Caeli – Capitolo 2

Caeli2

Tremava da capo a piedi e tutto le sembrava troppo assurdo, come un tuffo in una realtà che era onirica e tangibile al tempo stesso. La sfera luminosa le era sfuggita di mano, rotolando chissà dove.
Incerta, quasi temesse di svegliarsi con un movimento eccessivo, Caeli si avvicinò allo specchio tastandosi la faccia, facendo smorfie, stentando a riconoscersi. Era davvero… diventata adulta? Di quanti anni? Si giudicò bellissima, forte, giovane, ma la bambina era ancora lì, sepolta nello spaventato sconcerto degli occhi, nell’accenno di pianto che le pronunciava le labbra rosee.
Tornando alla realtà, cercò tra le mani vuote e sul pavimento.
«Fra?» chiamò. Nessuna risposta.
Si gettò in ginocchio, gattonando alla ricerca del globo. Il bagliore rossastro attirò quasi immediatamente la sua attenzione tra i piedi di un vecchio divano. La ragazza allungò la mano premendo il viso sul logoro tappeto in un gesto assai infantile, provando un certo impaccio a causa delle nuove, generose forme del corpo che le intralciavano il movimento. Recuperato l’oggetto, si tirò su e si sedette a gambe incrociate.
«Sei stato tu?» gli chiese a bruciapelo. «Stato… o stata? Sei un maschio?»
«Sì, sono stato io, e no, non ha importanza che sia maschio o femmina.»
«Certo che ha importanza! Tutti siamo l’una o l’altra cosa, altrimenti come…»
«Puoi considerarmi un maschio», la interruppe Frahazanard con condiscendenza.
Caeli lo squadrò severamente, ma decise che aveva cose più importanti di cui occuparsi che discutere il sesso di una sfera parlante.
«Quanti anni credi che abbia?» gli chiese.
«Venti», rispose lui. «So che volevi essere adulta per abbandonare questo posto. Adesso puoi, Caeli. Cosa aspetti?»
La bambina cresciuta indugiò, guardandosi scioccamente intorno come alla ricerca di una risposta scritta sulle pareti. Era vero, aveva desiderato tanto poter abbandonare quel luogo in cui era precipitata senza ragione o giustificazione in un giorno che non ricordava, all’inizio della propria vita, ma la realizzazione repentina di un desiderio tanto profondo l’aveva messa in agitazione, facendole considerare quanto poco conoscesse del mondo esterno alle recinzioni dell’istituto.
«Ti starò accanto», la rassicurò Frahazanard in tono mite.
«Sul serio?» mormorò lei, incredula, reprimendo ancora una volta il bisogno di cedere alle lacrime. «Non so se crederti. Perché vuoi essere mio amico?»
«Ti sembra che qualcuno vorrebbe essere mio amico?» le domandò il globo, spargendo un singolare bagliore che, in un modo tutto suo, ricordava la dolcezza di un sorriso.
«Ecco… no, immagino che sia difficile avere degli amici se sei una palla.»
«È precisamente vero», le confermò Frahazanard, struggente. «Ma tu, dolce, graziosa Caeli, potresti essere la mia prima amica; e io sarò il tuo vero, unico amico.»
«Va bene!» esclamò allegramente lei, alzandosi. Solo allora, piantando i piedi sul pavimento, ricordò del momento in cui si era tolta le scarpe; i vestiti troppo piccoli, laddove non si erano lacerati per accogliere il corpo cresciuto, stringevano dolorosamente. Stare completamente ritta le era quasi impossibile. «Ahia!» si lamentò. Poi, contemplando la sfera che reggeva in mano, rifletté per un attimo tra i meandri delle vorticose tinte. «Se sei riuscito a farmi diventare grande, potresti procurarmi anche degli abiti adatti, per favore?»
Con un flash scarlatto, la tensione dei vestiti si allentò e scomparve. Caeli contemplò i propri abiti con meraviglia: erano gli stessi che indossava in precedenza, ma la magia li aveva ingranditi per adattarli al nuovo fisico. Le scarpe, debitamente cresciute, si erano materializzate ai suoi piedi.
«Forte!» commentò, ammirata dall’effetto che faceva la giacca di pelle sul corpo snello.
«Ti suggerisco di affrettarti, Caeli», le ricordò Frahazanard. «Suor Benedykta verrà presto a cercarti per la punizione, giusto?»
«Hai ragione!» convenne lei, senza farsi troppe domande sul perché il globo conoscesse suor Benedykta: lo sistemò accuratamente nella tasca dal quale era affiorato e, una volta chiusa la giacca sul petto prominente, raggiunse in un lampo la finestra e l’aprì.
Fuori, un venticello crudele increspava l’aria rigida, mischiando l’odore della neve imminente al fumo dei camini. L’ufficio di suor Benedykta era al secondo piano, ma Caeli scavalcò il davanzale senza indugi e restò in equilibrio sullo scivoloso rilievo perimetrale che avvolgeva l’edificio come una fascia di marmo. Non era la prima volta che si cimentava in certe acrobazie: l’estate precedente, Jerzy l’aveva sfidata proprio a intrufolarsi nell’ufficio dal quale stava uscendo; il fatto che nessuno li avesse scoperti era un miracolo. Per risalire dall’esterno, era stato necessario scalare un albero che cresceva a circa dieci passi di distanza dalla finestra.
Caeli strisciò con la schiena lungo il muro, avvertendo il ghiaccio scricchiolare sotto le suole. Procedeva con estrema cautela, per nulla certa delle nuove proporzioni, ma fu con insolita rapidità che raggiunse il ramo sporgente al quale si aggrappò per guadagnare il tronco. S’inoltrò tra le fronde spoglie dell’albero, bloccandosi di colpo quando il legno gemette sotto il proprio peso. Silenzio. In lontananza, dall’interno dell’istituto, udiva l’incessante confusione dei bambini. Provò un tuffo al cuore d’improvvisa nostalgia e pensò a tutti loro e a Joanna, al modo in cui li stava abbandonando senza neanche salutarli. Non poteva essere un addio, si disse, ed era ormai troppo decisa a sfruttare l’occasione per tornare indietro.
Dai rami dell’albero, era possibile raggiungere facilmente una delle colonne di mattoni che costituivano parte della recinzione, dove la sommità liscia ospitava uno strato di neve compatta. Caeli vi si calò agilmente, ma non poté evitare di spezzare un ramo con uno schiocco secco e un tonfo tra i cespugli. Non vi badò. Oramai, solo un balzo la separava dalla libertà.
La colonna era grande abbastanza da ospitarla, vi s’inginocchiò e piantò le dita gelide lungo gli spigoli, guardandosi intorno alla ricerca di un appoggio. Non era particolarmente tentata dai sacchi di spazzatura sulla destra; d’altra parte, la strada era ancora deserta. Prese al volo l’unica risoluzione e saltò. Si lasciò sfuggire un piccolo urlo all’impatto, ma la neve attutì efficacemente l’urto.
Un sospiro, un fremito, un’occhiata su per la colonna: era molto più bassa vista da quella prospettiva, ma che importava? Caeli si alzò in piedi stentando a credere di essere davvero fuori. Le venne da ridere, da piangere, sentì le mani formicolare d’eccitazione e il cuore tambureggiarle in petto con prepotenza. Finalmente libera, senza una ragione, cominciò a correre giù per l’ampio viale, verso il cuore della città.

* * *

Con l’avanzare della notte, la fitta rete dei rami spogli intrappolò la luce dei lampioni lungo le strade alberate, conferendo alla cittadina un’atmosfera fiabesca.
Caeli aveva corso sino a non avere più fiato, ma anche da stanca non si era fermata e aveva continuato a camminare, rivolgendo sguardi traboccanti di stupore e meraviglia a qualunque cosa la circondasse. La gioia della libertà a lungo sognata non le consentiva di ragionare troppo sui vestiti impregnati di sudore, sul freddo che risaliva dalle scarpe zuppe e le penetrava le mani gelide, sul percorso che stava seguendo per evitare di perdersi. Ciò che non poteva ignorare, tuttavia, era la fame. Un brontolio insidioso dello stomaco la obbligò a fermarsi, guardarsi intorno e riflettere. La neve era alta e non c’era molta gente in giro, sebbene alcuni negozi fossero ancora aperti. Non le avrebbero venduto niente senza denaro, questo lo sapeva bene, ma forse poteva chiedere consiglio al nuovo amico. Senza smettere di camminare, provò a chiamarlo.
«Fra? Ci sei?»
«Finché potrai toccarmi, potrai anche sentirmi», la tranquillizzò lui. «Hai fame, Caeli?»
«Tanto», annuì lei in un lamento infantile. «Ma non ho soldi. Come posso fare?»
«Non pensarci. Vedi quel negozio dall’altra parte della strada? Lì dentro troverai da mangiare. Va’, al resto penserò io.»
Un minuto più tardi, la porta di un piccolo minimarket si aprì e il ragazzo seduto dietro al bancone scattò sull’attenti.
«Buonasera», salutò lei, educatamente, sentendosi un po’ a disagio.
«S-salve», replicò l’altro a mezza voce. Era un giovane mingherlino appena ventenne con indosso un grembiule verde troppo grande, dal viso smunto e invaso dall’acne sotto una massa scomposta di capelli rossi. Al sopraggiungere di quella ragazza aveva lasciato cadere il fumetto che stava leggendo. In principio non sembrò molto convinto della sconosciuta dagli abiti scompagnati e fradici, ma quando il silenzio divenne imbarazzante e lei sembrava ostinatamente decisa a non parlare per prima, il ragazzo si schiarì la voce e le si rivolse con un timbro più marcato, degna dell’adulto che pretendeva di essere. «Cosa… cosa posso fare per lei, signorina?»
«Ho solo fame», rispose Caeli con semplicità. «Potrei mangiare qualcosa?»
Il ragazzo non si aspettava una richiesta simile, soprattutto quando gli scaffali ospitavano una gran varietà colorata di cibarie in tutte le confezioni. Per un momento, gli sovvenne che quella potesse essere una mendicante, ma non aveva l’aria di una senzatetto e, più facilmente, la giudicò un’adolescente qualsiasi. Non volendo rischiare di offenderla, si limitò a indicarle l’esposizione con un gesto teatrale della mano.
«Si… si serva pure. Siamo qui per questo», aggiunse, ma la sua voce si affievolì sul finale.
Caeli era scattata al primo assenso, si era precipitata sugli scaffali e aveva recuperato un paio di confezioni di biscotti, della marmellata, cioccolato, caramelle gommose, rotelle di liquirizia, pasticcini confezionati e una crostata al limone. Con le braccia stracolme, sotto gli occhi perplessi del commesso, riversò il bottino sul bancone accanto alla cassa e strappò le confezioni, divorando ogni cosa scompostamente, con l’ingordigia di una locusta.
Il ragazzo era rimasto impietrito: pregò che non entrasse nessun altro cliente in quel momento e, soprattutto, che suo padre non tornasse a reclamare il controllo del negozio. In realtà, se non fosse stato per il rischio che si stava assumendo assecondando quella svitata, sarebbe riuscito a godersi la rara compagnia di una ragazza tanto bella. Alla fine prese una decisione: non poteva andare peggio di così e se lei l’avesse rapinato non sarebbe cambiato più niente.
«Vorrebbe una birra?» azzardò, speranzoso.
«Bi… birra?» gli fece eco lei, spostando di lato un pastoso boccone di dolciumi.
«Non ha sete?»
«Ah, sì! Latte!» esclamò, poi rifletté un momento ed aggiunse: «Per favore».
Sempre più stralunato, il ragazzo recuperò una confezione dal frigorifero alle proprie spalle e lo posò sul bancone; si era appena voltato, cercando di recuperare un bicchiere di plastica da qualche parte, quando udì uno strappo e scorse la ragazza portare la bottiglia direttamente alle labbra. Beveva con tale avidità che alcuni rivoli biancastri le scivolarono giù lungo il mento, andando a macchiarle la sciarpa.
Per quanto molti avrebbero trovato disgustosa quella scena, il ragazzo ne fu ammaliato: vi era qualcosa di conturbante in lei, un’aria distaccata e innocente, ma spregiudicata al tempo stesso. Credendo di farle un favore, le avvicinò distrattamente un mucchietto di tovaglioli, ma lei non vi prestò attenzione e continuò a mangiare.
«Io sono Szymon», si presentò lui all’improvviso.
La ragazza dovette deglutire di colpo prima di rispondere.
«Io Caeli», gli disse, sorridendo, dopodiché riprese a mangiare.
«Sei…» azzardò lui, tentando una forma più colloquiale alla quale lei non si oppose. «Sei straniera?»
«No, perché?»
Szymon non volle correre il rischio di offenderla commentando lo strano nome, quindi optò per quella che era la seconda ragione delle sue perplessità.
«Non ti ho mai vista da queste parti.»
«Ah…» replicò lei, pulendosi la bocca col dorso della mano senza troppe cerimonie, riflettendo tra sé. «Sono qui… solo di passaggio», spiegò.
«Capisco…» annuì lentamente il ragazzo, grattandosi la nuca con scarsa convinzione; poi, sporgendosi appena in avanti sul bancone, le domandò a voce più bassa: «Hai fatto qualcosa di brutto?»
«No, no», rispose Caeli, scuotendo enfaticamente il capo. Poi, come ricordandosene proprio in quel momento e masticando una barretta al cioccolato: «Ho dato un pugno a Michalina, ma se lo meritava. Voleva fare la cattiva con Joanna, che è troppo piccola per difendersi, allora io le ho detto di restituirle la giacca, ma lei niente, così l’ho colpita prima che potesse farlo lei».
«Hai fatto bene», confermò Szymon, che non aveva capito niente di quella storia tranne il fatto che, in linea di massima, doveva trattarsi di un’ingiustizia ai danni di una certa Joanna.
«Ah, mi sento meglio», sospirò lei, abbandonando mezzo biscotto nel barattolo della marmellata, tra un putiferio di briciole e cartacce.
«C’è del denaro per te nella tasca dei pantaloni», le disse Frahazanard.
«Giusto!» esclamò la ragazza, lasciando Szymon in dubbio, ma questi non ebbe il tempo di aggiungere altro che la ragazza gli allungò un paio di banconote sotto il naso. «Ecco!»
«Io… aspetta, aspetta… lasciami prima…» borbottò, premendo le dita tremanti sul registratore di cassa. Il totale della spesa era esattamente pari al denaro che gli era stato offerto. «Va bene», annuì, incassando. «Vorresti un sacchetto?»
«Per fare cosa?»
«Per… per portare via tutta questa roba, no?» azzardò lui.
«Oh, non importa!» esclamò Caeli, sorridendogli in quel suo modo cristallino. «Mangiala tu se vuoi. Ciao, Szymon!» e, senza aggiungere altro, abbandonò il negozio.
Szymon restò imbambolato come un idiota per almeno un minuto, senza capire se quello fosse solo uno strano sogno. Provò a darsi un pizzicotto e lo scenario non cambiò. Pensò agli amici, a quando avrebbe raccontato loro dello schianto di ragazza che era entrata nel negozio, ma cosa c’era da raccontare, dopotutto? Mesto, abbassò lo sguardo sul disordine che ingombrava il bancone: dolci. Dolci dappertutto.
«Che gusti da bambina», commentò. Poi si guardò intorno, come se qualcuno potesse spiarlo attraverso gli scaffali, e quando fu certo di essere completamente solo, afferrò quel biscotto mangiato a metà e se lo ficcò in bocca. Pastafrolla e albicocche. Si concentrò intensamente, provando a immaginare il sapore delle labbra di quella ragazza.

Continua…