Caeli – Capitolo 5

Caeli5

Per tre mesi, Caeli tornò in biblioteca ogni mattina assieme Dorota, eccetto i giorni in cui la nuova amica doveva recarsi in università per una lezione o un esame. Si separavano all’ingresso ricercando ciascuna il proprio isolamento nello studio, si ritrovavano nell’area di ristoro per pause a orari ben precisi e rincasavano insieme alla chiusura, quando era già notte fonda.
All’inizio della seconda visita in biblioteca, Caeli recuperò i libri della giornata precedente e ricominciò a leggere. Dopo mezz’ora di studio intenso, scorse afflitta la quantità di pagine che ancora le separavano dal finale e si scoraggiò. Fissò il vuoto con occhi stanchi per almeno cinque minuti, poi trattenne di colpo il fiato ed ebbe un’idea. Recuperò il globo lucente, lo serrò tra le dita e chiese a Frahazanard di leggere più velocemente di chiunque altro.
Meno di un’ora dopo, Caeli chiuse L’idiota di Dostoevskij a lettura ultimata. La testa le ronzava, ma desiderava conoscere di più: il giorno prima, Dorota aveva nominato un certo Platone, così andò alla ricerca di tutta la bibliografia disponibile e la divorò con gli occhi. Nel mezzo dello studio, sentì le nozioni vacillare e restò dubbiosa, ma ricorse nuovamente a Frahazanard e desiderò una memoria infallibile per non dimenticare più nulla.
Nel corso della prima pausa, discusse animatamente con Dorota riguardo Platone e stupì la ragazza citando alcuni complicati paragrafi.
«Dovresti sostenere tu l’esame al posto mio», osservò Dorota con una punta d’invidia che Caeli non notò neanche.
Tornata allo studio, recuperò carta e penna per appuntare tutte le nozioni e le curiosità che avrebbe soddisfatto in seguito, riempiendo un foglio dopo l’altro del mostruoso archivio che stava prendendo forma nella sua testa. Dalla filosofia passò alla matematica, dalla matematica alla storia, dalla storia alla geografia, dalla geografia all’inglese e all’economia insieme. Fece un breve salto nel mondo della biologia e segnò svariati argomenti da consultare in seguito. Alla fine del secondo giorno, Caeli aveva già letto quasi nove enormi volumi.
Una settimana dopo l’altra, lo studio continuò: la velocità di lettura della ragazza cresceva di volta in volta senza limiti apparenti; era una fortuna che la biblioteca fosse quasi sempre deserta e nessuno le prestasse particolare attenzione. Senza il tedio della lunga lettura e priva del minimo carico sulla memoria, ella si appropriò di tutta quella conoscenza senza alcuna fatica. C’era sempre tanto da conoscere e lei non riusciva più a fermarsi. Era una droga, considerò un giorno, e lei ne era diventata dipendente; così come Aleksy era dipendente dalla cocaina assunta la notte del loro incontro, ricordò.
Ben presto, non essendo disposta a trovarsi nuovamente sola, Caeli realizzò di dover ricambiare l’ospitalità di Dorota e desiderò il denaro per contribuire all’affitto che l’amica pagava con il misero stipendio della madre vedova. Insieme sgomberarono un vecchio sgabuzzino del piccolo appartamento, acquistarono un lettino e ne fecero la stanza dell’ospite. Pronte ad aiutarsi senza intaccare la reciproca riservatezza, si affezionarono presto l’una all’altra.
L’inverno giunse portando altra neve, tutta quella che un cielo poteva riversare sul mondo.
Una sera, le due amiche stavano cenando insieme quando Caeli si appropriò del telecomando e spense il televisore con aria seccata.
«Che ti prende?» le domandò Dorota, dubbiosa.
«Non sembrano più capaci di parlare d’altro», sbuffò Caeli. «Sempre la bambina dell’orfanotrofio, giorno per giorno! Non ne posso più!»
«Già», osservò l’altra, masticando le verdure della zuppa. «Lo sai che…? Non arrabbiarti, ma ti somiglia davvero tanto.»
«Non saresti la prima persona che me lo dice», mentì Caeli: Dorota era una brava ragazza, ma abbastanza sempliciotta da credere che lei conoscesse davvero qualcuno all’infuori della coinquilina. Si affrettò a cambiare argomento. «Com’è andata la festa ieri notte?»
«La solita bolgia. Un sacco di frastuono. Avrei voluto davvero andarmene, ma…» esitò e non riuscì a contenere un sorriso malizioso. «Ecco, ho conosciuto un ragazzo», ammise, fremendo d’eccitazione. «Davvero molto carino e tanto gentile.»
«Fantastico!» esclamò Caeli per solidarietà, immaginando con quanta trepidazione l’amica avesse aspettato di parlarne senza tirare in ballo per prima l’argomento della festa; ciononostante, trattenne a stento un brivido. Ormai sapeva bene cosa era avvenuto al primo contatto con un uomo, l’aveva appreso dai libri e, oltre la miriade di parole dei più svariati argomenti, aveva scorto una verità sovrana: i maschi della specie umana sono freddi calcolatori pronti a ogni genere di bassezza per ottenere quello che vogliono dalle femmine. Tuttavia, ella non aveva il diritto di turbare la felicità di Dorota, perciò le chiese: «Ti ha già invitata a uscire?»
«Domani. Gli ho detto che mi sarebbe piaciuto andare a teatro. Avevo paura che lo considerasse noioso, ma invece ha accettato subito! Non è meraviglioso?»
Doveva essere una singolare ironia della sorte, giudicò Caeli, quella di avere un appuntamento ciascuna per la stessa sera. L’altro uomo, tuttavia, non poteva ancora saperlo.

* * *

Aveva ricominciato a nevicare al calar della sera, quasi a farsi beffe del lavoro degli spazzaneve dopo un’intera giornata per liberare le strade. I pochi veicoli procedevano lentamente e con le catene alle ruote sul fondo congelato. Tra loro, un taxi si fermò al limitare di un vasto parcheggio quasi deserto, il tempo necessario per dar modo di scendere a una ragazza bionda avvolta in un elegante cappotto scuro, lo stesso che indossava la prima volta che era stata in quel posto.
Il taxi si allontanò mentre Caeli calava con vigore il cappello di pelliccia sulle proprie orecchie, intimidita suo malgrado, illuminata dal riflesso sulla neve dell’ampia insegna luminosa. Erebo Jazz Club. Nel gelo di una notte capace di ovattare le note scatenate di quella musica travolgente, ella s’incamminò lentamente proiettandosi alle spalle una lunghissima ombra.
«Sei con me?» sussurrò con voce tremante, cercando di farsi coraggio.
«Sempre, Caeli», le rispose Frahazanard, divertito. «Sempre. Non ti lascerò finché tu vorrai.»
All’ingresso, come mesi prima, il buttafuori le aprì cordialmente la porta; allo stesso modo, un cameriere in giacca bianca e pantaloni neri le venne incontro per accoglierla, ma era diverso da quello dell’altra volta.
«Buonasera, signorina», la salutò, «e benvenuta all’Erebo. Vorrebbe favorire il suo cappotto?»
«No, grazie», rispose Caeli con fermezza. «Vorrei incontrare Aleksy.»
La faccia del cameriere si fece sospettosa.
«La signorina ha un appuntamento?» domandò, squadrandola da capo a piedi.
«No, voglio solo parlargli.»
«Farò il possibile, ma non posso garantirle il tempo d’attesa. Chi devo annunciare?»
«Non ha importanza, non credo si ricordi di me», tagliò corto Caeli. «Lo aspetterò al bar se non crea troppo disturbo.»
«Sarà un piacere averla nostra ospite, signorina. Prego, si accomodi.»
Quella volta, Caeli scelse un tavolino sul fondo del locale, nell’angolo più oscuro e lontano dal palco; ordinò un aperitivo analcolico e solo allora, quando il cameriere si fu allontanato, sfilò il cappello dal capo, sbottonò il cappotto sotto la gola e si tolse i guanti. La clientela era ancora più scarsa dell’ultima volta, tanto misera da rendere dubbiosa, persino all’occhio meno esperto, la presenza di tre uomini del personale e un’esibizione dal vivo di musicisti sul palco.
Faceva molto caldo nel locale. Caeli bevve quasi d’un fiato la bevanda che le fu portata e ne ordinò subito un’altra. Prima che se ne accorgesse, ne aveva già consumate quattro e sentì la fronte imperlarsi di sudore. Avvertì presto la necessità di andare in bagno, ma non osò muoversi dal proprio posto e attese, attese, mentre le profonde note del basso le vibravano nel petto.
Dopo circa un’ora, finalmente, Aleksy scese dalla scalinata che portava al piano superiore. Caeli lo vide e sentì il cuore balzarle in gola. Lui non era cambiato affatto, come avrebbe potuto? Elegante, pallido, lo sguardo freddo. Un cameriere gli andò incontro e indicò la ragazza in attesa con un cenno del capo.
Aleksy volse gli occhi nella direzione indicata e i loro sguardi s’incrociarono. Egli la fissò dubbioso per alcuni istanti, ma annuì ben presto e si avvicinò, sorridendole maliziosamente e prendendo posto al tavolino.
«Ma guarda un po’!» esclamò, sorpreso. «Che fine avevi fatto?»
«Ciao, Aleksy», lo salutò lei con voce piatta.
L’uomo trattenne il fiato mentre era sul punto di parlare ancora, bloccandosi abbastanza a lungo per dare alla ragazza modo di capire.
«Non ricordi neanche come mi chiamo», osservò lei, incapace di celare una certa delusione nella voce. Se l’aspettava, ma aveva sperato. Nulla d’importante, dopotutto: non era venuta a incontrarlo per sciocchezze sentimentali.
«Scusami, è che vedo così tanta gente…» si schermì lui, il volto contratto nel tentativo di concentrare i ricordi. «Avevi un nome insolito, ne sono certo. Eli…»
«Caeli», gli ricordò lei.
«Giusto! Caeli! Come ho fatto a dimenticarmene? Posso offrirti qualcosa da bere? Magari del vino…» azzardò, pronto a sollevare un dito per chiamare un cameriere.
«No», lo fermò la ragazza, bloccandogli il braccio con la mano. «Lascia stare, ho già bevuto qualcosa e intendo pagarlo.»
«Come vuoi», replicò lui con una scrollata di spalle. Solo allora, storcendo un po’ la bocca, puntellò i gomiti sulla superficie del tavolino e si protese in avanti con fare cospiratorio. «Ascolta, non so cosa tu abbia pensato, ma… mi è dispiaciuto non ritrovarti, lo sai? Avremmo potuto spassarcela per qualche giorno e… contavo anche di farti qualche regalino personale, capisci?»
Per quanto fosse incredibile, Caeli aveva imparato a capire perfettamente.
«Non voglio i tuoi soldi», dichiarò con freddezza. «Ti sono sembrata una prostituta?»
«Ecco…» esitò lui, distogliendo lo sguardo per un momento. «Ne avevi l’aspetto, sì. Ce l’hai anche adesso, ma non offenderti. Nulla implica che tu lo sia, capisci? Volevo solo essere generoso con te, ringraziarti per…»
«Sembra che tu sia alquanto abitudinario in certe cose», osservò lei, sprezzante.
«Io… non voglio avere problemi», tagliò corto Aleksy. «Non mi sembra di averti obbligata, giusto?»
Caeli abbassò gli occhi azzurri sul lungo bicchiere dal quale aveva bevuto e lo fece ruotare con la punta delle dita, lasciando tintinnare appena il ghiaccio mezzo disciolto.
«Se sono qui è perché voglio qualcosa da te, non per essere pagata», dichiarò.
«Capisco. Sei in difficoltà? Per questa volta farò un’eccezione, ma non posso darti molto. Facciamo duemila zło…»
«Ti ho già detto che non voglio i tuoi soldi», sibilò la ragazza tra i denti. Possibile che quell’uomo fosse tanto arrogante da prestare ascolto soltanto alla propria voce? Non aveva più senso girarci intorno, perciò lo disse semplicemente. «Ho bisogno che tu mi sposi.»
In un primo momento, Aleksy fu quasi sul punto di scoppiare a ridere, inarcò le sopracciglia e spiegò le labbra in un ghigno idiota, ma la determinata freddezza che incontrò dall’altra parte riuscì a dissipare l’incredula allegria e lasciò posto a una furia oltraggiata.
«Non dirai sul serio!» ringhiò tra i denti, contenendo a stento la voce per non turbare la quiete del locale. «Ti ho scopata una sola volta ed è stato un gioco piacevole per entrambi! Che altro vuoi da me?!»
«Conosco solo te», replicò lei, avvertendo nuovamente tutta l’ingenuità della propria condizione. «Devo sposarmi. Mi occorre per alcune faccende che…»
«Vuoi incastrarmi? Hai visto quello che ho e lo vuoi anche per te?!»
«Non voglio approfittare della tua ricchezza», ribadì Caeli ancora una volta. «E non mi aspetto di vivere sulle tue spalle. Posso esserti più utile di quanto immagini.»
«Una come te? Di biondine succhiacazzi è pieno il mondo e tu non sei male, ma c’è di meglio», tagliò corto Aleksy, in procinto di alzarsi. «Ti farò avere del denaro dal…» la mano di Caeli lo trattenne per l’avambraccio.
«Ho bisogno che tu mi sposi, Aleksy», ribadì.
«Non osare mai più toccarmi, cagna!» sbraitò allora l’uomo, senza più preoccuparsi di tenere bassa la voce e liberandosi dalla presa con un violento strattone.
Il silenzio piombò di colpo, la musica si fermò e i pochi occhi presenti si spostarono sul fondo del locale, dove un’avvenente ragazza bionda stava importunando il proprietario. Per una ragione incomprensibile, uno tra gli avventori si calò immediatamente il cappello in testa, lasciò sul tavolino una banconota spiegazzata e abbandonò l’Erebo senza neanche attendere il resto.
Il giovane proprietario fece per dileguarsi e raggiunse in pochi passi la scalinata che l’avrebbe condotto al piano superiore, al proprio appartamento privato, ma aveva appena poggiato un piede sul primo gradino quando un improvviso lampo scarlatto colmò il locale, abbastanza fulmineo da essere scambiato per un’allucinazione.
Aleksy si voltò immediatamente, rivolgendo a Caeli un sorriso radioso e spalancando le braccia per accoglierla.

* * *

«Ma… insomma, così all’improvviso?» mormorò Dorota con aria triste.
«Hai ragione, mi dispiace molto», sospirò Caeli, depositando la valigia con i propri pochi averi dinanzi alla porta d’ingresso e porgendo all’amica un fascio di banconote. «Questi sono per l’affitto del mese.»
«Oh, no! Questo mese è appena cominciato, non puoi darmi tutto…»
«Insisto! Dorota, non ti sto facendo la carità: so che ne hai bisogno, ma la verità è che sei stata davvero buona con me. Vorrei poter dare di più», le assicurò, omettendo un ovvio senza destare sospetti, «ma… ecco… posso solo ringraziarti. Grazie. Sei stata più di un’amica per me.»
Dorota accettò il denaro e le due si abbracciarono affettuosamente.
«Verrò a trovarti quando potrò», le assicurò Caeli, cedendo suo malgrado alle lacrime. «Non… non dobbiamo dimenticarci…»
«Ehi, non piangere», la consolò teneramente l’amica. «Certe volte sembri davvero una bambina.»
Caeli rise sbuffando.
«Cerca di non cacciarti nei guai», l’ammonì Dorota, esitando solo un momento prima di fare un altro tentativo. «Non… non vuoi dirmi dove…?»
«Te lo dirò la prossima volta che c’incontreremo», le assicurò l’altra nell’asciugarsi gli occhi umidi. Era certa che Dorota avrebbe tentato di dissuaderla se avesse conosciuto le ragioni dell’allontanamento improvviso e non voleva che lo facesse, o sarebbe stato più difficile.
Le due si separarono e Caeli discese le scale verso il pianterreno. Un taxi era già in strada e attendeva paziente da almeno venti minuti.
«Sto facendo la cosa giusta?» si domandò, esitando sugli ultimi gradini. «O sto sbagliando tutto?»
«Estremizzare le implicazioni delle scelte è una peculiarità dei deboli privi di potere, Caeli», le assicurò Frahazanard. «Mi chiedo solo perché. Non avresti ottenuto molto più faticando molto meno? Dovevi solo desiderarlo.»
«Voglio limitare i desideri, Frahazanard. Penso di aver capito come funzionano e quanto è facile perdere il controllo. Ho letto un mucchio di storie dove i personaggi restano schiacciati da brame troppo grandi.»
«Storie scritte da mortali», minimizzò Frahazanard.
Caeli riprese il cammino.
«Scritte da mortali, ma che parlavano di dèi. L’Iliade non nasce proprio dal desiderio egoistico di tre dee? Eris indirizzò un pomo alla più bella e ciò portò discordia tra loro. Per la brama, dèi e mortali non hanno alcun valore.»

Continua…