Andrew Cruel – Capitolo 1

AC1

Andrew Cruel era un idiota. Lo era sempre stato.
Guidare come un pazzo a folle velocità nel cuore della notte, infischiandosene della fitta nebbia sulla scivolosa strada provinciale, sarebbe stato già troppo pericoloso senza l’immancabile cattivo umore, ma certi comportamenti sono notoriamente comuni a tanti altri automobilisti. No, ciò che rendeva Andrew Cruel un idiota era lo sdegno e la frustrata brama di rivalsa che riservava a ogni cosa, ogni dettaglio di una vita ormai insipida, della squallida routine delle sue giornate, dell’insensatezza che ormai riservava a ogni lurido, dannatissimo rituale imposto dalla schifosa società. Era il genere di atteggiamento col quale credeva di trasmettere il proprio odio nell’abitacolo di tutti gli altri veicoli.
In quella notte di fine novembre, Andrew Cruel guidava scagliando amare imprecazioni a ogni automobilista che aveva avuto la malaugurata idea d’incrociarlo in quella folle corsa nella bruma notturna. Quei maledetti fendinebbia gli ferivano gli occhi, ma era comprensibile dopo un’oscurità durata giorni interi. In quei momenti, pur consapevole del modo in cui veniva abbagliato dalla più insignificante fonte di luce, Andrew dava prova di magistrale idiozia e fissava con insistente provocazione i fari scagliati in direzione opposta, quasi sfidando loro e l’autista d’ogni altra autovettura ad abbassarli per timore. Sarebbe superfluo precisare che nessun’automobile, sino a quel momento, si era arresa sotto lo sguardo infuocato di Andrew Cruel, che tutto sommato non era uno stupido e comprendeva appieno l’insensatezza di quell’atteggiamento utile solo ad avvelenarsi il sangue, ma ciò contribuiva ad accrescere sempre più il suo nervosismo e l’astio bruciante che lo faceva schiumare di rabbia.
Accelerò ancora e alzò il volume dell’autoradio con la sciocca intenzione di schiarire le interferenze nella trasmissione, dedicando una fitta sequela d’insulti immotivati a ciascuno dei commentatori. Al termine della telefonata di un’ascoltatrice alla ricerca di consigli riguardo la propria relazione amorosa, a parere di Andrew abbastanza ipocrita da guadagnarsi alcune delle sue misogine perle di saggezza, il segnale si schiarì improvvisamente. Il dj concluse con i saluti rituali e, a metà del suo annuncio sul brano successivo, la musica si diffuse dagli altoparlanti.
«Molto bene, pirati della notte, il prossimo pezzo è per chi è ancora sveglio e ci sta ascoltando, per chi non vuole saperne di dormire sul crocevia di questo asfalto rovente! Sono gli AC/DC in Highway to Hell, tutti per voi!»
«Finalmente!» tuonò Andrew, alzando ancora il volume e cominciando a cantare a squarciagola.
Circa a metà della canzone, tra i debiti pagati al Diavolo in persona e, forse proprio come premio per l’oscuro patto, la frenetica constatazione di suonare in un gruppo rock, un enorme camion sbucò oltre una curva dell’alberata strada di campagna, abbagliando Andrew più del consueto con gli enormi fari rialzati. Andrew mischiò la strofa della canzone alla consueta invettiva volgare.
«Playing in a fucking rockin’ band!» cantò.
Il camion lo oltrepassò, Andrew imboccò la curva a tutta velocità. In quel momento, un tonfo mostruoso risuonò all’interno dell’abitacolo. Andrew serrò i denti mentre sentiva il sangue raggelare e inchiodò istintivamente, sdrucciolando lungo la strada come una grossa saponetta di metallo. La nebbia vorticò furiosamente intorno alla vettura, Andrew perse il controllo e uscì dalla carreggiata, mancando per miracolo due alberi cresciuti pericolosamente vicini e riuscendo a fermarsi solo quando il cofano fu completamente affondato in un ammasso di rovi.
Nel silenzio che seguì, la canzone degli AC/DC fu quasi assordante e si sovrappose a nuove scariche d’interferenze graffianti. Andrew si affrettò a spegnere la radio con mani gelide e tremanti e guardò all’indietro, col cuore che batteva all’impazzata, nel buio ammasso di nebbia alle sue spalle. Aveva colpito qualcosa o… no, era qualcosa ad aver colpito lui, realizzò. Forse un animale? Deglutì, sentendo svanire tutta la rabbiosa frenesia che l’aveva accompagnato per tre o quattro decine di chilometri fuori città. Aprì il cruscotto senza riuscire ad arrestare il fremito delle mani, frugando alla ricerca della piccola torcia elettrica che afferrò dopo una breve lotta col laccetto incastrato.
Andrew spense il motore, aprì la portiera e scese: l’aria era umida e satura dell’odore di bruciato causato dall’improvvisa frenata. Decise che si sarebbe accertato in seguito delle condizioni dell’automobile e percorse la strada a ritroso, puntando la luce della torcia elettrica davanti a sé e stando bene attento a camminare sull’estremo margine dell’asfalto. Aveva quasi l’impressione d’essere in preda all’alcool per il modo in cui tutto appariva distorto ai suoi occhi sconvolti; e aveva caldo, un caldo bruciante, benché percepisse chiaramente il gelido sudore che gli impregnava ormai tutto il corpo.
Pregando in cuor suo di non scorgere ciò che temeva maggiormente, il destino sembrò giocargli un brutto scherzo quando, finalmente, intravide una lunga striscia di sangue raschiato sull’asfalto. Al termine della linea, una sagoma orribilmente umana giaceva in un’orrenda posizione scomposta.
Andrew Cruel dovette far ricorso a tutto il proprio autocontrollo per mantenere i nervi saldi, tornare all’automobile e tentare una fuga sfrenata il più lontano possibile da quel luogo. Invece, realizzò i possibili risultati del suo gesto e prese una decisione dettata dal timore delle conseguenze piuttosto che dalla morale. Si avvicinò a grandi passi al corpo riverso al suolo.
«Cazzo!» sibilò tra i denti. «Cazzo, non morire! Non morire! Non…» si fermò di colpo accanto all’individuo che aveva investito e vide che era un uomo dai capelli scoloriti e l’incarnato grigio, malato, probabilmente sbucato da qualcuna delle ricche abitazioni del borgo vicino, con indosso un elegante abito da sera irrimediabilmente lacero e sporco di sangue.
Ormai convinto d’aver ucciso quell’uomo, Andrew trattenne a stento un urlo e quasi perse i sensi scorgendo i suoi occhi, cerchiati di rosso e vividi contro un viso orribilmente tirato, guizzare come fari rabbiosi nella sua direzione. Era ancora vivo.
«Sei saltato fuori dal nulla!» esclamò immediatamente Andrew in un’accorata giustificazione, inginocchiandosi cautamente. «Non ho potuto evitare, ma forse siamo in tempo a… io… chiamo… chiamo un’ambulanza e…» s’interruppe, quasi trafitto dallo sguardo avvelenato che l’uomo morente gli rivolse: era un chiaro ammonimento senza parole, uno slancio d’odio che neanche quei denti scoperti e impregnati di sangue, serrati ormai in un ghigno di morte, potevano esprimere meglio.
Un’idea assurda balenò nella mente di Andrew, talmente folle da trovare riscontro: l’aveva fatto apposta! Quel tale… voleva ammazzarsi! In quel momento gli sembrò tutto straordinariamente chiaro, spaventosamente evidente. Ma perché?
Le forze residue del suicida si concentrarono sul lato sinistro del petto, dove egli aveva serrato una mano scorticata. No, realizzò Andrew, non era il petto che stava toccando, ma il taschino dell’elegante giacca scura. Credendo che l’uomo desiderasse attirare la sua attenzione in quel punto, Andrew allungò la mano tremante e fece per scostare il lembo della giacca, ma un rantolo rivoltante proruppe dalla bocca del morente e lo fulminò sul posto.
«No!» ringhiò con voce inumana. «No…» con quell’ultima negazione sulle labbra, i suoi occhi si fecero vitrei nella morte.
Per quasi un minuto, Andrew restò con la mano ancora sospesa, immobile, in compagnia del cadavere. Un’infinità di pensieri terrificanti gli affollavano la testa e tutti facevano capo a un unico quesito: che ne sarebbe stato di lui? Il suo lavoro, la sua vita, la famiglia e persino… no, realizzò, non poteva permettere a un coglione suicida di troncare due esistenze in un colpo solo, soprattutto se una era quella di Andrew Cruel che non aveva certo avuto intenzione di farla finita! Si sarebbe liberato del corpo, stabilì, e anche dell’auto! Fece un rapido calcolo sulle probabilità che aveva di trasportare un cadavere per un lungo tratto di strada e decise che non aveva voglia di rischiare, perciò l’avrebbe semplicemente abbandonato in mezzo ai rovi ben sapendo che le autorità non avrebbero impiegato molto a ritrovarlo. Quanto all’automobile, avrebbe certamente percorso una bella distanza prima di liberarsene.
Trattenne la piccola torcia elettrica tra i denti e, reprimendo l’istintivo disgusto, afferrò il cadavere per le caviglie e cominciò a trascinarlo verso la vegetazione ai lati della strada, inorridendo a causa della nitida scia di sangue che lasciò al suo passaggio. Be’, non poteva fare altro che affrettarsi, ma quel corpo sembrava pesare almeno tre volte più di quanto si aspettasse. Era ormai notte fonda, ma se qualcuno fosse passato proprio in quel momento sarebbero stati guai seri.
Quando, finalmente, ebbe aggirato un cespuglio di rovi e nascosto il cadavere come meglio poteva, Andrew abbassò lo sguardo. Persino nella morte, le dita dell’uomo erano ancora serrate sul taschino della giacca. Con le sue ultime forze, egli l’aveva scacciato proteggendo qualsiasi cosa custodisse lì sotto. In quel momento, una primitiva curiosità riuscì a imporsi sulla paura.
Andrew Cruel si umettò le labbra salate del sudore che impregnava il folto pizzetto castano e s’inginocchiò una seconda volta, cautamente, ancora raggelato dal livore che aveva scorto negli occhi dell’uomo suicida da temere quasi un ritorno dall’oltretomba per fermare la sua mano.
L’uomo aveva serrato le dita intorno a un oggetto che custodiva nella tasca interna della giacca, qualcosa che doveva stargli molto a cuore a giudicare dalla forza che ancora pervadeva quella mano morta. Con una certa fatica e un considerevole ribrezzo, Andrew riuscì ad allentare la presa d’acciaio e frugò nell’interno della giacca lacera. Ciò che percepì fu la superficie liscia e tiepida di un oggetto dalle dimensioni imprecisate, qualcosa che poteva essere grande quanto un pugno e, un istante dopo, rimpicciolire alle dimensioni di una biglia di vetro. Ricacciando tutto il timore che quell’operazione incuteva, Andrew estrasse l’oggetto e fu immediatamente abbagliato da una luce: quella volta, egli contemplò il bagliore con un misto di stupore e meraviglia capace di travolgere qualsiasi altra emozione.
Era una piccola sfera di vetro ed era… incantevole, meravigliosa alla vista così come un uomo può giudicare il corpo nudo di una bella donna. No, no, decisamente no, si disse Andrew: era molto di più! Era trasparente, colma di una gamma infinita di colori mulinanti, ma il rosso prevaleva su qualsiasi altra gradazione e illuminava il mondo di sfumature tanto affascinanti quanto sinistre.
Andrew spalancò la bocca per lo stupore e la torcia gli cadde dai denti, tra le ginocchia. Passò amorevolmente le dita sulla superficie di quella sfera, ammaliato da tanta bellezza e stupito dal modo in cui il vetro splendente non veniva mai opacizzato dal sudore delle mani. Avvicinò l’oggetto al volto e, solo in un primo momento, credette che gli occhi all’interno di quella mutevole accozzaglia di luce appartenessero al suo riflesso.
Una voce parlò e fu chiaro che proveniva dalla sfera, ma Andrew la sentì propagarsi direttamente nella propria testa. Per una ragione del tutto incomprensibile, gli sembrò la cosa più naturale del mondo.
«Chi sei tu?»
«Io… credo di voler sapere cosa sei tu», mormorò in risposta il giovane, sforzandosi di mantenere un certo controllo su… su che cosa, dopotutto?
Un intenso bagliore rossastro proruppe dalla sfera ammiccante e, per un attimo, fu come se avesse sorriso. Ovviamente non c’era nulla in quell’oggetto che potesse sorridere, ma ogni lampo sembrava più eloquente di qualsiasi espressione.
«Dimmi il tuo. Ti dico il mio», propose la sfera. Aveva un timbro vagamente maschile.
«Andrew… Cruel», dichiarò l’altro con appena una vaga esitazione.
«Frahazanard.»
«Che nome è?!» sbottò Andrew, faticando a comprenderlo e memorizzarlo.
«Non ha importanza: sono ai tuoi ordini.»
«Ordini? Cosa significa?»
«Posso alterare la realtà se lo desideri. Sei felice, Andrew Cruel? La tua vita è come vorresti che fosse? Posso cambiare facilmente ciò che non ti aggrada.»
«Che stronzata!» sbottò Andrew. «Perché potresti? In che modo?»
La sfera chiamata Frahazanard lanciò un altro lampo e, quella volta, sembrò quasi sul punto di ridere.
«Mettimi alla prova!» lo sfidò.
«Oh, ne ho una eccellente per te!» esclamò il giovane. «Non so se lo sai, ma ho appena investito un tizio e…»
«Era il mio vecchio padrone», tagliò corto la sfera. «Vorresti che lo riportassi in vita?»
«Esatto!»
«Questo non posso farlo, Andrew Cruel.»
«Non ne sei capace, eh?!»
«Se anche lo fossi, non ne avrei il potere: egli desiderava morire e non c’è arte che possa riportarlo indietro, adesso. Quello che percepisco, tuttavia, non è il desiderio di vita per quest’uomo, ma il timore d’essere condannato per la sua morte.»
«Come fai a…» trasalì Andrew.
«Lascia perdere», lo interruppe Frahazanard. «Guarda.»
Andrew Cruel abbassò lo sguardo e quasi urlò: il cadavere dell’uomo investito era svanito. Afferrò a tentoni la torcia elettrica e si alzò barcollando, rivolgendo il fascio di luce sull’asfalto, alla ricerca del corpo che, forse, aveva solo creduto di nascondere. Niente. Persino il sangue era scomparso. Era come se nulla fosse mai accaduto, ma… la sfera era lì, stretta nel suo pugno rovente.
«Dov’è finito?!» urlò.
«Che importanza ha, Andrew Cruel? Nessun omicidio è tale senza un cadavere», teorizzò la sfera e, quella volta, il bagliore che emanò diede l’idea di un sogghigno divertito.
«Non posso… non posso crederci!» farfugliò il giovane.
«Desideri credere?» chiese Frahazanard, beffardo.
«Potresti farlo?» ringhiò Andrew, in equilibrio tra l’incredulità e la rabbia.
«Potrei, ma sarebbe noioso. Invece, ti permetterò di sperimentare le fasi della conversione dei giusti.»

Continua…