Caeli – Capitolo 7

Caeli7

Le braccine di Joanna erano rigide, tese sulla canottiera. «Dov’è finito l’angelo?» Picchiò il piedino sul piastrellato del bagno con un piccolo tonfo.
Caeli le sollevò il gomito. «È volato via quando sono diventata grande». Si allungò all’indietro e chiuse il rubinetto: la vasca era una nuvola di schiuma densa. «Alza le braccia, Jo… Così, brava. L’angelo ha detto che il mondo è pieno di tanti altri bambini in attesa d’aiuto, non poteva restare con me».
«Ma tu stavi bene con noi! Con me e le suore e tutti gli altri…»
«Volevo uscire da lì e… sai, l’unico modo era crescere. Non l’avrei chiesto all’angelo se avessi saputo quanto sarebbe stato difficile». Un velo di lacrime le pizzicò gli occhi. «Mi sei mancata tanto…»
«Anche tu!» Joanna le abbracciò la vita con una forza disperata, come se temesse che l’avrebbe piantata in asso da un momento all’altro. «Sei così strana, adesso, ma non ci lasceremo mai più. Mai più!»
Caeli le accarezzò i capelli dietro la nuca. Quella piccolina era così fragile, molto più di come la ricordava.
Joanna sollevò il capo e le piantò il mento nell’ombelico. «Poi hai incontrato Aleksy? È carino!» ridacchiò.
Caeli si sforzò di cementificare il sorriso in faccia, anche se non serviva tutta quell’accortezza proprio con Joanna: era troppo ingenua per accorgersene. Attorcigliò una ciocca scura al dito. «Aleksy è stato buono, con me. Col suo aiuto, un po’ alla volta, porteremo fuori dall’istituto tutti i nostri amici e vivremo tutti insieme. Per sempre».
«Ma questa casa è troppo piccola per tutti quanti!»
Era già un sollievo aver abbandonato quell’orrido appartamento sopra il Jazz Club. «Allora ne compreremo una più grande. Okay, pronta? Nella vasca!»
Joanna scavalcò il bordo smaltato, sprofondò nell’acqua calda e mandò un sospiro. Le bolle arcobaleno si sollevarono, la fecero ridere.
Caeli si accomodò sullo sgabello per sfilarsi le scarpe. Joanna la fissava, le braccia sull’orlo della vasca come una civetta appollaiata. Che buffa! «Cosa c’è, adesso?»
La piccola si era fatta seria. «Quando anche gli altri saranno tutti qui, cosa farai?»
Gli incisivi di Caeli affondarono appena in tempo nel labbro inferiore e azzannarono la risposta.
Fra le sussurrò dentro. «Ucciderai Aleksy, l’ho capito».
Caeli sfiorò il rigonfiamento della giacchetta, dove il globo trovava sede come una biglia nella scanalatura del costato.
Joanna sciabordò. «Sbrigati! Entra anche tu!»
Caeli scacciò la paura, si sfilò la giacca con decisione e l’ammucchiò con gli altri vestiti. Si spogliò in fretta e restò nuda, in piedi al centro del bagno. Joanna la fissava con occhi sbarrati, temette d’averla turbata e inclinò il capo. «Che hai?»
«Anch’io diventerò così?» mormorò la piccola.
Nello specchio, il corpo da donna che Fra le aveva donato sfolgorava come un gioiello: la ricercata perfezione delle forme, la sublime avvenenza descritta dalla tempesta di libri impressa nella memoria. Non aveva impiegato anni di sviluppo per ottenerlo, non meritava niente di quella bellezza. Avrebbe dovuto mostrare un riguardo maggiore per Joanna? No, si erano già viste tante volte nude, da bambine, ma qualcosa era andato storto. La novizia Klara era giovane, le bambine l’avevano un po’ invidiata, ma non aveva un decimo di quel fascino. Come spiegare quanto fosse inutile? «È solo un corpo da grande». Scavalcò il bordo della vasca e scivolò nella schiuma.
Joanna rovesciò il labbro. «Non mi piace! Non sembri più tu!»
Caeli le tese le braccia. «Vieni qui». La piccola obbedì, si lasciò accogliere nell’abbraccio. Sembrava un coniglietto spaventato. «Perché stai tremando?»
«Perché non sei più la mia Caeli», piagnucolò.
«Sono sempre io, Jo! Sono Caeli!»
«Lo so, ma vorrei che fossi di nuovo piccola come me. Lo vorrei tanto!»
Fecero il bagno insieme e parlarono per tutto il tempo, ma Caeli era assente: le domande di Joanna le avevano ricordato l’implicazione finale dei disegni elaborati. Aleksy doveva morire, certo, ma come? E soprattutto, pur disprezzandolo, avrebbe trovato il coraggio di spezzare una vita? Ricorrere a Fra sarebbe stato semplice, avrebbe accorciato i tempi per riunire tutti i bambini dell’orfanotrofio e compiere la vendetta finale, ma ogni minuscolo desiderio sembrava capace di sfuggire a qualsiasi controllo. L’avrebbe trovato, il coraggio, perché aveva deciso di non lasciarsi più sfiorare da nessun altro… e che non avrebbe mai lasciato i suoi amici con quello schifoso. E gliel’avrebbe fatta pagare.
Uscirono. Caeli indossò l’accappatoio, avvolse Joanna in un grande asciugamano e le frizionò i capelli. Lo squillo del citofono risuonò nell’appartamento. «Vado a vedere chi è. Asciugati!» Abbandonò il bagno e uscì in corridoio.
Il terminale più vicino era dall’altra parte del pianerottolo, accanto alla ringhiera affacciata sull’ingresso al pianterreno. Caeli sfilò la cornetta. «Sì?»
«Sono io, amore». Aleksy, come al solito. «Ho dimenticato le chiavi!»
La dignità di essere umano… Peccato che non cercasse anche quella. Caeli sfoderò la vocetta sciocca della condiscendenza. «Oh, come sei sbadato, tesoro! Ti aspettiamo!» Premette il pulsante per il cancello in fondo al vialetto e riagganciò la cornetta. «Jo, Aleksy sta tornando. Gli chiederò di mangiare una pizza, va bene?»
«Sì». La voce di Joanna era distaccata, come annoiata.
Ma che diamine! Si stava dannando per il suo benessere! «Potresti mostrare almeno un po’ di riconoscenza! Quante pizze hai mangiato, nella tua vita?»
«Sì, lo vorrei tanto». Entusiasmo zero.
No, così non poteva andare, o sarebbe impazzita. Caeli tornò verso il bagno a lunghi passi. «Jo, non prendermi in giro! Non hai il diritto di…»
«Joanna. E tu come ti chiami?»
Una fitta di panico trapassò il petto di Caeli, un dolore lancinante che la piegò in due. Una bile aspra le impregnò la lingua, il sudore gelido le affondò nelle radici dei capelli. Barcollò. «Joanna! Joanna! Vieni subito qui! Presto!»
«Caeli, guarda cos’ho trovato!» Un bagliore sanguigno la precedette. «Un altro angelo!»
Joanna uscì sul pianerottolo con la sfera scarlatta stretta in pugno. Caeli le balzò addosso, gliel’avrebbe strappato dalle mani, ma il corpo perse slancio, si contorse… e il mondo crebbe. L’inerzia le fece perdere l’equilibrio, la testa le vorticò impazzita e l’accappatoio troppo grande le scivolò di dosso. Rotolò sull’altra con un grido che si tramutò in uno strillo infantile; e non c’era neanche il pericolo di schiacciarla.
Il tappeto le accolse entrambe, l’una sull’altra. Due bambine nude aggrovigliate.
«Sei tornata tu!» strepitò Joanna, troppo contenta per pensare alle ammaccature. «Evviva! Evviva!»
Caeli batté le palpebre. Aveva la vista annebbiata, la nausea le aveva attorcigliato le budella ed era certa che i pensieri fossero più goffi. Mosse le mani alla cieca, tastò fino a riconoscere le spalle dell’amica e la scosse. «La sfera… Fra!» ringhiò. «Che cos’hai fatto, Joanna? Che cos’hai fatto?!»
La risata di Joanna si spense. «Io… Ho trovato un angelo», singhiozzò. «Io… io v-volevo solo una Caeli bambina… come me… Io…»
«Dov’è finito?!» Non c’era un minuto da perdere. «Dov’è l’angelo?»
Joanna le mostrò le mani vuote. Oltre la vista incerta, un bagliore rossastro risaliva dal basso, oltre la ringhiera di legno.
La porta d’ingresso si spalancò.
«Sono a casa!» annunciò Aleksy.
Caeli si distaccò dall’intrico, si tenne più bassa che poté e appiccicò la bocca all’orecchio di Joanna. «Inventa qualcosa! Digli che non ci sono, non può vedermi così! Non è un gioco, Joanna: fa’ come dico!»
La bambina più piccola annuì, così spaventata da aver perso colore in viso. Caeli le gettò addosso il proprio accappatoio e si sforzò di non guardarla: doveva restare lucida.
I passi Aleksy risuonarono nel legno dei gradini. Caeli si fiondò alla credenza in corridoio ed entrò a fatica, malgrado il corpo ridotto: si chiuse dentro e avvicinò l’occhio all’intercapedine tra le ante. Una lama di freddo sottilissima le divise l’iride.
Aleksy affiorò dal basso. «Joanna?!» trasalì. Corse dalla bambina e la sollevò dal pavimento. Era spaventato. «Cos’è successo? Dov’è la mamma?»
Joanna tremava mentre lui la tastava per accertarsi che stesse bene. Boccheggiò; se ne restò zitta. No, quello non ci voleva!
«Allora?» Lui la scosse per un braccio. «Rispondi!»
«Non lo so!» La piccola pianse forte. «S-stavo facendo il bagno e poi… poi ero sola! Lei non c’era più! Non c’era…» gemette e si coprì la faccia con la manica troppo grande dell’accappatoio.
Aleksy squadrò da una parte all’altra: un cipiglio grottesco gli deformava l’espressione, qualcosa che Caeli non gli aveva mai visto addosso. «Qui non è sicuro», borbottò. Sembrava parlare a sé stesso. «Andiamo via». Avvolse Joanna nell’accappatoio, se la premette al petto e si precipitò giù per le scale.
La stava davvero portando fuori, nel gelo della notte?! Caeli si morse la lingua per restare immobile.
Il mormorio di Aleksy risalì dal pianterreno. «Che cos’è… questo?»
Una seconda fitta di panico scagliò Caeli nelle tenebre.

*

Caeli riprese i sensi di colpo e sussultò. Era un incubo. Rabbrividì di febbre, senza sapere quanto tempo fosse trascorso; tese l’orecchio, si sforzò di placare il respiro per ascoltare meglio. Niente. Spalancò l’anta della credenza, balzò fuori e corse nuda al pianterreno.
L’ingresso era rischiarato dalle piantane; nessuna traccia del bagliore rossastro che sperava di trovare. Il pianto la vinse, senza controllo, così forte sul suo fragile corpo da mocciosa. Non riuscì a fermarsi, si fiondò a girare i cuscini dei divani, rivoltò i vasi di fiori, tastò un centimetro quadrato alla volta sotto i mobili. Niente. Non doveva illudersi, sapeva già che Fra e Joanna… erano con Aleksy.
Doveva andarsene subito se voleva una possibilità di recuperare ogni cosa.
Risalì al primo piano, si fiondò nella camera di Joanna e tirò giù i suoi vestiti dall’armadio. Dovette frugare per trovare qualcosa di abbastanza largo da indossare; e il pianto non se ne andava, era come gettare benzina sul fuoco del nervosismo.
Gli abiti erano caldi e scompagnati: sarebbe sembrata la figlia di un qualche saltimbanco, un bel problema per passare inosservata. Riuscì a trovare almeno un paio di stivaletti da neve accettabili.
Andò nello studio di Aleksy, aprì lo scomparto segreto nel primo cassetto della scrivania e recuperò il mazzo di banconote d’emergenza che lui le aveva mostrato. Non c’era altro da fare.
Caeli scivolò al pianterreno e uscì dalla porta sul retro, percorse il vialetto, individuò un foro nella siepe e lo oltrepassò, s’issò oltre l’inferriata del muro di cinta e balzò all’esterno. Corse, abbandonò il marciapiede e avanzò nel mezzo della strada deserta, dove poteva procedere sul ghiaccio schiacciato dagli pneumatici senza lasciare impronte troppo evidenti nella neve. Svoltò l’angolo e una sirena della polizia si lamentò nella notte.
Caeli si voltò: un paio di volanti scivolarono sul retro della casa di Aleksy. Se l’avessero trovata… e riconosciuta come la bambina scomparsa, avrebbe perso tutto.
Si dileguò tra le ombre.

*

«Pronto?»
«Dorota, finalmente!»
«Chi… chi parla?»
«Sono io! Caeli!»
«Caeli?! Ma che… Stai piangendo? Cos’hai fatto alla voce?»
«Dorota, mi serve aiuto! Ti prego, ti prego, devi venire a prendermi!»
«Mio Dio…! Stai bene? Sei in pericolo?»
«Sì… No… Vieni e basta, ti prego!»
«Okay, ti raggiungo subito! Dove sei?»
«Alla stazione, al… Cafelokomotywa. Sono sola, fa’ presto!»
«Arrivo subito. Non muoverti da lì!»
Caeli riagganciò il telefono e si allontanò dal bancone del locale. Il proprietario la fissava con una faccia preoccupata, non le aveva fatto storie quando gli aveva chiesto di telefonare alla sorella maggiore. Le avvicinò una tazza di latte caldo e un vassoio di biscotti al cioccolato. «Non piangere, piccola. Tieni, ho qualcosa per te».
Caeli annuì. «Grazie». Doveva sforzarsi di apparire naturale, si asciugò gli occhi in un tovagliolo di carta e tastò nella tasca della giacca. «Quanto le devo?»
«Nulla, nulla, offre la casa. Sei certa di stare bene?»
«Sì, la ringrazio ancora. Mia sorella sarà qui a momenti e lei è stato davvero gentile. Le sono infinitamente grata».
Lui le fece un sorriso tutto compiaciuto. «Sei una signorina molto ben educata». Si allontanò e tornò al proprio lavoro.
Caeli si sforzò di mangiare un paio di biscotti e bere qualche sorso di latte, o sarebbe sembrata davvero sospetta. Peccato che tutto fosse insipido e il corpo lottasse per rovesciare ogni cosa. Era già un miracolo che quel tizio non avesse chiamato la polizia su due piedi. Rimase immobile, in attesa di Dorota, con la mano contratta sul cuore. Non era più abituata alla forma di quel corpo da bambina; e lì avrebbe dovuto esserci Fra, non… quel vuoto.

Continua…