchio dentro una vetrina.
«Sembro una principessa!» cinguettò. «Non è vero, Fra?»
«Non so darti una risposta, ma sarai certamente incantevole per coloro che ti vedranno.»
«Oh… è perché non hai occhi?» azzardò lei, rattristata.
«In un certo senso», convenne il globo.
Caeli fu sul punto di esprimere il proprio rammarico verso il nuovo amico, per una mancanza che giudicò disarmante, quando un nuovo dettaglio riuscì a incantarla con inusuale efficacia: era una musica che non aveva mai sentito prima, dotata di un ritmo incalzante e molto diversa dai canti che le suore intonavano all’orfanotrofio. Non era una colma della consueta devozione, dell’astrattismo che un fedele poteva riservare a un Dio lontano e inconsapevole delle necessità umane, ma piena di vita così come potevano esserlo le feste, i balli, i cibi deliziosi, gli abbracci affettuosi; e, al tempo stesso, era infusa di quella strana malinconia che Caeli sentiva d’aver provato tante volte nel corso della propria breve esistenza, ma che nessun concetto appreso all’istituto era stato capace di esprimere. Le note di strumenti mai uditi prima scorrevano come sfere su un tappeto d’acqua, stringendole il cuore in una morsa dolorosa e piacevole, scaraventandole l’anima sotto quegli stessi piedi che già scalpitavano per il desiderio di ballare. Un brivido mai provato prima le risalì la schiena.
«Questa musica proviene da un locale in fondo alla strada», le rivelò Frahazanard, intuendole i pensieri con efficacia.
«Voglio andarci», affermò Caeli, che non era certa di sapere cosa fosse un locale.
«Non sarò certo io a impedirtelo», le rispose il globo e, sebbene nulla in lui lo suggerisse, diede l’idea di scoppiare in una fragorosa risata.
La ragazza corse lungo il marciapiede per circa duecento metri, avvicinandosi a un parcheggio nella zona periferica della città. Da lontano, scorse un alto edificio grigio contornato da un giardino che sarebbe stato rigoglioso in estate, ma che aveva assunto tratti fiabeschi per il modo in cui la neve aveva ricoperto prati, alberi e cespugli.
Una mezza dozzina di automobili erano sparse nel piazzale, al termine dei solchi scuri che i pneumatici avevano lasciato nel manto bianco, sul quale si riflettevano le luci blu e gialle della grande insegna luminosa sulle doppie porte d’ingresso.
Caeli alzò lo sguardo e lesse: Erebo Jazz Club. Intuì che quella scritta poteva essere in inglese, ma non aveva certamente idea di cosa significasse Erebo. Quanto alla parola Jazz, forse l’aveva sentita un paio di volte, ma non ricordava dove e perché. Dall’interno, le note si susseguivano virtuose.
La ragazza risalì la breve scalinata che la condusse all’ingresso del locale. Lì, completamente solo e avvolto in un cappotto, un enorme uomo dalla pelle nera sostava come una sentinella, le spalle larghe e il ventre prominente, l’espressione arcigna. Fu proprio quest’ultimo dettaglio a turbare Caeli, lasciandola esitare sull’ultimo gradino.
«B-buonasera», salutò, timida. «Io… io volevo solo ascoltare la musica…»
L’espressione dell’uomo si addolcì in un sorriso cordiale e, nel farsi da parte, egli aprì la porta in un gesto di benvenuto. Il fiume musicale si riversò all’esterno.
«Grazie!» esclamò la ragazza, entrando di corsa.
L’ambiente era caldo, le luci soffuse e c’era un buon odore. Caeli doveva aver visto qualcosa di simile in televisione, in un film in bianco e nero: c’era il bancone di un bar e troppe bottiglie colorate per poterle contare, tanti piccoli tavolini, sedie e divanetti. I musicisti erano in fondo, su un piccolo palco, e la concentrazione dei loro occhi sembrava cucita a mano sui tratti rilassati del volto. Un po’ di gente era sparpagliata tra i tavoli così come lo erano le automobili nel parcheggio.
All’entrata di Caeli, un uomo in giacca bianca e pantaloni neri le venne incontro.
«Buonasera, signorina», la salutò. «Vorrebbe darmi il suo cappotto?»
«Perché?» replicò lei.
«Per… ehm… per custodirlo presso il nostro guardaroba, naturalmente», replicò l’uomo, tentando di celare il proprio stupore.
«No, mi piace tenerlo addosso», rispose lei, rivolgendo allo sconosciuto un’occhiata diffidente.
«Come preferisce, signorina», annuì lui, recuperando la flemma perduta. «Vorrebbe accomo…»
«Posso sedermi?»
«…dar…? Sì… sì, certamente, dove preferisce.»
Seminando in pochi passi il cameriere che l’aveva accolta, Caeli si fece strada con un certo trambusto tra i tavolini e raggiunse la prima fila, prendendo posto proprio sotto il palco e a meno di tre passi dai musicisti. Restò a fissarli con muto stupore, i gomiti puntellati sulla superficie di legno, il viso tra le mani, senza accorgersi del cameriere che la raggiunse per consegnarle il menu o udirne le parole quando le chiese se desiderasse qualcosa da bere. Sfiduciato, l’uomo si allontanò con la speranza di riuscire a ricavarne qualcosa più tardi, lasciando la strana cliente a godersi lo spettacolo con un’espressione tanto sciocca in viso che gli stessi musicisti ne furono imbarazzati e, da quel momento in poi, suonarono con gli occhi bassi per evitare di guardare il pubblico.
Caeli avrebbe potuto ascoltare quella splendida musica per tutta la notte senza curarsi della presenza del cameriere, ma non poté ignorare in alcun modo l’uomo che, di propria iniziativa, sbucò dal nulla all’improvviso e prese posto sulla sedia vuota al medesimo tavolino, rivolgendole un sorriso tanto gentile che la ragazza provò una simpatia immediata.
A quel punto, a un gesto del tale elegantemente vestito, la band sfumò l’appassionata jam session in una melodia più dolce, a un volume sufficiente a garantire una piacevole conversazione. Egli era un giovane uomo dal volto perfettamente rasato, sottile e pallido, ma dotato di un certo fascino, con penetranti occhi verdi e folti capelli biondi pettinati all’indietro a mostrare una fronte spaziosa. Sembrava decisamente a proprio agio nell’abito scuro.
«Ciao», la salutò il giovane.
«Ciao», replicò la ragazza in tono infantile.
«Ti piace la musica, eh?»
«Tantissimo! Non avevo mai sentito niente di così bello!»
Lo sconosciuto allargò il sorriso: qualcuno con appena più esperienza di un bambino vi avrebbe intravisto un’ombra sinistra.
«Io sono Aleksy, piacere di conoscerti», si presentò, allungando la mano.
«E io Caeli!» esclamò allegramente l’altra.
«Caeli…» ripeté lui, affascinato. Quando ebbe nuovamente la mano libera, fece un gesto al cameriere. «Bevi qualcosa, Caeli?»
«No, adesso non sto bevendo niente», rispose l’altra nella più ingenua onestà.
«No, volevo dire…» Aleksy si passò una mano sulle labbra, forse per celare e soffocare un improvviso sogghigno. «Mi piacerebbe offrirti qualcosa da bere. Cosa ti piace?»
«Ah, ho capito! Io…» la ragazza rifletté intensamente per alcuni secondi, incurante del cameriere a disagio. «Mi andrebbe un tè. In estate lo bevo col ghiaccio!»
«Per me un Moscow Mule», ordinò Aleksy al cameriere; poi, a voce più bassa, aggiunse: «Per la signorina un Long Island Iced Tea».
Il cameriere si allontanò portando via il menu.
«Non hai caldo con quel cappotto addosso?» la incalzò il giovane.
«Un po’», ammise Caeli.
«Toglilo, lascia tutto qui», le propose lui, sottraendo una sedia da un tavolino lì accanto.
«Ma… se qualcuno volesse sedersi proprio lì?»
Aleksy restò perplesso per un istante, esitò, si grattò dietro l’orecchio: riteneva improbabile che la serata avrebbe prodotto altri clienti, perciò si limitò a chiudere la questione nel modo più semplice possibile.
«Posso fare tutto quello che voglio, qui», assicurò, inarcando le sopracciglia. «Questo locale è mio.»
«Allora va bene!»
Caeli si liberò del cappello, dei guanti e del cappotto; nel frattempo, Aleksy la fissava sempre più perplesso, poiché era la prima volta che qualcuno accoglieva con un simile distacco la conoscenza col proprietario del club. Quella ragazza non aveva neanche finto un interesse, ma non sembrava propriamente intenzionata a liberarsi di lui, tutt’altro.
«Mi sento molto meglio», osservò lei, finalmente libera dall’imbottitura.
«Vedo», annuì il giovane, studiando le forme provocanti che spiccavano attraverso la stoffa scura. «Sei molto, molto bella.»
«Grazie», rispose Caeli. «Anche tu sei bello per essere così grande.»
Ancora una volta, Aleksy fu perplesso: lei accettava il suo complimento, lo ricambiava, ma non gliene importava niente, come se ne fosse estranea. Un uomo meno determinato di lui avrebbe fatto un passo indietro, a quel punto, ma non era quello il caso, benché già avviato in una discussione con una persona che non sembrava neanche vera. Per un momento, Aleksy sembrò persuadersi del fatto che quella ragazza non avesse tutte le rotelle a posto, ma si riteneva un valutatore troppo scaltro per scambiare per demenza quello che era un atteggiamento schietto e diretto, un comportamento degno di un bambino, forse, ma non di uno stupido; e Caeli non era certo una bambina.
Restarono in silenzio ad ascoltare la musica per un paio di minuti, sino al ritorno del cameriere. Caeli lanciò un gridolino estasiato alla vista dei bicchieri colorati, guadagnandosi l’attenzione generale del locale, ma senza curarsene.
«Al nostro incon…» esordì Aleksy, ma si fermò col bicchiere levato, perché Caeli aveva già afferrato il proprio e tirava senza ritegno dalla cannuccia. In un paio di sorsate, aveva già dimezzato la bevanda.
«Buono!» commentò lei in un brivido, massaggiandosi la fronte con una mano e ridacchiando. «Ahia! Il freddo fa male!»
«Se bevi tutto così in fretta finirai prima di me», le fece notare lui.
«Oh, scusami. Non… non dovrei?»
«Non c’è problema, te ne ordino un altro», la tranquillizzò, facendo un nuovo cenno al cameriere.
Il bicchiere di Caeli era già vuoto ben prima dell’arrivo del secondo.
«Mi viene da ridere e non so perché», sghignazzò la ragazza, incespicando per afferrare la cannuccia tra le labbra. «E ho ancora caldo…» aggiunse, stendendo un braccio lungo la superficie del tavolo e poggiandovi contro il capo.
Aleksy afferrò dolcemente quella mano che gli veniva offerta e la massaggiò nella propria.
«Mi sembri molto stanca», osservò.
«Un po’», ammise lei. «Vorrei stendermi.»
«Perché non vieni di sopra con me? Ho un letto molto comodo. Ma prima finisci il tuo tè.»
Era strano a credersi per quanto fosse facile, poiché Caeli si limitò ad annuire e bevve ancora. Quando si alzò, barcollava tanto che Aleksy dovette sorreggerla per evitarle un epocale ruzzolone. Il cameriere corse loro incontro, ma fu congedato.
«Me ne occupo io, la porto di sopra», gli assicurò Aleksy.
Il personale del locale doveva essere abituato a simili eventualità e nessuno giudicò eccezionale la pesca della serata. Caeli canticchiò stonando sulla musica della band per tutto il tempo, mentre veniva portata su per una scalinata di legno, sino al piano superiore, dove Aleksy aprì una porta blindata con una chiave. Una volta all’interno, sprangato l’ingresso, i suoni del locale erano spariti.
Caeli fu depositata sul divano di un elegante monolocale al quale lei prestò la stessa attenzione che avrebbe riservato a un’anonima parete bianca. L’unica cosa che chiese fu: «Dov’è il mio cappotto?»
«Ce l’ho io», le assicurò Aleksy e glielo mostrò mentre lo ripiegava su una sedia. «Dammi un minuto, Caeli. Non addormentarti!» l’ammonì.
«No, no, resto sveglia», gli assicurò lei con voce impastata.
Attraverso il mondo vorticante nella propria testa, Caeli studiò i gesti del nuovo amico: si era avvicinato a un tavolino poco distante e, alla luce di una lampada, allineava una polvere bianca simile a farina, dopodiché recuperò una cannuccia di metallo e la mise nel naso. Per un momento, la ragazza pensò che Aleksy avrebbe disperso quella polvere soffiando, per gioco, ma ne fu sbalordita quando la vide sparire di colpo.
«Sei un mago!» trasalì, affascinata.
Aleksy non la degnò di risposta, si massaggiò il naso col dorso della mano e si sfilò la giacca dalle spalle, la gettò su un’altra sedia, quindi si avvicinò a Caeli e, dopo essersi chinato su di lei, fece una cosa molto strana, che lei non avrebbe potuto immaginare: premette la propria bocca sulla sua e spinse in fuori la lingua, quasi volesse sfondarle i denti.
Caeli restò rigida, impietrita, spaventata senza conoscerne la ragione e stranamente debole. Respirava il sudore di quell’uomo intriso di dopobarba pungente, aveva la bocca piena del suo retrogusto acidulo mischiato a un’essenza fumosa, si sentì pervasa da una repulsione che non credeva possibile ed ebbe voglia di scalciare, di allontanarlo, ma le forze scemarono come nebbia dileguata dal vento.
A un certo punto, Aleksy la sollevò di peso per scaraventarla sul letto. Respirava come un mastino. Forse si spogliò, ma Caeli non lo vide; non vide nulla. A sua volta, non fu consapevole di essere nuda finché lui non le fu addosso e non sentì la sua pelle a diretto contatto con la propria. Aleksy le disse qualcosa all’orecchio che lei non capì, tanto era stordita, ma aveva un tono cattivo e le venne voglia di piangere, stava per farlo, quando un dolore lancinante le ricacciò indietro le lacrime.
Colpi crudeli, veloci, senza capire da che punto arrivavano e dove finivano. Sentì il respiro morirle in gola. Tentò di ribaltarsi, ma ogni movimento la folgorava con una scarica bruciante lungo le gambe, la schiena, il ventre. Poi, improvvisamente, ricordò e chiamò più forte che poteva.
«Fra!» esclamò in un sussurro soffocato, implorando il suo aiuto.
Frahazanard non rispose, non poteva, perché era rimasto nella tasca interna del cappotto.
Per un tempo che parve interminabile, Caeli restò in balìa di quella tortura d’inconcepibile orrore, si sentì sporca e violata e desiderò che tutto finisse. Fu solo quando credeva ormai d’impazzire che, finalmente, Aleksy emise un rantolo orribile, si contorse e s’irrigidì rapidamente. Per un attimo, la ragazza temette che fosse morto e quasi ne provò pietà, ma lui si rovesciò immediatamente su un fianco e si spinse di lato, rivolgendole le schiena e piombando all’istante in un sonno profondo.
Caeli giacque nuda e tremante per tutta la notte, senza osare muoversi, temendo persino di respirare per il modo in cui il proprio corpo sembrava essersi rotto. Quando il sonno la vinse erano trascorse ore intere e la notte già presagiva il gusto dell’alba.

Continua…

Caeli – Capitolo 2

Caeli2

Tremava da capo a piedi e tutto le sembrava troppo assurdo, come un tuffo in una realtà che era onirica e tangibile al tempo stesso. La sfera luminosa le era sfuggita di mano, rotolando chissà dove.
Incerta, quasi temesse di svegliarsi con un movimento eccessivo, Caeli si avvicinò allo specchio tastandosi la faccia, facendo smorfie, stentando a riconoscersi. Era davvero… diventata adulta? Di quanti anni? Si giudicò bellissima, forte, giovane, ma la bambina era ancora lì, sepolta nello spaventato sconcerto degli occhi, nell’accenno di pianto che le pronunciava le labbra rosee.
Tornando alla realtà, cercò tra le mani vuote e sul pavimento.
«Fra?» chiamò. Nessuna risposta.
Si gettò in ginocchio, gattonando alla ricerca del globo. Il bagliore rossastro attirò quasi immediatamente la sua attenzione tra i piedi di un vecchio divano. La ragazza allungò la mano premendo il viso sul logoro tappeto in un gesto assai infantile, provando un certo impaccio a causa delle nuove, generose forme del corpo che le intralciavano il movimento. Recuperato l’oggetto, si tirò su e si sedette a gambe incrociate.
«Sei stato tu?» gli chiese a bruciapelo. «Stato… o stata? Sei un maschio?»
«Sì, sono stato io, e no, non ha importanza che sia maschio o femmina.»
«Certo che ha importanza! Tutti siamo l’una o l’altra cosa, altrimenti come…»
«Puoi considerarmi un maschio», la interruppe Frahazanard con condiscendenza.
Caeli lo squadrò severamente, ma decise che aveva cose più importanti di cui occuparsi che discutere il sesso di una sfera parlante.
«Quanti anni credi che abbia?» gli chiese.
«Venti», rispose lui. «So che volevi essere adulta per abbandonare questo posto. Adesso puoi, Caeli. Cosa aspetti?»
La bambina cresciuta indugiò, guardandosi scioccamente intorno come alla ricerca di una risposta scritta sulle pareti. Era vero, aveva desiderato tanto poter abbandonare quel luogo in cui era precipitata senza ragione o giustificazione in un giorno che non ricordava, all’inizio della propria vita, ma la realizzazione repentina di un desiderio tanto profondo l’aveva messa in agitazione, facendole considerare quanto poco conoscesse del mondo esterno alle recinzioni dell’istituto.
«Ti starò accanto», la rassicurò Frahazanard in tono mite.
«Sul serio?» mormorò lei, incredula, reprimendo ancora una volta il bisogno di cedere alle lacrime. «Non so se crederti. Perché vuoi essere mio amico?»
«Ti sembra che qualcuno vorrebbe essere mio amico?» le domandò il globo, spargendo un singolare bagliore che, in un modo tutto suo, ricordava la dolcezza di un sorriso.
«Ecco… no, immagino che sia difficile avere degli amici se sei una palla.»
«È precisamente vero», le confermò Frahazanard, struggente. «Ma tu, dolce, graziosa Caeli, potresti essere la mia prima amica; e io sarò il tuo vero, unico amico.»
«Va bene!» esclamò allegramente lei, alzandosi. Solo allora, piantando i piedi sul pavimento, ricordò del momento in cui si era tolta le scarpe; i vestiti troppo piccoli, laddove non si erano lacerati per accogliere il corpo cresciuto, stringevano dolorosamente. Stare completamente ritta le era quasi impossibile. «Ahia!» si lamentò. Poi, contemplando la sfera che reggeva in mano, rifletté per un attimo tra i meandri delle vorticose tinte. «Se sei riuscito a farmi diventare grande, potresti procurarmi anche degli abiti adatti, per favore?»
Con un flash scarlatto, la tensione dei vestiti si allentò e scomparve. Caeli contemplò i propri abiti con meraviglia: erano gli stessi che indossava in precedenza, ma la magia li aveva ingranditi per adattarli al nuovo fisico. Le scarpe, debitamente cresciute, si erano materializzate ai suoi piedi.
«Forte!» commentò, ammirata dall’effetto che faceva la giacca di pelle sul corpo snello.
«Ti suggerisco di affrettarti, Caeli», le ricordò Frahazanard. «Suor Benedykta verrà presto a cercarti per la punizione, giusto?»
«Hai ragione!» convenne lei, senza farsi troppe domande sul perché il globo conoscesse suor Benedykta: lo sistemò accuratamente nella tasca dal quale era affiorato e, una volta chiusa la giacca sul petto prominente, raggiunse in un lampo la finestra e l’aprì.
Fuori, un venticello crudele increspava l’aria rigida, mischiando l’odore della neve imminente al fumo dei camini. L’ufficio di suor Benedykta era al secondo piano, ma Caeli scavalcò il davanzale senza indugi e restò in equilibrio sullo scivoloso rilievo perimetrale che avvolgeva l’edificio come una fascia di marmo. Non era la prima volta che si cimentava in certe acrobazie: l’estate precedente, Jerzy l’aveva sfidata proprio a intrufolarsi nell’ufficio dal quale stava uscendo; il fatto che nessuno li avesse scoperti era un miracolo. Per risalire dall’esterno, era stato necessario scalare un albero che cresceva a circa dieci passi di distanza dalla finestra.
Caeli strisciò con la schiena lungo il muro, avvertendo il ghiaccio scricchiolare sotto le suole. Procedeva con estrema cautela, per nulla certa delle nuove proporzioni, ma fu con insolita rapidità che raggiunse il ramo sporgente al quale si aggrappò per guadagnare il tronco. S’inoltrò tra le fronde spoglie dell’albero, bloccandosi di colpo quando il legno gemette sotto il proprio peso. Silenzio. In lontananza, dall’interno dell’istituto, udiva l’incessante confusione dei bambini. Provò un tuffo al cuore d’improvvisa nostalgia e pensò a tutti loro e a Joanna, al modo in cui li stava abbandonando senza neanche salutarli. Non poteva essere un addio, si disse, ed era ormai troppo decisa a sfruttare l’occasione per tornare indietro.
Dai rami dell’albero, era possibile raggiungere facilmente una delle colonne di mattoni che costituivano parte della recinzione, dove la sommità liscia ospitava uno strato di neve compatta. Caeli vi si calò agilmente, ma non poté evitare di spezzare un ramo con uno schiocco secco e un tonfo tra i cespugli. Non vi badò. Oramai, solo un balzo la separava dalla libertà.
La colonna era grande abbastanza da ospitarla, vi s’inginocchiò e piantò le dita gelide lungo gli spigoli, guardandosi intorno alla ricerca di un appoggio. Non era particolarmente tentata dai sacchi di spazzatura sulla destra; d’altra parte, la strada era ancora deserta. Prese al volo l’unica risoluzione e saltò. Si lasciò sfuggire un piccolo urlo all’impatto, ma la neve attutì efficacemente l’urto.
Un sospiro, un fremito, un’occhiata su per la colonna: era molto più bassa vista da quella prospettiva, ma che importava? Caeli si alzò in piedi stentando a credere di essere davvero fuori. Le venne da ridere, da piangere, sentì le mani formicolare d’eccitazione e il cuore tambureggiarle in petto con prepotenza. Finalmente libera, senza una ragione, cominciò a correre giù per l’ampio viale, verso il cuore della città.

* * *

Con l’avanzare della notte, la fitta rete dei rami spogli intrappolò la luce dei lampioni lungo le strade alberate, conferendo alla cittadina un’atmosfera fiabesca.
Caeli aveva corso sino a non avere più fiato, ma anche da stanca non si era fermata e aveva continuato a camminare, rivolgendo sguardi traboccanti di stupore e meraviglia a qualunque cosa la circondasse. La gioia della libertà a lungo sognata non le consentiva di ragionare troppo sui vestiti impregnati di sudore, sul freddo che risaliva dalle scarpe zuppe e le penetrava le mani gelide, sul percorso che stava seguendo per evitare di perdersi. Ciò che non poteva ignorare, tuttavia, era la fame. Un brontolio insidioso dello stomaco la obbligò a fermarsi, guardarsi intorno e riflettere. La neve era alta e non c’era molta gente in giro, sebbene alcuni negozi fossero ancora aperti. Non le avrebbero venduto niente senza denaro, questo lo sapeva bene, ma forse poteva chiedere consiglio al nuovo amico. Senza smettere di camminare, provò a chiamarlo.
«Fra? Ci sei?»
«Finché potrai toccarmi, potrai anche sentirmi», la tranquillizzò lui. «Hai fame, Caeli?»
«Tanto», annuì lei in un lamento infantile. «Ma non ho soldi. Come posso fare?»
«Non pensarci. Vedi quel negozio dall’altra parte della strada? Lì dentro troverai da mangiare. Va’, al resto penserò io.»
Un minuto più tardi, la porta di un piccolo minimarket si aprì e il ragazzo seduto dietro al bancone scattò sull’attenti.
«Buonasera», salutò lei, educatamente, sentendosi un po’ a disagio.
«S-salve», replicò l’altro a mezza voce. Era un giovane mingherlino appena ventenne con indosso un grembiule verde troppo grande, dal viso smunto e invaso dall’acne sotto una massa scomposta di capelli rossi. Al sopraggiungere di quella ragazza aveva lasciato cadere il fumetto che stava leggendo. In principio non sembrò molto convinto della sconosciuta dagli abiti scompagnati e fradici, ma quando il silenzio divenne imbarazzante e lei sembrava ostinatamente decisa a non parlare per prima, il ragazzo si schiarì la voce e le si rivolse con un timbro più marcato, degna dell’adulto che pretendeva di essere. «Cosa… cosa posso fare per lei, signorina?»
«Ho solo fame», rispose Caeli con semplicità. «Potrei mangiare qualcosa?»
Il ragazzo non si aspettava una richiesta simile, soprattutto quando gli scaffali ospitavano una gran varietà colorata di cibarie in tutte le confezioni. Per un momento, gli sovvenne che quella potesse essere una mendicante, ma non aveva l’aria di una senzatetto e, più facilmente, la giudicò un’adolescente qualsiasi. Non volendo rischiare di offenderla, si limitò a indicarle l’esposizione con un gesto teatrale della mano.
«Si… si serva pure. Siamo qui per questo», aggiunse, ma la sua voce si affievolì sul finale.
Caeli era scattata al primo assenso, si era precipitata sugli scaffali e aveva recuperato un paio di confezioni di biscotti, della marmellata, cioccolato, caramelle gommose, rotelle di liquirizia, pasticcini confezionati e una crostata al limone. Con le braccia stracolme, sotto gli occhi perplessi del commesso, riversò il bottino sul bancone accanto alla cassa e strappò le confezioni, divorando ogni cosa scompostamente, con l’ingordigia di una locusta.
Il ragazzo era rimasto impietrito: pregò che non entrasse nessun altro cliente in quel momento e, soprattutto, che suo padre non tornasse a reclamare il controllo del negozio. In realtà, se non fosse stato per il rischio che si stava assumendo assecondando quella svitata, sarebbe riuscito a godersi la rara compagnia di una ragazza tanto bella. Alla fine prese una decisione: non poteva andare peggio di così e se lei l’avesse rapinato non sarebbe cambiato più niente.
«Vorrebbe una birra?» azzardò, speranzoso.
«Bi… birra?» gli fece eco lei, spostando di lato un pastoso boccone di dolciumi.
«Non ha sete?»
«Ah, sì! Latte!» esclamò, poi rifletté un momento ed aggiunse: «Per favore».
Sempre più stralunato, il ragazzo recuperò una confezione dal frigorifero alle proprie spalle e lo posò sul bancone; si era appena voltato, cercando di recuperare un bicchiere di plastica da qualche parte, quando udì uno strappo e scorse la ragazza portare la bottiglia direttamente alle labbra. Beveva con tale avidità che alcuni rivoli biancastri le scivolarono giù lungo il mento, andando a macchiarle la sciarpa.
Per quanto molti avrebbero trovato disgustosa quella scena, il ragazzo ne fu ammaliato: vi era qualcosa di conturbante in lei, un’aria distaccata e innocente, ma spregiudicata al tempo stesso. Credendo di farle un favore, le avvicinò distrattamente un mucchietto di tovaglioli, ma lei non vi prestò attenzione e continuò a mangiare.
«Io sono Szymon», si presentò lui all’improvviso.
La ragazza dovette deglutire di colpo prima di rispondere.
«Io Caeli», gli disse, sorridendo, dopodiché riprese a mangiare.
«Sei…» azzardò lui, tentando una forma più colloquiale alla quale lei non si oppose. «Sei straniera?»
«No, perché?»
Szymon non volle correre il rischio di offenderla commentando lo strano nome, quindi optò per quella che era la seconda ragione delle sue perplessità.
«Non ti ho mai vista da queste parti.»
«Ah…» replicò lei, pulendosi la bocca col dorso della mano senza troppe cerimonie, riflettendo tra sé. «Sono qui… solo di passaggio», spiegò.
«Capisco…» annuì lentamente il ragazzo, grattandosi la nuca con scarsa convinzione; poi, sporgendosi appena in avanti sul bancone, le domandò a voce più bassa: «Hai fatto qualcosa di brutto?»
«No, no», rispose Caeli, scuotendo enfaticamente il capo. Poi, come ricordandosene proprio in quel momento e masticando una barretta al cioccolato: «Ho dato un pugno a Michalina, ma se lo meritava. Voleva fare la cattiva con Joanna, che è troppo piccola per difendersi, allora io le ho detto di restituirle la giacca, ma lei niente, così l’ho colpita prima che potesse farlo lei».
«Hai fatto bene», confermò Szymon, che non aveva capito niente di quella storia tranne il fatto che, in linea di massima, doveva trattarsi di un’ingiustizia ai danni di una certa Joanna.
«Ah, mi sento meglio», sospirò lei, abbandonando mezzo biscotto nel barattolo della marmellata, tra un putiferio di briciole e cartacce.
«C’è del denaro per te nella tasca dei pantaloni», le disse Frahazanard.
«Giusto!» esclamò la ragazza, lasciando Szymon in dubbio, ma questi non ebbe il tempo di aggiungere altro che la ragazza gli allungò un paio di banconote sotto il naso. «Ecco!»
«Io… aspetta, aspetta… lasciami prima…» borbottò, premendo le dita tremanti sul registratore di cassa. Il totale della spesa era esattamente pari al denaro che gli era stato offerto. «Va bene», annuì, incassando. «Vorresti un sacchetto?»
«Per fare cosa?»
«Per… per portare via tutta questa roba, no?» azzardò lui.
«Oh, non importa!» esclamò Caeli, sorridendogli in quel suo modo cristallino. «Mangiala tu se vuoi. Ciao, Szymon!» e, senza aggiungere altro, abbandonò il negozio.
Szymon restò imbambolato come un idiota per almeno un minuto, senza capire se quello fosse solo uno strano sogno. Provò a darsi un pizzicotto e lo scenario non cambiò. Pensò agli amici, a quando avrebbe raccontato loro dello schianto di ragazza che era entrata nel negozio, ma cosa c’era da raccontare, dopotutto? Mesto, abbassò lo sguardo sul disordine che ingombrava il bancone: dolci. Dolci dappertutto.
«Che gusti da bambina», commentò. Poi si guardò intorno, come se qualcuno potesse spiarlo attraverso gli scaffali, e quando fu certo di essere completamente solo, afferrò quel biscotto mangiato a metà e se lo ficcò in bocca. Pastafrolla e albicocche. Si concentrò intensamente, provando a immaginare il sapore delle labbra di quella ragazza.

Continua…

Caeli – Capitolo 1

Caeli1

Se qualcuno le avesse chiesto il nome, lei non avrebbe esitato a rivelare quel breve miscuglio di lettere che la identificava. Un nome è soltanto un nome, no? Allo stesso modo doveva pensarla la persona che l’aveva abbandonata quando aveva solo pochi giorni di vita, raggomitolata in una coperta, assieme a un foglio di carta tutto unto dove un ramo bruciato aveva tracciato la parvenza di un nominativo.
Caeli.
Non era un nome. Non era neanche un cognome, ma era l’unica cosa che le apparteneva. I vestiti che indossava erano un dono scartato da famiglie vere, di quelle che abitavano nelle case, per quei bambini orfani che limitavano il proprio universo al cancello di un cortile; ed erano presi in prestito, perché li avrebbe ereditati qualcuno più piccolo quando lei fosse diventata troppo grande. Non erano suoi neanche i capelli dorati e gli occhi del colore dell’alba, perché le suore sostenevano che quelli fossero doni di Dio e, com’è risaputo, tutto quello che Dio offre con una mano la riprende con l’altra. Le avevano detto che aveva otto anni e che sapeva assai poco del mondo, ma era già abbastanza grande da accorgersi che lei, a differenza di molti altri, non conosceva il giorno del proprio compleanno. C’era un giorno di comune festeggiamento per tutti gli orfani come lei, una volta l’anno, ma persino quella giornata apparteneva al Signore, a dimostrazione del fatto che si trascorreva la maggior parte del tempo impegnati nei dovuti rituali e ben presto era già ora di andare a letto, così che gli orfani senza data si ritrovavano comunque con una festa di meno.
Una primavera dopo l’altra in quella manciata di stagioni vissute, Caeli aveva osservato alcuni amici andare via con una mamma e un papà nuovi di zecca. Come tanti altri, anche lei era stata esaminata da quegli adulti venuti apposta per uno di loro, per portare via un bambino o una bambina in un posto nuovo, regalare la bontà di una famiglia e un futuro, dicevano alcuni, alludendo a qualcosa che doveva essere molto importante. Caeli non riusciva a credere che quelle persone fossero proprio felici di prendere un bambino: li guardavano per interi minuti con una faccia tutta seria, concentrata, come quando c’è da scegliere i compagni di squadra per giocare a palla e restano solo quelli più scarsi in fila. Talvolta, qualcuno rivolgeva loro delle domande alle quali bisognava rispondere bene e con sincerità. In ogni caso, non era detto che gli adulti portassero via qualcuno ogni volta.
Certe mamme e certi papà si erano interessati a Caeli, ma nessuno l’aveva mai scelta. Forse agli adulti non piacevano i bambini con nomi strani o troppo vivaci; forse si era comportata male e una suora gliel’aveva detto; oppure… oppure era Caeli che non aveva voglia di andarsene e loro finivano per capirlo. Che gli adulti fossero strani era un dato di fatto: preferivano portarsi a casa bambini tanto sciocchi, obbedienti e noiosi che era un miracolo se nessuno era mai tornato indietro per chiedere di fare cambio. Suor Asumpta tornava sempre al mercato se qualche venditore le aveva rifilato della merce scadente, perciò perché le mamme e i papà non avrebbero dovuto fare altrettanto?
In ogni caso, per Caeli non era un grosso problema restare all’orfanotrofio. Non voleva una mamma e non voleva un papà, ma solo… andare fuori. Talvolta, l’idea di abbandonare il luogo in cui aveva trascorso tutta la vita le sembrava assurda, ma per quanto si sforzasse non c’era verso di mandarla via. Era stanca di quell’esistenza abitudinaria e voleva scoprire se il mondo che quello strano Dio aveva creato fosse davvero tanto splendido come dicevano. Forse, le era capitato di pensare, era proprio la contraddizione di quegli insegnamenti a farle desiderare il mondo esterno: tutte le sorelle la conoscevano sin da quando era stata accolta e, ad eccezione di un paio che erano andate a stare con Dio, le avevano donato otto anni di affetto profondo; ma quanto all’amore che un Creatore distante riservava a tutta l’umanità… di quello neanche l’ombra. Forse era compito delle mamme e dei papà amare i bambini, non delle suore, ma questo Caeli avrebbe voluto scoprirlo.
«Prima o poi avrai anche tu una famiglia», le ricordava severamente suor Benedykta, l’istitutrice, quando la sorprendeva a crogiolarsi nei soliti sogni a occhi aperti. «Se così non fosse, quando sarai più grande imparerai un mestiere e potrai andartene e condurre la vita che preferisci. Questa non è una prigione!»
Caeli non sapeva neanche cosa fosse una prigione, ma era certa che c’entrasse ben poco con le storie narrate e i giochi in cortile. In prigione erano vestiti tutti uguali e questo, in un certo senso, non rendeva le suore vere prigioniere di quell’istituto? Del resto, trovare solo due bambini con indosso sciarpe completamente identiche era un evento raro come l’eclissi.
«Lo sai che oggi arriveranno i vestiti nuovi?» cinguettò la piccola Joanna, una bambina che era sempre stata così magra e cagionevole da rendere a dir poco ridicola la gioia con la quale accoglieva l’arrivo delle donazioni. «Credi che potrei trovare un bell’abito rosso?»
Caeli riteneva improbabile quella fantasia: nessuno si sarebbe privato di una rarità come sognava Joanna, ma si limitò a scuotere le spalle lasciandole intendere che sì, forse c’era una possibilità. Come sempre, i bambini avrebbero trascorso l’intero pomeriggio a frugare in quelle grandi buste di plastica nella più assoluta confusione; ciò voleva dire tenere occhi e orecchie bene aperti, soprattutto se scoppiava qualche litigio e Joanna rischiava di restarne coinvolta. Gli altri tendevano a dimenticare quanto fosse fragile. Caeli, al contrario, era abbastanza tenace da essere competitiva persino nei giochi e nelle zuffe dei maschi.
Le due amiche si calarono i cappelli di lana in testa e passeggiarono per il cortile innevato, nella luce più tenue del giorno che si avviava verso sera. Le donazioni dei vestiti arrivavano ogni sei mesi circa e, per l’occasione, le lezioni terminavano sempre un po’ prima. Nell’attesa, i bambini si riversavano all’aperto e affollavano il cortile. In quel momento, era in corso una violenta battaglia a palle di neve e grida e risate echeggiavano dovunque.
«Caeli! Caeli, vieni! Ci serve aiuto!» la chiamò Pawel a gran voce, così immedesimato nel gioco da parlare con l’enfasi di un vero soldato di trincea.
«Adesso non ho voglia», ribatté l’interpellata, accostandosi più che poteva all’amica per proteggerla da un eventuale assalto.
«Alla carica!» esclamò Jerzy in un acuto comando, guidando la feroce avanzata di cinque ragazzini in una scarica mitragliante di neve. Pawel e i suoi indietreggiarono e Caeli approfittò dell’occasione per sgusciare oltre la zona di guerra.
«Quanto ci mettono ad arrivare?» sbottò Joanna, impaziente.
In quel mentre, la novizia Klara accorse giù per la scalinata con tutto lo slancio della giovane età, il cappotto aperto sopra l’abito scuro e la voce squillante che sovrastò gli schiamazzi.
«Tornate dentro, bambini! Tutti! Sta per arrivare il furgone! Dentro in sala, veloci!»
Qualche altra palla di neve volò alla ricerca di un bersaglio, ricadendo pesantemente al suolo mentre orfani piccoli e grandi abbandonavano lo spazio aperto, rientrando nell’edificio. Lì, pressati come meglio potevano contro i vetri appannati, osservarono la novizia Klara aprire il cancello e accogliere il mezzo che avanzò lasciando profondi solchi scuri sul vialetto innevato.
Caeli osservò che molte bambine erano su di giri almeno quanto Joanna, mentre i maschi vivevano l’evento da un punto di vista più pratico. Pawel rideva con gli amici e si augurò a gran voce di trovare qualche calzino in più, sfilandosi la scarpa per l’occasione e mostrando il grosso alluce ingiallito che sbucava quasi del tutto da un foro nella lana.
I due uomini che erano scesi dal furgone aiutarono le sorelle a portare le gonfie buste scure nella sala comune e, prima che potessero depositarle sul pavimento, furono attorniati da almeno due dozzine di bambine urlanti.
«Non spingete e non litigate!» ammonì severamente suor Benedykta. «Cercate di andare d’accordo! Badate che sono disposta a mettervi in punizione dal primo all’ultimo!»
Caeli si tenne vicina a Joanna per impedirle di restare travolta, riuscendo a guadagnare un po’ di spazio in sicurezza. Si limitò a scoccare uno sguardo d’invidia ai maschi, che si tenevano saggiamente a distanza e avrebbero scelto i propri vestiti più tardi, con calma. Difficilmente avrebbero litigato, pensò la bambina.
«Guarda che bella!» esclamò Joanna, sollevando tra le dita una gonna a motivi floreali tanto lunga che non avrebbe potuto indossare senza il concreto rischio d’inciampare a ogni passo. «E questa camicetta? Fantastica!»
«È troppo leggera e il tempo sarà freddo ancora a lungo», osservò Caeli. «Cerca qualcosa di più caldo.»
Joanna affondò le braccia sottili in un secondo sacco e rovistò inutilmente per alcuni secondi, quasi cercando d’indovinare col tatto ciò che avrebbe estratto. Un istante dopo, levò una giacca di pelle nera e opaca, fissandola con occhi sgranati e bocca dischiusa in una muta contemplazione di cinghie, fibbie e cerniere. Persino Caeli, suo malgrado, non poté negarne il fascino trasgressivo.
Le due amiche erano rimaste ferme e intontite, quando una mano guizzò come un artiglio e strappò via la giacca dalla presa di Joanna.
«Ehi!» protestò la più piccola. «Ridammela!»
Il sogghigno di Michalina le fece brillare gli occhi scuri di cattiveria. Aveva nove anni ed era tanto prepotente da lasciar credere che sarebbe rimasta in orfanotrofio più a lungo di chiunque altro.
«Questa non è per te, Joanna», disse. «Cerca qualcosa di più adatto ai mocciosi.»
«Non è vero! L’ho trovata io!» strillò l’altra con gli occhi già pieni di lacrime.
Caeli si guardò intorno alla ricerca di un sostegno qualsiasi, ma le poche suore rimaste erano già impegnate a sedare alcuni piccoli litigi. Decisa a non cedere terreno, cercò di placare l’amica con una mano sulla spalla e fece un passo avanti.
«Restituiscigliela», le ordinò con voce ferma. «È vero che l’ha trovata lei e se non hai niente da scambiare…»
«Non me ne importa niente degli scambi!» esclamò Michalina e fece atto d’indossare la giacca, ma fu allora che Joanna afferrò coraggiosamente una manica dell’indumento, causa di discordia, e strattonò con tutte le forze.
«No! Ho detto che è mia! Mia!»
Michalina era molto alta e irascibile, disposta a perdere le staffe alla minima provocazione: sollevò la mano e si preparò a una sferzata, ma Caeli fu più veloce e, afferrato il bavero della giacca con la sinistra, sferrò un destro in faccia all’altra bambina, scaraventandola in mezzo ai sacchi.
Il litigio era stato tanto plateale che attirò l’attenzione generale e, di colpo, la sala piombò nel silenzio. Per un momento, l’unico suono fu il respiro corto e ferito di Michalina, i suoi occhi lucenti di lacrime e sfolgoranti d’ira oltre le cortine di capelli neri e un segno bluastro che prendeva forma sul suo zigomo. L’attenzione si spostò sulla bambina che aveva conquistato la giacca.
«Caeli!» tuonò suon Benedykta, avanzando severa sotto sguardi atterriti. Era l’immagine dello sdegno. «Esigo una spiegazione, signorina! Adesso!»
Caeli gliela fornì, ma evidentemente non era quello che la suora si aspettava di sentire.
«Nessuna ragione giustifica la violenza! Va’ subito nel mio ufficio e non osare muoverti! Quando qui avremo finito faremo un bel discorsetto!»
Trattenendo strenuamente un pianto per l’ingiustizia subìta, la bambina abbandonò la sala strisciando i piedi in un silenzio imbarazzato. Si era stretta quella giacca tra le mani, come per ricavarne conforto, ma non lo realizzò fin quando non raggiunse l’ufficio di suor Benedykta.

* * *

C’era da aspettarsi che facesse tanto freddo: non era la prima volta che Caeli veniva convocata in quel luogo per rispondere di qualche colpa. L’esperienza le aveva insegnato che l’attesa era sempre peggiore di qualsiasi punizione, ma in quell’occasione c’erano persino i brividi a farle desiderare che tutto finisse il prima possibile. Restò seduta per alcuni minuti, chiedendosi se suor Benedykta le avrebbe rimproverato d’aver acceso la vecchia stufa, quando ricordò di essersi portata dietro quella giacca causa di tanto scompiglio.
«Che sciocca», disse, mesta, e la indossò. La giacca era troppo larga persino per lei, perciò era semplicemente ridicolo che proprio Joanna si fosse infervorata tanto per ottenerla. Tuttavia, non poté impedire a se stessa di studiarsi nello specchio e realizzare che non stava poi troppo male, dopotutto. C’era solo un dettaglio, in corrispondenza del petto, che la infastidiva.
La ragazzina tastò, scoprendo immediatamente la presenza di una tasca interna. Era una palla quella cosa che sentiva? Le sue dita avvolsero una superficie vetrosa e, una volta estratto l’oggetto, un bagliore scarlatto impregnò la stanza.
Caeli avrebbe urlato per la paura, ma il grido le morì a fior di labbra. I suoi occhi azzurri erano diventati di un intenso viola nella contemplazione di quella sfera luminosa: sapeva che avrebbe dovuto provare terrore, ma nulla l’aveva mai affascinata di più. Di colpo, l’inquietudine si trasformò in estasi e una voce gentile scaturì dalle profondità infuocate.
«Qual è il tuo nome? Se me lo dici, ti dico il mio.»
«Caeli», rispose la bimba con ovvietà. «Tu come ti chiami?»
«Frahazanard.»
«Fra… cosa? Fra?»
«Se così preferisci, andrà bene.»
La piccola inarcò un sopracciglio con aria dubbiosa e si accomodò lentamente sulla rigida sedia dinanzi alla scrivania, sorreggendo il globo tra le mani.
«Sei un angelo, Fra?» chiese, cercando di contestualizzare con le proprie conoscenze ciò che non capiva.
«No», ribatté Frahazanard, divertito, simulando una risata tramite una successione di lampi.
«Allora sei cattivo?»
«Neanche. Sono qui per te.»
«Per me? Perché?»
«Mi hai trovato.»
«Scusa, ho fatto male?»
«No», le assicurò Frahazanard. Seguì una breve pausa. «Perché sei triste, Caeli?»
«Suor Benedykta mi punirà, ma non ho fatto niente di male», piagnucolò la bambina, cogliendo al volo l’occasione per sfogarsi. «Ho dato un pugno a Michalina, è vero, lo so che ho sbagliato, ma se non l’avessi fatto lei avrebbe picchiato Joanna. E Joanna è molto più piccola! Poteva farle male davvero! E invece daranno la colpa a me. Vorrei che Michalina se ne andasse, ma chi la prenderebbe mai? Farò prima a crescere e andarmene e ci vorrà ancora tanto tempo», sospirò.
«Vorresti diventare grande?» le chiese il globo.
«Sì», annuì la bambina a malincuore.
«Io posso aiutarti se vuoi.»
«Come?»
«Posso far sì che tu cresca adesso.»
Le sopracciglia di Caeli si avvicinarono e, quella volta, fu a causa di un’aperta diffidenza.
«Cosa significa?» domandò dopo averci riflettuto a lungo, senza successo.
«Dimmi solo se tu lo vuoi, Caeli. Se è tuo desiderio, puoi essere una donna. Non vuoi lasciare questo posto? Non vuoi scoprire il mondo?»
«Sì che vorrei!» esclamò la bambina. «È possibile…» ancora una volta, un grido le morì in gola.
I jeans si serrarono alla sua vita come un cappio, mozzandole il respiro; le spalle gemettero lottando contro la maglietta sino a strapparla. Freneticamente guidata dall’istinto, lasciò cadere la sfera e si affrettò a sfilarsi le scarpe dai piedi. Tutti i vestiti stavano rimpicciolendo per soffocarla, pensò con orrore; un istante dopo, tuttavia, realizzò che era il mondo intero a restringersi. Fu solo verso la fine che le fu chiara la cosa più impensabile, ciò che Frahazanard le aveva detto e che la paura era riuscita a cancellare per un momento.
L’incanto svanì così com’era cominciato e Caeli si alzò in piedi, barcollando lievemente, puntellandosi sullo schienale della sedia. Non c’era muscolo del corpo che non le dolesse, ma era una sofferenza estranea e molto più sopportabile di quanto avrebbe creduto. Si fermò davanti allo specchio, contemplando nuovamente quella giacca scura che le calzava a pennello, accarezzandosi il viso con la punta delle dita, lasciando scivolare la mano sulle rotondità che tendevano sino all’eccesso il maglione di lana.
Stordita, incredula, studiò con timida ammirazione il proprio corpo di donna.

Continua…