Andrew Cruel – Capitolo 7

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L’urlo di una sirena fendette la notte stridendo, accompagnò il ruggito del motore e divorò l’asfalto per alcune centinaia di metri prima di svoltare, abbandonare la principale e perdersi nel dedalo dei vicoli.
Per Andrew Cruel, nascosto tra i cespugli di un giardino pubblico, fu impossibile determinare se quella fosse un’ambulanza o una volante della polizia; in verità non gliene importava niente. Tremava da capo a piedi, era scosso da violenti spasmi muscolari e l’unico, tangibile contatto con la realtà restava la sfera affondata nella tasca dell’impermeabile, quella che stringeva convulso, definita scivolosamente dal sudore della mano rovente.
«Usami!» lo esortò ancora Frahazanard. «Non vuoi avere via libera? Non vuoi liberarti dei tuoi inseguitori? Usami!»
Andrew serrò gli occhi, trattenne il respiro e si concentrò sul nulla. Nulla. Non osava formulare neanche la più insignificante richiesta per timore che fosse esaudita, non quando ne aveva un’altra molto più importante già in serbo.
«Voglio trovare Flo», mormorò, la voce tremula. «Voglio parlarle.»
«Cammina.»
Il giovane uscì fuori dal nascondiglio e si guardò intorno: la zona era diventata deserta, svuotata persino dell’occasionale ubriaco o del vagabondo addormentato su una panchina. Tutte le finestre dei grandi palazzi che circondavano il parco erano oscurate e, oltre i lampioni accesi, la sommità delle costruzioni si perdeva tra le ombre di un cielo opaco e nebuloso. Sembrava di trovarsi nel mezzo di una città fantasma, dalla quale persino i rumori erano stati risucchiati. Quando Andrew Cruel s’incamminò, il suono dei suoi passi echeggiò nel vuoto.
Un’indefinibile consapevolezza lo guidò sul fondo della strada, nell’estrema periferia, dove alcuni campi incolti ospitavano una grande chiesa e un vecchio cimitero. Da almeno una decade, la chiesa era stata abbandonata per instabilità e rischio di crolli; i lavori di ristrutturazione non erano mai cominciati per ragioni burocratiche ed economiche, lasciando ogni cosa in balìa di un progressivo deterioramento. Ormai, il camposanto era diventato un mare d’erbacce dal quale le superfici delle lapidi affioravano come isolotti in procinto d’affogare. In attesa del tanto agognato restauro, le funzioni religiose erano officiate in alcuni prefabbricati sorti nei dintorni della chiesa. Quando Andrew vi giunse accanto, quasi inconsapevole della strada percorsa, tutto era vuoto e immobile al pari della città alle proprie spalle, ma una malsana luce lunare delineò la nitida impronta di un piede nudo sul terreno. Puntava verso il grande portone del tempio, sigillato solo in principio e rimasto socchiuso dopo il grande saccheggio di alcuni anni prima. Il giovane salì la gradinata, dischiuse un po’ di più il portone per insinuarsi tra le ante e scivolò all’interno della chiesa, dove fu ghermito all’istante da un’aria tanto stantia e gelida da penetrare le ossa.
La luce filtrante dall’ingresso principale illuminava una piccola sezione di pavimento completamente ricoperta da uno spesso tappeto di polvere, una coltre tanto densa da lasciar spiccare come lucida oscurità le umide sagome di piedi fangosi.
«Flo!» gridò lui, lasciando echeggiare la voce nella vastità della navata. «Flo, vieni fuori!»
Nessuna risposta. Andrew si avventurò oltre la zona illuminata e scivolò nell’oscurità seguendo le direzione delle impronte, aggirandosi tra le file di banchi fracassati e mangiati dall’umidità, ignorando i minuscoli movimenti che potevano appartenere a ogni genere di creatura intorno a lui. Deglutì e seppe di non voler nascondere più nulla, lasciò scivolare la mano nella tasca ed estrasse il globo.
Un bagliore di luce infernale si diffuse su legno e pietra, definì con tratti maligni le raffigurazioni sacre, s’impresse come una maledizione sul volto dell’uomo crocefisso oltre l’altare, dove una piccola sagoma rannicchiata fissò il giovane con occhi sbarrati. In quel momento, era impossibile dire se a terrorizzarla maggiormente fosse Andrew o la fonte di luce scarlatta che aveva cavato fuori dal nulla.
«Flo», la chiamò ancora, avvicinandosi con la mano tesa. «Vieni, andiamo via di qui.»
«Non mi toccare!» strillò lei, balzando in piedi e allontanandosi come se lui le porgesse un cesto di vipere. Aveva gli occhi arrossati di lacrime. «Sei un mostro! Un assassino! L’hai ammazzato!»
«Non è stata colpa mia», si giustificò il giovane con voce rotta.
«Oh, adesso mi verrai a dire che è stata colpa mia?» ridacchiò Frahazanard, udito solo dal possessore.
«Tu sei… completamente pazzo», sibilò la ragazza, scuotendo il capo. «Sei fuori di testa! Un maniaco! Lasciami stare! Vattene via!»
«Non me ne andrò senza di te», replicò lui, deciso.
Flo continuò a indietreggiare, aggirò l’altare, si allontanò lentamente senza offrire mai le spalle. Tremava sin nel profondo dell’anima e, completamente nuda sotto l’impermeabile, la sua pelle era tanto bianca da infiammarsi come metallo rovente alla luce del globo.
«Non ti lascerò andare via», le disse Andrew con voce bassa, fremente, gli occhi lampeggianti. «Non potrai neanche liberarti di me. Non capisci, Flo? Sono stato io a richiamarti a me quando era finita. Avevo bisogno di te. Ti amo! E tu, invece…»
«Razza di psicopatico!» ringhiò lei, improvvisamente fuori di sé. «Anch’io ti amavo! Non sono certo tornata da te solo perché hai detto una parola magica! Ma tu non sei fatto per amare nessuno! Sei egoista, cieco… e sei anche un assassino», ripeté.
«Ho ammazzato un fratello traditore per recuperare la mia donna baldracca!» tuonò il giovane e, solo allora, avanzò prontamente col desiderio di agguantare la ragazza, ma qualcosa di duro e affilato lo colpì al volto.
Andrew si portò la mano al labbro spaccato, le dita improvvisamente bagnate del proprio sangue, dopodiché sollevò gli occhi: priva di qualsiasi difesa, Flo era riuscita a sfilarsi dalla testa il pesante smeraldo che portava al collo e, sorreggendolo per la collana, l’aveva usato per colpire. I netti spigoli della pietra erano riusciti a tagliare efficacemente la carne, ma la ragazza era rimasta tanto sconvolta dalla propria reazione che, in quel momento, non poté fare altro che restare immobile, in piedi, con quell’arma improvvisata in pugno, fissando il giovane con vivido terrore.
Andrew sentì la collera colmargli il petto, la vista gli si annebbiò e realizzò che Flo non aveva alcun diritto di colpirlo, non dopo che si era macchiata di un così spregevole tradimento. Desiderò punirla, farle male, causarle un dolore almeno cento volte maggiore.
«Troia!» sbraitò, sputacchiando schiuma rossastra dalla bocca. «T’insegno io a portarmi rispetto!»
Serrò le dita della mano destra intorno al globo e, con quello stesso pugno, la colpì al viso.
Un lampo scarlatto, il colpo delle nocche e uno schiocco sinistro e potente, come una fucilata. Flo barcollò all’indietro e cadde, lo smeraldo le sfuggì di mano rimbalzando sul pavimento e scivolò roteando sotto l’altare. Il silenzio che seguì fu tanto denso da gelare il sangue.
Andrew restò pietrificato, in piedi, le braccia inerti lungo i fianchi. Attese per lunghi istanti il momento in cui Flo si sarebbe rialzata, pronta a scusarsi e decisa a seguirlo, a lasciare la città e il Paese verso luoghi lontani e meravigliosi, dove nessuno avrebbe mai potuto raggiungerli e frapporsi tra loro. Eppure, Flo restò ferma come se dormisse.
«Flo?» la chiamò debolmente lui. Mosse un passo, poi un altro, le fu accanto e s’inginocchiò.
Alla luce scarlatta del globo, la testa della ragazza spiccò per l’angolazione innaturale che aveva rispetto al resto del corpo. Uno spuntone osseo premeva dall’interno del collo, tendendo la pelle quasi sino alla lacerazione. Per quanto orripilante fosse quella visione, non reggeva il confronto con la sanguinante ammaccatura nel punto in cui lei era stata colpita. La bellezza di Flo era ormai svanita.

* * *

«Me l’hai chiesto tu, Andrew Cruel!» protestò Frahazanard. «Tu hai desiderato ferirla! Avrei dovuto oppormi?»
Frahazanard era inferocito, ma completamente impotente: non c’era nulla che detestasse più di quel silenzio tombale, della consapevole indifferenza di Andrew mentre abbandonava la chiesa sulle gambe malferme. Questi piangeva, ma solo per reazione: il dolore che gli stravolgeva l’animo travalicava urla e singhiozzi, tanto terribile da condannarlo a un’assoluta lucidità mentale.
No, Frahazanard non avrebbe mai potuto opporglisi; e ciò era la causa di tutto. Andrew Cruel lo sapeva, così come era evidente che il malefico globo poteva anche continuare a leggergli gli intimi pensieri, ma quella sofferenza tanto umana, di chi sapeva ancora riconoscere una perdita, era qualcosa che non avrebbe potuto comprendere.
Con in testa quell’ultima risoluzione, il giovane si diresse verso i prefabbricati.
«Questa è la tua decisione?» sibilò il globo. «Stupido! Non hai imparato niente da tutto ciò che ti ho mostrato? Hai visto possibilità che la tua lurida specie stenta persino a immaginare e vuoi gettare via tutto… per una femmina?!»
«Riportala in vita, allora», gli propose Andrew. La sua non era una speranza, ma una sfida.
«Questo non posso farlo.»
«Lo so.»
Chissà se era la prima volta che Frahazanard ammetteva così un proprio limite. Andrew non ne era sicuro.
Il giovane raggiunse i container di metallo destinati alla beneficienza, dove i frequentatori della chiesa depositavano gli abiti dismessi. Come di consueto, un foglio plastificato specificava la destinazione: un posto nell’Europa orientale. Poteva andar bene.
«Sei uno stupido, Andrew Cruel», ribadì il globo. «Ho sbagliato a considerarti più forte.»
«Tu hai sempre saputo che cos’ero, Frahazanard. Hai sempre saputo più di me.»
Andrew allungò il braccio all’interno dell’apertura del container e tastò alla cieca prima di afferrare qualcosa, una busta di plastica qualsiasi. La ritirò a sé, riuscì a infilarla sotto il pannello che si apriva in un’unica direzione e, con un po’ di fatica, finalmente se ne appropriò. Dopo averla depositata sul terreno, l’aprì e cominciò a frugare tra vestiti dall’odore stantio.
«Codardo», commentò Frahazanard.
«Già», convenne Andrew, senza smettere di piangere un dolore impassibile. «Già.»
Recuperò una giacca di pelle nera sintetica e si accertò che avesse una tasca interna. Sì, ce l’aveva: era chiusa da una zip.
«Io esisterò ancora, Andrew Cruel», lo ammonì il globo.
«Forse è giusto che sia così», ne convenne il giovane. «Potresti essere usato per un intento nobile, ma non da me. Sono troppo corrotto per queste cose.»
«Gli esseri umani sono tutti corrotti, Andrew Cruel. Tutti. Su cosa credi che si basi la menzogna della vostra esistenza? Io ho già imparato che dalle ideologie scaturiscono le volontà più forti in assoluto, ma se tu potessi solo immaginare quanto sono fragili…»
Andrew ripose il globo nella tasca interna della giacca e chiuse la zip, celando per sempre ai propri occhi il bagliore scarlatto. Risistemò ogni cosa nella busta, la richiuse e lasciò scivolare il tutto nel medesimo container. Solo allora, completamente solo, tornò incontro alla chiesa.
Entrò. Era più buio che mai, ma meglio così: non avrebbe accettato la vista di Flo nel punto in cui l’aveva abbandonata.
«Mi dispiace», sussurrò. Le sue lacrime sembravano non aver mai fine. Quando giunse accanto all’altare, un cielo rischiarato dalle prime luci dell’alba cominciò a definirne i contorni attraverso la vetrata sporca. Non vi prestò attenzione e passò oltre, attraverso la porticina laterale che lo condusse a una stretta scala a chiocciola. Il passaggio s’innalzava dentro il campanile.
Un passo dopo l’altro, egli s’inerpicò su per la scalinata. I gradini di legno cigolarono gemendo sotto ciascuno dei suoi passi, ma egli si sentì stranamente leggero.
Giunto in cima, nell’aria gelida del mattino, sostò per un momento accanto alla pesante campana. Erano anni che nessuno la suonava più. Frugò all’interno delle tasche, recuperò una sigaretta e riuscì ad accenderla con estrema fatica, ostacolato dalle dita intorpidite e dai venti sferzanti. In lontananza, una sirena urlava tra le strade della città.
Andrew fece il primo tiro, poi il secondo. Realizzò ben presto che il fumo lo disgustava.
«Ti amavo davvero, Flo», mormorò in un sussurro, accecato dalle proprie lacrime roventi. «Ma forse… forse è vero che siamo tutti corrotti.»
Aprì le dita che reggevano la sigaretta e la fissò per un momento, rapito dalla sua danza nel vento, come una stella cadente scarlatta. Andandole incontro con la mano, quasi volesse nuovamente afferrarla, si lasciò cadere nel vuoto.

Fine.

Andrew Cruel – Capitolo 6

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La risata risuonò ancora, mischiandosi a un sospiro. Andrew Cruel richiuse la porta alle proprie spalle nel più assoluto silenzio. L’appartamento sapeva di chiuso e l’aria era densa, umida. Qualcuno pronunciò parole indecifrabili, troppo lontane, ma in risposta giunse una nuova risata e la voce più acuta di Flo.
Andrew avanzò lungo il corridoio, silenzioso come un fantasma, quasi inconsistente tra le ombre. La camera da letto di Lucas era socchiusa e il tenue chiarore della lampada proiettava una lama dorata sul pavimento. Una serie di sospiri affannati risuonò nella quiete tombale e, solo allora, ogni sillaba fu perfettamente udibile.
«Di più… di più…!» ansimò la voce femminile.
«Sta’ ferma!» intimò un timbro maschile, rude. Egli si sollevò dal punto in cui era disteso, strattonando nel pugno la catena del pesante pendaglio di smeraldo che lei portava al collo. Le si rivolse con cattiveria, ma il suo era solo un gioco. «Te l’ha dato il tuo protettore questo regalino da troia?!»
«Sì! Dimmelo ancora!» esclamò lei, ridendo, baciandolo sulla bocca con trasporto. «Oh, Lucas…»
Tra le ombre del corridoio, Andrew Cruel fece un passo indietro e trattenne il fiato: non era certo di sentirsi bene ma, tutto sommato, non stava neanche male. La sua Flo a letto con Lucas. In un profondo quanto inusuale slancio di filosofia, ritenne d’aver commesso azioni ben peggiori negli ultimi tempi e si allontanò, dirigendosi macchinalmente in cucina senza neanche rendersene conto. Era dall’altra parte della casa, ma il silenzio assoluto non filtrava i rumori dei due amanti che credevano d’essere soli e i sospiri di Flo erano continui affanni serrati. Stupidamente, egli si chiese se lei gli avesse mai riservato un trasporto tanto incisivo; altrettanto stupidamente, realizzò che non avrebbe saputo dirlo perché non vi aveva mai prestato attenzione.
A discapito di tutto quello che avrebbe creduto di provare, dalla rabbia, al dolore, alla frustrazione… si scoprì terribilmente solo.
«Non sei mai solo, Andrew Cruel», gli ricordò dolcemente Frahazanard. Il suo bagliore trionfale doveva essere tanto intenso che, benché ancora riposto nella tasca dell’impermeabile, aloni sanguigni venivano proiettati nell’oscurità della cucina.
«Sono solo un coglione che parla con una palla di vetro», sospirò lui a voce talmente bassa che chiunque, vedendolo, non avrebbe percepito nulla dietro il movimento delle labbra.
«La nostra non è forse la conversazione migliore della tua vita? Ironia della sorte, dovevi acquisire un oggetto parlante per imparare ad ascoltare. Sei arrogante, ma a me non importa: so come intrattenere il prossimo.»
«Potrei romperti», minacciò il giovane. «Potrei… lasciarti cadere in un dirupo o… schiacciarti sotto una pressa…»
«E io potrei o non potrei convincerti che qualsiasi artifizio della tua mente potrebbe o non potrebbe distruggere questo surrogato cristallino di una forma fisica. Ma perché sprecare un così prezioso frammento dell’eternità in un’inutile diatriba? Sappiamo entrambi che non oseresti mai nuocermi.»
«Sai davvero tutto di me», realizzò Andrew, mesto.
«Abbastanza da credere che rimpiangerai di non aver agito in un momento di debolezza. Tu sai cosa sta succedendo in quella stanza.»
«Sì: mio fratello si sta scopando la donna che amo.»
«Definizione patetica persino per te. Domani cosa accadrà?»
In quel momento, Andrew trattenne il fiato: cosa sarebbe accaduto? Come avrebbe guardato Flo e Lucas da quel momento in poi? Per un momento aveva creduto di potersi lasciare quel tradimento alle spalle… se solo fosse riuscito a diventare una persona migliore e meno egoista, ma il solo considerare quell’eventualità palesò la sua totale assurdità.
«Dopotutto, non è detto che lei ti ami ancora», lo incalzò Frahazanard. «Forse non possiedo sufficiente dimestichezza coi vostri rituali, ma una donna che ti ama si accoppia generalmente con tuo fratello?»
«No», concretizzò Andrew. «No, non lo fa.»
«Siamo tutti fratelli e sorelle finché non esponi la schiena a un pugnale», teorizzò il globo. «Tu hai semplicemente sfogato i tuoi istinti su femmine sconosciute che non hanno mai significato niente, ma lei… lei si è celata dietro una maschera d’ipocrisia, lasciandoti credere di avere a cuore il vostro rapporto per occultare un tradimento con tuo fratello! Non hai mai pensato, Andrew Cruel, che il suo sia stato opportunismo sin dall’inizio?»
Andrew sentì le tempie pulsare pericolosamente e si scoprì a tremare.
«Non hai torto», ragionò.
«Ma non è Flo ad avere colpa», ragionò ancora Frahazanard, parlando lentamente. «Lei è solo una vittima. Di chi è il letto in cui si trova adesso? Con chi ha cospirato? Chi l’ha certamente sedotta? E chi, Andrew Cruel, è stato la causa primaria della tua infelicità? Ti ha richiamato a casa senza riguardo per ciò che hai perduto, ti ha… privato della felicità che potevi avere con lei! Chi è, Andrew Cruel?»
«Lucas», sibilò il giovane.
«Lucas», ripeté Frahazanard.
Andrew sollevò la mano destra davanti agli occhi: forse l’aveva prelevato dal cassetto; forse era sempre stato tra le sue dita; forse… ce l’aveva mezzo Frahazanard. Nella debole luce filtrante dalla finestra, la fredda lama del lungo coltello scintillò di giustizia.
«Un frammento di coraggio sarà sufficiente», sussurrò il globo, suadente. «Lui non ha esitato a farlo: non essere da meno.»
Andrew Cruel tornò indietro attraverso l’appartamento. A ogni passo, i gemiti di Flo erano più alti, strazianti.
«Ti piace, eh?» grugnì la voce maschile. In risposta, ella ringhiò soffiando tra le labbra, colma d’appagamento.
La porta scivolò fluida sui cardini. I due amanti erano troppo concentrati nella passione reciproca per accorgersi immediatamente della figura incappucciata, appoggiata contro lo stipite, ma pochi istanti dopo la ragazza proruppe in un urlo terrorizzato e balzò a sedere strisciando sulla schiena.
«Cazzo!» sbraitò, scalciando il compagno di letto nella foga.
Lucas si voltò: era già bianco in volto ancor prima di riconoscere il loro osservatore.
«Andrew…?» boccheggiò.
«Ssst», lo zittì l’interpellato, avvicinando l’indice alle labbra. «Abbassa la voce, fratellino. Che succederebbe se qualcuno ti sentisse?»
«Andrew, cosa ci fai a casa… adesso…» farfugliò stupidamente l’altro, cercando una valida argomentazione che non poteva esistere. Fu Flo a cedere per prima.
«Andrew… amore mio, perdonami!» singhiozzò, tentando di coprirsi col lenzuolo. «Non so cosa mi abbia preso, è stato… è stato un brutto errore che…»
«Lo so», la interruppe lui. La sua voce era bassa, fremente, ma tanto intensa da imporre il silenzio. «Non è colpa tua, piccola. So che sei stata ingannata da questo traditore.»
«Ehi, non è affatto vero!» protestò Lucas, alzandosi in piedi e recuperando i propri jeans dal pavimento, indossandoli con un certo impaccio. «Non sono stato io, va bene? Non del tutto! È stata lei a venire da me quando…»
«No!» strillò Flo. «Stavo male, è vero, ma non puoi credere che…»
«Dove pensi di andare?» domandò Andrew al fratello.
Quella domanda bastò a riaccendere una fiammata di fremente orgoglio in Lucas.
«Questa è casa mia», replicò tra i denti. «Quello che è di troppo sei tu! Perché non te ne vai, Andrew? E perché non porti questa puttana con te?»
«Va’ al diavolo, bastardo!» gridò la ragazza. «Certo che ce ne andremo! Non è vero, Andrew? Staremo insieme e dimenticheremo tutto! Andiamo via adesso!»
«Lucas, è colpa tua», sentenziò Andrew Cruel, lo sguardo appena visibile sotto il cappuccio dell’impermeabile. «Hai cominciato tu tutta questa storia. E la pagherai.»
«Ah, davvero?» ringhiò l’altro, avanzando con aria bellicosa. «Cosa vorresti fare? Ammazzarm…» la parola gli sfiorì in punta di lingua quando, a meno di due passi dal fratello, intravide il coltello che questi aveva in pugno. Il suo volto si fece cinereo. «Andrew… Andrew, non fare stronzate. Mettilo via…»
Flo scorse la lama e trattenne il fiato, paralizzata dal terrore.
«Cosa dovrei fare?» lo incalzò Andrew.
«Senti… ascolta, diamoci una calmata», farfugliò Lucas, indietreggiando con le braccia tese. «Fratellone, non puoi reagire così! Sei arrabbiato, sei…»
«Sono tuo fratello solo adesso? Non lo ero mentre ti scopavi la mia donna.»
«È per lei che dovremmo litigare? Per questa troia?!»
Con un guizzo fulmineo, Andrew Cruel avanzò. La lama lacerò la carne in un baleno, sospinta in profondità da un affondo rabbioso, rigirando crudelmente le viscere. Un’esclamazione di furente stupore animò il volto di Lucas e il grido di Flo risuonò nella notte.
Mentre Lucas si accasciava al suolo, Andrew rivolse lo sguardo su di lei. Quest’ultima gli scaraventò addosso un cuscino al solo scopo di distrarlo, dopodiché balzò fuori dal letto e abbandonò la stanza.
«Flo!» tuonò il giovane, correndole dietro.
La ragazza scattò rapida in corridoio e agguantò il proprio impermeabile dall’attaccapanni con una tale veemenza che l’asta cadde, sbarrando la strada ad Andrew. Bloccato dall’ostacolo improvviso, il giovane scorse i lunghi ricci di Flo mentre svanivano oltre la porta d’ingresso e, per un momento, udì il morbido affrettarsi dei suoi piedi nudi giù per le scale. Dall’esterno, il vociare alterato degli inquilini risuonò tra i pianerottoli.
Andrew restò immobile per un momento, ansimante, ragionando in fretta su ciò che aveva fatto. Quando si voltò indietro e vide Lucas riverso al suolo in una pozza di sangue, il coltello gli scivolò dalle dita e cadde sferragliando sul pavimento.
Le implicazioni della propria furia lo colpirono con tale ferocia da suggerirgli la presenza di una lama piantata nel ventre.
«Va’ da lei», gli consigliò Frahazanard.
Andrew Cruel scosse il capo come inebetito.
«Raggiungila!» insistette il globo. «Se non la prendi per primo, qualcun altro te la porterà via.»
Andrew Cruel prese una decisione e scavalcò l’attaccapanni, fuoriuscì sul pianerottolo e abbandonò per sempre l’appartamento del fratello. Scese rapidamente le scale tra l’allarmismo generale degli altri inquilini, senza prestare attenzione a nessuno di essi. Era appena arrivato al pianterreno e stava aprendo il portone quando, dall’alto, uno straziante urlo femminile risuonò per il palazzo. Qualcuno gridò a gran voce di chiamare un’ambulanza; un altro gli fece eco, invocando la polizia.

Continua…

Andrew Cruel – Capitolo 5

Andrew3

Flo tornò mesta in cucina nell’istante in cui Lucas accendeva la sigaretta di fine pranzo.
«Sta dormendo», comunicò la ragazza. «Gli preparerò qualcosa più tardi.»
Lucas annuì gravemente, storse la bocca e fece un altro tiro.
«Comincio a preoccuparmi», disse. «Non credi che sarebbe il momento di chiamare un medico?»
«Gliene ho parlato, ma lui non ha voluto sentire ragioni. Anzi, si è persino arrabbiato per averglielo proposto. Ha detto che starei complottando per convincerlo di essere malato.»
«Sì, ecco, detto tra noi… non è che lui stia facendo qualcosa per smentirci: è matto come un cavallo!»
I due giovani ridacchiarono cercando di contenersi, nell’effettivo timore d’essere uditi; tuttavia, l’ilarità svanì ben preso.
Flo sospirò nel prendere posto a tavola, accomodandosi proprio dinanzi alla finestra: la debole luce grigiastra esaltò l’intenso ramato dei suoi ricci. Con i lividi sul viso ormai quasi svaniti, era facile capire perché Andrew si fosse così invaghito.
«Cosa c’è?» la incalzò Lucas.
«C’è una cosa che… che sto pensando da un po’», azzardò lei, incerta.
«Sono un tipo discreto», le assicurò lui con un sorriso incoraggiante.
«Riguarda tuo fratello e quello che hai detto», riferì Flo a mezza voce, obbligando l’altro a sporgersi vicinissimo per distinguere le parole. «È accaduto… otto, nove giorni fa: ero appena tornata a casa e lui era a letto. L’ultima volta mi aveva urlato contro per averlo svegliato e ho cercato di fare più piano che potevo per non disturbarlo. Ecco… Lucas, devi credermi, sono quasi morta di paura! Lui stava parlando. All’inizio ho pensato che ci fosse qualcuno con lui… o che fosse al telefono… ma le sue parole erano farfugliamenti, come se stesse discutendo da sé. Quando mi sono avvicinata per spiarlo stava dormendo.»
Lucas era rimasto ad ascoltare il breve resoconto con la massima attenzione e, sul finale, fece un profondo tiro alla sigaretta, soffiando via il fumo dalle narici. Pareva immerso in una profonda riflessione.
«Probabilmente parlava nel sonno», suppose.
«Non lo so. Era… così strano…» rabbrividì lei.
«Guarda il lato positivo: se ci liberiamo di quel rompicoglioni di mio fratello, giuro che organizzo una serata di beneficienza nel mio locale con open-bar sino a esaurimento scorte!»
«Non è carino da parte tua», protestò la ragazza, ma entrambi risero.
«Dico sul serio, Flo», puntualizzò Lucas. «Non so cosa gli sia preso per diventare più… insopportabile di quanto sia mai stato, ma penso che tu sia una brava persona e non meriti tutto questo. Non meriti, voglio dire, di passare i tuoi giorni ad assecondare i suoi capricci.»
«Sei molto gentile», mormorò Flo, sorridendo. Si guardarono negli occhi per un istante, separati solo dalla tenue foschia del fumo di sigaretta.
In quel momento, dal salotto, si udì il movimento strascicato di un paio di pantofole; nel momento in cui Andrew fece capolino in cucina, Lucas si ritrasse sulla sedia per allontanarsi da Flo.
Le ultime settimane, trascorse quasi esclusivamente a letto, avevano trasformato Andrew Cruel rendendolo quasi irriconoscibile: mangiava pochissimo e i muscoli avevano perso la tonicità di un tempo, la barba era lunga, l’incarnato pallido, ma gli occhi restavano svegli e famelici, benché segnati da occhiaie profonde. Nonostante tutto, Flo gli era rimasta accanto, decisa a confortarlo con dolcezza e sensualità, ma lui l’aveva respinta con frequenza sempre maggiore. Per lei era stato arduo, in principio, incassare un rifiuto dopo l’altro; tuttavia, il progressivo abbandono del suo compagno ne aveva di volta in volta diradato i tentativi. Da giorni non si sfioravano più.
«Amore mio», esordì Flo, balzando in piedi con uno scatto tutt’altro che naturale. «Hai fame? Vuoi mangiare qualcosa?»
Andrew squadrò la ragazza e il fratello con occhi lucenti, unica finestra di vita in un corpo che appariva ormai morto, orribile a vedersi.
«Acqua», rispose con voce roca, sollevando la brocca vuota che reggeva in mano. Flo la prese e andò a riempirla.
«Stai meglio?» gli domandò Lucas.
«Non lo so», rispose Andrew, avvicinandosi. «Dammi una sigaretta.»
Lucas afferrò il pacchetto e, con un gesto esperto, lasciò sporgere un singolo filtro dallo strappo sulla confezione per offrirlo al fratello. Andrew recuperò la sigaretta e l’accendino sul tavolo, tentando un paio di scatti incerti con le dita intorpidite prima di generare la fiamma. Una volta acceso il braciere, si accomodò sulla sedia occupata dalla ragazza sino a un istante prima.
«Ecco qua», disse Flo, depositando sul tavolo la brocca e un bicchiere colmi d’acqua fresca. «Avevi sete, giusto?»
Andrew afferrò il bicchiere e lo vuotò di colpo, senza curarsi troppo dei rivoli che gli scivolarono giù per la barba e andarono a bagnargli il petto.
«Un po’ d’aria ti farebbe bene», azzardò Lucas, fingendo di ponderare una faccenda sulla quale aveva già lungamente meditato. «Perché non vai a farti una doccia e non esci, stasera? Vieni a trovarmi al bar, ospito una band blues!»
«Ho da fare», tagliò corto Andrew. «Portati Flo.»
Mentre Andrew abbassava gli occhi per centrare il posacenere, i due fecero in tempo a scambiarsi un’occhiata allarmata.
«No», mormorò la ragazza, apprensiva. «Io resto qui con te. Potresti aver bisogno di qualcosa durante…»
«Devo uscire», precisò Andrew, rivolgendosi alla compagna come per rimproverarle una stupidaggine. «Va’ a divertirti da sola», aggiunse. Si alzò in piedi e abbandonò la cucina, lasciandosi dietro un’esalazione rancida che sapeva di tensione.

* * *

Il cielo, occultato da nubi temporalesche nell’ora del tramonto, aveva gettato la citta in un’oscurità prematura, sotto una pioggia gelida e fitta che cadeva senza sosta già da alcuni giorni. Dal momento che alcune gallerie erano state allagate, il traffico era rimasto interdetto a gran parte dei mezzi. C’era il rischio concreto che il fiume esondasse.
Nel mezzo dello sconvolgente temporale, con anfibi e impermeabile indosso e il cappuccio sollevato sulla faccia, mostrando solo la folta barba gocciolante, Andrew Cruel passeggiava lungo strade quasi deserte. Aveva le mani in tasca e, tra le dita gelide della destra, stringeva la sferica fonte del proprio tormento.
«Lo sanno! Sanno tutto! Sanno che sono stato io, stavano complottando contro di me!»
«Puoi andartene quando vuoi, Andrew Cruel. Vattene da questo posto e ricomincia una nuova vita dovunque desideri. Non ti ho già mostrato abbastanza mondi e possibilità?»
«No! Flo… non voglio separarmi da Flo!»
«Portala con te.»
«Non posso! Finché mi crederà un assassino…»
«Ma tu sei un assassino, di questo sei convinto oltre ogni ragione.»
«Lo so cosa sono! Non avrebbe importanza se lei mi credesse innocente! Quando la guardo, tutto ciò che vedo è paura: crede che arriverò a ucciderla e nasconderò il suo cadavere chissà dove!»
«Sei certo di aver decifrato col dovuto criterio le sue emozioni?»
«Vuoi insegnare a me cosa prova un essere umano?!»
«Non mi permetterei mai, Andrew Cruel», replicò il globo, divertito.
Andrew raggiunse la meta: un lussuoso albergo nel quale entrò spargendo pozzanghere, guadagnandosi un’occhiataccia dall’impiegato alla reception. Fu accolto con una certa freddezza, ma quando esibì il documento falso che Frahazanard gli aveva procurato e mostrò i contanti nel portafoglio, gli furono dovutamente consegnate le chiavi di una stanza tra i piani alti dell’edificio.
Salì con l’ascensore, nel tepore, controllando l’orologio; percorse il ricco corridoio, oltrepassando porte tutte uguali, sino alla 1812. Una volta dentro, dopo un giro di chiave, finalmente aprì l’impermeabile.
«Cos’è questa fretta?» lo schernì il globo.
«Devo lavarmi», dichiarò amaramente il giovane. «L’ultima volta ha fatto storie.»
Lasciò l’impermeabile accanto al radiatore e abbandonò i vestiti sul pavimento del bagno, dopodiché si distese nella vasca sotto il getto d’acqua bollente. In poco tempo, la stanza fu satura di vapore.
In passato, Andrew avrebbe ricavato sommo sollievo nel sentirsi scivolare di dosso il sudore e lo sporco accumulati, ma aveva già abbandonato certi inutili vezzi. La pulizia fu rapida ed efficace e, una volta tornato in stanza con indosso un accappatoio, si abbandonò esausto sul grande letto matrimoniale. Forse si addormentò, sognando visioni inconcepibili di orrori vissuti attraverso immagini trasmesse, quando il telefono della camera squillò nel momento provvidenziale, strappandolo al tremendo delirio. Il giovane rispose: dalla reception, gli comunicarono che una persona aveva chiesto di lui e se acconsentiva a lasciarla passare. Andrew confermò, ripose la cornetta, si alzò in piedi e cominciò a passeggiare nervosamente da una parte all’altra della stanza, fremendo come in preda alla febbre. Pochi minuti dopo, qualcuno bussò.
«Vieni», disse il giovane, aprendo la porta.
Una donna dall’abbigliamento appariscente, esageratamente scollata malgrado il freddo di quei giorni, avanzò guardandosi intorno con aria critica, esaminando nel dettaglio ogni angolo della stanza. Aveva una pettinatura spostata completamente sulla destra e il lato sinistro del capo rasato, ricoperto da appena un centimetro di capigliatura. Chiunque l’avrebbe giudicata incantevole se non fosse stato per la piega volgare della bella bocca. In sua compagnia, un passo più indietro, c’era una ragazzina dalla corporatura minuta e lo sguardo basso, timoroso, mascherata da uno strato di trucco ingannevole che rendeva arduo stabilirne l’età.
«Carina», commentò la donna, rivolgendosi alla stanza. «Meglio della topaia dell’altra volta.»
«Sei in ritardo, Alexis», la rimproverò Andrew.
«Se hai ingannato il tempo per farti una doccia, tanto meglio. Lei è Clori», dichiarò, indicando la ragazzina.
Andrew studiò la piccola dall’alto: era un uomo di considerevole statura, capace d’intimidire facilmente una mocciosa tanto minuscola, ma era stato il progressivo decremento muscolare a conferirgli quell’aria spettrale e malata. La giovinetta, sotto l’esame indagatorio di quegli occhi squilibrati, serrò le labbra e cominciò a tremare.
«Non avere paura», le disse Andrew, ma il suo tono autoritario non aveva niente di rassicurante. «Clori… quanti anni hai, Clori?»
«Quattordici», rispose per lei la donna, cominciando a spogliarsi e gettando i propri abiti sulla poltrona, uno dopo l’altro. «È la più giovane che sono riuscita a trovare alle tue condizioni. Ti va bene?»
Clori aveva folti capelli ricci e l’innocenza sul viso.
«Vuoi guadagnare un bel po’ di soldi?» le chiese Andrew.
Finalmente, la ragazzina levò il capo e annuì. Aveva gli occhi pieni di lacrime.
«Bene», disse lui e, piegandosi esageratamente, la baciò sulle labbra rigide, cominciando a spogliarla. «Fa’ come ti dico.»

* * *

Era già molto tardi quando Andrew Cruel saldò tutti i conti e abbandonò l’albergo, incamminandosi verso casa. Era ubriaco fradicio e sconvolto dagli stupefacenti.
«Come devo interpretare tutto questo?» domandò Frahazanard, la voce acuta di chi sta per sbellicarsi da un momento all’altro.
«Come ti pare», tagliò corto il giovane.
«Oh, Andrew Cruel, Andrew Cruel! Non lasciarmi così sulle spine!» esclamò il globo, deridendolo. «Fa’ finta che io non sappia, che non possa leggerti il cuore. Fingiamo come ai vecchi tempi, quando ancora speravi di tenermi nascosto qualcosa», gli propose. Era come ragionare con un tossico in astinenza dalla droga preferita. Se fosse stato una persona, sarebbero stati due sbandati impegnati a sorreggersi l’uno con l’altro sulla strada deserta.
Almeno, aveva smesso di piovere.
Andrew sospirò, sentendosi un verme: si stava perdendo e non poteva farci nulla. Quella piccola avventura l’aveva soddisfatto assai meno di quanto avrebbe sperato, lasciandogli solo l’amaro in bocca. Era meschino tradire Flo, ma ne aveva bisogno per cancellare il senso di colpa causato dall’omicidio di Donald Costa; e poteva ritenersi deplorevole quando comprava il corpo di una bambina, ma non aveva altra scelta se non quella di assecondare i più turpi istinti… per opporsi a ciò che in Frahazanard aveva visto. Il suo più intimo desiderio, in quel momento, era spingersi all’estremo in ogni esperienza per non perdere se stesso.
«Che cosa sei, Frahazanard?» gli domandò ancora, sperando come non mai.
«Se anche ti rispondessi, non potresti capirlo.»
«Non credevo di poter capire molte delle cose che mi hai mostrato, ma avevo torto.»
«Tu non credevi, ma io so. So di essere ancora ben oltre la portata della tua immaginazione.»
«Ti prego…»
«Non implorarmi, Andrew Cruel, e ricorda sempre: è il tuo futuro, non il mio. Chiedi, chiedi qualsiasi cosa. A discapito di tutto, chiedi. Io ti darò.»
Era tornato a casa e, salendo nell’ascensore che l’avrebbe portato all’appartamento, ascoltò il cupo scorrimento del cavo d’acciaio nel vuoto ed ebbe voglia di piangere. Quando uscì sul pianerottolo, faticò per recuperare le chiavi nascoste in chissà quale tasca, ma alla fine vi riuscì. Guardò l’orologio da polso: era molto tardi, Lucas doveva essere tornato dal lavoro un’ora prima e, probabilmente, stava già dormendo.
Andrew esitò, indugiando nel divorante senso di colpa per una serata all’insegna del tradimento: verso Flo, che nonostante tutto aveva deciso di rimanergli accanto, e verso Lucas, che l’aveva accolto in casa. Forse poteva ancora cambiare, forse poteva salvarsi mostrando gratitudine, per una volta. Nel rifletterci, sentì quella nuova possibilità acquistare un senso.
«Perché no?» si disse tra sé.
«Provaci», gli suggerì Frahazanard.
Un buon modo per cominciare era cercare di non disturbare il sonno del fratello, che sopportava pazientemente d’essere svegliato a orari improbabili dopo una lunga giornata di lavoro. Forse, cominciando ad avere rispetto per Lucas… il resto sarebbe stato più facile.
Andrew ruotò la chiave nella serratura avendo cura di essere più silenzioso possibile e, in punta di piedi, scivolò nell’appartamento.
In quel momento, una risata sommessa lo raggiunse dalla camera da letto.

Continua…

Andrew Cruel – Capitolo 4

Flo

Andrew scese dal taxi e pagò la corsa lasciando una considerevole porzione di resto come mancia. L’autista accettò senza meravigliarsi, poiché tutti i damerini in giacca e cravatta che lavoravano in quel luogo erano, secondo lui, così infarciti di denaro da non sapere neanche cosa farsene.
Eccolo lì, il tanto decantato posto fisso che Lucas aveva contribuito a trovargli, la sua insperata fortuna. Tutte le volte che ci pensava, sentiva la cravatta stringergli il collo come un cappio e tentava di allargarla con due dita.
La grande azienda aveva un continuo viavai a ogni ora della giornata, perciò nessuno fece caso a un dipendente di ritorno dopo una lunga assenza. Preso l’ascensore, questi raggiunse il piano del proprio ufficio senza alcuna intenzione di recarvisi, optando per la direzione opposta all’apertura delle porte.
«Andrew!» lo salutò la segretaria, seduta dietro la scrivania nell’angolo del corridoio. «Bentornato! Come…?» la sua domanda morì sul nascere, troncata dal modo in cui il giovane la oltrepassò per raggiungere l’ultima porta in fondo. «Andrew, aspetta! Non hai un appuntamento! Non…» balzò in piedi, ma era già troppo tardi.
Andrew spalancò la porta senza neanche bussare e restò immobile, silenzioso, squadrando il grande e lussuoso ufficio con occhi sgranati e imperturbabili. L’uomo seduto alla scrivania in fondo alla stanza sollevò gli occhi dalle proprie carte con aria perplessa, contemplando la scena della minuscola segretaria nel vano tentativo di trascinare via un colosso in giacca e cravatta.
«Signor Marshall, mi scusi! Non l’ho lasciato entrare io, ha fatto tutto da solo! Non gli ho detto che…»
«Va tutto bene, Nora, può entrare», le assicurò l’uomo, alzandosi in piedi per accogliere il protagonista di quell’insolita intrusione. «Andrew, ragazzo mio, è bello rivederti!»
Andrew si era avvicinato alla scrivania e, mentre la ragazza chiudeva la porta dell’ufficio lasciando il principale e l’ospite da soli, il signor Marshall gli tese la mano, ma questi si limitò a fissarla come fosse un’appendice infetta.
«C’è qualcosa che non va?» domandò il direttore, perplesso, ritirando il braccio con aria vagamente offesa.
«No, anzi! Va alla grande!» esclamò Andrew, esibendo un sorriso idiota che, in un modo alquanto grottesco, sembrò accentuare i segni scuri che portava sotto gli occhi. «Lei è stato molto generoso con me, signor Marshall. Molto comprensivo…»
«Ho cominciato esattamente come te», si giustificò il brav’uomo, sospettoso.
«Una ragione ulteriore per non finire come lei», annuì il giovane, visibilmente divertito. «Sono venuto a trovarla per dirle di persona che mi licenzio.»
Marshall contrasse il volto in un’espressione più stupita che arrabbiata, cercando inutilmente di risalire alla causa di una dimissione tanto brusca; eppure, per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordare d’aver arrecato un torto tale da giustificarne la rabbia che pervadeva l’ormai ex dipendente in quel momento.
«Non capisco», ammise.
«Già, non stento a crederlo. Non ho più bisogno di lavorare, tutto qui. E se anche fosse il contrario, solo un idiota sprecherebbe gli anni in questo posto infernale! Voglio solo assicurarmi che non ne parlerà con mio fratello la prossima volta che farà un salto da lui.»
«È questo che ti preoccupa? Diamine! Potrei persino denunciarti per abbandono ingiustificato e… la tua premura è solo quella verso tuo fratello?!» sbottò il signor Marshall, stentando a capacitarsi di una simile assurdità.
«Ma lei non lo farà», minimizzò Andrew con una scrollata di spalle. «Io non reggo certo la baracca e lei è troppo onesto per perseguire qualcuno che non ha più voglia di lavorare», osservò in tono derisorio.
Il cipiglio del signor Marshall segnalò che, da parte sua, la conversazione poteva dirsi conclusa.
«Quand’è così… credo sia tutto, Cruel», affermò, riaccomodandosi in poltrona e tornando alle proprie occupazioni. «Fuori di qui e non farti più vedere.»
Andrew rivolse un unico sogghigno all’ex direttore e abbandonò l’ufficio, non degnò di uno sguardo la segretaria e non prese l’ascensore, godendosi la discesa delle innumerevoli scalinate e sentendosi, un gradino dopo l’altro, sempre più leggero.

* * *

Solo quando si ritenne al sicuro, nascosto e barricato nella toilette di un locale affacciato sulla strada, Andrew si arrischiò a mettere in atto ciò che aveva in mente.
«Frahazanard», chiamò, affondando la mano nella tasca interna della giacca, ma senza estrarre il globo.
«Il tuo animo è estremamente lieto, Andrew Cruel.»
«Puoi ben dirlo! Ascolta, mi sono appena licenziato, ma dovrò pur vivere di qualcosa. Cosa potresti fare per me?»
«Tu cosa vuoi per te?»
«Voglio solo essere certo di… di avere sempre con me il denaro che mi occorre!»
«Una certezza è più che sufficiente», gli assicurò Frahazanard. «Controlla le tue tasche.»
Andrew recuperò d’istinto il portafoglio e lo aprì davanti agli occhi: era uscito con un biglietto da cinquanta e uno da venti, lo ricordava bene, ma lo spettacolo delle svariate banconote che vi trovò gli mozzò il fiato. Riuscì a riprendersi a fatica, estrasse i contanti e li esaminò uno per volta, constatando l’effettiva diversità dei numeri di serie.
«Non sono falsi! Non sono duplicati!»
«So bene che non avrebbero avuto valore, altrimenti», gli assicurò Frahazanard. «Ho estrapolato da te il concetto di validità del denaro.»
«Ma… ma se sono veri… devono appartenere a qualcuno!»
«Nessuno ne sentirà la mancanza», gli assicurò Frahazanard. «Hai formulato il tuo desiderio, Andrew Cruel: questa è la ricchezza che ti occorrerà adesso.»
«Adesso? Che dovrei farmene di tutti questi soldi?!»
«Pensaci. Sei un uomo generoso, Andrew Cruel. Un uomo estremamente devoto.»

* * *

«Sono io!» gridò Andrew una volta a casa. Non ottenne risposta.
Dubbioso, il giovane depositò nel salotto i numerosi acquisti, si sfilò il cappotto dalle spalle e raggiunse la cucina: Flo era lì, ma sobbalzò quando lo vide e tolse dal capo le grosse cuffie del walkman. Sorrise, ma solo lievemente per il modo in cui le doleva la faccia martoriata dai colpi.
«Mi hai fatto paura», lo rimproverò, alzandosi dal tavolo e andandogli incontro per baciarlo. «Come mai sei già a casa? Non ti aspettavo…»
Andrew non rispose e restò impassibile alle labbra di lei sulla propria bocca, allungando lo sguardo sulla superficie del tavolo. Una mezza dozzina di quotidiani erano stesi in bella mostra.
«Cosa stavi facendo?» le chiese.
«Oh, ecco, cercavo un lavoro part-time», ammise la ragazza con un certo imbarazzo. «Lo so che mi hai detto che posso restare qui quanto voglio, ma non sarebbe giusto approfittarne così…»
«Ma di cosa vuoi approfittare?!» sbottò Andrew, risoluto. «Flo, che diavolo! Non abbiamo più bisogno di questa roba!»
«Che cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che… tu non ne hai più bisogno! Posso provvedere io a entrambi.»
«Non voglio essere un peso», protestò lei.
«Non lo sei», le assicurò lui, prendendola per mano e attirandola verso il salotto. «Vieni a vedere, guarda cosa ti ho portato!»
Flo trattenne il fiato quando vide il divano completamente ingombro di buste, scatole, pacchetti. Era assurdo persino credere che Andrew fosse riuscito a trasportare da solo tutta quella roba.
«Ma… ma cosa…» farfugliò.
«C’è la spesa per la cena di domani con mio fratello», le ricordò. «E gli altri sono regali. Regali per te», precisò, baciandola delicatamente sulle labbra immote.
Flo restò interdetta per tutto il tempo in cui Andrew la obbligò a scartare i pacchetti, ad aprire le buste e a frugare tra le scatole, estasiata e terrorizzata, al tempo stesso, dalla quantità di vestiti, gioielli e cianfrusaglie che rinvenne. Un dono dopo l’altro, le cartacce furono ammucchiate in una montagnetta sul pavimento sempre più alta, sempre più instabile.
Con dita tremanti, Flo recuperò una collana recante un prodigioso pendaglio di smeraldo.
«S’intona con i tuoi occhi», commentò il giovane.
«Come hai fatto a pagare tutto questo?!»
«Non è un tuo problema», tagliò corto Andrew, la baciò ancora una volta e si alzò in piedi. «Vado a fare una doccia e… vorrei trovarti a letto quando sarò uscito. Ho anche fame, preparami qualcosa», aggiunse.
La ragazza annuì in silenzio, ammutolita, mentre il compagno abbandonava il salotto sfilandosi la cravatta dal collo con un gesto sprezzante.

* * *

Dopo cena, Andrew e Flo si spostarono nuovamente in salotto, stanchi e felici della reciproca compagnia. Il televisore acceso proiettava una distorta luce bianca nell’oscurità della stanza, cangiando le varie sfumature al variare delle inquadrature. Stretti l’uno all’altra, i due innamorati prestavano solo una sommaria attenzione a ciò che avveniva oltre lo schermo.
«È bellissimo essere qui con te», mormorò Flo, coricata sul petto di lui.
Andrew annuì, sbadigliò, distese il capo all’indietro e si addormentò. Dopo un tempo indefinibile, fu destato dal movimento improvviso della ragazza.
«Cosa c’è?» le domandò.
«Guarda!» indicò Flo. «Parlano di un uomo scomparso da queste parti.»
Andrew fu completamente sveglio in un lampo e raddrizzò la schiena, gli occhi fissi sulla giornalista stagliata contro lo sfondo di una ricca villetta di campagna. Ascoltò le sue parole in religioso silenzio.
«Continuano le ricerche di Donald Costa, l’imprenditore scomparso pochi giorni fa dalla sua residenza. Era tarda serata, testimonia la famiglia, quando il signor Costa è svanito durante una festa privata per celebrare il compleanno della figlia minore. Intorno alle due del mattino, è stato certamente visto allontanarsi da…»
Andrew trattenne il fiato, serrò i denti e sentì lo stomaco annodarsi: la regia inviò a tutto schermo il primo piano di un uomo a malapena sorridente, segnato da un malessere indefinibile che gli aveva ingrigito il viso e scavato le guance, con corti capelli incolori e profonde occhiaie. Subito dopo, il montaggio del servizio si focalizzò su Charla Costa, moglie dello scomparso Donald, una piacente signora segnata da un’apprensione profonda. Parlava da un ricco salotto, seduta in poltrona, reggendo tra le dita la stessa foto mostrata un istante prima.
«Le autorità ce la stanno mettendo tutta per ritrovare mio marito, le ringrazio, ma sono stanca di aspettare notizie che non giungono», dichiarò la donna alla telecamera. «Io, i miei figli e la famiglia di Donald… tutti noi abbiamo bisogno di risposte! Offriamo un lauto premio in denaro a chiunque sia in grado di fornire informazioni utili al suo ritrovamento. Al momento della scomparsa, mio marito indossava un abito da sera e…»
In sovrimpressione, a un numero speciale fu affiancata la cifra ragguardevole della ricompensa.
«Che storia assurda», commentò Flo, incredula. «Sua figlia festeggiava la maggiore età, l’hanno detto mentre dormivi. Povera ragazza, chissà che brutti ricordi…»
Andrew era rimasto impietrito, raggelato, nel fissare il primo piano mandato a tutto schermo. Il tonfo del corpo contro l’automobile gli risuonò nella memoria, l’umido della notte, l’odore metallico del sangue che impregnava l’aria…
«Andrew? Andrew, ti senti bene?»
«Sì», rispose lui a mezza voce, scostando da sé la ragazza per alzarsi. «Devo andare in bagno.»
Il giovane abbandonò il salotto e si chiuse in bagno, evitando di accendere la luce. Indossava larghi jeans muniti di tasche laterali, ideali per nascondere oggetti poco pratici: fu lì che affondò la mano e recuperò il globo. L’oscurità della stanza s’impregnò di luce scarlatta.
«Avevi detto che non ne avrebbero saputo niente!» protestò in un sibilo appena udibile.
«Avevo detto che nessuno poteva ritrovarlo», ribatté Frahazanard, divertito. «E non lo troveranno, Andrew Cruel. Vuoi sapere dov’è finito?»
Per un momento, Andrew considerò l’idea di sfidare quell’essere indefinibile a svelargli tale verità, ma scoprì ben presto che la prospettiva di una risposta bastava a colmargli il petto di vivido terrore. Deglutì, si abbandonò contro la parete e scivolò in basso sino a sedersi sul freddo pavimento, la mano libera sul collo.
«Che cosa posso fare?» mormorò tra sé.
«Non c’è niente da fare», replicò Frahazanard con ovvietà. «Vivi! Qualcuno t’impedisce di andare avanti? Non dirmi che è il senso di colpa a divorarti, non sarebbe da te!» lo derise.
«Cosa ne sai di me, tu, stupida palla di vetro?!»
«Lasciami pensare…» ragionò Frahazanard. Pretesa buffa, la sua, dal momento che non possedeva certo un cervello per formulare pensieri. Dinanzi a quell’assurdità, Andrew si spazientì ulteriormente.
«Allora?!» lo incalzò.
«So che avevi bisogno d’aiuto», cominciò il globo. «So che eri sconfitto, ferito, ma forte abbastanza per richiamarmi a te. Credi forse che il nostro incontro sia stato un mero colpo di fortuna? Un capriccio del fato? Destino è la parola con la quale i deboli giustificano le proprie mancanze. Finché sarò con te, finché resterai forte, potrai usarmi per scrivere il tuo futuro.»
«Va bene! Allora… annulla questa ricerca! Fai che quel… quel Donald Costa sia dimenticato!»
«Ho detto che posso scrivere il tuo futuro, Andrew Cruel, non quello degli altri», rispose Frahazanard e, forse a causa dell’oscurità assoluta, i suoi bagliori ridenti furono più vividi che mai.
Andrew sospirò, scosse il capo, si scoprì a tremare. Una riflessione gli bruciò nella mente come un fulmine a ciel sereno, ma fu costretto a deglutire prima di esporla.
«Donald Costa… lui ti ha usato prima di me.»
«Mi ha detto il suo nome», confermò Frahazanard con ovvietà.
«Cosa ti ha chiesto?»
«Ricchezza, prosperità, fortuna…»
«Per quanto tempo?»
«Non possiedo una reale dimensione del tuo tempo nella mia forma», si giustificò il globo. «Per me potrebbero essere innumerevoli cicli, per te molto pochi; o viceversa.»
«E poi? Cos’è successo?»
«Abbiamo parlato», riferì Frahazanard. «Molto a lungo, tutte le notti. Col tempo, è riuscito a sapere qualcosa di me, ma a quel punto io sapevo già tutto di lui. Alla fine non gl’importava più niente di nessuno. Sei carnale, Andrew Cruel? Ti piace unire il tuo corpo a quello della tua compagna, percepisco. Anche a Donald Costa piaceva, ma se n’è distaccato sempre più. La sua femmina, Charla, ne era profondamente afflitta e ha fatto ricorso a tutte le strategie capaci di destare la fantasia dei maschi della tua specie. Funzionò, ma sempre meno. Donald preferiva parlare con me, bramava le finestre sui mondi che ero capace di aprirgli nella mente. E per quanto ne fosse impressionato, terrorizzato, non si stancava mai di quelle visioni. Esistono verità troppo grandi per la comprensione dei più e sì, forse la nostra intima natura è quella di pedine per un grande gioco, ma sta’ tranquillo, Andrew Cruel, poiché nessuno sceglierà al tuo posto i sentieri da imboccare sul crocevia. Credimi: alcuni li ho disegnati io stesso.»
Andrew soffocò nel pugno una nuova serie di scarlatti flash derisori, ripose il globo nella tasca e uscì dal bagno, fiondandosi in salotto.
«Cosa c’è?!» sobbalzò Flo, spaventata.
«Ti voglio!» esclamò lui, balzandole addosso, baciandola, strappandole i vestiti con passione fremente, tremante di paura sino al midollo.

Continua…

Andrew Cruel – Capitolo 3

Lucas1

Quando Andrew Cruel spalancò la porta e avanzò nella casa che divideva col fratello, il delicato profumo di deodorante per ambienti fece contrasto col ricordo del lezzo opprimente che l’aveva permeato sino al giorno prima. La donna delle pulizie aveva impiegato una giornata intera per lustrare a dovere l’appartamento, tutto a beneficio di Flo. Non perché lui si vergognasse del disordine in sé, ma non le avrebbe mai permesso d’intuire quanto la loro rottura l’avesse devastato.
Il giovane si fece goffamente strada oltre la porta d’ingresso, trascinandosi dietro le due grosse valigie che aveva preteso di trasportare da solo. Flo lo seguì timida, incantata dal tramonto che stendeva un tappeto dorato nella cornice della grande vetrata in salotto.
«Che vista fantastica!» commentò.
Andrew rispose con un grugnito, abbandonò le valigie e chiuse la porta. Soli, isolati da chiunque altro, si scambiarono un’occhiata pregna di significati.
«Perché mi guardi così?» domandò lei.
«È troppo facile tornare di colpo nella mia vita e credere che sia tutto come prima», sentenziò il giovane in un tono d’accusa troppo amaro per essere in linea col distacco che si augurava di esibire.
«Hai ragione», convenne la ragazza, passandosi nervosamente la mano tra i capelli. «Non avrei…»
«No, non avresti dovuto», l’anticipò Andrew, senza darle modo di terminare la frase.
«Mi dispiace!» esclamò allora Flo con enfasi. «Non ero in me, non so cosa mi abbia preso! Tutti possono sbagliare!»
«Ma non tutti possono rimediare», puntualizzò lui.
«Sei impossibile! Cos’è questa commedia? Vuoi solo farmela pagare o c’è un’altra ragione?»
«Non ho ancora deciso se sono disposto a perdonarti», sentenziò Andrew.
Flo aggrottò le sottili sopracciglia in un cipiglio ferino e avanzò, ricoprendo la distanza che lo separava da Andrew per fissarlo dritto negli occhi. Lui era molto alto e la ragazza gli sfiorava a stento le spalle, ma per autorità potevano dirsi alla pari; almeno in quel momento.
«Non ho stravolto la mia vita per lasciarmi condizionare dai tuoi giochetti», dichiarò con decisione. «Se sono qui è perché voglio ricominciare con te, qualunque sia il prezzo da pagare! Mi hai sentito, stupido?! Farò qualsiasi cosa per riparare ai miei errori! Se stai cercando un modo per quadrare i conti… accomodati, sono tutta tua», aggiunse, spalancando le braccia.
Andrew non rispose, ma la sua mano scattò come un colpo di frusta al viso di Flo con un poderoso manrovescio. La ragazza urlò di sorpresa e dolore, barcollò all’indietro e cadde sul divano dove restò immobile, il fiato corto, la mano nel punto offeso che già le pulsava sotto le dita, rivolgendo al giovane uno sguardo lucido attraverso il groviglio ghermente della crespa capigliatura.
«Andrew…» boccheggiò.
«Ecco, brava, comincia a ricordare il mio nome», disse lui, sfilandosi la giacca e lanciandola su una poltrona, dopodiché raggiunse Flo e la sollevò come una bambola dal divano.
Flo cacciò un nuovo grido e lottò brevemente, ma la mano di lui le serrò i ricci dietro la nuca e le diresse il capo con violenza, obbligandola a baciarlo sulla bocca.
La frenesia travolse entrambi in un’ondata di lussuria inarrestabile. I baci di Andrew si fecero violenti, crudeli oltre ogni limite, marcando la pelle della ragazza con vividi segni rossi. Si spogliarono a vicenda e solo quando furono entrambi nudi, incuranti del gelo che impregnava la casa, Andrew prese Flo per mano e la condusse via, oltre il salotto, in una camera da letto.
Quella che varcarono era la stanza di Lucas, l’unica dotata di giaciglio matrimoniale. Andrew pensò che fosse ormai tempo di rispolverare quel talamo: non sapeva niente delle avventure del fratello e non gl’importava, ma la costante assenza di ragazze lasciava presumere che Lucas si fosse adoperato in modo da evitare una convivenza fastidiosa.
Andrew scagliò Flo sul materasso e le strappò un grido spaventato, dopodiché le fu sopra. Lei lo accolse. Sembrava più uno stupro che un atto d’amore e, forse, era proprio così: nell’egoistico risentimento dell’abbandono, Andrew non poteva che odiare profondamente quella donna. La colpì ancora, traendo piacere dalle sue urla. Flo reagì con trasporto crescente, coprendosi il viso solo per riflesso e ricavandone un personale piacere, benché la pelle arrossata cominciasse a scurirsi nei punti in cui veniva percossa. Non parlarono per molto tempo e solo più tardi, calata la notte, finalmente si distaccarono. Andrew rotolò sulla schiena, sfinito, impregnato del suo stesso sudore. Flo rimase immobile e col fiato corto per un minuto abbondante, dopodiché si rigirò a sua volta e strisciò sul compagno, sul suo petto, baciandolo delicatamente sulle labbra.
«Sono felice di riaverti con me», gli disse.
Andrew proruppe in una secca risata, simile al latrato di un cane.
«Cosa c’è?!» sbottò lei.
«Guardati allo specchio», la esortò il giovane.
Flo volse il capo sulle ante del grande armadio, dove poté contemplare il proprio riflesso: se non avesse saputo che era proprio lei quella ragazza nuda, probabilmente avrebbe stentato a riconoscersi. Il suo viso era una maschera di lividi, perdeva sangue da una spaccatura sul labbro e la pelle era tanto rossa da farle credere che avrebbe preso fuoco.
«Va’ a farti una doccia», le ordinò Andrew, recuperando una sigaretta da un pacchetto che Lucas aveva lasciato sul comodino. «Dobbiamo uscire. Ho promesso a mio fratello che saremmo passati nel suo locale. Ha espresso il desiderio di conoscerti», aggiunse, enfatizzando l’ultima frase con amara ironia.
«Uscire?!» trasalì Flo, scattando a sedere. «Ma… io… così…» farfugliò, indicandosi la faccia.
«Ah, certo», annuì lui. «Dovrai trovare una scusa convincente per quei lividi. Usa un po’ d’immaginazione. Adesso sbrigati a lavarti: dovresti avere un odore migliore.»
Flo annuì senza aggiungere altro, si alzò e abbandonò la camera da letto. Andrew sogghignò tra sé, soddisfatto, si sistemò più comodo e accese la sigaretta. Gli era mancato sbattersi Flo, ragionò, e tutto sommato le cose avrebbero potuto essere peggiori. Prima della separazione, dubitava che lei si sarebbe lasciata pestare in quel modo mentre scopavano.
«Eh, Frahazanard, peccato che tu non possa godertela», aggiunse, rivolto al nulla, chiedendosi se il globo potesse udirlo. Dov’era che l’aveva lasciato? Oh, certo: nella tasca interna del cappotto, dove sarebbe stato al sicuro.

* * *

Pioveva a dirotto quando Andrew e Flo varcarono la soglia del Cainus, il locale che Lucas Cruel aveva tirato su con le sue sole forze. Quando entrarono, la clientela si riduceva a un paio di coppiette sedute nei tavolini più in ombra, quattro ragazze attorno a un basso tavolino e due ultracinquantenni zuppi di pioggia, mezzi addormentati e intenti a sorseggiare buone alternative alla benzina in punti opposti della sala. Un lento blues diffondeva il virtuosismo delle note in un’atmosfera di luce fredda, del medesimo colore.
Le due cameriere parlottavano tra loro in un angolo, attente a ricevere ordinazioni, mentre Lucas era dietro al bancone e ingannava il tempo lucidando le bottiglie con un panno. All’ingresso del fratello, tuttavia, sollevò il capo rivolgendogli un sorriso di genuino compiacimento e un gesto con la mano per indurlo ad avvicinarsi.
«Ce l’hai fatta a passare!» esclamò con entusiasmo. «Allora, posso finalmente conoscere la fortunata…» le parole gli morirono in gola quando la ragazza si fece avanti.
«Flo», la presentò Andrew senza troppe cerimonie. «Lui è Lucas, mio fratello.»
«Molto piacere», fece lei, tendendogli la mano.
«Il piacere è… mio», replicò il barman, esitando. «Perdonami, Flo, ma cosa ti è…»
«Oh, questi», ridacchiò lei, indicando con disinvoltura i lividi che le marcavano il viso. «L’altro giorno ho preso la mia prima lezione di kickboxing. Non credo che continuerò: sono davvero una frana.»
«Diavolo, no! Se ti riducono così…»
«Lucas, volevamo bere qualcosa», dichiarò Andrew.
«Sicuro! Avete già le idee chiare o…»
«Ardbeg per me. Tu cosa prendi, Flo?»
«Puoi farmi un Margarita, Lucas, gentilmente?»
«Non c’è niente di più facile», le assicurò lui, ammiccò e cominciò ad armeggiare con bottiglie e bicchieri. «Sai, Flo, sono davvero contento di conoscerti. Andrew mi aveva detto qualcosa di te, ma è sempre stato molto vago…»
«Comportarsi da orso è degno di lui», annuì la ragazza con un largo sorriso.
«Un romantico orso», precisò Lucas, sogghignando. «Eh, sì, non se l’è passata bene il mio fratellone in tua assenza…»
«Lascia perdere», lo ammonì Andrew a mezza voce.
«Il solito piantagrane», sospirò il barman, servendo al fratello lo scotch che aveva richiesto assieme a un bicchiere d’acqua con ghiaccio. «Goditelo!»
Andrew cominciò a bere come se fosse solo, tanto che aveva già ingurgitato metà dell’Ardbeg quando il Margarita fu pronto.
«Allora… alla nostra?» azzardò Flo in un brindisi.
«Oh, sì… certo», annuì il giovane, levando appena il bicchiere prima di bere nuovamente.
«Andrew, è passato il signor Marshall un’ora fa», ricordò Lucas. «È davvero un brav’uomo, non lo crederesti! Era preoccupato per te, diceva che sembravi un cadavere in ufficio. Mi ha chiesto se ti sei rimesso e quando potrai tornare a lavorare. Ah, dice anche di stare tranquillo: la direzione ha deciso di retribuirti questi giorni di malattia, qualcosa del genere.»
«Chi è il signor Marshall?» volle sapere Flo.
«Un mio affezionato cliente», le spiegò Lucas. «Lavora per un’azienda molto importante e siamo amici di vecchia data. Pensa, viene qui tutte le sere per l’aperitivo. Quando ho saputo che da loro c’era un posto da ingegnere vacante, gli ho detto di Andrew e lui ha messo una buona parola coi superiori.»
«Che persona gentile!» esclamò la ragazza, estasiata.
«Potremmo cambiare argomento?!» sbottò Andrew, alterandosi.
«Sì, certo che sì», annuì Lucas, perplesso.
«Andrew, che cos’hai?» gli domandò lei con premura.
«Nulla. Vado in bagno.»
Il giovane scolò il fondo del bicchiere e si allontanò dal bancone, diretto verso la toilette. Lì, una volta chiuso col chiavistello nel bagno degli uomini, svuotò la vescica in tutta calma, dopodiché passò al lavabo e lasciò scorrere l’acqua fredda sulle mani, si bagnò il viso e tentò di schiarirsi le idee. Si sentiva nervoso, inquieto.
Colto da un’improvvisa ispirazione, frugò nell’interno della giacca ed estrasse il globo di vetro: l’interno del piccolo bagno si accese di vivido bagliore scarlatto.
«Frahazanard!» chiamò.
«Cosa ti turba, Andrew Cruel?» replicò la voce incorporea, pregna come sempre della consueta derisione.
«Mio fratello! Lucas! Non può smetterla di fare l’idiota?!»
«Definisci idiota, Andrew Cruel.»
Il giovane sospirò, abbandonò la schiena contro la parete e scosse il capo.
«Questa è l’unica ragione?» lo incalzò Frahazanard.
No, non lo era, ma formulare il pensiero successivo richiedeva un diverso tipo di coraggio. Forse non aveva importanza: del resto, Frahazanard si era già dimostrato capace di leggergli nella mente, ma quella volta non aveva dato sfoggio di tale capacità, perciò non c’era niente di cui essere certi.
Andrew abbassò la voce per parlare, come se temesse d’essere udito.
«Continuo a pensare… ecco… lo so che è assurdo, che non può avere senso, ma… se qualcuno sapesse che sono stato io?»
«Non starai parlando di un cadavere che non esiste!» esclamò Frahazanard, sorpreso, lampeggiando nella caratteristica intermittenza che ricordava tanto una risata.
«Puoi esserne certo oltre ogni dubbio?»
«Per niente.»
«Allora cosa cazzo…!» ringhiò il giovane, digrignando i denti e compiendo uno sforzo sovrumano per invocare la calma. Sentiva le tempie pulsare.
«Rilassati, Andrew Cruel. Hai la tua donna, no? Goditela!»
Andrew ripose bruscamente il globo nella tasca interna della giacca, uscì dal bagno e raggiunse il bancone. Lucas e Flo stavano ridendo di gusto e il giovane osservò, con lieto piacere, che la coppetta della ragazza era già stata svuotata.
«Dovremmo andare», esordì.
«Così presto?» trasalì Lucas, ironico. «Che diavolo, fratello! Con questo schifo di tempo è già un miracolo avere la sala vuota! Vuoi mandarmi in rovina?»
«No, anzi… quanto…?» cominciò, recuperando il portafoglio.
«Metti via quella roba!» gli ordinò Lucas, indignato. «Offre la casa.»
«La casa non offre un cazzo. Dunque, un cocktail e…»
«Andrew, se non metti via quei soldi ti caccio fuori prima di lasciarti andar via», sghignazzò il barman.
«Gli prepareremo una cena per sdebitarci», propose Flo.
«Ecco, questo è un giusto compromesso», annuì Lucas.
«Be’… se la metti così…» bofonchiò Andrew.
«Andate e divertitevi, fratellone! Flo, ci vediamo a casa, giusto? Sei proprio fortunato, Andrew, davvero fortunato!»
Mentre uscivano sotto la pioggia torrenziale, Andrew ragionò su cosa avrebbe fatto una volta a casa: dopo il modo in cui intendeva scoparla, sarebbe stata Flo a ritenersi fortunata… se fosse stata ancora capace di reggersi in piedi, il mattino dopo.

Continua…

Andrew Cruel – Capitolo 2

Andrew2

L’alba glaciale restituì colore al mondo, mentre Andrew Cruel raggiungeva finalmente casa a bordo dell’automobile ammaccata. Attraverso la tenue foschia che accompagnava le prime ore del mattino, egli guidò lentamente sino al garage interrato del grande complesso condominiale dove abitava. Nel profondo, il giovane sperava di passare inosservato e procedette a testa bassa, scrutando attentamente la facciata del palazzo con la sua griglia di finestre tutte uguali, sconvolto dai brividi al solo pensiero che qualcuno potesse scorgerlo rincasare a quell’ora con aria stravolta e automobile danneggiata. Precauzione inutile, la sua, poiché era ancora troppo presto e nessuno poteva aver voglia di avvicinare la faccia ai vetri raggelati dalla notte.
Andrew attraversò il corridoio sotterraneo e raggiunse un vano personale, lo aprì al segnale di un telecomando e parcheggiò con cura nello spazio tra le pericolanti pareti di ciarpame, poi si affrettò ad uscire. Quando il garage fu richiuso con un ultimo gemito sferragliante, Andrew sospirò e il silenzio improvviso gli premette contro i timpani, assordandolo. Faceva freddo e la mente elaborava solo un concetto alla volta, lavorando come un vecchio motore sbuffante. Aveva ucciso e… avrebbe dovuto sentirsi a disagio, in colpa, spaventato, ma erano sensazioni troppo relative e decisamente distanti da lui. In quel momento, tutto ciò su cui Andrew sapeva concentrarsi era la fame.
Raggiunse l’ascensore interrato quasi correndo e premette il pulsante che lo portò su, sino al dodicesimo piano, dove abitava. Mentre ancora cercava le chiavi nelle tasche dei pantaloni, Andrew consultò l’orologio da polso: Lucas doveva essere uscito da almeno venti minuti e se ne rallegrò, esausto com’era al solo pensiero di dare spiegazioni.
L’ascensore si aprì sul dodicesimo piano ed Andrew raggiunse la porta di casa in pochi passi. Tese l’orecchio, attento al minimo rumore, senza percepire alcunché all’infuori del vento che ululava su per la tromba delle scale. Lo scatto della serratura suonò come una fucilata. Una volta all’interno, assicurò la porta alle proprie spalle con un doppio giro e il chiavistello.
Finalmente al sicuro dietro un ingresso sprangato, egli attraversò il salotto invaso dal consueto stato confusionario di quello che, prima che lo abitasse, era stato un appartamento ordinato. La mamma aveva sempre lodato Lucas per il suo zelo e mortificato Andrew per la straordinaria capacità che aveva di mettere ogni cosa a soqquadro. Come darle torto, del resto? I divani erano ingombri di scatole di pizza vuoti, il tavolino ospitava una legione serrata di bottiglie di birra e scatolette, lattine e cartacce, mentre il tappeto era chiazzato da una miriade di macchie multicolore che non rendevano certo giustizia alle tele imbrattate da quelle insensate modernità scelte da Lucas. Se solo il suo fratellino non fosse stato tanto occupato a mandare avanti il suo bar, pensava Andrew, avrebbe avuto ben più di una valida ragione per rinfacciargli l’orribile contributo che stava apportando all’ordine domestico. Ironia della sorte, era stato proprio Lucas a riportarlo indietro per offrirgli quel posto nell’azienda di un suo cliente abituale, ma erano ormai cinque giorni che Andrew si dava malato. Dopotutto, non aveva più molta voglia di lavorare.
Il giovane passò dal salotto in cucina senza neanche sfilarsi il cappotto. Com’era prevedibile, il disordine offriva il meglio di sé sulla tavola occupata da ogni sorta di cibo avariato, i fornelli incrostati da macchie che sarebbero svanite per miracolo e una colossale torre di Babele che si ergeva dal lavandino, nel precario equilibrio tra padelle, pentole e piatti.
Andrew aprì il frigorifero e raccattò un barattolo di maionese, una confezione di wurstel e una lattina di birra, si sedette al tavolo e scostò i rifiuti con un braccio per aprire uno spazio libero, disegnando almeno un paio d’archi di salse rancide sulla superficie. Come al solito, metabolizzò quella visione con filosofia e svitò il barattolo di maionese per intingervi i wurstel. Cominciò a mangiare.
Andrew era ormai giunto a metà della confezione quando scosse il capo come per schiarirsi le idee, si fermò in procinto di staccare l’ennesimo morso vorace e rifletté. La sua mano scivolò sulla tasca della giacca, dove le dita tastarono l’oggetto rotondo che aveva riposto prima di rimettersi in viaggio. Mai, come in quel momento, Andrew aveva avuto nel contempo il terrore e la speranza che fosse stato tutto un sogno. Eppure… esisteva una parte di lui che non accettava compromessi e, mentre la mente era impegnata in inutili elucubrazioni, quella parte di marcata decisione stava già estraendo l’oggetto dalla tasca.
Andrew afferrò la sfera e la posò sul tavolo, dove rotolò come una biglia sul tappeto da biliardo prima di fermarsi contro una scatola del ristorante cinese. Nella penombra di un’alba scura, un bagliore rossastro colmò la cucina e allungò le ombre nelle sagome di contorti demoni spettrali. Andrew restò a fissare il turbinio incessante di colori in quel vetro come inebetito, poi si scosse e ripeté quel nome nella mente per svariate volte prima di pronunciarlo.
«Fra… Frahazanard?» chiamò.
Nessuna risposta. Il vortice colorato all’interno della sfera era lento, ipnotico, ma i colori cangiavano a un ritmo da crisi epilettica. Andrew lasciò cadere nel barattolo il mezzo wurstel che reggeva e allungò la mano, afferrando la sfera.
«Frahazanard?» ripeté con decisione.
Il bagliore rossastro ammiccò e sembrò propagarsi come una vivida presenza per l’intero appartamento.
«Ti ascolto, Andrew Cruel», dichiarò quella voce incorporea che penetrava la mente.
Il giovane indugiò, non sapendo bene cosa dire. Frahazanard non dava l’idea d’essere impaziente e non aggiunse altro. Era strano sorreggere quell’oggetto tra le dita: le logiche considerazioni riguardo la sua natura, il prodigio che aveva compiuto e l’assurdità stessa di parlare a una palla di vetro… semplicemente svanivano quando il vortice di luci insensate accoglieva lo sguardo. Ogni incongruenza diventava coerente, come dissetarsi da una fonte di conoscenze che s’insinuavano nel cervello con inesorabile certezza. Alla fine, quel che Andrew ritenne di dover conoscere era ciò che non poteva sapere.
«L’uomo che ti aveva addosso… perché l’ha fatto?» chiese, alludendo al suicida.
«Non era forte», replicò la sfera con un bagliore divertito, quasi derisorio. «Ha abusato del mio potere e, quando non ha potuto più farne a meno, ha scelto la morte.»
«Non sei molto incoraggiante», osservò il giovane con sospetto.
Frahazanard abbagliò con un vortice di luce lento, seducente, dando la curiosa impressione di un occhio assorto in una profonda lettura per alcuni istanti; poi parlò nuovamente.
«Non sono uno strumento di morte», precisò la sfera. «Sono uno strumento di potere. Consegna una pistola nelle mani di qualsiasi stolto al mondo e questi si crederà invincibile. Tu non sei debole, Andrew Cruel», lo blandì in tono suadente. «Con un’arma in pugno, tu non riusciresti mai a strappare la vita a un altro essere umano.»
«Certo che no!» esclamò Andrew, sconvolto al solo pensiero. Aveva parlato d’istinto e subito si ammutolì, ricordando l’uomo che aveva investito non più tardi di qualche ora prima.
«Non sei stato tu a ucciderlo», precisò Frahazanard, intuendo i suoi pensieri.
«Come fai a sapere cosa sto pensando?»
«Non potrei esaudire i tuoi desideri se non fossi in grado di leggerti nel cuore», spiegò la sfera e, ancora una volta, scagliò un bagliore divertito.
«Desideri, eh?» ripeté Andrew, incredulo. «Come il genio della lampada?»
«Non sono vincolato all’obbedienza. Non sono un’entità legata a un ricettacolo materiale. Esaudisco l’altrui volontà per altruismo.»
«E dovrei crederci?»
«Io posso attendere», precisò Frahazanard, dando l’impressione di ridacchiare.
«Voglio sapere!» esclamò Andrew con impazienza.
«Quale vantaggio potrei trarne? Sono uno spirito creativo e niente più. Esaudire chi ha richieste per me è l’unico mezzo d’interazione che possiedo nel tuo mondo. In termini pratici, anche tu ti annoieresti dopo un’eternità in questa forma!»
Andrew inarcò un sopracciglio con sospetto, sentendosi spiazzato dall’ultima frase scaturita dal globo: quell’espressione tanto pratica, che quasi strideva tra le forbite espressioni di Frahazanard, era lo stesso pensiero che aveva formulato mentre l’entità lo pronunciava per lui. Difficile stabilire, a quel punto, se Frahazanard avesse letto, interpretato e verbalizzato il pensiero a una velocità tale da sfiorarne l’anticipazione. Andrew scosse il capo e si sentì stordito, poi fu colto da una considerazione più importante rispetto a ciò che la sfera gli aveva appena riferito.
«Non sei sempre stato una palla di vetro», osservò con sagacia. «Chi eri, prima?»
«Questo», dichiarò Frahazanard in tono pacato, «è un argomento che appartiene a un’altra storia.»
Andrew si sentì gelare il sangue e per un istante, per la minuscola frazione di un attimo, ebbe una sgradevole sensazione d’inconsistenza nella realtà che lo circondava, come se ogni percezione fosse delimitata dalla parete di una bolla di sapone galleggiante al centro di un buio più profondo dell’oblio stesso. Mentre sentiva il cuore ansimare sull’orlo del panico, Frahazanard distolse abilmente la sua attenzione con una domanda.
«Chi è Flo?»
Andrew si scosse e la rabbia prese il posto dello spavento sfiorato, trasfigurandogli l’espressione in una maschera livida che aveva ben poco d’umano.
«Che ne sai di lei?!» sbraitò.
«So che è la causa del tuo malessere», precisò la sfera con ovvietà. «Una femmina umana? I sentimenti per lei contrastano nel tuo cuore in una tumultuosa battaglia senza vincitori: per quanto grande sia l’amore che vi alberga, allo stesso modo è spaventoso l’odio che ti avvelena l’anima. Hai smesso di vivere per questa creatura.»
Andrew digrignò i denti e distolse appena lo sguardo dalla sfera prima di ricordarsi che, non essendo una persona fisica, Frahazanard non aveva occhi da evitare. Precauzione inutile, tuttavia, verso qualcosa che poteva leggerti la mente con tanta facilità.
«È stata colpa di Lucas!» ringhiò.
«Tuo fratello?»
«Sì!» esclamò il giovane con rabbia, realizzando quanto insensata e ingiusta fosse la sua accusa, ma troppo desideroso di addossare a qualcuno la colpa del proprio malessere. «Ha trovato per me questo lavoro e mi ha costretto a venire qui all’inizio del mese! Sapevo che sarebbe finita così, lo sapevo e ho voluto crederci come uno stupido! Flo è lontana, ma quando ero con lei… è vero, facevo quel che potevo per non farmi sfrattare e vivevo quasi di stenti, ma è lì che l’ho conosciuta, è lì che tutto è cominciato. Se n’è stancata, capisci? Sette, otto giorni fa, lei mi ha detto… che non riusciva a sopportare la nostra lontananza», aggiunse con astio. «Debole puttana», sibilò, imprimendo in quell’insulto più rancore di quanto effettivamente ne provasse. In verità, ciò che gli sconvolgeva il cuore era solo una struggente, dolorosa nostalgia.
«Vorresti rivederla?» sussurrò Frahazanard.
Andrew digrignò i denti e sbatté il pugno sul tavolo, amareggiato.
«A che mi servirebbe rivederla solo una volta?» replicò senza pensarci. «Io… avrei solo voluto che le cose fossero andate diversamente, tra noi. Ho fatto tanto per lei, volevo darle tutto me stesso, ma a lei non importava! Non è mai importato! Avrebbe dovuto seguirmi, questa è la verità! Avrebbe dovuto… essere qui da me!» sbraitò ad alta voce, inferocito al punto che gli si mozzò il respiro e cominciò a tossire convulso, tanto da chinarsi e non vedere il flash d’abbagliante luce scarlatta che scaturì dalla sfera.
Il telefono squillò in quell’attimo ed Andrew sussultò per lo spavento. Le melodie polifoniche di tre diversi apparecchi risuonarono per l’appartamento, ma il giovane contemplò quello appeso alla parete vicino ai fornelli. Lasciò la sfera di vetro sul tavolo e si alzò, sempre tossendo e soffocando un’imprecazione, per raggiungere il telefono e rispondere.
«Pronto?» disse, roco.
«Andrew!» esclamò un’entusiasta voce femminile dall’altra parte.
Poco mancò che Andrew Cruel svenisse, poiché d’improvviso una potente scarica elettrica gli sconvolse l’intero sistema nervoso. Trattenne il fiato dall’incredulità, fece vagare lo sguardo per la cucina e indugiò solo pochi attimi nella luce del globo, ancora immobile tra la confusione della tavola, prima di parlare.
«F… Flo?» mormorò. «Sei… sei davvero…»
«Sono stata una stupida!» singhiozzò lei dall’interno del ricevitore e, nell’udirne la voce sconvolta dal pianto, Andrew si sentì svuotato d’ogni energia e scivolò inerte lungo la parete fino al freddo pavimento. Fissava il vuoto, inebetito, mentre Flo gli parlava tra singhiozzi struggenti. «Io… non avrei dovuto s-separarmi da te, l’ho capito adesso! Che notte orribile ho passato, n-non puoi immaginare quanto ho pensato a te e quanto… quanto… ti prego, perdonami!»
Andrew non rispose e rimase in silenzio, incapace di trovare le parole. In realtà, non aveva le idee molto chiare su cosa provasse in quel momento, ma il suo respiro doveva essere perfettamente udibile dal modo in cui s’insinuava nel ricevitore.
L’esitazione sembrò sconvolgere Flo, che deglutì e tirò su col naso.
«Io… io ho già comprato un biglietto per raggiungerti», disse con voce tremula. «Spero che mi vorrai ancora con te, amore mio. S-spero… che non mi scaccerai, ma… ma posso capire se tu…»
«Avevi altri progetti per la tua vita», la interruppe Andrew con freddezza. «Dicevi che non avresti anteposto nulla ai tuoi studi e alla carriera.»
«Ho tutta la vita per fare quello che voglio!» protestò la ragazza con decisione. «Ma… basta un istante per perderti. Ti prego, Andrew, non…»
«Ti aspetto. Quando sarai qui?»
«Domani!» strillò Flo, entusiasta. «Oh, Andrew, sono così felice. Non posso credere che…»
«Ti richiamo io», tagliò corto Andrew, si alzò in piedi e riagganciò il telefono senza nemmeno salutare.
Con gli occhi rivolti al tavolo, alla fonte di quella luce sanguigna, Andrew coprì la distanza in un unico e lungo passo e afferrò la sfera, stringendola in una stretta fremente.
«Sei stato tu?!» ringhiò tra i denti.
Il globo lanciò bagliori a ritmo serrato, simili a una risata.
«Perché?» lo incalzò Andrew.
«Era quello che desideravi», replicò Frahazanard con innocenza. «Perché non avrei dovuto esaudire una così banale richiesta? Non ne sei felice, Andrew Cruel?»
Il giovane annuì lentamente e si umettò le labbra.
«Sì», rispose. «Sì, sono felice, ma… lei… la sua vita, le sue decisioni…» farfugliò.
«Non è mio il potere d’interagire col libero arbitrio degli esseri pensanti», dichiarò il globo con fermezza. «Posso semplicemente suggerire, mostrare soluzioni da diversi punti di vista e operare su basi potenziali quando influisco sui sentimenti. Se il sentimento che Flo prova nei tuoi confronti fosse del tutto appassito, io non avrei mai potuto esaltarlo.»
«Ma… ha detto che ha pensato a me tutta la notte!» insistette Andrew. «Il mio desiderio l’avrei espresso poco fa, giusto?»
Ancora una volta, il globo espresse qualcosa di simile a un sogghigno dal modo in cui la luce scarlatta delineò i contorni dell’ambiente circostante.
«I miracoli non sono mai di facile interpretazione», disse Frahazanard con saggezza. «Che cos’è un desiderio se non un miracolo espresso?»
«Dimmelo tu!» lo sfidò il giovane.
«Posso esaudire le tue volontà, Andrew Cruel, ma non risponderò alle provocazioni», ribatté Frahazanard, dando l’impressione di ridere di gusto. «Chiedi e ti sarà dato senza limite, ma scegli bene. Un desiderio che coinvolge una femmina è sempre una rischiosa scommessa.»
«Ma sentilo! E questo chi lo dice?!»
«Non certo io», rispose Frahazanard. «Una simile considerazione non mi appartiene, ma è esattamente così che la formulerei se dovessi dar voce al tuo stato d’animo.»
La luce dorata di un sole gelido s’insinuò all’improvviso nella cucina e, in lontananza, i suoni del traffico nella prima ora di punta annunciarono l’inizio di un nuovo giorno.

Continua…

Andrew Cruel – Capitolo 1

AC1

Andrew Cruel era un idiota. Lo era sempre stato.
Guidare come un pazzo a folle velocità nel cuore della notte, infischiandosene della fitta nebbia sulla scivolosa strada provinciale, sarebbe stato già troppo pericoloso senza l’immancabile cattivo umore, ma certi comportamenti sono notoriamente comuni a tanti altri automobilisti. No, ciò che rendeva Andrew Cruel un idiota era lo sdegno e la frustrata brama di rivalsa che riservava a ogni cosa, ogni dettaglio di una vita ormai insipida, della squallida routine delle sue giornate, dell’insensatezza che ormai riservava a ogni lurido, dannatissimo rituale imposto dalla schifosa società. Era il genere di atteggiamento col quale credeva di trasmettere il proprio odio nell’abitacolo di tutti gli altri veicoli.
In quella notte di fine novembre, Andrew Cruel guidava scagliando amare imprecazioni a ogni automobilista che aveva avuto la malaugurata idea d’incrociarlo in quella folle corsa nella bruma notturna. Quei maledetti fendinebbia gli ferivano gli occhi, ma era comprensibile dopo un’oscurità durata giorni interi. In quei momenti, pur consapevole del modo in cui veniva abbagliato dalla più insignificante fonte di luce, Andrew dava prova di magistrale idiozia e fissava con insistente provocazione i fari scagliati in direzione opposta, quasi sfidando loro e l’autista d’ogni altra autovettura ad abbassarli per timore. Sarebbe superfluo precisare che nessun’automobile, sino a quel momento, si era arresa sotto lo sguardo infuocato di Andrew Cruel, che tutto sommato non era uno stupido e comprendeva appieno l’insensatezza di quell’atteggiamento utile solo ad avvelenarsi il sangue, ma ciò contribuiva ad accrescere sempre più il suo nervosismo e l’astio bruciante che lo faceva schiumare di rabbia.
Accelerò ancora e alzò il volume dell’autoradio con la sciocca intenzione di schiarire le interferenze nella trasmissione, dedicando una fitta sequela d’insulti immotivati a ciascuno dei commentatori. Al termine della telefonata di un’ascoltatrice alla ricerca di consigli riguardo la propria relazione amorosa, a parere di Andrew abbastanza ipocrita da guadagnarsi alcune delle sue misogine perle di saggezza, il segnale si schiarì improvvisamente. Il dj concluse con i saluti rituali e, a metà del suo annuncio sul brano successivo, la musica si diffuse dagli altoparlanti.
«Molto bene, pirati della notte, il prossimo pezzo è per chi è ancora sveglio e ci sta ascoltando, per chi non vuole saperne di dormire sul crocevia di questo asfalto rovente! Sono gli AC/DC in Highway to Hell, tutti per voi!»
«Finalmente!» tuonò Andrew, alzando ancora il volume e cominciando a cantare a squarciagola.
Circa a metà della canzone, tra i debiti pagati al Diavolo in persona e, forse proprio come premio per l’oscuro patto, la frenetica constatazione di suonare in un gruppo rock, un enorme camion sbucò oltre una curva dell’alberata strada di campagna, abbagliando Andrew più del consueto con gli enormi fari rialzati. Andrew mischiò la strofa della canzone alla consueta invettiva volgare.
«Playing in a fucking rockin’ band!» cantò.
Il camion lo oltrepassò, Andrew imboccò la curva a tutta velocità. In quel momento, un tonfo mostruoso risuonò all’interno dell’abitacolo. Andrew serrò i denti mentre sentiva il sangue raggelare e inchiodò istintivamente, sdrucciolando lungo la strada come una grossa saponetta di metallo. La nebbia vorticò furiosamente intorno alla vettura, Andrew perse il controllo e uscì dalla carreggiata, mancando per miracolo due alberi cresciuti pericolosamente vicini e riuscendo a fermarsi solo quando il cofano fu completamente affondato in un ammasso di rovi.
Nel silenzio che seguì, la canzone degli AC/DC fu quasi assordante e si sovrappose a nuove scariche d’interferenze graffianti. Andrew si affrettò a spegnere la radio con mani gelide e tremanti e guardò all’indietro, col cuore che batteva all’impazzata, nel buio ammasso di nebbia alle sue spalle. Aveva colpito qualcosa o… no, era qualcosa ad aver colpito lui, realizzò. Forse un animale? Deglutì, sentendo svanire tutta la rabbiosa frenesia che l’aveva accompagnato per tre o quattro decine di chilometri fuori città. Aprì il cruscotto senza riuscire ad arrestare il fremito delle mani, frugando alla ricerca della piccola torcia elettrica che afferrò dopo una breve lotta col laccetto incastrato.
Andrew spense il motore, aprì la portiera e scese: l’aria era umida e satura dell’odore di bruciato causato dall’improvvisa frenata. Decise che si sarebbe accertato in seguito delle condizioni dell’automobile e percorse la strada a ritroso, puntando la luce della torcia elettrica davanti a sé e stando bene attento a camminare sull’estremo margine dell’asfalto. Aveva quasi l’impressione d’essere in preda all’alcool per il modo in cui tutto appariva distorto ai suoi occhi sconvolti; e aveva caldo, un caldo bruciante, benché percepisse chiaramente il gelido sudore che gli impregnava ormai tutto il corpo.
Pregando in cuor suo di non scorgere ciò che temeva maggiormente, il destino sembrò giocargli un brutto scherzo quando, finalmente, intravide una lunga striscia di sangue raschiato sull’asfalto. Al termine della linea, una sagoma orribilmente umana giaceva in un’orrenda posizione scomposta.
Andrew Cruel dovette far ricorso a tutto il proprio autocontrollo per mantenere i nervi saldi, tornare all’automobile e tentare una fuga sfrenata il più lontano possibile da quel luogo. Invece, realizzò i possibili risultati del suo gesto e prese una decisione dettata dal timore delle conseguenze piuttosto che dalla morale. Si avvicinò a grandi passi al corpo riverso al suolo.
«Cazzo!» sibilò tra i denti. «Cazzo, non morire! Non morire! Non…» si fermò di colpo accanto all’individuo che aveva investito e vide che era un uomo dai capelli scoloriti e l’incarnato grigio, malato, probabilmente sbucato da qualcuna delle ricche abitazioni del borgo vicino, con indosso un elegante abito da sera irrimediabilmente lacero e sporco di sangue.
Ormai convinto d’aver ucciso quell’uomo, Andrew trattenne a stento un urlo e quasi perse i sensi scorgendo i suoi occhi, cerchiati di rosso e vividi contro un viso orribilmente tirato, guizzare come fari rabbiosi nella sua direzione. Era ancora vivo.
«Sei saltato fuori dal nulla!» esclamò immediatamente Andrew in un’accorata giustificazione, inginocchiandosi cautamente. «Non ho potuto evitare, ma forse siamo in tempo a… io… chiamo… chiamo un’ambulanza e…» s’interruppe, quasi trafitto dallo sguardo avvelenato che l’uomo morente gli rivolse: era un chiaro ammonimento senza parole, uno slancio d’odio che neanche quei denti scoperti e impregnati di sangue, serrati ormai in un ghigno di morte, potevano esprimere meglio.
Un’idea assurda balenò nella mente di Andrew, talmente folle da trovare riscontro: l’aveva fatto apposta! Quel tale… voleva ammazzarsi! In quel momento gli sembrò tutto straordinariamente chiaro, spaventosamente evidente. Ma perché?
Le forze residue del suicida si concentrarono sul lato sinistro del petto, dove egli aveva serrato una mano scorticata. No, realizzò Andrew, non era il petto che stava toccando, ma il taschino dell’elegante giacca scura. Credendo che l’uomo desiderasse attirare la sua attenzione in quel punto, Andrew allungò la mano tremante e fece per scostare il lembo della giacca, ma un rantolo rivoltante proruppe dalla bocca del morente e lo fulminò sul posto.
«No!» ringhiò con voce inumana. «No…» con quell’ultima negazione sulle labbra, i suoi occhi si fecero vitrei nella morte.
Per quasi un minuto, Andrew restò con la mano ancora sospesa, immobile, in compagnia del cadavere. Un’infinità di pensieri terrificanti gli affollavano la testa e tutti facevano capo a un unico quesito: che ne sarebbe stato di lui? Il suo lavoro, la sua vita, la famiglia e persino… no, realizzò, non poteva permettere a un coglione suicida di troncare due esistenze in un colpo solo, soprattutto se una era quella di Andrew Cruel che non aveva certo avuto intenzione di farla finita! Si sarebbe liberato del corpo, stabilì, e anche dell’auto! Fece un rapido calcolo sulle probabilità che aveva di trasportare un cadavere per un lungo tratto di strada e decise che non aveva voglia di rischiare, perciò l’avrebbe semplicemente abbandonato in mezzo ai rovi ben sapendo che le autorità non avrebbero impiegato molto a ritrovarlo. Quanto all’automobile, avrebbe certamente percorso una bella distanza prima di liberarsene.
Trattenne la piccola torcia elettrica tra i denti e, reprimendo l’istintivo disgusto, afferrò il cadavere per le caviglie e cominciò a trascinarlo verso la vegetazione ai lati della strada, inorridendo a causa della nitida scia di sangue che lasciò al suo passaggio. Be’, non poteva fare altro che affrettarsi, ma quel corpo sembrava pesare almeno tre volte più di quanto si aspettasse. Era ormai notte fonda, ma se qualcuno fosse passato proprio in quel momento sarebbero stati guai seri.
Quando, finalmente, ebbe aggirato un cespuglio di rovi e nascosto il cadavere come meglio poteva, Andrew abbassò lo sguardo. Persino nella morte, le dita dell’uomo erano ancora serrate sul taschino della giacca. Con le sue ultime forze, egli l’aveva scacciato proteggendo qualsiasi cosa custodisse lì sotto. In quel momento, una primitiva curiosità riuscì a imporsi sulla paura.
Andrew Cruel si umettò le labbra salate del sudore che impregnava il folto pizzetto castano e s’inginocchiò una seconda volta, cautamente, ancora raggelato dal livore che aveva scorto negli occhi dell’uomo suicida da temere quasi un ritorno dall’oltretomba per fermare la sua mano.
L’uomo aveva serrato le dita intorno a un oggetto che custodiva nella tasca interna della giacca, qualcosa che doveva stargli molto a cuore a giudicare dalla forza che ancora pervadeva quella mano morta. Con una certa fatica e un considerevole ribrezzo, Andrew riuscì ad allentare la presa d’acciaio e frugò nell’interno della giacca lacera. Ciò che percepì fu la superficie liscia e tiepida di un oggetto dalle dimensioni imprecisate, qualcosa che poteva essere grande quanto un pugno e, un istante dopo, rimpicciolire alle dimensioni di una biglia di vetro. Ricacciando tutto il timore che quell’operazione incuteva, Andrew estrasse l’oggetto e fu immediatamente abbagliato da una luce: quella volta, egli contemplò il bagliore con un misto di stupore e meraviglia capace di travolgere qualsiasi altra emozione.
Era una piccola sfera di vetro ed era… incantevole, meravigliosa alla vista così come un uomo può giudicare il corpo nudo di una bella donna. No, no, decisamente no, si disse Andrew: era molto di più! Era trasparente, colma di una gamma infinita di colori mulinanti, ma il rosso prevaleva su qualsiasi altra gradazione e illuminava il mondo di sfumature tanto affascinanti quanto sinistre.
Andrew spalancò la bocca per lo stupore e la torcia gli cadde dai denti, tra le ginocchia. Passò amorevolmente le dita sulla superficie di quella sfera, ammaliato da tanta bellezza e stupito dal modo in cui il vetro splendente non veniva mai opacizzato dal sudore delle mani. Avvicinò l’oggetto al volto e, solo in un primo momento, credette che gli occhi all’interno di quella mutevole accozzaglia di luce appartenessero al suo riflesso.
Una voce parlò e fu chiaro che proveniva dalla sfera, ma Andrew la sentì propagarsi direttamente nella propria testa. Per una ragione del tutto incomprensibile, gli sembrò la cosa più naturale del mondo.
«Chi sei tu?»
«Io… credo di voler sapere cosa sei tu», mormorò in risposta il giovane, sforzandosi di mantenere un certo controllo su… su che cosa, dopotutto?
Un intenso bagliore rossastro proruppe dalla sfera ammiccante e, per un attimo, fu come se avesse sorriso. Ovviamente non c’era nulla in quell’oggetto che potesse sorridere, ma ogni lampo sembrava più eloquente di qualsiasi espressione.
«Dimmi il tuo. Ti dico il mio», propose la sfera. Aveva un timbro vagamente maschile.
«Andrew… Cruel», dichiarò l’altro con appena una vaga esitazione.
«Frahazanard.»
«Che nome è?!» sbottò Andrew, faticando a comprenderlo e memorizzarlo.
«Non ha importanza: sono ai tuoi ordini.»
«Ordini? Cosa significa?»
«Posso alterare la realtà se lo desideri. Sei felice, Andrew Cruel? La tua vita è come vorresti che fosse? Posso cambiare facilmente ciò che non ti aggrada.»
«Che stronzata!» sbottò Andrew. «Perché potresti? In che modo?»
La sfera chiamata Frahazanard lanciò un altro lampo e, quella volta, sembrò quasi sul punto di ridere.
«Mettimi alla prova!» lo sfidò.
«Oh, ne ho una eccellente per te!» esclamò il giovane. «Non so se lo sai, ma ho appena investito un tizio e…»
«Era il mio vecchio padrone», tagliò corto la sfera. «Vorresti che lo riportassi in vita?»
«Esatto!»
«Questo non posso farlo, Andrew Cruel.»
«Non ne sei capace, eh?!»
«Se anche lo fossi, non ne avrei il potere: egli desiderava morire e non c’è arte che possa riportarlo indietro, adesso. Quello che percepisco, tuttavia, non è il desiderio di vita per quest’uomo, ma il timore d’essere condannato per la sua morte.»
«Come fai a…» trasalì Andrew.
«Lascia perdere», lo interruppe Frahazanard. «Guarda.»
Andrew Cruel abbassò lo sguardo e quasi urlò: il cadavere dell’uomo investito era svanito. Afferrò a tentoni la torcia elettrica e si alzò barcollando, rivolgendo il fascio di luce sull’asfalto, alla ricerca del corpo che, forse, aveva solo creduto di nascondere. Niente. Persino il sangue era scomparso. Era come se nulla fosse mai accaduto, ma… la sfera era lì, stretta nel suo pugno rovente.
«Dov’è finito?!» urlò.
«Che importanza ha, Andrew Cruel? Nessun omicidio è tale senza un cadavere», teorizzò la sfera e, quella volta, il bagliore che emanò diede l’idea di un sogghigno divertito.
«Non posso… non posso crederci!» farfugliò il giovane.
«Desideri credere?» chiese Frahazanard, beffardo.
«Potresti farlo?» ringhiò Andrew, in equilibrio tra l’incredulità e la rabbia.
«Potrei, ma sarebbe noioso. Invece, ti permetterò di sperimentare le fasi della conversione dei giusti.»

Continua…