Andrew Cruel – Capitolo 1

AC1

Andrew Cruel sapeva da sempre di essere un idiota; e certe cose non sarebbero mai cambiate.
Salì di marcia e accelerò. Il volante gli vibrò tra le mani e i flutti della nebbia scivolarono sul parabrezza. Il buio sulla strada provinciale faceva da collante in quella matassa di foschia, densa in quel modo viscido che toglieva aderenza con l’asfalto. Sarebbe stato già troppo pericoloso senza l’immancabile cattivo umore.
Una fila di automobili sfrecciò in direzione opposta, i loro fendinebbia lo infastidirono e Andrew li maledisse uno a uno. «Andate a schiantarvi… Infami… Pezzi di merda… Figli di puttana…!» Puntò gli occhi nella profondità dei fari: se solo quegli stronzi si fossero azzardati a scendere, gliel’avrebbe fatta passare la voglia di rompere i coglioni di notte. Dovevano starsene a casa, quelle carogne! Non sulle strade, a rendere la vita impossibile se solo volevi sfogarti un po’ con una bella corsa…
Deglutì. Non aveva senso: loro non potevano vederlo, neanche immaginavano tutta l’incazzatura che gli inacidiva la bocca. Doveva calmarsi, anche se aveva l’impressione di schiumare. La cazzo di frequenza gracchiava nell’autoradio, perciò alzò il volume. «Vaffanculo… Segnale di merda…»
La trasmissione si assestò. «Non si decide», sospirò una voce di ragazza. «Cioè, io l’anello l’ho trovato! Cosa aspetta a darmelo?» Il suo tono s’incrinò. «E se non fosse per me…?»
«Ma no!» Il deejay si fece una gran risata. «Ragazza, dovresti saperlo che noi uomini dobbiamo pensarci duecento volte, prima di prendere una responsabilità! Sta’ serena, è solo questione di tempo! E, a proposito di tempo, il nostro si è concluso! Salutiamo Melissa con un grande augurio per un matrimonio felicissimo!»
Andrew sbuffò tra le labbra come se sputasse. «Ma vaffanculo!»
«Allora, pirati della notte, sono le due e trentuno del ventidue novembre è c’è davvero bisogno di qualcosa che ci tenga svegli! Il prossimo pezzo è per chi non vuole saperne di dormire sul crocevia di questo asfalto! Sono gli AC/DC in Highway to Hell, tutti per voi!»
Andrew diede una pedata al tappetino, accanto alla frizione. «Finalmente!» Una bella canzone, una volta tanto! Alzò il volume di un altro paio di tacche e cantò.
Circa a metà del testo, tra i debiti pagati al Diavolo in persona e, forse proprio come premio per l’oscuro patto, la frenetica constatazione di suonare in un gruppo rock, un enorme camion sbucò oltre la curva della strada alberata. I fari rialzati lo accecarono per un momento. Andrew mischiò la strofa alla necessità di mandare a fare in culo quel cazzo di camionista. «Playing in a fucking rockin’ band!»
Il camion lo oltrepassò e Andrew imboccò la curva a tutta velocità.
Un tonfo mostruoso risuonò nell’abitacolo. Andrew serrò i denti, inchiodò e l’auto sdrucciolò lungo la strada. Non si fermava più, sembrava di essere a bordo di una grossa saponetta di metallo. La nebbia gli vorticò intorno, il controllo andò a farsi fottere e le ruote abbandonarono la carreggiata, il muso del cofano passò in mezzo a due alberi e andò a piantarsi nel profondo di un ammasso di rovi.
Andrew restò immobile. Era raggelato, le punta delle dita gli tremavano intorno al volante e dovette sforzarsi per staccarle. Sembrava tutto intero, ma non aveva il coraggio di tastarsi. Il pezzo degli AC/DC lo assordava e sfumò tra nuove scariche d’interferenze graffiate. Si affrettò a spegnere la radio e guardò all’indietro, oltre il lunotto posteriore, soffocato dal battito del suo stesso cuore. Nebbia e buio, nient’altro. Aveva colpito qualcosa o… No, era qualcosa ad aver colpito lui! Forse un animale?
Tutta la rabbia se n’era andata, sostituita da un senso appiccicoso che gli impastava le profondità del petto. Le mani tremavano come se avesse le convulsioni: Andrew si sforzò di controllarle, aprì il cruscotto e afferrò la piccola torcia elettrica. Non veniva fuori, aveva il laccetto incastrato. «Vaffanculo», sibilò, diede uno strattone e liberò il cordino con uno scatto di plastica. Se aveva spaccato qualcosa, non era il momento di pensarci.
Andrew spense il motore, aprì la portiera e scese. L’aria umida era satura dell’odore di bruciato dei freni, così forte da coprire il legno bagnato. Puntò il fascio della torcia e fece la strada a ritroso, lungo il margine del viale per seguire le linee parallele della sgommata. Gli girava la testa e respirava a fatica, compresso in quella camicia di forza di sudore gelido che gli aveva appiccicato i vestiti alla pelle. Al termine dei segni delle gomme, una lunga striscia di sangue raschiava l’asfalto e una sagoma orribilmente umana se ne stava di traverso, in un’orrenda posizione scomposta.
Andrew s’immobilizzò. Poteva tornare all’automobile e tentare una fuga sfrenata, più lontano che poteva. Ma se qualcuno l’avesse visto? Se quella persona se la fosse cavata? Se poi l’avessero preso, sarebbe stato anche peggio. Si e un senso di nausea gli aggredì lo stomaco.
«Cazzo!» Si fiondò in ginocchio e rigirò il corpo sulla schiena. «Cazzo, non morire! Non morire! Non…» Era un vecchio. No, non tanto vecchio, anche se aveva tutti i capelli bianchi. La sua pelle era grigia e malata, ma indossava un abito da sera elegante, per quanto sbrindellato.
Che cazzo ci faceva il conte Dracula sulla provinciale, di notte?! Doveva essere sbucato da una delle ville della contrada. Andrew si voltò per controllare che non ci fosse nessuno in vista. Forse doveva trascinarlo fino a—
Un tocco di ghiaccio gli serrò la mano. Andrew strinse i denti sino a farsi male e riuscì a contenere l’urlo di terrore. Lo sconosciuto l’aveva afferrato e i suoi occhi cerchiati di rosso ardevano nel chiarore della torcia elettrica, vividi contro un volto tirato e colmi di rabbia. Era ancora vivo.
Andrew strattonò la presa. «Da dove cazzo sei saltato fuori, eh?!» Avrebbe voluto giustificarsi, ma non aveva altre parole. No, non doveva perdere le staffe. «Io… chiamo… chiamo un’ambulanza e…»
Lo sguardo avvelenato del moribondo lo fulminò: ogni dettaglio contorto della sua espressione era un categorico no, un ammonimento senza parole, uno slancio d’odio che neanche i denti impregnati di sangue, chiusi in un ghigno di morte, potevano esprimere meglio.
Andrew ebbe un capogiro. «L’hai fatto apposta…» bisbigliò. Quel tizio aveva deciso di ammazzarsi… e c’era riuscito. Ma perché?
Il suicida chiuse l’altra mano sul lato sinistro del petto, scorticata, con le dita spezzate. Tastò il taschino dell’elegante giacca scura.
Andrew gli scostò il bavero. «Cosa vuoi prendere?»
«No!» Il rantolo dello sconosciuto gracchiò inumano. Una voce di corvo. «No…» I suoi occhi si fecero vitrei.
Andato. Andrew si scrollò a fatica dalla sua presa e tornò libero. Era solo, su una strada deserta, in compagnia di un morto.
Che ne sarebbe stato di lui? Doveva parlare con Lucas, forse conosceva qualcuno che… No, non poteva permettere a un coglione suicida di troncargli l’esistenza! Se davvero voleva ammazzarsi, c’erano mille modi più puliti! Doveva liberarsi del corpo e… anche dell’auto, per stare sicuri. Quante probabilità aveva di trasportare un cadavere sino alla discarica senza incrociare nessuno? Poche, molto meglio abbandonarlo tra i rovi, anche se l’avrebbero ritrovato in capo a ventiquattro ore. L’automobile era più importante, doveva farla sparire il più lontano possibile, ma gli restava ancora abbastanza benzina?
Afferrò la torcia elettrica tra i denti, si alzò in piedi, prese un bel respiro per scacciare la nausea e afferrò il cadavere per le caviglie. Aveva già perso troppo tempo! Una nitida scia di sangue scaturì dal corpo come colore dalle setole di un pennello. Be’, non poteva fare altro che affrettarsi; e quel bastardo pesava, non l’avrebbe detto. Se qualcuno fosse passato proprio in quel momento, sarebbero stati guai seri.
Andrew aggirò un cespuglio spinoso e nascose Dracula in mezzo al groviglio. Gli aculei l’avrebbero sforacchiato per bene, ma vaffanculo, oramai era stecchito! Eppure, persino nella morte, le sue dita restavano serrate sul taschino della giacca: con le sue ultime forze, gli aveva impedito di capire cosa stesse toccando. Forse aveva qualcosa di valore, un portafoglio, un orologio, ma a che diavolo gli serviva incazzarsi tanto se era riuscito a uccidersi? Non sarebbe stato male dare un’occhiata.
Andrew si umettò le labbra salate di sudore e passò la manica del cappotto sulla bocca. Il freddo gli stava brinando il pizzetto. S’inginocchiò ancora, cauto: il terrore del suicida nell’ultimo momento gli faceva battere i denti, non si sarebbe stupito se fosse tornato in vita per fermarlo un’altra volta, ma era una stronzata bella e buona.
Andrew gli staccò la mano ritorta a fatica. Faceva davvero schifo. Frugò nell’interno della giacca lacera, sin nel taschino, e incontrò una sfera liscia e tiepida, grande quanto una pallina da golf. Estrasse l’oggetto e una luce di fuoco lo colpì, proprio dal cuore di quella palla. Trasalì più di sorpresa che di paura. Sì, era una sfera, ma era più grande di quanto immaginasse: un momento prima l’aveva presa con due dita, quello dopo gli riempiva il palmo come una palla da tennis. Il pensiero che fosse cresciuta gli diede un conato di vomito.
Vetro; nell’interno, c’era un amalgama di luce rossa, come tizzoni ardenti, che vorticava e si agitava in una nebulosa pulsante, simile al battito perpetuo di un cuore inanimato. Che strano pensiero! Era bella, era… incantevole. Nessun dubbio che quello stronzo volesse proteggerla anche da morto, chi si sarebbe stancato di quella meraviglia? Andrew deglutì: gli era venuta l’acquolina in bocca come davanti a una bella donna nuda. La torcia gli cadde dai denti, tra le ginocchia, e lui passò le dita amorevoli sulla sfera. Che cos’era? Gli sembrò assurdo che si potessero fare cose tanto meravigliose. L’artigiano di quell’opera d’arte doveva essere… un cazzo di angelo, qualcosa del genere. Il vetro splendeva, il sudore delle mani non riusciva a opacizzarlo: Andrew lo avvicinò al volto e si specchiò. Un paio di occhi allungati presero forma dalla nebbia di fuoco e si sovrapposero a quelli del riflesso.
«Chi sei, tu?»
Andrew trattenne il fiato. La voce veniva dalla profondità della sfera e gli aveva parlato nella mente, come appigliandosi a un senso che lui neanche sapeva di avere. Era maschile e profonda ed era tutto… logico, forse. Quella cosa era troppo bella per non essere viva. Sovrappose l’altra mano a quella stretta sul globo, come per riscaldarlo. «Io… credo di voler sapere cosa sei tu». Gli sembrava che la lucidità mentale stridesse contro le pareti del cranio.
La luce mandò un bagliore rossastro più forte, come se ammiccasse. Dava l’idea di un sorriso, anche se una sfera non aveva lineamenti per una vera espressione. La voce si fece confidenziale. «Dimmi il tuo. Ti dico il mio».
Come dirgli di no? «Andrew… Cruel».
«Frahazanard».
Il cervello mandò uno spasmo. «Che nome è?!» Avrebbe dovuto scriverlo un migliaio di volte solo per non incepparsi la lingua.
«Non ha importanza: sono ai tuoi ordini».
«Ordini? Cosa significa?»
«Posso alterare la realtà, se lo desideri. Sei felice, Andrew Cruel? La tua vita è come vorresti che fosse? Posso cambiare ciò che non ti aggrada». Ancora una volta, la luce ammiccò.
«Che stronzata!» Avrebbe dovuto lasciar cadere quell’affare e andarsene. «Gli stronzi nella lampada non vengono fuori se strofini…» Digrignò i denti. «Ma che cazzo faccio, ti do anche corda?!»
La sfera lanciò una serie di lampi serrati, una specie di risata. «Mettimi alla prova!»
Andrew serrò il pugno. «Oh, ne ho una eccellente, per te!» Quanto poteva stringere senza spaccarla? Il vetro era sottile, ma gli sembrava di maneggiare una maledetta gemma. «Non so se lo sai, ma ho appena investito un tizio e…»
«Era il mio vecchio padrone». La voce si era fatta annoiata. «Vorresti che lo riportassi in vita?»
«Esatto!»
«Questo non posso farlo, Andrew Cruel».
«Non ne sei capace, eh?!»
«Se anche lo fossi, non ne avrei il potere: egli desiderava morire e non c’è arte che possa riportarlo indietro, adesso. Ma a te non importa nulla della sua vita, non è vero? Temi solo d’essere condannato per la sua morte.»
Un cappio di paura troncò il respiro di Andrew. «Come fai a…»
«Lascia perdere». La sfera non aveva proprio voglia di perdersi in chiacchiere. «Guarda.»
Quella volta, trattenere l’urlo fu impossibile: il cadavere era svanito. Andrew cercò la torcia a tentoni, l’afferrò e si alzò barcollando. Il fascio di luce rischiarò l’asfalto, alla ricerca del corpo che, forse, aveva solo creduto di nascondere. Niente. Persino il sangue era scomparso. Come se non fosse accaduto, eppure… La sfera era lì, stretta nel pugno rovente.
Gli sembrava d’impazzire. «Dov’è finito?!»
«Che importanza ha, Andrew Cruel? Nessun omicidio è tale senza un cadavere». Il chiarore diede l’idea di un sogghigno divertito.
C’era da uscire di testa. Andrew abbandonò il braccio e il cono di luce gli cadde sui piedi. «Non posso… non posso crederci…»
La voce della sfera mandò uno sbuffo sarcastico. «Desideri credere?»
«Potresti farlo?» Era come stare in bilico tra l’incredulità e la rabbia.
«Potrei, ma sarebbe noioso. Che gusto c’è se non vedi con i tuoi occhi? È la conversione dei giusti, Andrew Cruel, e tu lo sei, giusto».

Continua…