Andrew Cruel – Capitolo 2

Andrew2

L’alba glaciale restituì colore al mondo, mentre Andrew Cruel raggiungeva finalmente casa a bordo dell’automobile ammaccata. Attraverso la tenue foschia che accompagnava le prime ore del mattino, egli guidò lentamente sino al garage interrato del grande complesso condominiale dove abitava. Nel profondo, il giovane sperava di passare inosservato e procedette a testa bassa, scrutando attentamente la facciata del palazzo con la sua griglia di finestre tutte uguali, sconvolto dai brividi al solo pensiero che qualcuno potesse scorgerlo rincasare a quell’ora con aria stravolta e automobile danneggiata. Precauzione inutile, la sua, poiché era ancora troppo presto e nessuno poteva aver voglia di avvicinare la faccia ai vetri raggelati dalla notte.
Andrew attraversò il corridoio sotterraneo e raggiunse un vano personale, lo aprì al segnale di un telecomando e parcheggiò con cura nello spazio tra le pericolanti pareti di ciarpame, poi si affrettò ad uscire. Quando il garage fu richiuso con un ultimo gemito sferragliante, Andrew sospirò e il silenzio improvviso gli premette contro i timpani, assordandolo. Faceva freddo e la mente elaborava solo un concetto alla volta, lavorando come un vecchio motore sbuffante. Aveva ucciso e… avrebbe dovuto sentirsi a disagio, in colpa, spaventato, ma erano sensazioni troppo relative e decisamente distanti da lui. In quel momento, tutto ciò su cui Andrew sapeva concentrarsi era la fame.
Raggiunse l’ascensore interrato quasi correndo e premette il pulsante che lo portò su, sino al dodicesimo piano, dove abitava. Mentre ancora cercava le chiavi nelle tasche dei pantaloni, Andrew consultò l’orologio da polso: Lucas doveva essere uscito da almeno venti minuti e se ne rallegrò, esausto com’era al solo pensiero di dare spiegazioni.
L’ascensore si aprì sul dodicesimo piano ed Andrew raggiunse la porta di casa in pochi passi. Tese l’orecchio, attento al minimo rumore, senza percepire alcunché all’infuori del vento che ululava su per la tromba delle scale. Lo scatto della serratura suonò come una fucilata. Una volta all’interno, assicurò la porta alle proprie spalle con un doppio giro e il chiavistello.
Finalmente al sicuro dietro un ingresso sprangato, egli attraversò il salotto invaso dal consueto stato confusionario di quello che, prima che lo abitasse, era stato un appartamento ordinato. La mamma aveva sempre lodato Lucas per il suo zelo e mortificato Andrew per la straordinaria capacità che aveva di mettere ogni cosa a soqquadro. Come darle torto, del resto? I divani erano ingombri di scatole di pizza vuoti, il tavolino ospitava una legione serrata di bottiglie di birra e scatolette, lattine e cartacce, mentre il tappeto era chiazzato da una miriade di macchie multicolore che non rendevano certo giustizia alle tele imbrattate da quelle insensate modernità scelte da Lucas. Se solo il suo fratellino non fosse stato tanto occupato a mandare avanti il suo bar, pensava Andrew, avrebbe avuto ben più di una valida ragione per rinfacciargli l’orribile contributo che stava apportando all’ordine domestico. Ironia della sorte, era stato proprio Lucas a riportarlo indietro per offrirgli quel posto nell’azienda di un suo cliente abituale, ma erano ormai cinque giorni che Andrew si dava malato. Dopotutto, non aveva più molta voglia di lavorare.
Il giovane passò dal salotto in cucina senza neanche sfilarsi il cappotto. Com’era prevedibile, il disordine offriva il meglio di sé sulla tavola occupata da ogni sorta di cibo avariato, i fornelli incrostati da macchie che sarebbero svanite per miracolo e una colossale torre di Babele che si ergeva dal lavandino, nel precario equilibrio tra padelle, pentole e piatti.
Andrew aprì il frigorifero e raccattò un barattolo di maionese, una confezione di wurstel e una lattina di birra, si sedette al tavolo e scostò i rifiuti con un braccio per aprire uno spazio libero, disegnando almeno un paio d’archi di salse rancide sulla superficie. Come al solito, metabolizzò quella visione con filosofia e svitò il barattolo di maionese per intingervi i wurstel. Cominciò a mangiare.
Andrew era ormai giunto a metà della confezione quando scosse il capo come per schiarirsi le idee, si fermò in procinto di staccare l’ennesimo morso vorace e rifletté. La sua mano scivolò sulla tasca della giacca, dove le dita tastarono l’oggetto rotondo che aveva riposto prima di rimettersi in viaggio. Mai, come in quel momento, Andrew aveva avuto nel contempo il terrore e la speranza che fosse stato tutto un sogno. Eppure… esisteva una parte di lui che non accettava compromessi e, mentre la mente era impegnata in inutili elucubrazioni, quella parte di marcata decisione stava già estraendo l’oggetto dalla tasca.
Andrew afferrò la sfera e la posò sul tavolo, dove rotolò come una biglia sul tappeto da biliardo prima di fermarsi contro una scatola del ristorante cinese. Nella penombra di un’alba scura, un bagliore rossastro colmò la cucina e allungò le ombre nelle sagome di contorti demoni spettrali. Andrew restò a fissare il turbinio incessante di colori in quel vetro come inebetito, poi si scosse e ripeté quel nome nella mente per svariate volte prima di pronunciarlo.
«Fra… Frahazanard?» chiamò.
Nessuna risposta. Il vortice colorato all’interno della sfera era lento, ipnotico, ma i colori cangiavano a un ritmo da crisi epilettica. Andrew lasciò cadere nel barattolo il mezzo wurstel che reggeva e allungò la mano, afferrando la sfera.
«Frahazanard?» ripeté con decisione.
Il bagliore rossastro ammiccò e sembrò propagarsi come una vivida presenza per l’intero appartamento.
«Ti ascolto, Andrew Cruel», dichiarò quella voce incorporea che penetrava la mente.
Il giovane indugiò, non sapendo bene cosa dire. Frahazanard non dava l’idea d’essere impaziente e non aggiunse altro. Era strano sorreggere quell’oggetto tra le dita: le logiche considerazioni riguardo la sua natura, il prodigio che aveva compiuto e l’assurdità stessa di parlare a una palla di vetro… semplicemente svanivano quando il vortice di luci insensate accoglieva lo sguardo. Ogni incongruenza diventava coerente, come dissetarsi da una fonte di conoscenze che s’insinuavano nel cervello con inesorabile certezza. Alla fine, quel che Andrew ritenne di dover conoscere era ciò che non poteva sapere.
«L’uomo che ti aveva addosso… perché l’ha fatto?» chiese, alludendo al suicida.
«Non era forte», replicò la sfera con un bagliore divertito, quasi derisorio. «Ha abusato del mio potere e, quando non ha potuto più farne a meno, ha scelto la morte.»
«Non sei molto incoraggiante», osservò il giovane con sospetto.
Frahazanard abbagliò con un vortice di luce lento, seducente, dando la curiosa impressione di un occhio assorto in una profonda lettura per alcuni istanti; poi parlò nuovamente.
«Non sono uno strumento di morte», precisò la sfera. «Sono uno strumento di potere. Consegna una pistola nelle mani di qualsiasi stolto al mondo e questi si crederà invincibile. Tu non sei debole, Andrew Cruel», lo blandì in tono suadente. «Con un’arma in pugno, tu non riusciresti mai a strappare la vita a un altro essere umano.»
«Certo che no!» esclamò Andrew, sconvolto al solo pensiero. Aveva parlato d’istinto e subito si ammutolì, ricordando l’uomo che aveva investito non più tardi di qualche ora prima.
«Non sei stato tu a ucciderlo», precisò Frahazanard, intuendo i suoi pensieri.
«Come fai a sapere cosa sto pensando?»
«Non potrei esaudire i tuoi desideri se non fossi in grado di leggerti nel cuore», spiegò la sfera e, ancora una volta, scagliò un bagliore divertito.
«Desideri, eh?» ripeté Andrew, incredulo. «Come il genio della lampada?»
«Non sono vincolato all’obbedienza. Non sono un’entità legata a un ricettacolo materiale. Esaudisco l’altrui volontà per altruismo.»
«E dovrei crederci?»
«Io posso attendere», precisò Frahazanard, dando l’impressione di ridacchiare.
«Voglio sapere!» esclamò Andrew con impazienza.
«Quale vantaggio potrei trarne? Sono uno spirito creativo e niente più. Esaudire chi ha richieste per me è l’unico mezzo d’interazione che possiedo nel tuo mondo. In termini pratici, anche tu ti annoieresti dopo un’eternità in questa forma!»
Andrew inarcò un sopracciglio con sospetto, sentendosi spiazzato dall’ultima frase scaturita dal globo: quell’espressione tanto pratica, che quasi strideva tra le forbite espressioni di Frahazanard, era lo stesso pensiero che aveva formulato mentre l’entità lo pronunciava per lui. Difficile stabilire, a quel punto, se Frahazanard avesse letto, interpretato e verbalizzato il pensiero a una velocità tale da sfiorarne l’anticipazione. Andrew scosse il capo e si sentì stordito, poi fu colto da una considerazione più importante rispetto a ciò che la sfera gli aveva appena riferito.
«Non sei sempre stato una palla di vetro», osservò con sagacia. «Chi eri, prima?»
«Questo», dichiarò Frahazanard in tono pacato, «è un argomento che appartiene a un’altra storia.»
Andrew si sentì gelare il sangue e per un istante, per la minuscola frazione di un attimo, ebbe una sgradevole sensazione d’inconsistenza nella realtà che lo circondava, come se ogni percezione fosse delimitata dalla parete di una bolla di sapone galleggiante al centro di un buio più profondo dell’oblio stesso. Mentre sentiva il cuore ansimare sull’orlo del panico, Frahazanard distolse abilmente la sua attenzione con una domanda.
«Chi è Flo?»
Andrew si scosse e la rabbia prese il posto dello spavento sfiorato, trasfigurandogli l’espressione in una maschera livida che aveva ben poco d’umano.
«Che ne sai di lei?!» sbraitò.
«So che è la causa del tuo malessere», precisò la sfera con ovvietà. «Una femmina umana? I sentimenti per lei contrastano nel tuo cuore in una tumultuosa battaglia senza vincitori: per quanto grande sia l’amore che vi alberga, allo stesso modo è spaventoso l’odio che ti avvelena l’anima. Hai smesso di vivere per questa creatura.»
Andrew digrignò i denti e distolse appena lo sguardo dalla sfera prima di ricordarsi che, non essendo una persona fisica, Frahazanard non aveva occhi da evitare. Precauzione inutile, tuttavia, verso qualcosa che poteva leggerti la mente con tanta facilità.
«È stata colpa di Lucas!» ringhiò.
«Tuo fratello?»
«Sì!» esclamò il giovane con rabbia, realizzando quanto insensata e ingiusta fosse la sua accusa, ma troppo desideroso di addossare a qualcuno la colpa del proprio malessere. «Ha trovato per me questo lavoro e mi ha costretto a venire qui all’inizio del mese! Sapevo che sarebbe finita così, lo sapevo e ho voluto crederci come uno stupido! Flo è lontana, ma quando ero con lei… è vero, facevo quel che potevo per non farmi sfrattare e vivevo quasi di stenti, ma è lì che l’ho conosciuta, è lì che tutto è cominciato. Se n’è stancata, capisci? Sette, otto giorni fa, lei mi ha detto… che non riusciva a sopportare la nostra lontananza», aggiunse con astio. «Debole puttana», sibilò, imprimendo in quell’insulto più rancore di quanto effettivamente ne provasse. In verità, ciò che gli sconvolgeva il cuore era solo una struggente, dolorosa nostalgia.
«Vorresti rivederla?» sussurrò Frahazanard.
Andrew digrignò i denti e sbatté il pugno sul tavolo, amareggiato.
«A che mi servirebbe rivederla solo una volta?» replicò senza pensarci. «Io… avrei solo voluto che le cose fossero andate diversamente, tra noi. Ho fatto tanto per lei, volevo darle tutto me stesso, ma a lei non importava! Non è mai importato! Avrebbe dovuto seguirmi, questa è la verità! Avrebbe dovuto… essere qui da me!» sbraitò ad alta voce, inferocito al punto che gli si mozzò il respiro e cominciò a tossire convulso, tanto da chinarsi e non vedere il flash d’abbagliante luce scarlatta che scaturì dalla sfera.
Il telefono squillò in quell’attimo ed Andrew sussultò per lo spavento. Le melodie polifoniche di tre diversi apparecchi risuonarono per l’appartamento, ma il giovane contemplò quello appeso alla parete vicino ai fornelli. Lasciò la sfera di vetro sul tavolo e si alzò, sempre tossendo e soffocando un’imprecazione, per raggiungere il telefono e rispondere.
«Pronto?» disse, roco.
«Andrew!» esclamò un’entusiasta voce femminile dall’altra parte.
Poco mancò che Andrew Cruel svenisse, poiché d’improvviso una potente scarica elettrica gli sconvolse l’intero sistema nervoso. Trattenne il fiato dall’incredulità, fece vagare lo sguardo per la cucina e indugiò solo pochi attimi nella luce del globo, ancora immobile tra la confusione della tavola, prima di parlare.
«F… Flo?» mormorò. «Sei… sei davvero…»
«Sono stata una stupida!» singhiozzò lei dall’interno del ricevitore e, nell’udirne la voce sconvolta dal pianto, Andrew si sentì svuotato d’ogni energia e scivolò inerte lungo la parete fino al freddo pavimento. Fissava il vuoto, inebetito, mentre Flo gli parlava tra singhiozzi struggenti. «Io… non avrei dovuto s-separarmi da te, l’ho capito adesso! Che notte orribile ho passato, n-non puoi immaginare quanto ho pensato a te e quanto… quanto… ti prego, perdonami!»
Andrew non rispose e rimase in silenzio, incapace di trovare le parole. In realtà, non aveva le idee molto chiare su cosa provasse in quel momento, ma il suo respiro doveva essere perfettamente udibile dal modo in cui s’insinuava nel ricevitore.
L’esitazione sembrò sconvolgere Flo, che deglutì e tirò su col naso.
«Io… io ho già comprato un biglietto per raggiungerti», disse con voce tremula. «Spero che mi vorrai ancora con te, amore mio. S-spero… che non mi scaccerai, ma… ma posso capire se tu…»
«Avevi altri progetti per la tua vita», la interruppe Andrew con freddezza. «Dicevi che non avresti anteposto nulla ai tuoi studi e alla carriera.»
«Ho tutta la vita per fare quello che voglio!» protestò la ragazza con decisione. «Ma… basta un istante per perderti. Ti prego, Andrew, non…»
«Ti aspetto. Quando sarai qui?»
«Domani!» strillò Flo, entusiasta. «Oh, Andrew, sono così felice. Non posso credere che…»
«Ti richiamo io», tagliò corto Andrew, si alzò in piedi e riagganciò il telefono senza nemmeno salutare.
Con gli occhi rivolti al tavolo, alla fonte di quella luce sanguigna, Andrew coprì la distanza in un unico e lungo passo e afferrò la sfera, stringendola in una stretta fremente.
«Sei stato tu?!» ringhiò tra i denti.
Il globo lanciò bagliori a ritmo serrato, simili a una risata.
«Perché?» lo incalzò Andrew.
«Era quello che desideravi», replicò Frahazanard con innocenza. «Perché non avrei dovuto esaudire una così banale richiesta? Non ne sei felice, Andrew Cruel?»
Il giovane annuì lentamente e si umettò le labbra.
«Sì», rispose. «Sì, sono felice, ma… lei… la sua vita, le sue decisioni…» farfugliò.
«Non è mio il potere d’interagire col libero arbitrio degli esseri pensanti», dichiarò il globo con fermezza. «Posso semplicemente suggerire, mostrare soluzioni da diversi punti di vista e operare su basi potenziali quando influisco sui sentimenti. Se il sentimento che Flo prova nei tuoi confronti fosse del tutto appassito, io non avrei mai potuto esaltarlo.»
«Ma… ha detto che ha pensato a me tutta la notte!» insistette Andrew. «Il mio desiderio l’avrei espresso poco fa, giusto?»
Ancora una volta, il globo espresse qualcosa di simile a un sogghigno dal modo in cui la luce scarlatta delineò i contorni dell’ambiente circostante.
«I miracoli non sono mai di facile interpretazione», disse Frahazanard con saggezza. «Che cos’è un desiderio se non un miracolo espresso?»
«Dimmelo tu!» lo sfidò il giovane.
«Posso esaudire le tue volontà, Andrew Cruel, ma non risponderò alle provocazioni», ribatté Frahazanard, dando l’impressione di ridere di gusto. «Chiedi e ti sarà dato senza limite, ma scegli bene. Un desiderio che coinvolge una femmina è sempre una rischiosa scommessa.»
«Ma sentilo! E questo chi lo dice?!»
«Non certo io», rispose Frahazanard. «Una simile considerazione non mi appartiene, ma è esattamente così che la formulerei se dovessi dar voce al tuo stato d’animo.»
La luce dorata di un sole gelido s’insinuò all’improvviso nella cucina e, in lontananza, i suoni del traffico nella prima ora di punta annunciarono l’inizio di un nuovo giorno.

Continua…