Andrew Cruel – Capitolo 2

Andrew2

Andrew Cruel guidò l’auto ammaccata nel cortile del complesso residenziale, la testa incassata tra le spalle, gli occhi puntati sulla facciata del palazzo per essere certo che nessuno dei vicini lo spiasse. Stava albeggiando, dovevano essere ancora tutti a letto, ma gli sembrava che il motore facesse un casino infernale. Svoltò sulla rampa del garage interrato e si calò nel corridoio delle rimesse.
Il suo vano era a metà strada. Andrew aprì con un colpo di telecomando e la saracinesca salì cigolando. Troppo casino, maledizione! Si sveglierà il mondo intero! Non aspettò che fosse del tutto aperto, sfiorò il margine inferiore della chiusa col tettuccio dell’auto e s’infilò tra le pareti di ciarpame.
Spegnere il motore gli diede un sollievo inaspettato: aprì la portiera quel tanto che poteva e scattò fuori, sulle gambe intorpidite. Premette il pulsante di chiusura e si precipitò in corridoio.
Contrasse le mani: voleva andarsene da lì, ma non avrebbe mosso un passo finché il garage non fosse stato sprangato. Un’infinità di tempo! Quando la saracinesca si fermò con un ultimo gemito metallico, Andrew sospirò e il silenzio improvviso gli diede una fitta d’emicrania.
Faceva freddo e la mente sembrava atrofizzata, rallentata, come ingranaggi impregnati di pece. Aveva ucciso e… avrebbe dovuto sentirsi a disagio, in colpa, spaventato, ma erano sensazioni troppo relative, distanti da lui.
Un brontolio gli torse lo stomaco. Fame. Tutto quello che voleva era mettere qualcosa sotto i denti. Corse all’ascensore. Per una strafottuta volta, era già lì e non avrebbe dovuto aspettare! S’infilò nella cabina e premette il pulsante numero dodici. Il senso di vuoto gli scivolò nei piedi: era più al sicuro, ma il nervosismo gli restava attaccato al petto. Frugò nelle tasche dei pantaloni, afferrò le chiavi e le impastò tra le dita per almeno un paio di piani, le estrasse, sollevò la manica del cappotto e sbirciò l’orologio. Lucas doveva essere uscito da almeno venti minuti, meglio così. Non aveva voglia di dare spiegazioni.
L’ascensore si aprì ed Andrew si fiondò alla porta di casa. Tese l’orecchio per essere certo che gli stronzi non avessero la brutta idea di uscire proprio in quel momento dagli altri appartamenti, ma non c’era nulla oltre l’ululato del vento per la tromba delle scale.
Lo scatto della serratura sembrò una fucilata. Andrew entrò in un lampo, chiuse con un doppio giro e piantò il chiavistello. Finalmente, tirò un sospiro sollevato… e l’odore di sporco gli diede una vertigine.
Il salotto era un vero macello, una specie di discarica tra le cartacce, i cartoni della pizza, le bottiglie di birra e le lattine schiacciate. E pensare che era tutto così pulito, quando era arrivato! Mamma aveva ragione, era Lucas quello ordinato, ma non c’era bisogno di rinfacciarglielo a ogni occasione!
Andrew non aveva voglia di togliersi il cappotto e se ne andò in cucina; finì per calpestare il tappeto tra i divani e grattò le macchie di salse incrostate tra le setole che, a onor del vero, rendevano giustizia alle tele imbrattate da quelle modernità che piacevano tanto a Lucas. Meglio che fosse impegnato al bar, quello lì, altrimenti sai che rottura di cazzo sull’ordine e la pulizia!
Non ricordava che la cucina fosse anche peggio. Be’, gli sembrava già passata una vita dalla notte scorsa! La tavola era invasa da ogni sorta di cibo avariato, i fornelli avevano cambiato colore per i sedimenti antichi e una colossale torre di Babele si ergeva dal lavandino, nel precario equilibrio tra padelle, pentole e piatti.
Si fottesse tutto. Andrew aprì il frigorifero e raccattò un barattolo di maionese, una confezione di wurstel e una lattina di birra, si sedette al tavolo e scostò i rifiuti con un braccio per aprire uno spazio libero, finendo per disegnare un paio d’archi di salse rancide sul piano. Pazienza, c’era di peggio al mondo che un paio di macchie lerce. Strappò la confezione di plastica, svitò il barattolo di maionese, vi intinse per bene un wurstel e lo addentò. Era freddo e viscido, ma almeno aveva una consistenza. Masticò piano sino a metà, raccolse altra maionese dal bordo del vasetto e si ficcò in bocca quel che restava.
Puntellò la fronte sulle mani giunte e assaporò la colazione. La pelle tra le dita era secca per il gelo notturno. Scosse il capo e, senza riflettere, andò a sfiorare la tasca del cappotto. La rotondità della sfera era lì, in attesa.
Doveva essere stato tutto un sogno, non poteva essere reale. Eppure, una parte di sé era terrorizzata all’idea di un delirio tanto potente. Forse si era schiantato dopo aver oltrepassato il camion e tutta quella storia era solo una visione da coma. Arricciò il naso per provare a sentire un paio di tubicini per la respirazione artificiale, ma non c’era proprio niente. Estrasse la palla di vetro dalla tasca e la posò sul tavolo.
Nella penombra di un’alba d’acciaio, un bagliore rossastro impregnò la cucina. La sfera rotolò e andò a fermarsi contro una scatola del ristorante cinese: allungava ombre spettrali in tutte le direzioni.
Se il coma inebetisce, la teoria di Andrew non doveva essere tutta campata in aria. Eppure, bisognava essere davvero fuori di testa per non lasciarsi ammaliare da una luce tanto bella. Ripeté quel nome tra sé per almeno una dozzina di volte, prima di pronunciarlo. «Fra… Frahazanard?»
Nessuna risposta. Il vortice di forgia dietro il vetro era lento, ipnotico, e linee di fuoco si propagavano dal nucleo come un sistema nervoso; o circolatorio; o quel che era. Andrew afferrò la sfera. «Frahazanard?»
Il bagliore rossastro ammiccò. «Ti ascolto, Andrew Cruel».
Ecco, così funzionava. E che avrebbe dovuto dire? Frahazanard sembrava più paziente rispetto alla nottata, se ne stava in attesa. Una cosa da chiarire, però, c’era. «L’uomo che ti aveva addosso… perché l’ha fatto?»
«Non era forte». Un lampo sarcastico tremolò sul tavolo. «Ha abusato del mio potere e, quando non ha potuto più farne a meno, ha scelto la morte».
Quella cosa era marcia fino al midollo… e non ce le aveva neanche, le ossa! «Non sei molto incoraggiante».
Frahazanard abbagliò con un vortice lento, seducente, come un occhio assorto in una profonda lettura. «Non sono uno strumento di morte, bensì di potere. Consegna una pistola a uno stolto qualsiasi e lo illuderai di un’invincibilità fasulla. Tu non sei debole, Andrew Cruel: con un’arma in pugno, non riusciresti mai a strappare la vita a un altro essere umano».
Era ovvio! «Certo che no!» Un brivido lo fulminò: lui aveva già ucciso; anzi, aveva meditato un occultamento di cadavere e, per qualche ragione, c’era riuscito.
«Non sei stato tu a ucciderlo». La voce di Frahazanard era dolce di comprensione.
«Come fai a sapere cosa sto pensando?»
«Non potrei esaudire i tuoi desideri se non fossi in grado di leggerti nel cuore». Ancora una volta, scagliò una luce divertita.
«Desideri, eh? Allora è davvero come… il genio della lampada, no?»
«Non sono vincolato all’obbedienza. Non sono un’entità legata a un ricettacolo materiale. Esaudisco l’altrui volontà per altruismo».
«E dovrei crederci?»
«Io posso attendere». La luce sfolgorò come se ridacchiasse.
Andrew picchiò il tavolo con l’altro pugno e il barattolo di maionese sobbalzò. «Voglio sapere!»
«Quale vantaggio potrei trarne? Sono uno spirito creativo e niente più. Esaudire richieste è l’unico mezzo d’interazione che possiedo nel tuo mondo. In termini pratici, anche tu ti annoieresti dopo un’eternità in questa forma!»
Un’eternità in questa for…? Andrew ebbe un capogiro: quell’espressione tanto pratica gli mise la febbre addosso. Qualunque cosa potesse ragionevolmente discutere con quell’affare, lui l’aveva appena relegato in una dimensione inferiore. «Non sei sempre stato una palla di vetro. Chi eri, prima?»
«Questo, di grazia, è un argomento che appartiene a un’altra storia».
Il sangue era ghiaccio nelle vene. Andrew tremò: per la minuscola frazione di un attimo, la realtà gli sembrò inconsistente; come se ogni percezione fosse delimitata dalla parete di una bolla di sapone nel mezzo del buio profondo. Ansimò, il cuore sobbalzò sull’orlo della follia, ma un bagliore infuocato gli catturò lo sguardo.
Le parole Frahazanard si aggrapparono al suo cervello. «Chi è Flo?»
Andrew si scosse, la rabbia prese il posto dello spavento e gli scottò la faccia. «Che ne sai di lei?!»
«So che è la causa del tuo malessere. Una femmina umana? I sentimenti per lei contrastano nel tuo cuore in una tumultuosa battaglia senza vincitori: per quanto grande sia l’amore che vi alberga, allo stesso modo è spaventoso l’odio che ti avvelena l’anima. Hai smesso di vivere per questa creatura».
Andrew digrignò i denti e si obbligò a guardare altrove, sulla torre di stoviglie sporche, anche se Frahazanard non aveva occhi da evitare. Precauzione inutile per qualcosa che poteva leggerti la mente. Sbuffò di collera. «È stata colpa di Lucas!»
«Tuo fratello?»
«Sì!» Era un’accusa ingiusta, ma Lucas se lo meritava. «Mi ha trovato questo lavoro un mese fa, ha detto che dovevo tornare in città subito e mi sono lasciato convincere! Sapevo che sarebbe finita così, lo sapevo, e ho voluto crederci come uno stupido!» I denti battevano, le parole gli uscivano farfugliate. «Quando ero con Flo… È vero, facevo quel che potevo per non farmi sfrattare, ma almeno stavamo insieme. Se n’è stancata, capisci? Sette, otto giorni fa, lei mi ha detto… che non riusciva a continuare a distanza». Serrò il pugno libero. Avrebbe voluto avere qualcosa da stritolare. «Debole puttana», sibilò. Ci aveva messo più rancore di quanto ne provasse, ma meglio così. La nostalgia lo stava ammazzando.
«Vorresti rivederla?» sussurrò Frahazanard.
Andrew digrignò i denti e scosse il capo. «A che mi servirebbe? Io… avrei solo voluto continuare. Ho fatto tanto per lei, volevo darle tutto me stesso, ma non gliene fregava niente! Se n’è sbattuta!» Picchiò il piede sul pavimento. «Avrebbe dovuto seguirmi, questa è la verità! Avrebbe dovuto… essere qui da me!» Il respiro inferocito gli scottò la gola e lo fece tossire.
Andrew si chinò in cerca d’aria e fu certo che un lampo rossastro balenasse in cucina.
Il telefono squillò, lo fece sussultare di spavento. Le melodie di tre diversi apparecchi risuonarono per l’appartamento: il più vicino era appeso alla parete accanto ai fornelli. Lasciò la sfera sul tavolo, si alzò tossendo e soffocò un porca-puttana d’ordinanza, si schiarì la voce e sollevò la cornetta. «Pronto?»
«Andrew!» L’esclamazione entusiasta lo assordò.
Flo. Una scarica di fulmine gli percorse tutto il sistema nervoso. Trattenne il fiato, indugiò appena sul globo luminoso e cacciò fuori le parole. «F… Flo? Sei… sei davvero…»
«Sono stata una stupida!» singhiozzò lei nel ricevitore.
Stava piangendo. Andrew scivolò inerte lungo la parete e raggiunse il pavimento gelido. Il vuoto lo attraeva, si sentiva appigliato per l’orecchio a quella cornetta che era diventata l’unico chiodo ancora capace di ancorarlo al mondo.
Flo tirò su col naso. «Io… non avrei dovuto s-separarmi da te, l’ho capito adesso! Che notte orribile ho passato, n-non puoi immaginare quanto ho pensato a te e quanto… quanto… Ti prego, perdonami!»
Andrew non se la sentiva di parlare; e non riusciva nemmeno a placare il respiro rumoroso.
Il silenzio fece tremolare anche i singhiozzi di Flo. «Io… io ho già comprato un biglietto per raggiungerti. Spero che mi vorrai ancora con te, amore mio. S-spero… che non mi scaccerai, ma… ma posso capire se tu…»
Andrew si fece coraggio. «Avevi altri progetti per la tua vita». Non si era aspettato di essere tanto freddo. «Dicevi che non c’era niente oltre agli studi e alla carriera».
Lei ringhiò. «Ho tutta la vita per fare quello che voglio! Ma… basta un istante per perderti. Ti prego, Andrew, non—»
«Ti aspetto. Quando sarai qui?»
«Domani!» strillò Flo. «Oh, amore, sono così felice! Non posso credere che…»
Non era il momento. Andrew balzò in piedi. «Ti richiamo io». Riagganciò senza salutare e cercò la fonte della luce sanguigna. Si gettò a capofitto sulla sfera e la ghermì nel pugno. «Sei stato tu?!»
Il globo lanciò i bagliori serrati della risata.
Andrew diede un calcio alla sedia più vicina e la ribaltò. «Perché?!»
«Era quello che desideravi». Il tono di Frahazanard era di un’innocenza odiosa. «Perché non avrei dovuto esaudire una così banale richiesta? Non sei felice, Andrew Cruel?»
Già, tutto sommato… non era tanto male. Andrew passò la lingua nell’angolo della bocca. «Sì. Sì, sono felice, ma… lei… la sua vita, le sue decisioni…»
«Non è mio il potere d’interagire col libero arbitrio degli esseri pensanti. Posso suggerire, mostrare soluzioni da diversi punti di vista e operare su basi potenziali. Se il sentimento che Flo prova nei tuoi confronti fosse del tutto appassito, io non avrei mai potuto esaltarlo».
No, decisamente, c’era qualcosa che non quadrava. «Ma… ha detto che ha pensato a me tutta la notte! Il mio desiderio l’avrei espresso poco fa, giusto?»
Ancora una volta, il globo mandò un chiarore simile a un sogghigno. «I miracoli non sono mai di facile interpretazione. Che cos’è un desiderio se non un miracolo espresso?»
Che voglia aveva di spaccare quell’affare contro la parete! «Dimmelo tu!»
«Posso esaudire le tue volontà, Andrew Cruel, ma non risponderò alle provocazioni». Il bastardo si sbellicava. «Chiedi e ti sarà dato senza limite, ma scegli bene. Un desiderio che coinvolge una femmina è sempre una rischiosa scommessa».
«Ma sentilo! E questo chi lo dice?»
«Non certo io, una simile considerazione non mi appartiene, ma è così che la formulerei se dovessi dar voce al tuo stato d’animo».
L’alba dorata s’insinuò nella cucina e, in lontananza, i suoni del traffico nella prima ora di punta annunciarono l’inizio di un nuovo giorno.

Continua…