Caeli – Capitolo 5

Caeli5

Secondo giorno in biblioteca: Caeli stabilì con Dorota di ritrovarsi davanti al distributore all’ora di pranzo e ognuna andò a studiare per conto proprio. I libri del giorno prima erano stati custoditi dalla bibliotecaria, come d’accordo. Caeli li prese e tornò alla lettura.
I paragrafi scorrevano lenti. Alzò gli occhi all’orologio sulla parete. Accidenti! Era trascorsa solo mezz’ora e le sembrava d’essere lì da una vita. Fece scorrere le pagine che ancora la separavano dal finale. Con quel ritmo, era solo una perdita di tempo.
Puntò i gomiti sul tavolo e afferrò la fronte tra le mani. Era stanca e gli occhi le pulsavano di stanchezza. Non poteva essere così difficile, diamine! In un certo senso, scrivere era molto più complicato che leggere e quello scrittore non poteva aver sprecato anni e anni della sua vita solo per un libro!
Le lancette dell’orologio sembravano fermi, ma altri cinque minuti se n’erano andati. E se…
Caeli fece scivolare la mano nell’interno del cappotto e accarezzò la sfera nella tasca. «Fra?» bisbigliò.
«Hai qualcosa da chiedermi, Caeli?»
«Sì! Vorrei leggere più velocemente di chiunque altro, puoi aiutarmi?»
Meno di un’ora dopo, Caeli chiuse L’idiota di Dostoevskij a lettura ultimata. La testa le ronzava, ma desiderava conoscere di più: il giorno prima, Dorota aveva nominato un certo Platone. Chiese alla bibliotecaria, che le consegnò un librone dalle pagine ingiallite. Lo divorò con gli occhi.
Era a metà del volume e le nozioni vacillavano nella memoria. Le diede fastidio. «Fra?»
«Cosa c’è, Caeli?»
«Voglio una memoria che non mi faccia dimenticare più nulla di quello che studio!»
«Facile… e divertente, Caeli. Prosegui, ti prego».
Si fece ora di pranzo. Dorota aveva portato riso e verdure per entrambe e sembrava molto felice di condividere il cibo. Si mise a parlare di quanto fosse esausta per il prossimo esame. «C’è tutta questa diatriba su dialogo e discussione che non finisce più… Ti giuro, una rottura di palle…!»
Caeli ragionò. «Be’, Platone, secondo te, discuteva o dialogava? I suoi libri s’intitolano come dialoghi e i personaggi erano finti, no? Platone dialogava con sé stesso per descrivere il modo in cui vedeva il mondo. Mondo interiore, intendo, o sbaglio?»
Dorota sgranò gli occhi. «Certo che ieri eri proprio sconvolta, eh? Ti dirò, senza offesa, mi sei sembrata un po’ matta».
Caeli sorrise e sperò di non insospettirla. «Ero solo stanca».
Lei le mise la vaschetta del pranzo sotto il naso. Le verdure avevano proprio un buon profumo. «Aspetta, prendo le posate… Dovresti sostenerlo tu, l’esame, al posto mio. Ecco qui! Spero che ti piaccia, lo so che si è fatto freddo…»
«Va benissimo». Caeli spolverò il piatto. Era freddo, sì, ma molto più saporito di qualunque cosa avesse mai mangiato all’orfanotrofio. Non credeva che gusti e profumi potessero fondersi in quell’abbraccio così stretto.
Dopo aver mangiato, bevvero insieme un tè caldo e tornarono allo studio.
«Fra, ho bisogno di quaderni e una penna».
«Sono lì sul tavolo, Caeli».
Le nozioni si stavano diradando troppo, bisognava appuntare tutte le questioni da risolvere in seguito, su altri libri, in diversi contesti.
Nei giorni successivi, la filosofia la portò alla matematica, la matematica alla storia, la storia alla geografia, la geografia all’inglese e all’economia insieme. I fogli si riempirono di appunti, file e file di righe strette, scritte e depennate di continuo. Gli scompartimenti dell’immenso archivio che stava prendendo forma nella sua mente. Fece una deviazione nel mondo della biologia e segnò pagine intere di argomenti da consultare in seguito. Al termine della prima settimana, Caeli aveva letto trentanove volumi.
La velocità di lettura cresceva, incrementava man mano che le nozioni le rendevano la comprensione più facile. Era una fortuna che la biblioteca fosse spesso deserta e nessuno si stupisse del modo in cui prendeva e riponeva un libro dopo l’altro. Senza il tedio della lunga lettura e priva del minimo carico sulla memoria, la conoscenza la colmava senza sforzo. C’era sempre tanto da conoscere e lei non riusciva più a fermarsi. Era una droga e ne era diventata dipendente; così come Aleksy era dipendente dalla cocaina assunta la notte del loro incontro.
Dorota era felice di averla a casa e Caeli non voleva trovarsi sola un’altra volta, ma non poteva scroccarle l’ospitalità. Chiese a Fra tutto il denaro necessario e pagò la sua parte, anche se Dorota era tanto in imbarazzo, ma non importava: un affitto andava pagato e diviso e lei, col misero stipendio della madre vedova, non meritava di prendersi un altro carico. Insieme, sgomberarono un vecchio sgabuzzino del piccolo appartamento, Caeli acquistò un lettino e ne fece la propria stanza. Non serviva altro.
Tornarono in biblioteca insieme per tre mesi, ogni mattina, eccetto i giorni in cui Dorota andava in università per una lezione o un esame. Arrivò l’inverno e portò altra neve, tutta quella che un cielo poteva riversare sul mondo. Almeno, grazie ai soldi di Fra, fecero riparare la caldaia, sostituirono gli infissi e cominciarono a comprare cibo migliore. Dorota era così contenta che smise di fare proteste di natura economica.
Una sera, davanti a due zuppe fumanti piene di carne, Caeli si appropriò del telecomando e spense il televisore con uno sbuffo incollerito.
Dorota inarcò un sopracciglio. «Che ti prende?»
«Non sembrano più capaci di parlare d’altro». Ripose il telecomando sulla credenza, fuori portata. «Sempre la bambina dell’orfanotrofio, giorno per giorno! “Caeli di sopra, Caeli di sotto…” Mi sembra che ce l’abbiano solo con me, non ne posso più!»
«Già». Dorota addentò una carota bollita. «Lo sai che…? Non arrabbiarti, ma ti somiglia davvero tanto».
Caeli storse la bocca. «Non saresti la prima persona che me lo dice». Dorota era una brava ragazza, ma abbastanza sempliciotta da credere di non essere la sua unica conoscenza. Meglio cambiare argomento. «Com’è andata la festa, ieri?»
«La solita bolgia, un sacco di frastuono. Avrei voluto davvero andarmene, ma…» Esitò e un sorrisetto malizioso le tese le labbra sottili. «Ecco, ho conosciuto un ragazzo». Fremeva d’eccitazione. «Davvero molto carino e tanto gentile».
«Fantastico!» Non c’era niente di fantastico, ma Dorota doveva essersi mangiata le mani per rimandare quella conversazione sino a un momento appropriato. Trattenne un brivido: l’idea del contatto con un uomo le gettava lo schifo nel petto; almeno, dopo tutte le letture sull’argomento, riusciva a vederlo col giusto distacco. Non aveva il diritto di turbare la felicità di Dorota. «Ti ha già invitata a uscire?»
«Domani. Gli ho detto che mi sarebbe piaciuto andare a teatro. Avevo paura che lo considerasse noioso, ma invece ha accettato subito! Non è meraviglioso?»
Domani sera, che ironia della sorte. Anche Caeli aveva un appuntamento, solo che il suo uomo… non lo sapeva ancora.

*

Aveva ricominciato a nevicare fin dal tramonto e il lavoro degli spazzaneve non contava più nulla. I veicoli avanzavano lenti, le catene alle ruote sferragliavano sul fondo congelato.
Caeli si accostò al finestrino del taxi e sembrò che il vetro le drenasse calore dalla fronte, anche se non era arrivata a toccarlo. L’auto si fermò, lei pagò la corsa senza una parola e scese davanti alla scalinata del locale notturno. Erebo Jazz Club. Il freddo lottò per morderle la gola e lei strinse al petto i baveri neri del cappotto elegante: era vestita come tre mesi prima, quella notte, quando era entrata senza sapere nulla del mondo.
L’insegna mandava bagliori gialli e blu sulla coltre bianca, si mescolava al gelo. La musica c’era già, piacevole e discreta, adatta a un sottofondo onirico. Lei deglutì, si fece coraggio e salì i gradini ghiacciati. Aveva le braccia incrociate al petto solo per essere certa d’aver sempre la sfera sotto la mano.
Le labbra formicolavano per il tremore trattenuto. «Sei con me?» sussurrò.
«Sempre, Caeli». Fra era divertito, elettrizzato. «Sempre. Non ti lascerò finché tu vorrai».
Come mesi prima, il buttafuori le aprì la porta d’ingresso. Allo stesso modo, un cameriere in giacca bianca e pantaloni neri la accolse, ma era diverso da quello dell’altra volta. «Buonasera, signorina, e benvenuta all’Erebo. Favorisce il suo cappotto?»
«No, grazie». Non doveva essere vulnerabile, neanche un po’. «Vorrei incontrare Aleksy».
La faccia del cameriere si fece sospettosa. «La signorina ha un appuntamento?»
«No, voglio solo parlargli».
«Farò il possibile, ma non posso garantirle il tempo d’attesa. Chi devo annunciare?»
«Non ha importanza, non credo si ricordi di me. Berrò qualcosa, se non procura troppo disturbo».
«Sarà un piacere averla nostra ospite, signorina. Prego, si accomodi».
Caeli scelse un tavolino sul fondo del locale, nell’angolo più scuro e lontano dal palco, ordinò un aperitivo analcolico e solo allora, quando il cameriere si fu allontanato, sfilò il cappello, sbottonò il cappotto sotto la gola e si tolse i guanti.
La clientela era persino più scarsa dell’ultima volta, tanto misera da rendere dubbiosa la presenza di tre uomini del personale e un’esibizione dal vivo di musicisti sul palco. Faceva molto caldo. Le portarono un drink, Caeli lo vuotò in pochi sorsi e ne ordinò subito un altro. Niente alcol, quella volta, ma aveva proprio bisogno di rinfrescarsi. Prima che se ne accorgesse, ne aveva già bevuti quattro e doveva andare in bagno, ma non osò muoversi e attese, attese, con le note del basso che le vibravano in petto.
A un’ora dall’ingresso, Aleksy scese dalla scalinata che portava al piano superiore. Il cuore di Caeli mandò uno spasmo. Lui non era cambiato affatto, come avrebbe potuto? Elegante, pallido, freddo. Il cameriere gli si avvicinò, scambiò due parole con lui ed entrambi si voltarono a guardarla. Aleksy si fece dubbioso, annuì e si avvicinò. A un paio di passi dal tavolino, sembrò sollevato e le sorrise. «Ma guarda un po’!» Doveva averla appena riconosciuta. «Che fine avevi fatto?»
«Ciao, Aleksy». Aveva sperato di riuscire a fingere un po’ di entusiasmo, una dolcezza posticcia, ma la voce le uscì piatta.
Lui prese un piccolo respiro, inclinò la testa e strinse un po’ le labbra.
Certo, prevedibile. «Non ricordi neanche come mi chiamo».
Le fece un altro sorrisetto, stavolta colpevole. «Scusami, è che vedo tanta di quella gente…» Prese posto sulla sedia di fianco e si sfiorò il mento rasato col dito. «Avevi un nome insolito, ne sono certo. Eli…»
«Caeli».
«Giusto! Caeli! Come ho fatto a dimenticarlo? Posso offrirti qualcosa da bere? Magari del vino…»
«No». Non doveva neanche provarci! «Lascia stare, ho già bevuto qualcosa e intendo pagarlo».
«Come vuoi». Aleksy scrollò le spalle, puntellò i gomiti sul tavolino e si protese in un modo losco. «Ascolta, non so cosa tu abbia pensato, ma… mi è dispiaciuto non ritrovarti, lo sai? Avremmo potuto spassarcela per qualche giorno e… Contavo di farti qualche regalino personale, capisci?»
Certe cose, con le giuste conoscenze, era facile capirle. Caeli cercò di contenere il disgusto. «Non voglio i tuoi soldi». La voce le tremava, tenerla ferma era una vera impresa. «Ti sono sembrata una prostituta?»
«Ecco…» Lui esito. «Ne avevi l’aspetto, sì. Ce l’hai anche adesso, senza offesa. Nulla implica che tu lo sia, giusto? Volevo solo essere generoso con te, ringraziarti per…»
«Cos’è per te, un’abitudine? Le conosci così, le ragazze?»
Lo spazio sotto il naso di Aleksy si gonfiò: stava passando la lingua sui denti. «Io non voglio avere problemi». Si stava spazientendo. «Non mi sembra di averti obbligata».
Caeli passò due dita sul gambo del calice e lo fece ruotare. Il ghiaccio mezzo disciolto tintinnò. «Se sono qui è perché voglio qualcosa da te, non per essere pagata».
«Capisco. Sei in difficoltà? Per questa volta farò un’eccezione, ma non posso darti molto. Facciamo duemila zło—»
«Ti ho già detto che non voglio i tuoi soldi». Possibile che quell’uomo fosse tanto arrogante da prestare ascolto soltanto alla propria voce? Non aveva più senso girarci intorno. «Ho bisogno che tu mi sposi».
Aleksy fece un grugnito, un verso di risata, sollevò le sopracciglia e spiegò le labbra in un ghigno idiota. Caeli restò impassibile, fino a sgonfiargli quella risata da maiale.
Una maschera d’oltraggio gli coprì la faccia. «Non puoi essere seria!» Tratteneva la voce per non sbraitare. «Ti ho scopata una sola volta ed è stato un gioco piacevole per entrambi! Che altro vuoi, da me?!»
«Conosco solo te». Per quanto fosse cambiata, l’ingenuità da bambina le uscì senza controllo. «Devo sposarmi. Mi occorre per…»
«Vuoi incastrarmi? Hai visto quello che ho e lo vuoi anche per te?!»
«Non voglio approfittare della tua ricchezza». Ragionava per soldi, quello lì. «E non mi aspetto di vivere sulle tue spalle. Posso esserti più utile di quanto immagini».
«Una come te?» Il suo tono era cattivo, simile alle parole sconosciute che le aveva soffiato nell’orecchio, quella notte. «Di biondine succhiacazzi è pieno il mondo e tu non sei male, ma c’è di meglio». Spostò la sedia all’indietro. «Ti farò avere del denaro dal—»
Caeli gli afferrò l’avambraccio. «Ho bisogno che tu mi sposi, Aleksy».
Lui diede uno strattone per liberarsi. «Non osare mai più toccarmi, cagna!»
Aveva urlato. La musica si spense, il silenzio piombò nella sala, l’attenzione dei presenti si concentrò su di loro. Un uomo al bancone lasciò una banconota e abbandonò l’Erebo senza neanche attendere il resto. Aleksy stava andando via, era già alla scalinata.
Caeli balzò in piedi e tastò il cappotto. «Va bene, fallo!»
Un lampo scarlatto saturò lo scenario, così veloce da poter essere scambiato per un’allucinazione.
Aleksy si voltò, rivolse a Caeli un sorriso commosso e spalancò le braccia per accoglierla.

*

Dorota era triste. «Ma… Insomma, così all’improvviso?»
«Hai ragione, mi dispiace molto». Caeli depositò la valigia davanti alla porta d’ingresso. Era leggera in un modo ridicolo. Prese un fascio di banconote dalla borsa e lo porse all’amica. «Questi sono per l’affitto del mese».
«Oh, no! Siamo al quattro, non puoi darmi tutto…»
«Insisto!» Non le andava di discutere. «Dory, non ti sto facendo la carità: so che ne hai bisogno, ma la verità è che sei stata davvero buona, con me. Vorrei poter dare di più». Sarebbe stato bello, senza dare sospetti.
Dorota tirò su col naso. «Ca, ma che dici? Non sei mica mia madre…» Aveva già gli occhiali appannati.
Quanto sarebbe stato bello farle sapere che, invece, era stata lei a farle da mamma. «Grazie. Sei stata più di un’amica, per me».
Si abbracciarono, così strette da far male.
Caeli tirò su col naso. «Verrò a trovarti quando potrò». Le lacrime le bruciavano gli occhi. «Non… non dobbiamo dimenticarci…»
«Ehi, non piangere». Che rimprovero dolce. «Certe volte, sembri davvero una bambina».
Caeli sbuffò una risata, si separarono e raccolse la valigia.
Dorota sembrava davvero in pena. «Cerca di non cacciarti nei guai». Si mordicchiò le labbra. «Non… non vuoi dirmi dove…?»
«Te lo dirò la prossima volta che c’incontreremo». Se le diceva che andava a sposarsi, Dorota avrebbe dato di matto.
Si scambiarono baci sulle guance e tanto affetto. Era la separazione più dolorosa che Caeli avesse mai provato; e dire che lei, di amici perduti, ne aveva anche troppi.
Scese. Un taxi era già in strada e attendeva da almeno venti minuti.
Caeli si fermò sull’ultimo gradino. «Sto facendo la cosa giusta?» mormorò a fior di labbra. «O sto sbagliando tutto?»
Fra era sempre lì. «Estremizzare le implicazioni delle scelte è una peculiarità dei deboli privi di potere, Caeli. Mi chiedo solo perché. Non avresti ottenuto molto più faticando molto meno? Dovevi solo desiderarlo».
«Voglio limitare i desideri, Fra. Penso d’aver capito come funzionano e quanto è facile perdere il controllo. Ho letto un mucchio di storie dove i personaggi restano schiacciati da brame troppo grandi».
«Storie scritte da mortali…»
Caeli riprese il cammino. «Scritte da mortali, ma che parlavano di dèi. L’Iliade non nasce proprio dal desiderio egoistico di tre dee? Eris indirizzò un pomo alla più bella e ciò portò discordia tra loro. Per la brama, dèi e mortali non hanno alcun valore».

Continua…