La Voce della bambina

Sigemund masticò la radice di liquirizia e stese la lingua per accogliere il succo dolciastro: ne aveva proprio bisogno in una giornata tanto aspra. Si accostò più che poté al menhir della radura sacra e cercò un po’ d’ombra; o un nascondiglio dall’esame dei druidi.
Madre Arnora si passò le dita sul mento rugoso. «Come hai detto che si chiama, tua figlia?»
Sigemund deglutì a fatica. «Sable».
Il druido Mursi aprì la borsa delle pietre. «Hai detto che ha quattro anni…»
«L’ho detto». Sigemund si asciugò la fronte sudata nel palmo della mano. «Ma è sempre stata così, il nostro cane la ama, le capre le obbediscono, giocano con lei. Io… prego solo che non sia vegliata da uno spirito maligno. Tutti i bambini giocano con gli anima—»
Madre Arnora sollevò un indice ritorto. «Sigemund, tutto quello che ci hai raccontato è vero?»
Lui annuì. La radice gli pesava in bocca e non aveva neanche la forza di sputarla.
«Allora non devi illuderti! Tua figlia ha convinto un serpente a non mordere una volpe; e poi la volpe è andata da lei e le ha offerto la zampa. È certo come il sorgere del sole che uno spirito la veglia, dobbiamo solo capire quale!»
Un capogiro stordì Sigemund, l’avrebbe abbattuto come una bestia se non ci fosse stato il menhir a sorreggerlo, proprio dietro dietro la sua schiena.
Mursi lanciò le pietre nel piatto di legno e quelle rimbombarono come colpi di tamburo.
Madre Arnora si avvicinò al druido più giovane coi deboli occhi strizzati. «Che cosa vedi?»
Mursi indugiò; una gran brutta pausa. «Non c’è “spirito”. C’è… “dio”».
«Canaglia bifolca! Gli dèi se ne sono andati da tempo, lo sai!»
«Guarda, madre». Mursi sollevò il piatto tra le mani e glielo piazzò sotto il naso. «Le pietre dicono “dio”, come tu mi hai insegnato».
Respirare era diventato difficile, Sigemund strattonò il colletto della giubba. «Vi prego…» I druidi lo guardarono. «Vi prego, ditemi solo che la mia Sable vivrà. Asfrid non sopporterebbe la perdita di un altro figlio, ne morirebbe!»
La sua preghiera nasceva dal cuore; eppure, quelle facce non presagivano proprio niente di buono.

*

Il cortile del vecchio santuario era pieno di orchidee bianche. Sable avrebbe voluto raccoglierle per intrecciare una ghirlanda, ma suo padre gliel’aveva proibito. Però, non aveva detto niente sugli abitanti del giardino. Lei tese la mano su un fiore a ridosso di un muretto. «Salve, signora mantide!»
L’insetto salì sul suo palmo. Sable se lo portò al naso per annusarlo e scoprì che sapeva di terra e buon muschio. Le zampette a tenaglia le percorsero le labbra.
«No, così mi fai il solletico!» Allontanò la mantide. «Cosa c’è? Sei preoccupata?»
La creaturina tese il corpo regale e voltò la testa all’indietro, verso l’ingresso del cortile, dove era comparso un uomo alto in vesti bianche. Un fruscio tra le dita le indicò che la mantide era volata via. Sable sospirò: doveva avere proprio paura.
L’uomo si avvicinò. «Vieni qui, piccola. Cosa stavi facendo?»
Sable batté le palpebre e obbedì. Perché tutti le facevano sempre quella domanda. «Parlavo con la mantide, druido». Suo padre le aveva anche raccomandato di essere educata.
Lui le premette una mano sulla spalla. «Davvero? Senti le parole degli insetti?» Il suo corpo profumava di zenzero.
Sable si grattò la nuca. «Anche degli animali grossi, druido. E pesci, uccelli… Ma non dicono parole, loro». Le venne da sorridere. «Si fanno solo capire».
L’uomo la spinse via dal cortile. «Vieni, tuo padre sta discutendo con madre Arnora». Sembrava un po’ arrabbiato. «Ti aspettano».
Sable deglutì. «Ho fatto qualcosa di sbagliato… druido?»
Lui sbuffò. «Tu sei innocente, bambina. Speriamo solo di farti star bene».
Sarebbe stato meglio scappare come aveva fatto la mantide, ma le dita di quell’adulto si erano artigliate alla spalla della tunica con troppa forza. Se solo fosse venuta anche mamma… Con lei in giro, non c’era mai troppo da preoccuparsi.

*

Sable portò le mani al petto: suo padre singhiozzava da qualche parte nella radura sacra, le feriva il cuore. Fece per andargli incontro, ma il druido la fermò.
«Aspetta». La riportò all’ombra del faggio e le premette ancora la mano sulla spalla, per tenerla ferma.
Gli occhi di Sable s’inumidirono. Non riusciva a capire le parole di suo padre, sapeva solo che era disperato; e lui non si disperava mai. Tra i rami, un gruppetto di scoiattoli le lanciava richiami e lei non desiderava altro che giocare con loro, ma non con quel peso nel petto.
Le figure si mossero nel sottobosco. Una vecchia in tunica bianca precedeva di un passo l’imponente Sigemund. Il druido mollò la presa e Sable corse tra le sue braccia.
Lui si piegò su un ginocchio per stringerla; aveva la barba inumidita sulle guance e le sue braccia tremarono.
«Padre…» Cominciava davvero ad avere paura. «Che hai? Perché piangevi?»
Sigemund gonfiò il petto orgoglioso. «Non piangevo, piccola!» Uno spasmo gli arricciò i baffi. «Ero solo preoccupato».
Sable gli fece una smorfia come quella di mamma. I maschi grandi erano sempre i più stupidi: più facile ammettere la paura che versare un paio di lacrime.
La vecchia druida si mise davanti a loro. Stava dritta come un guerriero. «Sable figlia di Sigemund, ho conferito con tuo padre». La sua bocca sembrava una fessura nel legno. «Per il bene del popolo, ho deciso che ti condurremo sul monte Rompicorno: da secoli, lì vive un mostro che fu abbandonato dall’ultimo dio, prima che anche lui ci lasciasse. Giudicherà se sei pura abbastanza, altrimenti sarai divorata. Accetta la sentenza da vera donna Frangisale!»
Un formicolio freddo salì nelle guance di Sable. Suo padre aveva le spalle rigide e si mordeva le labbra. Lei… non l’avrebbe fatto sfigurare davanti ai druidi. «Va… va bene». Deglutì; non resistette. «Ma che cosa ho fatto, io?»

*

Sigemund nascose la faccia tra le mani, ma non osò coprire gli occhi. Sable era nella radura, al cospetto di quella caverna immensa, legata per la caviglia al menhir con una catena così arrugginita, così vecchia, che lui avrebbe potuto spezzarla anche per gioco! Ma una bimbetta…
Lei era seduta contro la pietra e usava un bastoncino per rimestare i frammenti d’osso mescolati al terreno. Era tranquilla, non protestava, non piangeva, e Sigemund era così orgoglioso di lei che ogni battito di cuore minacciava di spaccargli il petto. Eppure, i crampi nello stomaco lo paralizzavano. Si accasciò dietro il tronco caduto e giunse le mani al petto: qualche nume avrebbe udito la sua preghiera disperata di padre. Anche da oltre l’universo, dovevano conservare compassione!
«Finiscila, Sigemund!» gracchiò madre Arnora. «Gli dèi se ne sono andati, lo vuoi capire? Sono rimasti solo i loro mostri.»
Non importava. Forse era vero ma, se si urlava abbastanza forte, poteva accadere un miracolo. Gliel’aveva insegnato il mare, quando era stato soccorso e quando aveva aiutato.
Mursi si sfregò il braccio sotto la tunica bianca. «Che mostro è quello che attendiamo, madre?»
«Non lo so». La vecchia sfiorò il falcetto alla cintura. «L’ultima volta che è stato interpellato era ai tempi della nonna di mia nonna… credo… Non ricordo per quale ragione. A quei tempi, qualcuno gli offriva i prigionieri per saziarlo e placare la nostalgia del suo dio, ma è passato tanto di quel tempo e non ci sono più guerre. I Frangisale hanno dimentica—»
Un muggito tonante, come la nota venuta fuori da un colossale corno di pietra, proruppe dal fondo della caverna.
Sable balzò in piedi e si appiattì sul menhir.
Sigemund pregò più forte. «Chiunque tu sia, tu che hai spezzato il cuore a questo mostro… Non permettergli di vendicarsi su mia figlia!»

*

Sable premette la schiena sul menhir e affondò le unghie nello strato di muschio che lo ricopriva. Il muggito dal cuore della caverna le diede crampi di paura nella pancia, le tolse ogni forza. Qualunque cosa fosse quel mostro, era arrabbiato e se la sarebbe mangiata. Deglutì. Non aveva neanche dato un ultimo bacio a mamma…
Corna ramificate emersero dal buio. Enormi! E una testa allungata dal pelo rossiccio. Il mostro avanzò in piedi come un uomo, anche se… era alto come sei o sette persone, in effetti, e aveva anche un corpo umano, eppure… Ma no, era un animale!
A Sable venne da ridere. Si voltò verso il limitare della foresta. «Ma padre, hai visto? Non è un mostro! È un cervo!» Si staccò dal menhir e gli andò incontro sino al termine della catena. «Salve, signor cervo!» Sollevò le mani sopra la testa per richiamarlo.
Il cervo si piegò su un ginocchio per guardarla da vicino. Aveva occhi acquosi e tutti neri. Le posò l’enorme naso tra i palmi, umido e caldo, e fece un sospiro che le scompigliò i capelli.
“Ho sentito la preghiera di tuo padre”. La sua voce affondava dritta nel cuore. “Non credo sia giunta al mio dio, ma a me sì”.
Era la prima volta che un animale parlava in quel modo così chiaro. Le labbra di Sable tremolarono.
“Non ti avrei mangiata, piccola mortale. Hai la Voce del primo uomo e della prima donna. Dillo a quegli adoratori che hanno dimenticato! Quando te l’avranno spiegato, torna da me”. Si staccò da lei, si sollevò in piedi, le diede le spalle e si rintanò nella caverna. Era stato molto triste.
Sable cercò suo padre dietro il tronco: la fissava a bocca aperta. La druida aveva i lacrimoni sulle guance rugose e baciava il falcetto come se fosse il suo bambino; il druido giovane era bianco in faccia come la neve.
C’era da spazientirsi. «Allora?!» Sable tamburellò il piede sul terreno. «Mi venite a liberare? Devo dirvi tante cose!»