Caeli – Capitolo 2

Caeli2

Caeli tremava da capo a piedi e tutto le sembrava troppo assurdo, come un tuffo in un sogno schifoso. Appiccicò il naso allo specchio, si tastò la faccia, fece smorfie. Quella donna era lei; eppure, era un’altra persona. Quanti anni aveva? Non credeva di poter diventare tanto bella e sentire di colpo quella forza nelle mani. La bambina era ancora lì, sepolta nello sconcerto degli occhi, nell’accenno di pianto pronunciato sulle labbra rosee.
La biglia! Si guardò i palmi. «Fra?»
Nessuna risposta. Doveva esserle caduto.
Si gettò in ginocchio e gattonò verso la fonte di chiarore rossastro, tra i piedi del vecchio divano. Premette il viso sul tappeto e allungò la mano per recuperarlo. Accidenti, con quelle tette non era facile stare distesa! Trattenne il fiato e afferrò la sfera, tiepida tra le dita raggelate di tensione, si tirò su e sedette sul pavimento a gambe incrociate.
«Sei stato tu?» Un momento: c’era una faccenda da stabilire, prima. «Stato… o stata? Sei un maschio?»
«Sì, sono stato io, e no, non ha importanza che sia maschio o femmina».
«Certo che ha importanza! Tutti siamo l’una o l’altra cosa, altrimenti come—»
«Puoi considerarmi un maschio». Fra non sembrava molto interessato a quel discorso. Strano.
Caeli gli fece un broncio severo. Be’, tutto sommato, aveva cose più importanti di cui occuparsi. «Quanti anni ho, adesso?»
«Venti». Quella roba, invece, lo esaltava molto. «So che volevi essere adulta per abbandonare questo posto. Adesso puoi, Caeli. Cosa aspetti?»
Lei scoccò un’occhiata da una parte all’altra dell’ufficio. Era davvero molto più piccolo, quello spazio lì. Ed era vero, aveva desiderato tanto poter abbandonare un luogo in cui sapeva che non avrebbe dovuto vivere, ma la paura di lasciarsi tutto alle spalle non l’aveva mai immaginata. Conosceva davvero poco del mondo esterno. E se si fosse fatta male?
Il chiarore della biglia si fece un po’ più caldo. «Ti starò accanto».
«Sul serio?» Quella volta, trattenere il pianto fu complicato. «Non so se crederti. Perché vuoi essere mio amico?»
«Ti sembra che qualcuno vorrebbe essere mio amico?» Quel bagliore era dolce quanto un sorriso.
«Ecco… No, immagino che sia difficile avere degli amici se sei una palla».
«È vero in modo triste». Anche la voce di Fra si era fatta malinconica. «Ma tu, dolce, graziosa Caeli, potresti essere la mia prima amica; e io sarò il tuo vero, unico amico».
Che simpatico! «Va bene!» Caeli balzò in piedi e le setole del tappeto la punsero attraverso i calzini.
Già, si era tolta le scarpe; e i vestiti, che erano sempre stati troppo grandi, la stringevano forte.
Provò a stare ritta e le fibre le segarono le spalle. «Ahia!» Però, forse, se solo l’avesse chiesto… Puntò lo sguardo nel nucleo rosso della sfera, in quel mulinello di fuoco. «Fra, se sei riuscito a farmi diventare grande, potresti procurarmi anche degli abiti adatti, per favore?»
Un lampo scarlatto le fece chiudere gli occhi e la tensione dei vestiti scomparve. Caeli si guardò, tastò da tutte le parti: gli abiti erano gli stessi, ma la magia li aveva ingranditi. Anche le scarpe erano cresciute e si erano infilate ai piedi da sole.
Le venne da ridere. «Forte!» La giacca di pelle era davvero carina sul corpo snello.
La voce di Fra si fece ansiosa. «Ti suggerisco di affrettarti, Caeli. Suor Benedykta verrà presto a cercarti per la punizione, giusto?»
Lei annuì. «Hai ragione. Poi me lo spieghi come la conosci, suor Benedykta». Ripose la sfera nella tasca interna della giacca, che sembrava fatta apposta, e la sua sagoma si sommò a quello della tetta in un modo proprio buffo. Ci avrebbe pensato dopo: chiuse la zip, corse alla finestra e l’aprì.
Un venticello crudele le portò in faccia l’odore della neve mescolato al fumo dei camini. L’ufficio di suor Benedykta era al secondo piano.
Caeli scavalcò il davanzale e poggiò i piedi sul cornicione che avvolgeva l’edificio. Non era la prima volta che lo faceva, Jerzy l’aveva già sfidata a entrare nell’ufficio, una volta, per recuperare le figurine dei calciatori che avevano fatto litigare tutti i maschi. Con i piedi un po’ più piccoli, sarebbe stato più facile. Proprio lì davanti, la quercia protendeva le fronde spoglie.
Caeli trattenne il fiato e si aggrappò al ramo più grosso. Non si fidava per nulla delle nuove proporzioni, ma era agile e più forte che mai. Solo… bisognava capire come muoversi e cosa non colpire. Salì sull’albero e il ramo mandò un lamento attraverso le suole. Cavolo! Squittì di paura e si aggrappò al tronco per scendere piano, un passetto alla volta.
Dall’interno dell’istituto, il chiasso degli altri bambini oltrepassava le pareti. Li stava abbandonando senza neanche salutarli. Joanna ci sarebbe rimasta tanto male, però… Non poteva essere un addio, sarebbe tornata! Se non faceva un giretto fuori, non se lo sarebbe mai perdonato.
Le fronde della quercia arrivavano su una delle colonne di mattoni incastrate nel muro di cinta. Caeli si calò senza sforzo, ma un ramo schioccò, cedette all’ultimo e precipitò tra i cespugli. C’era mancato poco! Ormai, solo un balzo la separava dalla libertà.
La colonna era grande abbastanza da ospitarla. S’inginocchiò sulla testa piatta e artigliò le dita lungo gli spigoli incrostati di ghiaccio. Le serviva un appoggio. I sacchi di spazzatura sulla destra non la tentavano troppo; d’altra parte, poteva passare qualcuno da un momento all’altro e non era il caso di aspettare troppo tempo. Si fece coraggio e saltò, strillò, affondò nella neve soffice.
Aveva avuto paura per nulla. Sospirò tra i fremiti e alzò gli occhi sulla colonna: era molto più bassa vista da quella prospettiva, ma che importava? Si alzò in piedi col fiato corto. Era fuori, era davvero libera! Le venne da ridere, da piangere, le mani formicolarono d’eccitazione e il cuore picchiò nel petto.
Corse giù per l’ampio viale. Aveva sempre desiderato vedere il centro della città.

*

Era sempre più buio. Sulle strade, i rami spogli intrappolavano la luce dei lampioni. Sembrava di stare in una fiaba.
Caeli non aveva più fiato dopo la corsa, era stanca, ma non si era fermata neanche un momento. Anche se i vestiti erano già impregnati di sudore e il freddo risaliva dalle scarpe zuppe, era troppo bello osservare le vetrine dei parrucchieri, dei negozi di animali, quelli che vendevano mobili, l’ambulatorio di un medico. L’unica cosa che non poteva ignorare era la fame.
Un crampo allo stomaco la obbligò a fermarsi e guardarsi intorno. Forse, quel corpo grande aveva bisogno di più cibo. Non le avrebbero venduto niente senza denaro, ma forse poteva chiedere consiglio al suo nuovo amico.
«Fra? Ci sei?»
«Finché potrai toccarmi, potrai anche sentirmi. Hai fame, Caeli?»
«Tanto», piagnucolò lei. «Ma non ho soldi. Come posso fare?»
«Non pensarci. Vedi quel negozio dall’altra parte della strada? Lì dentro troverai da mangiare. Va’, al resto penserò io».
L’insegna diceva “Minimarket” e c’erano casse di frutta in vetrina. Gli scaffali, però, erano pieni di roba colorata. Caeli attraversò il viale tra le pozzanghere di ghiaccio schiacciato dalle automobili, raggiunse la porta e la spinse. Un campanello trillò all’ingresso e il ragazzo seduto dietro al bancone scattò sull’attenti.
Che buffo! Lui aveva una faccia brufolosa, magro magro in quel grembiule verde, con i capelli tutti rossi. Non diceva niente, la guardava e basta con la bocca aperta. Ovvio, andava salutato!
Caeli si schiarì la voce. «Buonasera». Era così affamata da aver dimenticato le buone maniere.
«S-salve», gracchiò lui. Che voce strana. Però doveva essere simpatico, stava leggendo i fumetti. Intrecciò le mani sul bancone. «Cosa… cosa posso fare per lei, signorina?» La sua voce si era fatta più profonda.
Caeli scrollò le spalle. «Ho solo fame. Potrei mangiare qualcosa?»
Il ragazzo si sistemò gli occhiali sul naso e fece una faccia strana. Gli tremò il braccio, ma lo alzò e tese la mano agli scaffali. Doveva essere un sì. «Si… si serva pure. Siamo qui per questo…»
Caeli si precipitò sugli scaffali e tirò giù un paio di confezioni di biscotti, un barattolo di marmellata, una tavoletta di cioccolato, caramelle gommose, rotelle di liquirizia, pasticcini confezionati e una crostata al limone. Non aveva più spazio tra le braccia, andò al bancone e piazzò tutto sul fumetto del ragazzo, che stava dritto come una bella statuina.
Strappò la plastica della crostata, la ruppe con le mani e se la portò alla bocca. Era dolcissima, forse anche un po’ troppo, ma riempiva lo stomaco. S’infilò tra di denti un paio di caramelle, scartò i biscotti, li mandò giù con la liquirizia.
Il ragazzo si grattò il collo. «Vorrebbe una birra?» C’era una nota speranzosa nelle sue parole, come se sperasse di ricevere qualcosa da lei.
Caeli spostò il boccone pastoso nella guancia. «Birra?»
«Non ha sete?»
«Ah, sì! Latte!» Addentò un pasticcino. Il ragazzo non si era ancora mosso. Giusto, giusto, le buone maniere! «Per favore».
Il ragazzo scosse il capo, allungò una mano sul frigorifero alle proprie spalle e posò un cartone di latte sul bancone.
Caeli agguantò la confezione, strappò la linguetta di plastica e se la portò alle labbra. Il latte fresco le scivolò in gola e fu come se la stanchezza le evaporasse di dosso.
Il ragazzo la fissava con un bicchiere di plastica tra le mani. Forse voleva bere anche lui? Caeli si distrasse e un paio di rivoli freddi le scivolarono sul mento. Il maglione si era macchiato di biancastro e quel tizio fece un verso strano con la gola, come un lamento. Che tipo strano. Si asciugò sulla manica della giacca e tornò a mangiare.
Il ragazzo poggiò il bicchiere sul bancone. «Io sono Szymon».
Lei deglutì in fretta per rispondere. «Io Caeli». Gli sorrise e affondò gli incisivi nella cioccolata.
«Sei…» Lui si sfregò le mani. «Sei straniera?»
«No, perché?»
«Non ti ho mai vista da queste parti».
«Ah…» Caeli si passò la lingua sulle labbra per riflettere. «Sono qui… solo di passaggio».
«Capisco…» Il ragazzo si grattò di nuovo il collo. Sembrava un po’ indeciso. Si sporse sul bancone e abbassò la voce. «Hai fatto qualcosa di brutto?»
Caeli scosse il capo. «No, no». Be’, però qualcosa c’era. Il cioccolato contrastava troppo con quel ricordo. «Ho dato un pugno a Michalina, ma se lo meritava. Voleva fare la cattiva con Joanna, che è troppo piccola per difendersi, allora io le ho detto di restituirle la giacca, ma lei niente, così l’ho colpita prima che potesse farlo lei». Prese due biscotti e li intinse insieme nella marmellata.
Lui batté le palpebre. «Hai… hai fatto bene».
Caeli sospirò e lasciò cadere un mezzo biscotto nel barattolo. «Ah, mi sento meglio!» Prese il cartone di latte e lo svuotò.
Fra le parlò nella testa. «C’è del denaro per te nella tasca dei pantaloni».
«Giusto!» Caeli tastò tra i vestiti e riconobbe la carta. Sì, banconote, soldi veri: li rigirò un paio di volte e li tese a Szymon. «Ecco!»
«Io… Aspetta, aspetta… Lasciami prima…» Lui contò sulle dita e batté i tasti dell’apparecchio lì accanto. «Va bene». Si prese i soldi. «Vorresti un sacchetto?»
«Per fare cosa?»
«Per… per portare via tutta questa roba, no?»
Portarla via? E dove? «Oh, non importa!» Gli sorrise. «Mangiala tu se vuoi. Ciao, Szymon!» Gli diede le spalle e uscì.
Caeli rimase per qualche minuto sul marciapiede. Doveva andare a destra o a sinistra? Una direzione valeva l’altra. Si girò per fare un ultimo saluto a Szymon, ma lui non la guardava: mezzo accucciato dietro il bancone, recuperò il biscotto mangiato a metà dal barattolo di marmellata e se lo portò in bocca. Masticò piano.
Poverino, doveva avere davvero tanta fame! E dire che c’era ancora una montagna di biscotti sul bancone, ma lui non ce la faceva più e si era preso proprio quello, che era persino mangiato a metà.

Continua…