La Voce della bambina

Sigemund masticò la radice di liquirizia e stese la lingua per accogliere il succo dolciastro: ne aveva proprio bisogno in una giornata tanto aspra. Si accostò più che poté al menhir della radura sacra e cercò un po’ d’ombra; o un nascondiglio dall’esame dei druidi.
Madre Arnora si passò le dita sul mento rugoso. «Come hai detto che si chiama, tua figlia?»
Sigemund deglutì a fatica. «Sable».
Il druido Mursi aprì la borsa delle pietre. «Hai detto che ha quattro anni…»
«L’ho detto». Sigemund si asciugò la fronte sudata nel palmo della mano. «Ma è sempre stata così, il nostro cane la ama, le capre le obbediscono, giocano con lei. Io… prego solo che non sia vegliata da uno spirito maligno. Tutti i bambini giocano con gli anima—»
Madre Arnora sollevò un indice ritorto. «Sigemund, tutto quello che ci hai raccontato è vero?»
Lui annuì. La radice gli pesava in bocca e non aveva neanche la forza di sputarla.
«Allora non devi illuderti! Tua figlia ha convinto un serpente a non mordere una volpe; e poi la volpe è andata da lei e le ha offerto la zampa. È certo come il sorgere del sole che uno spirito la veglia, dobbiamo solo capire quale!»
Un capogiro stordì Sigemund, l’avrebbe abbattuto come una bestia se non ci fosse stato il menhir a sorreggerlo, proprio dietro dietro la sua schiena.
Mursi lanciò le pietre nel piatto di legno e quelle rimbombarono come colpi di tamburo.
Madre Arnora si avvicinò al druido più giovane coi deboli occhi strizzati. «Che cosa vedi?»
Mursi indugiò; una gran brutta pausa. «Non c’è “spirito”. C’è… “dio”».
«Canaglia bifolca! Gli dèi se ne sono andati da tempo, lo sai!»
«Guarda, madre». Mursi sollevò il piatto tra le mani e glielo piazzò sotto il naso. «Le pietre dicono “dio”, come tu mi hai insegnato».
Respirare era diventato difficile, Sigemund strattonò il colletto della giubba. «Vi prego…» I druidi lo guardarono. «Vi prego, ditemi solo che la mia Sable vivrà. Asfrid non sopporterebbe la perdita di un altro figlio, ne morirebbe!»
La sua preghiera nasceva dal cuore; eppure, quelle facce non presagivano proprio niente di buono.

*

Il cortile del vecchio santuario era pieno di orchidee bianche. Sable avrebbe voluto raccoglierle per intrecciare una ghirlanda, ma suo padre gliel’aveva proibito. Però, non aveva detto niente sugli abitanti del giardino. Lei tese la mano su un fiore a ridosso di un muretto. «Salve, signora mantide!»
L’insetto salì sul suo palmo. Sable se lo portò al naso per annusarlo e scoprì che sapeva di terra e buon muschio. Le zampette a tenaglia le percorsero le labbra.
«No, così mi fai il solletico!» Allontanò la mantide. «Cosa c’è? Sei preoccupata?»
La creaturina tese il corpo regale e voltò la testa all’indietro, verso l’ingresso del cortile, dove era comparso un uomo alto in vesti bianche. Un fruscio tra le dita le indicò che la mantide era volata via. Sable sospirò: doveva avere proprio paura.
L’uomo si avvicinò. «Vieni qui, piccola. Cosa stavi facendo?»
Sable batté le palpebre e obbedì. Perché tutti le facevano sempre quella domanda. «Parlavo con la mantide, druido». Suo padre le aveva anche raccomandato di essere educata.
Lui le premette una mano sulla spalla. «Davvero? Senti le parole degli insetti?» Il suo corpo profumava di zenzero.
Sable si grattò la nuca. «Anche degli animali grossi, druido. E pesci, uccelli… Ma non dicono parole, loro». Le venne da sorridere. «Si fanno solo capire».
L’uomo la spinse via dal cortile. «Vieni, tuo padre sta discutendo con madre Arnora». Sembrava un po’ arrabbiato. «Ti aspettano».
Sable deglutì. «Ho fatto qualcosa di sbagliato… druido?»
Lui sbuffò. «Tu sei innocente, bambina. Speriamo solo di farti star bene».
Sarebbe stato meglio scappare come aveva fatto la mantide, ma le dita di quell’adulto si erano artigliate alla spalla della tunica con troppa forza. Se solo fosse venuta anche mamma… Con lei in giro, non c’era mai troppo da preoccuparsi.

*

Sable portò le mani al petto: suo padre singhiozzava da qualche parte nella radura sacra, le feriva il cuore. Fece per andargli incontro, ma il druido la fermò.
«Aspetta». La riportò all’ombra del faggio e le premette ancora la mano sulla spalla, per tenerla ferma.
Gli occhi di Sable s’inumidirono. Non riusciva a capire le parole di suo padre, sapeva solo che era disperato; e lui non si disperava mai. Tra i rami, un gruppetto di scoiattoli le lanciava richiami e lei non desiderava altro che giocare con loro, ma non con quel peso nel petto.
Le figure si mossero nel sottobosco. Una vecchia in tunica bianca precedeva di un passo l’imponente Sigemund. Il druido mollò la presa e Sable corse tra le sue braccia.
Lui si piegò su un ginocchio per stringerla; aveva la barba inumidita sulle guance e le sue braccia tremarono.
«Padre…» Cominciava davvero ad avere paura. «Che hai? Perché piangevi?»
Sigemund gonfiò il petto orgoglioso. «Non piangevo, piccola!» Uno spasmo gli arricciò i baffi. «Ero solo preoccupato».
Sable gli fece una smorfia come quella di mamma. I maschi grandi erano sempre i più stupidi: più facile ammettere la paura che versare un paio di lacrime.
La vecchia druida si mise davanti a loro. Stava dritta come un guerriero. «Sable figlia di Sigemund, ho conferito con tuo padre». La sua bocca sembrava una fessura nel legno. «Per il bene del popolo, ho deciso che ti condurremo sul monte Rompicorno: da secoli, lì vive un mostro che fu abbandonato dall’ultimo dio, prima che anche lui ci lasciasse. Giudicherà se sei pura abbastanza, altrimenti sarai divorata. Accetta la sentenza da vera donna Frangisale!»
Un formicolio freddo salì nelle guance di Sable. Suo padre aveva le spalle rigide e si mordeva le labbra. Lei… non l’avrebbe fatto sfigurare davanti ai druidi. «Va… va bene». Deglutì; non resistette. «Ma che cosa ho fatto, io?»

*

Sigemund nascose la faccia tra le mani, ma non osò coprire gli occhi. Sable era nella radura, al cospetto di quella caverna immensa, legata per la caviglia al menhir con una catena così arrugginita, così vecchia, che lui avrebbe potuto spezzarla anche per gioco! Ma una bimbetta…
Lei era seduta contro la pietra e usava un bastoncino per rimestare i frammenti d’osso mescolati al terreno. Era tranquilla, non protestava, non piangeva, e Sigemund era così orgoglioso di lei che ogni battito di cuore minacciava di spaccargli il petto. Eppure, i crampi nello stomaco lo paralizzavano. Si accasciò dietro il tronco caduto e giunse le mani al petto: qualche nume avrebbe udito la sua preghiera disperata di padre. Anche da oltre l’universo, dovevano conservare compassione!
«Finiscila, Sigemund!» gracchiò madre Arnora. «Gli dèi se ne sono andati, lo vuoi capire? Sono rimasti solo i loro mostri.»
Non importava. Forse era vero ma, se si urlava abbastanza forte, poteva accadere un miracolo. Gliel’aveva insegnato il mare, quando era stato soccorso e quando aveva aiutato.
Mursi si sfregò il braccio sotto la tunica bianca. «Che mostro è quello che attendiamo, madre?»
«Non lo so». La vecchia sfiorò il falcetto alla cintura. «L’ultima volta che è stato interpellato era ai tempi della nonna di mia nonna… credo… Non ricordo per quale ragione. A quei tempi, qualcuno gli offriva i prigionieri per saziarlo e placare la nostalgia del suo dio, ma è passato tanto di quel tempo e non ci sono più guerre. I Frangisale hanno dimentica—»
Un muggito tonante, come la nota venuta fuori da un colossale corno di pietra, proruppe dal fondo della caverna.
Sable balzò in piedi e si appiattì sul menhir.
Sigemund pregò più forte. «Chiunque tu sia, tu che hai spezzato il cuore a questo mostro… Non permettergli di vendicarsi su mia figlia!»

*

Sable premette la schiena sul menhir e affondò le unghie nello strato di muschio che lo ricopriva. Il muggito dal cuore della caverna le diede crampi di paura nella pancia, le tolse ogni forza. Qualunque cosa fosse quel mostro, era arrabbiato e se la sarebbe mangiata. Deglutì. Non aveva neanche dato un ultimo bacio a mamma…
Corna ramificate emersero dal buio. Enormi! E una testa allungata dal pelo rossiccio. Il mostro avanzò in piedi come un uomo, anche se… era alto come sei o sette persone, in effetti, e aveva anche un corpo umano, eppure… Ma no, era un animale!
A Sable venne da ridere. Si voltò verso il limitare della foresta. «Ma padre, hai visto? Non è un mostro! È un cervo!» Si staccò dal menhir e gli andò incontro sino al termine della catena. «Salve, signor cervo!» Sollevò le mani sopra la testa per richiamarlo.
Il cervo si piegò su un ginocchio per guardarla da vicino. Aveva occhi acquosi e tutti neri. Le posò l’enorme naso tra i palmi, umido e caldo, e fece un sospiro che le scompigliò i capelli.
“Ho sentito la preghiera di tuo padre”. La sua voce affondava dritta nel cuore. “Non credo sia giunta al mio dio, ma a me sì”.
Era la prima volta che un animale parlava in quel modo così chiaro. Le labbra di Sable tremolarono.
“Non ti avrei mangiata, piccola mortale. Hai la Voce del primo uomo e della prima donna. Dillo a quegli adoratori che hanno dimenticato! Quando te l’avranno spiegato, torna da me”. Si staccò da lei, si sollevò in piedi, le diede le spalle e si rintanò nella caverna. Era stato molto triste.
Sable cercò suo padre dietro il tronco: la fissava a bocca aperta. La druida aveva i lacrimoni sulle guance rugose e baciava il falcetto come se fosse il suo bambino; il druido giovane era bianco in faccia come la neve.
C’era da spazientirsi. «Allora?!» Sable tamburellò il piede sul terreno. «Mi venite a liberare? Devo dirvi tante cose!»

Trascendenza – Capitolo 1

Trascendenza1

Al suono di una singola Parola del Creatore, il Nulla fremette e oscillò rapido, si contrasse nella sete di quell’energia che serbò per sé, come ricordo di una volontà inarrestabile; poi, da Nulla, divenne.
Quale trama può mai avere tanta forza per trattenere nelle maglie tutta l’essenza, la scintilla che divide il Nulla da qualcosa? Se non avesse avuto coscienza di essere, qualunque cosa fosse diventato il Nulla non avrebbe differito poi molto da ciò che era prima. Eppure, senza alcun dubbio era Terra.
Non c’era un sopra, non c’era un sotto, niente all’infuori di Terra che non fosse Terra, a sua volta composto da frazioni infinitesimali di Terra che erano minuscoli frammenti di una realtà più grande, tanto vasta che nessuno poteva dire dove cominciasse e dove avesse termine.
Rak-Rak era nella Terra e Rak-Rak era Terra, così come lo erano i suoi antenati, i suoi fratelli e i suoi discendenti. Erano laboriosi, facevano Terra finché erano troppo stanchi per continuare, quindi riposavano e ricominciavano solerti. Talvolta litigavano, è inevitabile, ma non potevano essere in disaccordo. Come avrebbero potuto? Erano tutti Terra, tutti dal primo all’ultimo, eppure individualmente isolati. Ciascuno aveva la propria opinione riguardo la Terra, ciascuno lavorava a modo proprio, benché il risultato fosse il medesimo per chiunque. Rak-Rak e i suoi fratelli, talvolta, facevano in modo di riposare assieme per avere la possibilità di parlare: gli argomenti erano assai limitati, ma nessuno se ne stancava mai. Ridevano. Gli antenati di Rak-Rak facevano lo stesso e altrettanto i figli. Rak-Rak intuiva che la generazione dei singoli esseri Terra fosse una faccenda molto personale per chiunque, ma non ne aveva mai discusso con nessuno.
Il tempo trascorreva e Terra fu a lungo.
A un certo punto, risuonò una nuova Parola del Creatore.
Rak-Rak, che in quel momento era impegnato, per la prima volta smise di lavorare senza essere ancora stanco e si guardò intorno: qualcosa gli veniva incontro e non era Terra, non aveva la consistenza di Terra o l’odore di Terra. Neanche l’aspetto era Terra. Allungò una mano per toccarla e quella rise con una voce che non poteva appartenere a Terra.
«Io sono Rak-Rak», disse. «Tu chi sei?»
«Chaka», rispose quella, stupita dell’incontro tanto quanto Rak-Rak. «Io sono Acqua. Tu cosa sei?»
«Terra. Non ci sono Terra da voi?»
«I miei fratelli e le mie sorelle sono tutti Acqua. Anche i miei figli sono Acqua.»
«E i tuoi antenati sono… Ac… Accua?» domandò Rak-Rak, incespicando nel pronunciare quella parola tanto strana.
«Io non ho antenati», rispose Chaka con un sorriso. «Perché mi guardi così?»
«Non ti conosco. Non sapevo che potessi esistere e ho paura.»
«Perché?» rise Chaka. «Io sono così felice di conoscerti! Vieni con me, vieni da noi, porta i tuoi fratelli e le tue sorelle, porta i tuoi antenati e i tuoi figli! Staremo insieme!»
Rak-Rak inarcò un sopracciglio e guardò Chaka con sospetto: non sapeva se fidarsi, ma la tentazione era forte.
«Dove vivete tu e i tuoi fratelli e le tue sorelle, tu e i tuoi figli?»
«Viviamo ad Acqua perché siamo Acqua. Vieni, venite tutti con noi!»
«Non posso». Rak-Rak assunse un tono solenne. «Stavo appunto lavorando. Devo fare Terra.»
«Oh, sembra un lavoro molto faticoso», tintinnò Chaka, incuriosita.
«Lo è», confermò Rak-Rak, dandosi una certa importanza. «Bisogna essere forti, bisogna essere costanti! Voi non lavorate a… Acqua?» domandò, fiero di aver centrato il termine.
«Noi scivoliamo. È così bello lasciarsi andare, correre in tutte le direzioni, trovare nuovi percorsi da seguire!»
«Deve… deve essere magnifico», sospirò Rak-Rak, concedendosi un sogno al quale non aveva mai pensato. «Ma… il lavoro… non posso lasciarlo, non sono ancora stanco.»
«E se venissimo noi da voi, a Terra?» ragionò Chaka. «Promettiamo di non disturbare il vostro lavoro, lo giuriamo solennemente!»
«Questa sì che è una bella idea!» esclamò Rak-Rak con voce roca, cedendo alla lusingha. «Porta i tuoi fratelli e le tue sorelle a Terra, porta i tuoi figli! Io andrò a dirlo ai miei antenati e ai miei fratelli e alle mie sorelle, ai miei figli, e dirò loro di prepararsi ad accogliervi.»
«Sta bene». Chaka gli rivolse un dolce sorriso.
Acqua venne a Terra e l’universo divenne qualcosa di più grande e complesso, qualcosa che prima non esisteva.
Rak-Rak ritrovò Chaka e i due si presero per mano. Cessavano di esistere in quel momento e rinascevano uniti, singoli, nuovi, migliori. Era tutto più bello e più facile da quando Terra non era più Terra e Acqua non era più Acqua, ma un miscuglio tra le due cose.
Laddove Rak-Rak toccò Chaka ed entrambi sparirono, apparve Moddo. Moddo, che possedeva solo un vago ricordo di ciò che era stato come Rak-Rak e come Chaka, non aveva antenati e non aveva ancora figli; ma aveva fratelli e sorelle. Quel ricordo vago dell’ineffabile passato l’avrebbe serbato in fondo al cuore senza riconoscerlo. Talvolta, immagini trascorse riaffioravano nei sogni e ricordava gli antenati, i fratelli e le sorelle e i figli che non esistevano più, miraggi intangibili che svanivano al risveglio, lasciandosi dietro una dolce malinconia.
Qualche volta, Moddo credeva che anche tutti gli altri condividessero la stessa malinconia, ma era sciocco rimpiangere il passato quando il presente era tanto dolce. Dolce quanto il sorriso che aveva sancito la propria nascita.

Continua…

Caeli – Capitolo 8

Caeli8

Caeli aveva le mani premute contro il viso caldo, su quei tratti arrotondati che aveva imparato a dimenticare, seduta a quell’anonimo tavolino. Sospirò e i pugnetti le caddero sulla superficie di legno.
Le dita sfiorarono il bordo di una busta per lettere che prima non c’era, con su scritto il suo nome. Caeli raggelò. Chi le aveva portato quella cosa? Nessuno tra gli avventori le restituì lo sguardo. La busta era sottile, quasi trasparente: strappò sull’apertura e tirò fuori un biglietto.

Frahazanard mi ha raccontato tutto e adesso so chi sei e conosco il tuo inganno. Joanna è con me, non le accadrà niente di male se verrai anche tu. Vediamoci nel luogo del nostro primo incontro.

A.

Caeli serrò i denti con forza, lampi di dolore risalirono la polpa e si piantarono nelle gengive. Lacrime di rabbia e delusione la accecarono. Non credeva di potersi sentire tanto piccola e debole, inerme. Il piano era saltato, l’idea di chiedere aiuto a Dorota… Tutto quanto era andato in fumo. Aleksy era spregevole, non avrebbe esitato un solo attimo a servirsi di Fra.
Fuori nevicava e Dorota abitava molto lontano: l’orologio diceva che la stava aspettando da quindici minuti. Forse, con un po’ di fortuna…
Il proprietario era andato a servire una coppia in fondo al locale. Caeli sgattaiolò dietro al bancone e recuperò una penna e un foglio bianco da una pila sotto il telefono, tornò lesta al proprio posto e scrisse un messaggio, ripiegò il foglio in tre, scribacchiò sulla facciata esterna un appunto che lo indirizzava a Dorota, lo fermò sotto il bicchiere e ripose il biglietto di Aleksy in tasca.
Il proprietario era ancora al tavolino della coppia, stavano discutendo su certi dolci da provare. Caeli si affrettò, uscì dal locale e si ritrovò sotto la neve sempre più pesante, che soffocava lo scenario.
Camminare era diventato difficile. Col cappuccio calato sugli occhi e il freddo che le mangiava le gote, Caeli ignorò la fatica e si concentrò su Joanna. Avrebbe dato qualsiasi cosa per avere ancora Fra con sé: era il prezzo da pagare per aver abbassato la guardia un solo attimo, per essersi lasciata sfuggire un particolare che aveva compromesso un disegno perfetto. Tutta colpa di quella stupida mocciosa, anche se l’apprensione le divorava il petto. Era tornata nelle mani della casualità, quell’insulsa variabile che si era impegnata tanto a soffocare nel corso delle ultime settimane.
Arrancò finché non svoltò quel famoso angolo, come la prima sera, e si ritrovò al cospetto dell’Erebo Jazz Club.
Nessun’auto nel parcheggio; neanche il buttafuori all’ingresso. Il locale sembrava deserto e più scuro che mai. Caeli deglutì, la gola riarsa di tensione le bruciò. Aleksy doveva aver utilizzato il potere del globo per recapitarle il messaggio, ma perché non se n’era servito per convocarla direttamente da lui? C’era un risvolto sinistro in tutta quella faccenda e la sua mente, così piena di conoscenze, sembrava essersi svuotata: per quanto avesse appreso, provato, sperimentato, per quanto il suo cuore si fosse indurito, non era altro che una bambina in cerca d’aiuto. Ed era sola, davvero sola per la prima volta in vita sua.
Attraversò il parcheggio, salì la scala, raggiunse l’ingresso. Spinse l’anta ed entrò.
Un buio vuoto l’accolse; l’unica lama di luce bianca proveniva dall’alto, dalla porta socchiusa sul ballatoio al primo piano, dove Aleksy l’aveva condotta la prima sera.
«Aleksy?» La sua voce suonò tremula, così sciocca e infantile, svuotata dell’autorità che sperava di avere da donna. Nessuna risposta. Oltrepassò il bancone, aggirò i tavolini e s’inerpicò per la scala sino al piano superiore, fiancheggiò la balaustra e si fermò dinanzi alla porta socchiusa. La luce era fredda. Sfiorò l’anta con le nocche. «Aleksy?»
«Entra».
Caeli obbedì e scivolò nell’appartamento. Joanna era stesa sul letto matrimoniale, sembrava addormentata nel mezzo di una montagna di peluche tutti diversi. Aleksy era sulla sinistra, dava le spalle alla finestra e la fissava con occhi d’acciaio. Le fece un cenno col capo. «Chiudi la porta».
Caeli obbedì.
«Brava. E togli quel cappuccio: voglio vederti in faccia».
Il bisogno di piangere le stava scorticando la gola, ma doveva resistere. Si scoprì il capo. Quanto doveva apparire ridicola e insignificante agli occhi di quell’uomo? Così diversa dalla donna sensuale che aveva conosciuto.
Lui spalancò le palpebre, sconcertato. «Sei davvero tu», mormorò.
Caeli prese coraggio. «Cos’hai fatto a Joanna?»
«Sta solo dormendo, non ci disturberà».
«Aleksy…» Le battevano i denti. «Io…»
«Che gingillo interessante, il tuo». Quel maledetto sfiorò il rigonfiamento sferico sulla giacca, proprio vicino al cuore, e un’ombra gli passò in faccia. «Volevi farmela, mocciosa?» La sua voce si era inasprita. «Volevi giocare me?»
«Sei arrabbiato, lo capisco, ma…»
«Frahazanard mi ha raccontato tutto. Ho dovuto solo chiedere. Sei un’avida puttanella, Caeli, avida del mio potere!»
La vista di Caeli vorticò per lo stordimento. Tra tutte le cose, non era preparata a quell’accusa. Possibile che la cupidigia di Aleksy fosse tale da… da non lasciargli comprendere che la sola possessione del globo la poneva molto più in alto di quanto lui avrebbe mai sperato di giungere? Era per quello che l’aveva convocata con una lettera: solo per un sadico gioco psicologico.
Caeli deglutì. «Prenditela con me. Torturami, se vuoi! Fa’ quel che devi, ma lascia andare Joanna!»
Era una supplica infantile. La faccia dell’uomo si fece famelica e lei si pentì di averlo provocato.
«No». Aveva un fremito da pazzo nella voce. «Pensi che lascerei andare le due persone che sanno di Frahazanard? No, Caeli, non è possibile. Perché siete solo in due, non è vero? Frahazanard ha detto che non può rispondere se non conosco i soggetti delle mie richieste, perciò è a te che lo domando: dove l’hai trovato? E chi altri lo conosce? Parlerai in fretta se sei così intelligente da capire che abbiamo tutto il tempo».
Le lacrime le sgorgarono senza controllo; senza un gemito, senza un singhiozzo. Doveva giocare d’astuzia, doveva mentire! «C’è un’altra persona, ti dirò chi è, ma Joanna è innocente e devi lasciarla andare!»
«Non sei nella posizione di contrattare».
«E tu in che posizione sei, Aleksy?» Retorica, era l’unica cosa che le restava. Che delusione… «Vale la pena di rischiare tutto quel potere per un capriccio?»
Aleksy indugiò, lo sguardo fisso. Chissà cosa gli stava sussurrando Fra.
L’urlo delle sirene in avvicinamento fendette la notte.
L’uomo si voltò per guardare dalla finestra e i lampeggianti azzurri gli danzarono in faccia. Rumori di pneumatici che divoravano il ghiaccio risuonarono nel parcheggio. «Ma che…» farfugliò.
Forse poteva ancora richiamarlo alla ragionevolezza. «Vattene subito». Le sillabe le tremarono di delusione, ma non c’era niente di meglio da sperare. «Vattene col globo, Aleksy. Puoi farlo, sai che puoi».
Aleksy si staccò dal vetro, si gettò su Caeli come se volesse aggredirla. Lei strillò. Quelle dita cattive le strattonarono il bavero della giacca e lui la sollevò dal pavimento con una mano sola. Lo strillo si trasformò in un gemito strozzato.
«Sei stata tu?!» le sbraitò in faccia.
Si era esercitata a mentire, ma non era più certa di riuscirci. Altre lacrime le rigarono il viso.
Aleksy urlò e la scaraventò contro la parete.
Uno scricchiolio le pervase il piccolo corpo quando stramazzò sul pavimento. Una cascata calda, appiccicosa, le scivolò dall’attaccatura dei capelli sulla nuca. Un conato di vomito la soffocò.
Aleksy agguantò il corpo inerme Joanna e si precipitò fuori dall’appartamento.
Buio.

*

Urla e bagliori rossastri. Caeli riprese i sensi e una fitta di dolore le trapanò il cranio. Le viscere si contorsero. Si alzò in ginocchio a fatica, si tastò il collo e ritirò le dita sporche di sangue. Aveva letto abbastanza libri di anatomia da giudicare d’essere viva per miracolo. Si rimise in piedi e barcollò fino alla finestra.
Due auto della polizia bruciavano. Dietro una linea di uomini, c’era Dorota accanto a un ragazzo dall’aspetto familiare. Al centro, Aleksy era in piedi con Joanna sotto il braccio e, nella destra protesa, il globo sfavillava di luce scarlatta. Urlava come una bestia, ma lei non riusciva a decifrare le parole.
Doveva esserci qualcosa di utile, lì intorno! Caeli zoppicò verso la cucina, una mano sulla parete lasciò impronte digitali insanguinate, l’altra tra i capelli per placare i capogiri, si appoggiò al lavandino ed estrasse un lungo coltellaccio dal ceppo di legno lucido.
Bene, era il meglio che potesse fare. Corse, timorosa d’inciampare a ogni passo, aprì la porta e si precipitò giù per la scalinata, attraversò il locale deserto al pianterreno, uscì nel freddo della notte. I poliziotti retrocedevano a causa di una forza sconosciuta, inarrestabile. Si dileguarono tutti.
Aleksy gli urlò dietro. «Non osate mai più sfidarmi!» Era dissennato dal potere.
Caeli lo caricò e un ringhio le sfuggì a pochi passi da lui. L’uomo si voltò con un sobbalzo, ma era già troppo tardi: Caeli gli affondò la lama nella coscia con tutta la forza, la carne si lacerò con una nota di strappo e il metallo gracchiò sul femore.
Il suo grido suonò pietoso. Joanna e il globo caddero insieme e Aleksy si portò le mani sulla gamba, dove strinse forte. «Tu!»
Caeli si tuffò sul globo, lo afferrò dalla neve, ma la mano di Aleksy le artigliò la caviglia come una tenaglia. Lei scalciò, lo colpì in volto e il suo naso schioccò sotto la suola dello stivaletto. Tornò libera, strisciò lontano e si rigirò sulla schiena.
Aleksy estrasse il coltello dalla gamba con un singulto, agguantò Joanna e le puntò la lama alla gola.
Caeli si sentì male: ai margini del campo visivo, avanzava una zona buia, fitta di puntini colorati. Restarono a fissarsi, a pochi passi di distanza, sotto la neve lenta.
Aleksy biascicò e sputò un fiotto di sangue. «Dammelo, Caeli». Tremava, il naso rotto gli aveva alterato la voce in un modo che sarebbe stato buffo in qualsiasi altra circostanza. «Dammelo, o la sgozzo».
La bambina prese fiato. «Prima… prima lasciala… e allontanati…» ansimò. Stava piangendo di nuovo. «Te lo darò, lo giuro. Lo giuro, lo giuro, lo giuro! Aleksy, ti prego… ti prego…»
«Prima tu, cagnetta! Ultimo avvertimento!»
«Devi solo chiedere, Caeli», sussurrò Fra. «Dillo… ed egli sarà cancellato!»
Caeli esitò.
Il volto di Aleksy si aprì di follia. «Ti sta parlando!» gridò; e affondò la lama nella gola di Joanna.
La piccola riaprì gli occhi nel dolore e cercò Caeli; un solo istante. Una vitrea fissità la paralizzò.
Una rabbia senza dimensione colmò la bocca di Caeli di acido sanguigno. Fra le suggerì una parola in una lingua sconosciuta, atroce, fatta per odiare e distruggere, così empia da far paura. La rabbia la vinse e lei la strillò come una bestemmia. L’oscurità si addensò attorno a quel suono intrascrivibile, colpì Aleksy come una forza fisica, gli impose sul corpo una volontà sovrana e lo rivoltò dall’interno come un calzino.
Viscere, ossa e fluidi esplosero in una fontana di morte.

*

Caeli fece scivolare il corpo di Joanna dalla spalla e la depose sul letto al primo piano dell’Erebo, tra i pupazzi di stoffa. Non era carina, non sembrava che dormisse: era solo un’amica morta. Una bambola con la gola aperta.
Strinse più che poté le dita sul globo. «Mi hai tradita, Fra».
«La fedeltà non fa parte della mia natura, Caeli».
«Non puoi riportarla in vita?»
«Ti sembro il figlio del Creatore?»
Già, che cosa aveva creduto? L’alterazione della realtà è un conto, ma opporsi alla fatalità… al destino… Quanto era stata stupida per averlo solo pensato. «Non voglio più vivere senza Joanna. Lei… mi voleva bene. E io gliene volevo tanto. Ho fatto tutto per lei, mi sono venduta l’anima. Non avrò più pace».
Fra esitò per una frazione di secondo. «Hai sempre me».
«No, basta, sono stanca di te. Mi hai fatto fare cose orribili».
«Sei diventata grande, sei diventata avida».
«Allora è tra gli avidi che voglio stare, con loro per sempre. Come posso fare?»
«Se tu lo desideri, interpellerò un vecchio amico per farti da guida».
«Sì, è l’ultima cosa che chiedo».
Non parlarono più. Una presenza sacrilega era scivolata in quella stanza e Caeli seppe di non avere più molto tempo: agguantò uno stupido procione di peluche dal mucchio, lo rigirò, individuò la zip che sigillava l’imbottitura e spinse il globo dentro. Aveva appena richiuso il pupazzo quando capì di non essere più sola.
Una voce di sibili le solleticò l’orecchio. «Perché piangi, bella bambina?» Che creatura alta, con corpo da rettile! Era un mostro, ma non faceva paura.
«Sono cattiva. Sono avida. Ho voluto tanto potere e non ho saputo gestirlo».
«Allora vieni con me, vieni». Le tese la lunga mano artigliata.
«Dove mi porti?» Che domanda sciocca. Afferrò solo il polpastrello della creatura con tutta la manina.
«In un luogo di oscuri canti maligni, dove ricchezza e volontà s’intrecciano. La tetra palude della brama: lì, un’anima corrotta come la tua diverrà implacabile».
«Non vuoi sapere il mio nome?»
«Lo conosco già: me l’ha detto un vecchio nemico».
C’era uno specchio accanto alla parete, Caeli ne fu attratta e stentò a riconoscersi: i suoi occhi, un tempo color cielo, erano diventati neri come il peccato.
Con quel nuovo sguardo, abbandonò il mondo.

Fine

Caeli – Capitolo 7

Caeli7

Le braccine di Joanna erano rigide, tese sulla canottiera. «Dov’è finito l’angelo?» Picchiò il piedino sul piastrellato del bagno con un piccolo tonfo.
Caeli le sollevò il gomito. «È volato via quando sono diventata grande». Si allungò all’indietro e chiuse il rubinetto: la vasca era una nuvola di schiuma densa. «Alza le braccia, Jo… Così, brava. L’angelo ha detto che il mondo è pieno di tanti altri bambini in attesa d’aiuto, non poteva restare con me».
«Ma tu stavi bene con noi! Con me e le suore e tutti gli altri…»
«Volevo uscire da lì e… sai, l’unico modo era crescere. Non l’avrei chiesto all’angelo se avessi saputo quanto sarebbe stato difficile». Un velo di lacrime le pizzicò gli occhi. «Mi sei mancata tanto…»
«Anche tu!» Joanna le abbracciò la vita con una forza disperata, come se temesse che l’avrebbe piantata in asso da un momento all’altro. «Sei così strana, adesso, ma non ci lasceremo mai più. Mai più!»
Caeli le accarezzò i capelli dietro la nuca. Quella piccolina era così fragile, molto più di come la ricordava.
Joanna sollevò il capo e le piantò il mento nell’ombelico. «Poi hai incontrato Aleksy? È carino!» ridacchiò.
Caeli si sforzò di cementificare il sorriso in faccia, anche se non serviva tutta quell’accortezza proprio con Joanna: era troppo ingenua per accorgersene. Attorcigliò una ciocca scura al dito. «Aleksy è stato buono, con me. Col suo aiuto, un po’ alla volta, porteremo fuori dall’istituto tutti i nostri amici e vivremo tutti insieme. Per sempre».
«Ma questa casa è troppo piccola per tutti quanti!»
Era già un sollievo aver abbandonato quell’orrido appartamento sopra il Jazz Club. «Allora ne compreremo una più grande. Okay, pronta? Nella vasca!»
Joanna scavalcò il bordo smaltato, sprofondò nell’acqua calda e mandò un sospiro. Le bolle arcobaleno si sollevarono, la fecero ridere.
Caeli si accomodò sullo sgabello per sfilarsi le scarpe. Joanna la fissava, le braccia sull’orlo della vasca come una civetta appollaiata. Che buffa! «Cosa c’è, adesso?»
La piccola si era fatta seria. «Quando anche gli altri saranno tutti qui, cosa farai?»
Gli incisivi di Caeli affondarono appena in tempo nel labbro inferiore e azzannarono la risposta.
Fra le sussurrò dentro. «Ucciderai Aleksy, l’ho capito».
Caeli sfiorò il rigonfiamento della giacchetta, dove il globo trovava sede come una biglia nella scanalatura del costato.
Joanna sciabordò. «Sbrigati! Entra anche tu!»
Caeli scacciò la paura, si sfilò la giacca con decisione e l’ammucchiò con gli altri vestiti. Si spogliò in fretta e restò nuda, in piedi al centro del bagno. Joanna la fissava con occhi sbarrati, temette d’averla turbata e inclinò il capo. «Che hai?»
«Anch’io diventerò così?» mormorò la piccola.
Nello specchio, il corpo da donna che Fra le aveva donato sfolgorava come un gioiello: la ricercata perfezione delle forme, la sublime avvenenza descritta dalla tempesta di libri impressa nella memoria. Non aveva impiegato anni di sviluppo per ottenerlo, non meritava niente di quella bellezza. Avrebbe dovuto mostrare un riguardo maggiore per Joanna? No, si erano già viste tante volte nude, da bambine, ma qualcosa era andato storto. La novizia Klara era giovane, le bambine l’avevano un po’ invidiata, ma non aveva un decimo di quel fascino. Come spiegare quanto fosse inutile? «È solo un corpo da grande». Scavalcò il bordo della vasca e scivolò nella schiuma.
Joanna rovesciò il labbro. «Non mi piace! Non sembri più tu!»
Caeli le tese le braccia. «Vieni qui». La piccola obbedì, si lasciò accogliere nell’abbraccio. Sembrava un coniglietto spaventato. «Perché stai tremando?»
«Perché non sei più la mia Caeli», piagnucolò.
«Sono sempre io, Jo! Sono Caeli!»
«Lo so, ma vorrei che fossi di nuovo piccola come me. Lo vorrei tanto!»
Fecero il bagno insieme e parlarono per tutto il tempo, ma Caeli era assente: le domande di Joanna le avevano ricordato l’implicazione finale dei disegni elaborati. Aleksy doveva morire, certo, ma come? E soprattutto, pur disprezzandolo, avrebbe trovato il coraggio di spezzare una vita? Ricorrere a Fra sarebbe stato semplice, avrebbe accorciato i tempi per riunire tutti i bambini dell’orfanotrofio e compiere la vendetta finale, ma ogni minuscolo desiderio sembrava capace di sfuggire a qualsiasi controllo. L’avrebbe trovato, il coraggio, perché aveva deciso di non lasciarsi più sfiorare da nessun altro… e che non avrebbe mai lasciato i suoi amici con quello schifoso. E gliel’avrebbe fatta pagare.
Uscirono. Caeli indossò l’accappatoio, avvolse Joanna in un grande asciugamano e le frizionò i capelli. Lo squillo del citofono risuonò nell’appartamento. «Vado a vedere chi è. Asciugati!» Abbandonò il bagno e uscì in corridoio.
Il terminale più vicino era dall’altra parte del pianerottolo, accanto alla ringhiera affacciata sull’ingresso al pianterreno. Caeli sfilò la cornetta. «Sì?»
«Sono io, amore». Aleksy, come al solito. «Ho dimenticato le chiavi!»
La dignità di essere umano… Peccato che non cercasse anche quella. Caeli sfoderò la vocetta sciocca della condiscendenza. «Oh, come sei sbadato, tesoro! Ti aspettiamo!» Premette il pulsante per il cancello in fondo al vialetto e riagganciò la cornetta. «Jo, Aleksy sta tornando. Gli chiederò di mangiare una pizza, va bene?»
«Sì». La voce di Joanna era distaccata, come annoiata.
Ma che diamine! Si stava dannando per il suo benessere! «Potresti mostrare almeno un po’ di riconoscenza! Quante pizze hai mangiato, nella tua vita?»
«Sì, lo vorrei tanto». Entusiasmo zero.
No, così non poteva andare, o sarebbe impazzita. Caeli tornò verso il bagno a lunghi passi. «Jo, non prendermi in giro! Non hai il diritto di…»
«Joanna. E tu come ti chiami?»
Una fitta di panico trapassò il petto di Caeli, un dolore lancinante che la piegò in due. Una bile aspra le impregnò la lingua, il sudore gelido le affondò nelle radici dei capelli. Barcollò. «Joanna! Joanna! Vieni subito qui! Presto!»
«Caeli, guarda cos’ho trovato!» Un bagliore sanguigno la precedette. «Un altro angelo!»
Joanna uscì sul pianerottolo con la sfera scarlatta stretta in pugno. Caeli le balzò addosso, gliel’avrebbe strappato dalle mani, ma il corpo perse slancio, si contorse… e il mondo crebbe. L’inerzia le fece perdere l’equilibrio, la testa le vorticò impazzita e l’accappatoio troppo grande le scivolò di dosso. Rotolò sull’altra con un grido che si tramutò in uno strillo infantile; e non c’era neanche il pericolo di schiacciarla.
Il tappeto le accolse entrambe, l’una sull’altra. Due bambine nude aggrovigliate.
«Sei tornata tu!» strepitò Joanna, troppo contenta per pensare alle ammaccature. «Evviva! Evviva!»
Caeli batté le palpebre. Aveva la vista annebbiata, la nausea le aveva attorcigliato le budella ed era certa che i pensieri fossero più goffi. Mosse le mani alla cieca, tastò fino a riconoscere le spalle dell’amica e la scosse. «La sfera… Fra!» ringhiò. «Che cos’hai fatto, Joanna? Che cos’hai fatto?!»
La risata di Joanna si spense. «Io… Ho trovato un angelo», singhiozzò. «Io… io v-volevo solo una Caeli bambina… come me… Io…»
«Dov’è finito?!» Non c’era un minuto da perdere. «Dov’è l’angelo?»
Joanna le mostrò le mani vuote. Oltre la vista incerta, un bagliore rossastro risaliva dal basso, oltre la ringhiera di legno.
La porta d’ingresso si spalancò.
«Sono a casa!» annunciò Aleksy.
Caeli si distaccò dall’intrico, si tenne più bassa che poté e appiccicò la bocca all’orecchio di Joanna. «Inventa qualcosa! Digli che non ci sono, non può vedermi così! Non è un gioco, Joanna: fa’ come dico!»
La bambina più piccola annuì, così spaventata da aver perso colore in viso. Caeli le gettò addosso il proprio accappatoio e si sforzò di non guardarla: doveva restare lucida.
I passi Aleksy risuonarono nel legno dei gradini. Caeli si fiondò alla credenza in corridoio ed entrò a fatica, malgrado il corpo ridotto: si chiuse dentro e avvicinò l’occhio all’intercapedine tra le ante. Una lama di freddo sottilissima le divise l’iride.
Aleksy affiorò dal basso. «Joanna?!» trasalì. Corse dalla bambina e la sollevò dal pavimento. Era spaventato. «Cos’è successo? Dov’è la mamma?»
Joanna tremava mentre lui la tastava per accertarsi che stesse bene. Boccheggiò; se ne restò zitta. No, quello non ci voleva!
«Allora?» Lui la scosse per un braccio. «Rispondi!»
«Non lo so!» La piccola pianse forte. «S-stavo facendo il bagno e poi… poi ero sola! Lei non c’era più! Non c’era…» gemette e si coprì la faccia con la manica troppo grande dell’accappatoio.
Aleksy squadrò da una parte all’altra: un cipiglio grottesco gli deformava l’espressione, qualcosa che Caeli non gli aveva mai visto addosso. «Qui non è sicuro», borbottò. Sembrava parlare a sé stesso. «Andiamo via». Avvolse Joanna nell’accappatoio, se la premette al petto e si precipitò giù per le scale.
La stava davvero portando fuori, nel gelo della notte?! Caeli si morse la lingua per restare immobile.
Il mormorio di Aleksy risalì dal pianterreno. «Che cos’è… questo?»
Una seconda fitta di panico scagliò Caeli nelle tenebre.

*

Caeli riprese i sensi di colpo e sussultò. Era un incubo. Rabbrividì di febbre, senza sapere quanto tempo fosse trascorso; tese l’orecchio, si sforzò di placare il respiro per ascoltare meglio. Niente. Spalancò l’anta della credenza, balzò fuori e corse nuda al pianterreno.
L’ingresso era rischiarato dalle piantane; nessuna traccia del bagliore rossastro che sperava di trovare. Il pianto la vinse, senza controllo, così forte sul suo fragile corpo da mocciosa. Non riuscì a fermarsi, si fiondò a girare i cuscini dei divani, rivoltò i vasi di fiori, tastò un centimetro quadrato alla volta sotto i mobili. Niente. Non doveva illudersi, sapeva già che Fra e Joanna… erano con Aleksy.
Doveva andarsene subito se voleva una possibilità di recuperare ogni cosa.
Risalì al primo piano, si fiondò nella camera di Joanna e tirò giù i suoi vestiti dall’armadio. Dovette frugare per trovare qualcosa di abbastanza largo da indossare; e il pianto non se ne andava, era come gettare benzina sul fuoco del nervosismo.
Gli abiti erano caldi e scompagnati: sarebbe sembrata la figlia di un qualche saltimbanco, un bel problema per passare inosservata. Riuscì a trovare almeno un paio di stivaletti da neve accettabili.
Andò nello studio di Aleksy, aprì lo scomparto segreto nel primo cassetto della scrivania e recuperò il mazzo di banconote d’emergenza che lui le aveva mostrato. Non c’era altro da fare.
Caeli scivolò al pianterreno e uscì dalla porta sul retro, percorse il vialetto, individuò un foro nella siepe e lo oltrepassò, s’issò oltre l’inferriata del muro di cinta e balzò all’esterno. Corse, abbandonò il marciapiede e avanzò nel mezzo della strada deserta, dove poteva procedere sul ghiaccio schiacciato dagli pneumatici senza lasciare impronte troppo evidenti nella neve. Svoltò l’angolo e una sirena della polizia si lamentò nella notte.
Caeli si voltò: un paio di volanti scivolarono sul retro della casa di Aleksy. Se l’avessero trovata… e riconosciuta come la bambina scomparsa, avrebbe perso tutto.
Si dileguò tra le ombre.

*

«Pronto?»
«Dorota, finalmente!»
«Chi… chi parla?»
«Sono io! Caeli!»
«Caeli?! Ma che… Stai piangendo? Cos’hai fatto alla voce?»
«Dorota, mi serve aiuto! Ti prego, ti prego, devi venire a prendermi!»
«Mio Dio…! Stai bene? Sei in pericolo?»
«Sì… No… Vieni e basta, ti prego!»
«Okay, ti raggiungo subito! Dove sei?»
«Alla stazione, al… Cafelokomotywa. Sono sola, fa’ presto!»
«Arrivo subito. Non muoverti da lì!»
Caeli riagganciò il telefono e si allontanò dal bancone del locale. Il proprietario la fissava con una faccia preoccupata, non le aveva fatto storie quando gli aveva chiesto di telefonare alla sorella maggiore. Le avvicinò una tazza di latte caldo e un vassoio di biscotti al cioccolato. «Non piangere, piccola. Tieni, ho qualcosa per te».
Caeli annuì. «Grazie». Doveva sforzarsi di apparire naturale, si asciugò gli occhi in un tovagliolo di carta e tastò nella tasca della giacca. «Quanto le devo?»
«Nulla, nulla, offre la casa. Sei certa di stare bene?»
«Sì, la ringrazio ancora. Mia sorella sarà qui a momenti e lei è stato davvero gentile. Le sono infinitamente grata».
Lui le fece un sorriso tutto compiaciuto. «Sei una signorina molto ben educata». Si allontanò e tornò al proprio lavoro.
Caeli si sforzò di mangiare un paio di biscotti e bere qualche sorso di latte, o sarebbe sembrata davvero sospetta. Peccato che tutto fosse insipido e il corpo lottasse per rovesciare ogni cosa. Era già un miracolo che quel tizio non avesse chiamato la polizia su due piedi. Rimase immobile, in attesa di Dorota, con la mano contratta sul cuore. Non era più abituata alla forma di quel corpo da bambina; e lì avrebbe dovuto esserci Fra, non… quel vuoto.

Continua…

Caeli – Capitolo 6

Caeli6

I Lewandowski, famigliari di Aleksy, si opposero all’improvvisa scelta di matrimonio con una ragazza sconosciuta: protestarono, urlarono e minacciarono, ma lui fu inamovibile. Era come stregato.
Caeli andò ad abitare in uno degli appartamenti del promesso sposo, proprio sopra all’Erebo. I preparativi per il matrimonio fervevano, sarebbe stato rapido e intimo. Nel secondo giorno dal suo arrivo, i genitori e gli zii di Aleksy si presentarono alla porta assieme a un paio d’avvocati agguerriti. Dissero che erano venuti a conoscere la sposa con la stessa simpatia di un pugile americano sul ring.
Caeli origliò dal piano di sopra. Non che ce ne fosse bisogno: erano chiassosi, si sgolavano gli uni sugli altri. Prevedibili. Quando Aleksy la chiamò, lei attese un rispettoso minuto prima di scendere e presentarsi alla famiglia riunita.
I Lewandowski erano anche troppo ricchi, indossavano abiti eleganti per rimarcare il divario sociale con una sgualdrina venuta fuori dal nulla. A dirla tutta, c’era persino qualcosa di sgradevole nelle loro facce, una storia di sinistra ascesa al potere. Caeli se l’aspettava e non ne fu intimidita: era pronta a giocare le carte migliori.
Un’ora più tardi, nessuno dubitava che lei fosse la donna perfetta per Aleksy, degna del buon nome di famiglia. Troppo boriosi, troppo stupidi per curarsi di quel lampo rosso che li aveva abbagliati per una frazione di secondo.
La settimana terminò e i fidanzati convolarono a nozze. Caeli si fasciò la mente di freddezza e anestetizzò i sentimenti, ma la tensione le diede la nausea. Nel momento delle firme, la mano le tremò tanto che, al posto di una sigla infantile, le uscì un assai più convincente scarabocchio. Il prete le fece un sorriso di comprensione e la dichiarò sposata.
Il banchetto nuziale fu sfarzoso in un modo ridicolo per così pochi invitati. Caeli si sforzò per masticare un paio di bocconi e rinunciò presto a fare la commedia: nessuno badava a lei, i parenti di Aleksy ridevano e brindavano ai novelli sposi con patetiche frasi di rito.
All’alba, un paio di cugini aiutarono lo sposo ubriaco a montare in limousine e Caeli li seguì, i piedi distrutti dalla stanchezza. Una volta a casa, crollarono insieme sul letto e dormirono fino a sera.
Aleksy si svegliò col desiderio del suo corpo. Caeli lo lasciò fare, non aveva senso adoperare Fra per quelle stupidaggini. Svuotò la mente e si abbandonò a lui, allontanò il disgusto, lo recluse in un angolo infinitesimale della coscienza, finché non riuscì più a vederlo.
Anche i libri potevano mentire: al netto di tutti gli amplessi descritti nei romanzi, non trovò traccia di quell’estasi paradisiaca tanto decantata dagli artisti. C’era solo un dolore di fondo, dietro le quinte, lontanissimo dal palcoscenico della coscienza, e neanche le apparteneva più. Poteva andar bene, l’unica cosa importante era fare in modo di non generare un figlio. Non avrebbe nutrito la progenie di Aleksy col proprio corpo; e non si sarebbe prostituita più del necessario.

*

Caeli fece un cenno all’avvocato; Aleksy si alzò e lo accompagnò alla porta.
I documenti erano sul tavolo, quegli stupidi fogli di carta col potere di condizionare la vita degli esseri umani. Li aveva firmati e non osava più toccarli, non serviva: conosceva ogni virgola della più minuscola clausola. Si ficcò il pollice tra i denti e passò gli incisivi nell’interno dell’unghia.
Aleksy tornò in cucina e Caeli si sforzò di guardarlo negli occhi. «Prenderò un appuntamento per domani sera».
Lui si chinò per baciarla sulla bocca. «Va bene, amore mio». Era stato proprio ammaestrato per bene, meglio così. L’influsso di Fra era terribile. Ironia della sorte, la libido era l’ultima integrità che ancora possedeva. Niente amore: solo ossessione.
Lei lo allontanò con dolcezza. «Dobbiamo esserci entrambi, lo ricordi?»
«A me sembra uno spreco. Non basto io a—»
«No, non è quello che voglio adesso». Gli fece il sorriso più malizioso che poté. «Non lo vuoi il mio corpicino perfetto ancora per qualche anno?»
Schiuse le labbra come un cane bavoso. «Certo che sì, piccola!»
Bene, ce l’aveva davvero in pugno. Caeli ammiccò. «Va’ a svagarti, tesoro, me ne occupo io». Sugellò l’imposizione velata con un bacio.
Aleksy lasciò la cucina per scendere all’Erebo, attraversò l’appartamento e la porta si chiuse con uno schianto.
Caeli si abbandonò faccia sul tavolo. Era tanto accaldata che la superficie le sembrava gelida sulla fronte.
Il tepore della sfera la riscaldava dalla tasca dei pantaloni. «Perché tanta incertezza, Caeli? Non puoi sbagliare».
«Ho paura». Era senza fiato, quel bisbiglio non poteva neanche formare le parole; aveva solo mosso le labbra. Lottò per trattenere le lacrime. «Ho solo tanta paura».
Fra la lasciò in un silenzio insolito. Lui, che aveva qualcosa da dire in ogni circostanza, col suo fare misterioso, le allusioni, le contraddizioni. Dava l’idea di meditare tra sé. «Caeli?»
«Cosa c’è?»
«Voglio raccontarti una cosa che ho visto: era un tempo lontano e una guerra lunga, tanto lunga, più di tutte le epoche che conosci. Quando i guerrieri affrontavano la morte, scoprivano di non avere altro all’infuori della paura a sostenere il desiderio di sopravvivenza. Se non avessero temuto più d’ogni altra cosa l’oblio che li reclamava, non avrebbero trovato la forza di trascendere l’inconsistenza delle proprie nature nebbiose».
«Tu parli sempre per enigmi e non vuoi dirmi mai niente». Strisciò il dorso della mano per asciugare gli occhi umidi.
«Non desidero nuocerti». Anche la sua era paura? «Mi sei molto, molto cara. Sono il tuo angelo custode». Malgrado tutto, suonò ironico. Il solito Fra.
«Smettila!» Caeli sbuffò una risata e tirò su col naso. «Non credo più a queste stupidaggini».

*

Suor Benedykta li guidò per il corridoio. «Ciascuno di loro ha diritto a una famiglia sana e cristiana».
Caeli la scrutò sottecchi. Chissà se faceva lo stesso discorso a tutte le coppie! L’istitutrice le era sembrata forte e inflessibile quando era piccola, ma in quel momento… Solo una vecchia stanca, piena di preoccupazioni.
Aleksy fece una risatina da zotico. «Mi trova ancora una volta d’accordo, sorella!»
La suora scrutò ancora una volta la coppia ospite. Il suo sguardo trafiggeva il cuore. «Signora Lewandowski, è possibile che questo non sia il nostro primo incontro?»
Caeli gli fece un sorriso di circostanza. «Ne dubito, sorella». L’avvocato le aveva piazzato il nome Karolina, sui moduli; era il limite della prudenza. «Mi sono appena trasferita dopo il matrimonio».
«Lei dice? Trovo il suo viso estremamente famigliare».
«Devo avere un aspetto molto comune».
Suor Benedykta storse la bocca, le mani intrecciate in quel modo ostinato. Certo che non ne fosse convinta, Caeli l’aveva capito di essere tanto bella da non poter passare inosservata. Si trovò a deglutire amaro: e se la suora l’avesse scambiata per una qualche parente di sé stessa bambina? Una sorella, magari, o una zia. Quello non l’aveva considerato, era stata davvero sciocca. Per il futuro, doveva avere l’accortezza di portare almeno… un paio di maledetti occhiali, ecco!
Gli schiamazzi dei bambini venivano dalla mensa. La suora aprì la porta e il chiasso si spense di colpo. Irreale. Entrarono insieme.
Erano davvero tutti lì, tutti, dal primo all’ultimo! Grigi tra i tavoli, con le facce lunghe, quel misto di paura e speranza, gli occhi enormi. Caeli si obbligò a restare impassibile e lo sforzo le affondò una fitta nel cuore. Stava diventando un automa.
Suor Benedykta parlava, dava le solite spiegazioni, ma lei non l’ascoltava. Quella scena pietosa le diede un capogiro, si strinse al braccio di Aleksy e finse una posa amorevole per non stramazzare. I suoi amici erano seduti ai tavoli con una serietà posticcia, decisi a fare una buona impressione, ma l’agitazione passava nei fremiti delle mani, nelle gambe ciondoloni, nell’indifferenza ostentata.
Aleksy sbuffò e si mise a guardare fuori dalle finestre. Bestia.
Jerzy era in fondo alla sala, tra i pochi a non preoccuparsi di restare serio, e tentava di far ridere i vicini a forza di smorfie; e Michalina sedeva dritta come una signorina perbene, anche se era sempre stata prepotente con tutti.
Suor Benedykta guidò gli ospiti tra gli orfani e parlò ora dell’uno, ora dell’altro; a casaccio. Gonfiava i pregi e trasformava i difetti in sfumature caratteriali. Caeli si trattenne dal fermarla, anche se nessuna presentazione era mai stata più inutile. Li conosceva tutti, dal primo all’ultimo, molto meglio di quanto lei avrebbe mai potuto.
Gli occhi scuri di Michalina scrutarono Caeli con la potenza di una radiografia. Maledizione! La mano libera sfiorò la tasca della giacca e la sfera riposta. Se quell’impicciona avesse fatto il suo nome, sarebbe stato un bel putiferio. Per fortuna, se ne stette in silenzio. Bene, era meglio per tutti.
Suor Benedykta proseguì il giro. «Questa è Joanna». Aveva una voce monotona, ma Caeli soffocò un sussulto. «Tra i nostri orfani, ha certamente bisogno di più cure degli altri, ma è tanto buona e dolce. Sta passando un brutto momento che dovrà aver termine, a Dio piacendo». Più che un augurio, sembrava un rimprovero.
Joanna era lì, ben più minuscola e indifesa di come la ricordava. Aveva il mento sul petto e non si sforzava neanche di guardarla.
La madre del convento assottigliò le labbra per l’irritazione, ma ebbe il buon gusto di non aggiungere altro. Bisognava avere ancora un po’ di pazienza, svuotarsi d’ogni altra emozione e restare consapevoli che, alla fine, tutto il sapere ottenuto se l’era spinto in testa per quell’unica ragione.

*

Caeli si morse il labbro. La porta dell’ufficio di suor Benedykta si aprì e la novizia Klara portò dentro Joanna. La teneva per mano e cercava di farle coraggio, almeno.
La madre non la salutò. «Joanna, il signore e la signora Lewandowski, qui, hanno chiesto di conoscerti meglio»,
La piccola alzò a malapena gli occhi e fece per nascondersi dietro la gonna della novizia.
Klara la spinse con tutto il garbo che poté. «È molto timida».
Caeli si raddrizzò sulla sedia. «Forse è perché siamo in troppi, qui. Mi lascereste sola con lei per qualche minuto? Vorrei presentarmi da amica».
Suor Benedykta annuì. «Certamente».
Aleksy si batté una mano sulla coscia. «Mi sembra un’ottima idea!»
Si alzarono insieme per guadagnare l’uscita. La novizia Klara, invece, rivolse a Caeli un’espressione ammonitrice. «Sia gentile, con lei».
Caeli si sforzò di tranquillizzarla con un sorriso.
Uscirono tutti e la lasciarono con la bambina.
Caeli attese, le orecchie rivolte ai passi sempre più lontani. Resistette all’impulso di origliare alla porta, sarebbe stato davvero troppo. S’inginocchiò e cercò il visetto della piccola. «Ciao, Joanna».
Lei tenne lo sguardo basso e rispose con un mugolio.
«Sei triste?»
Nessuna risposta, era prevedibile. La prossima mossa sarebbe stata decisiva e c’era solo da aspettarsi che andasse tutto per il meglio; in caso contrario, avrebbe ricorso a Fra. Non voleva farlo.
Caeli portò l’ampia borsa sul davanti e l’aprì. «Ho portato un regalo per te».
«Regalo?» pigolò Joanna. Si era un po’ incuriosita.
«Sì, ma devi promettermi che resterai tranquilla. Me lo prometti?»
«Perché? È tanto brutto?»
«No, ma deve essere un segreto tra noi».
Joanna esitò, storse la bocca, torse le manine tra loro e annuì. Era sempre stata una curiosona. Caeli estrasse la giacca di pelle ben ripiegata e gliela passò.
Joanna studiò le fibbie e i lacci, batté le palpebre e il suo respiro si mozzò in una nota incredula. Alzò il viso e la guardò dritto in faccia. «Caeli!» gemette. Due lacrimoni le scesero sulle guance, lasciò cadere la giacca e le corse tra le braccia.
Caeli le affondò la mano tra i capelli e se la tenne stretta. Era minuscola, aveva paura di spezzarla nell’abbraccio. E profumava di sapone. Si azzannò la lingua per non piangere con lei.
Joanna singhiozzò. «Come hai fatto? Come… Come? Perché tu sei grande e io… io…»
«Ssst, non piangere». La voce le s’incrinò, non poté evitarlo. «Jo, mi sei mancata tanto…»
«Non te ne andare più!»
Era il momento di mettere in chiaro le cose. «Jo, ascolta… Ascoltami! Ti spiegherò tutto e ti giuro che staremo insieme per sempre, ma adesso devi stare zitta e fare tutto quello che ti dirò, ogni cosa, è chiaro?»
Una settimana più tardi, oliati i giusti ingranaggi burocratici, le parti in causa firmarono, il denaro passò da una mano all’altra e una bambina abbandonò per sempre l’istituto col nome di Joanna Lewandowski.

Continua…

Caeli – Capitolo 5

Caeli5

Secondo giorno in biblioteca: Caeli stabilì con Dorota di ritrovarsi davanti al distributore all’ora di pranzo e ognuna andò a studiare per conto proprio. I libri del giorno prima erano stati custoditi dalla bibliotecaria, come d’accordo. Caeli li prese e tornò alla lettura.
I paragrafi scorrevano lenti. Alzò gli occhi all’orologio sulla parete. Accidenti! Era trascorsa solo mezz’ora e le sembrava d’essere lì da una vita. Fece scorrere le pagine che ancora la separavano dal finale. Con quel ritmo, era solo una perdita di tempo.
Puntò i gomiti sul tavolo e afferrò la fronte tra le mani. Era stanca e gli occhi le pulsavano di stanchezza. Non poteva essere così difficile, diamine! In un certo senso, scrivere era molto più complicato che leggere e quello scrittore non poteva aver sprecato anni e anni della sua vita solo per un libro!
Le lancette dell’orologio sembravano fermi, ma altri cinque minuti se n’erano andati. E se…
Caeli fece scivolare la mano nell’interno del cappotto e accarezzò la sfera nella tasca. «Fra?» bisbigliò.
«Hai qualcosa da chiedermi, Caeli?»
«Sì! Vorrei leggere più velocemente di chiunque altro, puoi aiutarmi?»
Meno di un’ora dopo, Caeli chiuse L’idiota di Dostoevskij a lettura ultimata. La testa le ronzava, ma desiderava conoscere di più: il giorno prima, Dorota aveva nominato un certo Platone. Chiese alla bibliotecaria, che le consegnò un librone dalle pagine ingiallite. Lo divorò con gli occhi.
Era a metà del volume e le nozioni vacillavano nella memoria. Le diede fastidio. «Fra?»
«Cosa c’è, Caeli?»
«Voglio una memoria che non mi faccia dimenticare più nulla di quello che studio!»
«Facile… e divertente, Caeli. Prosegui, ti prego».
Si fece ora di pranzo. Dorota aveva portato riso e verdure per entrambe e sembrava molto felice di condividere il cibo. Si mise a parlare di quanto fosse esausta per il prossimo esame. «C’è tutta questa diatriba su dialogo e discussione che non finisce più… Ti giuro, una rottura di palle…!»
Caeli ragionò. «Be’, Platone, secondo te, discuteva o dialogava? I suoi libri s’intitolano come dialoghi e i personaggi erano finti, no? Platone dialogava con sé stesso per descrivere il modo in cui vedeva il mondo. Mondo interiore, intendo, o sbaglio?»
Dorota sgranò gli occhi. «Certo che ieri eri proprio sconvolta, eh? Ti dirò, senza offesa, mi sei sembrata un po’ matta».
Caeli sorrise e sperò di non insospettirla. «Ero solo stanca».
Lei le mise la vaschetta del pranzo sotto il naso. Le verdure avevano proprio un buon profumo. «Aspetta, prendo le posate… Dovresti sostenerlo tu, l’esame, al posto mio. Ecco qui! Spero che ti piaccia, lo so che si è fatto freddo…»
«Va benissimo». Caeli spolverò il piatto. Era freddo, sì, ma molto più saporito di qualunque cosa avesse mai mangiato all’orfanotrofio. Non credeva che gusti e profumi potessero fondersi in quell’abbraccio così stretto.
Dopo aver mangiato, bevvero insieme un tè caldo e tornarono allo studio.
«Fra, ho bisogno di quaderni e una penna».
«Sono lì sul tavolo, Caeli».
Le nozioni si stavano diradando troppo, bisognava appuntare tutte le questioni da risolvere in seguito, su altri libri, in diversi contesti.
Nei giorni successivi, la filosofia la portò alla matematica, la matematica alla storia, la storia alla geografia, la geografia all’inglese e all’economia insieme. I fogli si riempirono di appunti, file e file di righe strette, scritte e depennate di continuo. Gli scompartimenti dell’immenso archivio che stava prendendo forma nella sua mente. Fece una deviazione nel mondo della biologia e segnò pagine intere di argomenti da consultare in seguito. Al termine della prima settimana, Caeli aveva letto trentanove volumi.
La velocità di lettura cresceva, incrementava man mano che le nozioni le rendevano la comprensione più facile. Era una fortuna che la biblioteca fosse spesso deserta e nessuno si stupisse del modo in cui prendeva e riponeva un libro dopo l’altro. Senza il tedio della lunga lettura e priva del minimo carico sulla memoria, la conoscenza la colmava senza sforzo. C’era sempre tanto da conoscere e lei non riusciva più a fermarsi. Era una droga e ne era diventata dipendente; così come Aleksy era dipendente dalla cocaina assunta la notte del loro incontro.
Dorota era felice di averla a casa e Caeli non voleva trovarsi sola un’altra volta, ma non poteva scroccarle l’ospitalità. Chiese a Fra tutto il denaro necessario e pagò la sua parte, anche se Dorota era tanto in imbarazzo, ma non importava: un affitto andava pagato e diviso e lei, col misero stipendio della madre vedova, non meritava di prendersi un altro carico. Insieme, sgomberarono un vecchio sgabuzzino del piccolo appartamento, Caeli acquistò un lettino e ne fece la propria stanza. Non serviva altro.
Tornarono in biblioteca insieme per tre mesi, ogni mattina, eccetto i giorni in cui Dorota andava in università per una lezione o un esame. Arrivò l’inverno e portò altra neve, tutta quella che un cielo poteva riversare sul mondo. Almeno, grazie ai soldi di Fra, fecero riparare la caldaia, sostituirono gli infissi e cominciarono a comprare cibo migliore. Dorota era così contenta che smise di fare proteste di natura economica.
Una sera, davanti a due zuppe fumanti piene di carne, Caeli si appropriò del telecomando e spense il televisore con uno sbuffo incollerito.
Dorota inarcò un sopracciglio. «Che ti prende?»
«Non sembrano più capaci di parlare d’altro». Ripose il telecomando sulla credenza, fuori portata. «Sempre la bambina dell’orfanotrofio, giorno per giorno! “Caeli di sopra, Caeli di sotto…” Mi sembra che ce l’abbiano solo con me, non ne posso più!»
«Già». Dorota addentò una carota bollita. «Lo sai che…? Non arrabbiarti, ma ti somiglia davvero tanto».
Caeli storse la bocca. «Non saresti la prima persona che me lo dice». Dorota era una brava ragazza, ma abbastanza sempliciotta da credere di non essere la sua unica conoscenza. Meglio cambiare argomento. «Com’è andata la festa, ieri?»
«La solita bolgia, un sacco di frastuono. Avrei voluto davvero andarmene, ma…» Esitò e un sorrisetto malizioso le tese le labbra sottili. «Ecco, ho conosciuto un ragazzo». Fremeva d’eccitazione. «Davvero molto carino e tanto gentile».
«Fantastico!» Non c’era niente di fantastico, ma Dorota doveva essersi mangiata le mani per rimandare quella conversazione sino a un momento appropriato. Trattenne un brivido: l’idea del contatto con un uomo le gettava lo schifo nel petto; almeno, dopo tutte le letture sull’argomento, riusciva a vederlo col giusto distacco. Non aveva il diritto di turbare la felicità di Dorota. «Ti ha già invitata a uscire?»
«Domani. Gli ho detto che mi sarebbe piaciuto andare a teatro. Avevo paura che lo considerasse noioso, ma invece ha accettato subito! Non è meraviglioso?»
Domani sera, che ironia della sorte. Anche Caeli aveva un appuntamento, solo che il suo uomo… non lo sapeva ancora.

*

Aveva ricominciato a nevicare fin dal tramonto e il lavoro degli spazzaneve non contava più nulla. I veicoli avanzavano lenti, le catene alle ruote sferragliavano sul fondo congelato.
Caeli si accostò al finestrino del taxi e sembrò che il vetro le drenasse calore dalla fronte, anche se non era arrivata a toccarlo. L’auto si fermò, lei pagò la corsa senza una parola e scese davanti alla scalinata del locale notturno. Erebo Jazz Club. Il freddo lottò per morderle la gola e lei strinse al petto i baveri neri del cappotto elegante: era vestita come tre mesi prima, quella notte, quando era entrata senza sapere nulla del mondo.
L’insegna mandava bagliori gialli e blu sulla coltre bianca, si mescolava al gelo. La musica c’era già, piacevole e discreta, adatta a un sottofondo onirico. Lei deglutì, si fece coraggio e salì i gradini ghiacciati. Aveva le braccia incrociate al petto solo per essere certa d’aver sempre la sfera sotto la mano.
Le labbra formicolavano per il tremore trattenuto. «Sei con me?» sussurrò.
«Sempre, Caeli». Fra era divertito, elettrizzato. «Sempre. Non ti lascerò finché tu vorrai».
Come mesi prima, il buttafuori le aprì la porta d’ingresso. Allo stesso modo, un cameriere in giacca bianca e pantaloni neri la accolse, ma era diverso da quello dell’altra volta. «Buonasera, signorina, e benvenuta all’Erebo. Favorisce il suo cappotto?»
«No, grazie». Non doveva essere vulnerabile, neanche un po’. «Vorrei incontrare Aleksy».
La faccia del cameriere si fece sospettosa. «La signorina ha un appuntamento?»
«No, voglio solo parlargli».
«Farò il possibile, ma non posso garantirle il tempo d’attesa. Chi devo annunciare?»
«Non ha importanza, non credo si ricordi di me. Berrò qualcosa, se non procura troppo disturbo».
«Sarà un piacere averla nostra ospite, signorina. Prego, si accomodi».
Caeli scelse un tavolino sul fondo del locale, nell’angolo più scuro e lontano dal palco, ordinò un aperitivo analcolico e solo allora, quando il cameriere si fu allontanato, sfilò il cappello, sbottonò il cappotto sotto la gola e si tolse i guanti.
La clientela era persino più scarsa dell’ultima volta, tanto misera da rendere dubbiosa la presenza di tre uomini del personale e un’esibizione dal vivo di musicisti sul palco. Faceva molto caldo. Le portarono un drink, Caeli lo vuotò in pochi sorsi e ne ordinò subito un altro. Niente alcol, quella volta, ma aveva proprio bisogno di rinfrescarsi. Prima che se ne accorgesse, ne aveva già bevuti quattro e doveva andare in bagno, ma non osò muoversi e attese, attese, con le note del basso che le vibravano in petto.
A un’ora dall’ingresso, Aleksy scese dalla scalinata che portava al piano superiore. Il cuore di Caeli mandò uno spasmo. Lui non era cambiato affatto, come avrebbe potuto? Elegante, pallido, freddo. Il cameriere gli si avvicinò, scambiò due parole con lui ed entrambi si voltarono a guardarla. Aleksy si fece dubbioso, annuì e si avvicinò. A un paio di passi dal tavolino, sembrò sollevato e le sorrise. «Ma guarda un po’!» Doveva averla appena riconosciuta. «Che fine avevi fatto?»
«Ciao, Aleksy». Aveva sperato di riuscire a fingere un po’ di entusiasmo, una dolcezza posticcia, ma la voce le uscì piatta.
Lui prese un piccolo respiro, inclinò la testa e strinse un po’ le labbra.
Certo, prevedibile. «Non ricordi neanche come mi chiamo».
Le fece un altro sorrisetto, stavolta colpevole. «Scusami, è che vedo tanta di quella gente…» Prese posto sulla sedia di fianco e si sfiorò il mento rasato col dito. «Avevi un nome insolito, ne sono certo. Eli…»
«Caeli».
«Giusto! Caeli! Come ho fatto a dimenticarlo? Posso offrirti qualcosa da bere? Magari del vino…»
«No». Non doveva neanche provarci! «Lascia stare, ho già bevuto qualcosa e intendo pagarlo».
«Come vuoi». Aleksy scrollò le spalle, puntellò i gomiti sul tavolino e si protese in un modo losco. «Ascolta, non so cosa tu abbia pensato, ma… mi è dispiaciuto non ritrovarti, lo sai? Avremmo potuto spassarcela per qualche giorno e… Contavo di farti qualche regalino personale, capisci?»
Certe cose, con le giuste conoscenze, era facile capirle. Caeli cercò di contenere il disgusto. «Non voglio i tuoi soldi». La voce le tremava, tenerla ferma era una vera impresa. «Ti sono sembrata una prostituta?»
«Ecco…» Lui esito. «Ne avevi l’aspetto, sì. Ce l’hai anche adesso, senza offesa. Nulla implica che tu lo sia, giusto? Volevo solo essere generoso con te, ringraziarti per…»
«Cos’è per te, un’abitudine? Le conosci così, le ragazze?»
Lo spazio sotto il naso di Aleksy si gonfiò: stava passando la lingua sui denti. «Io non voglio avere problemi». Si stava spazientendo. «Non mi sembra di averti obbligata».
Caeli passò due dita sul gambo del calice e lo fece ruotare. Il ghiaccio mezzo disciolto tintinnò. «Se sono qui è perché voglio qualcosa da te, non per essere pagata».
«Capisco. Sei in difficoltà? Per questa volta farò un’eccezione, ma non posso darti molto. Facciamo duemila zło—»
«Ti ho già detto che non voglio i tuoi soldi». Possibile che quell’uomo fosse tanto arrogante da prestare ascolto soltanto alla propria voce? Non aveva più senso girarci intorno. «Ho bisogno che tu mi sposi».
Aleksy fece un grugnito, un verso di risata, sollevò le sopracciglia e spiegò le labbra in un ghigno idiota. Caeli restò impassibile, fino a sgonfiargli quella risata da maiale.
Una maschera d’oltraggio gli coprì la faccia. «Non puoi essere seria!» Tratteneva la voce per non sbraitare. «Ti ho scopata una sola volta ed è stato un gioco piacevole per entrambi! Che altro vuoi, da me?!»
«Conosco solo te». Per quanto fosse cambiata, l’ingenuità da bambina le uscì senza controllo. «Devo sposarmi. Mi occorre per…»
«Vuoi incastrarmi? Hai visto quello che ho e lo vuoi anche per te?!»
«Non voglio approfittare della tua ricchezza». Ragionava per soldi, quello lì. «E non mi aspetto di vivere sulle tue spalle. Posso esserti più utile di quanto immagini».
«Una come te?» Il suo tono era cattivo, simile alle parole sconosciute che le aveva soffiato nell’orecchio, quella notte. «Di biondine succhiacazzi è pieno il mondo e tu non sei male, ma c’è di meglio». Spostò la sedia all’indietro. «Ti farò avere del denaro dal—»
Caeli gli afferrò l’avambraccio. «Ho bisogno che tu mi sposi, Aleksy».
Lui diede uno strattone per liberarsi. «Non osare mai più toccarmi, cagna!»
Aveva urlato. La musica si spense, il silenzio piombò nella sala, l’attenzione dei presenti si concentrò su di loro. Un uomo al bancone lasciò una banconota e abbandonò l’Erebo senza neanche attendere il resto. Aleksy stava andando via, era già alla scalinata.
Caeli balzò in piedi e tastò il cappotto. «Va bene, fallo!»
Un lampo scarlatto saturò lo scenario, così veloce da poter essere scambiato per un’allucinazione.
Aleksy si voltò, rivolse a Caeli un sorriso commosso e spalancò le braccia per accoglierla.

*

Dorota era triste. «Ma… Insomma, così all’improvviso?»
«Hai ragione, mi dispiace molto». Caeli depositò la valigia davanti alla porta d’ingresso. Era leggera in un modo ridicolo. Prese un fascio di banconote dalla borsa e lo porse all’amica. «Questi sono per l’affitto del mese».
«Oh, no! Siamo al quattro, non puoi darmi tutto…»
«Insisto!» Non le andava di discutere. «Dory, non ti sto facendo la carità: so che ne hai bisogno, ma la verità è che sei stata davvero buona, con me. Vorrei poter dare di più». Sarebbe stato bello, senza dare sospetti.
Dorota tirò su col naso. «Ca, ma che dici? Non sei mica mia madre…» Aveva già gli occhiali appannati.
Quanto sarebbe stato bello farle sapere che, invece, era stata lei a farle da mamma. «Grazie. Sei stata più di un’amica, per me».
Si abbracciarono, così strette da far male.
Caeli tirò su col naso. «Verrò a trovarti quando potrò». Le lacrime le bruciavano gli occhi. «Non… non dobbiamo dimenticarci…»
«Ehi, non piangere». Che rimprovero dolce. «Certe volte, sembri davvero una bambina».
Caeli sbuffò una risata, si separarono e raccolse la valigia.
Dorota sembrava davvero in pena. «Cerca di non cacciarti nei guai». Si mordicchiò le labbra. «Non… non vuoi dirmi dove…?»
«Te lo dirò la prossima volta che c’incontreremo». Se le diceva che andava a sposarsi, Dorota avrebbe dato di matto.
Si scambiarono baci sulle guance e tanto affetto. Era la separazione più dolorosa che Caeli avesse mai provato; e dire che lei, di amici perduti, ne aveva anche troppi.
Scese. Un taxi era già in strada e attendeva da almeno venti minuti.
Caeli si fermò sull’ultimo gradino. «Sto facendo la cosa giusta?» mormorò a fior di labbra. «O sto sbagliando tutto?»
Fra era sempre lì. «Estremizzare le implicazioni delle scelte è una peculiarità dei deboli privi di potere, Caeli. Mi chiedo solo perché. Non avresti ottenuto molto più faticando molto meno? Dovevi solo desiderarlo».
«Voglio limitare i desideri, Fra. Penso d’aver capito come funzionano e quanto è facile perdere il controllo. Ho letto un mucchio di storie dove i personaggi restano schiacciati da brame troppo grandi».
«Storie scritte da mortali…»
Caeli riprese il cammino. «Scritte da mortali, ma che parlavano di dèi. L’Iliade non nasce proprio dal desiderio egoistico di tre dee? Eris indirizzò un pomo alla più bella e ciò portò discordia tra loro. Per la brama, dèi e mortali non hanno alcun valore».

Continua…

Caeli – Capitolo 4

Caeli4

Caeli si svegliò di soprassalto, turbata da un incubo che le sfumò dai ricordi. Ecco cosa si provava a vedere un fantasma. Una fitta le perforò il cranio, aveva un saporaccio di vomito in bocca e una sete terribile. Una luce di piombo entrava dalla finestra e… Aleksy era ancora lì, dormiva sul fianco. Era l’occasione giusta per scappare.
Si alzò a sedere: aveva il corpo congelato dall’immobilità e si sentiva debole. Le venne un conato, gemette, si coprì la bocca con le mani e si contrasse tutta: non doveva vomitare in quel momento, o lui si sarebbe svegliato. Scivolò dal materasso e cadde in ginocchio. Le setole del tappeto le pizzicarono il corpo nudo. Strisciò. La stanza girava come il vortice di un lavabo, dovette chiudere gli occhi nella speranza di fermarlo, ma l’oscurità forzata la nauseò ancora di più. Sbirciò tra le ciglia e tenne lo sguardo fisso sulla sedia dove Aleksy aveva adagiato il cappotto.
Allungò le dita, afferrò la manica di pelliccia e quel bel manto nero scivolò dallo schienale arrotondato. Cercò a tentoni e trovò la tasca interna; e la tiepida superficie vetrosa.
Accostò la sfera alle labbra. «Fra!» sussurrò.
«Ti ascolto, Caeli».
«Sto male». La gola mandò uno spasmo per il pianto trattenuto. «Voglio andare via, voglio… voglio vestirmi. Ti prego… ti prego, aiutami!»
Un lampo rosso l’abbagliò e si ritrasse su una nuova realtà.
Caeli era distesa in un vicolo, su un mucchietto di neve integro, con indosso i vestiti che aveva all’ingresso nell’Erebo Jazz Club. La sensazione di malessere era svanita; in compenso, l’orrore della notte la schiacciò. Si rannicchiò con la sfera al petto, sola in quella strozzatura tra due case, col respiro che dava forma a nuvolette tremule dal naso. Fra doveva essere in ascolto, pronto ad aiutarla, ma lei non trovava più la forza di parlare. Era come se la mente girasse a vuoto.
Di quello che Aleksy le aveva fatto, qualcosa sembrava… logica, ma brutale. Era come se i corpi di entrambi fossero fatti per quella roba, ma allora… perché era stato tanto brutto? Perché quel senso di schifo le rimaneva appiccicato sotto la pelle? Avvicinò un’altra volta la sfera alle labbra, sino a sfiorare la superficie liscia e quel tepore che le formicolò nella faccia. Si fece coraggio, cercò le parole giuste; prese un respiro. «Tu lo sai cosa mi ha fatto?»
«Lo so».
La paura le diede crampi nello stomaco. «Potresti… spiegarmelo?» Sperò che le dicesse di no.
«Potrei, ma non nei termini adatti a un essere umano. Vuoi che parli lo stesso?»
Caeli batté le palpebre. «No». C’era qualcosa che la distaccava da Fra; sin dall’inizio. Non se n’era accorta prima ed era sciocco. Lui era sempre stato tanto diverso. Non era una persona, ma una palla di vetro come quelle con la neve dentro, con un universo tutto loro e separato.
Sarebbe stato bello avere qualcuno con cui parlare, un amico vero, forse… un’amica come Joanna, ma più saggia di Joanna, in realtà, capace di farle capire. Suor Agata diceva che certe cose gliele avrebbero spiegate i papà e le mamme… quando ne avessero avuti. L’idea di affidarsi ad altri adulti sconosciuti la fece sbuffare di rabbia.
«Caeli?» Fra la chiamò come se volesse distoglierla dai brutti pensieri.
Era stata stupida, si era comportata da stupida, ma solo perché aveva sottovalutato la libertà. Non conosceva nulla del mondo oltre l’orfanotrofio; e guadagnare un’identità adulta l’aveva privata di qualcosa, un elemento che avrebbe dovuto essere suo. Qualunque cosa fosse, doveva riprenderselo. «Devo sapere delle cose».
«Di che genere?»
«Tutto. Qualsiasi cosa. Dimmi dove posso imparare».
«C’è una biblioteca. Esci da questo vicolo e cammina fino all’incrocio in fondo. Troverai una piazza. L’edificio che ti occorre è quello coi colonnati».
Caeli si alzò, nascose la sfera nel cappotto e tornò sulla strada.
C’era un po’ di confusione per la città, le auto della polizia si muovevano sui viali ghiacciati. Nulla che le importasse, dopotutto. In dieci minuti, raggiunse la biblioteca comunale.
L’orfanotrofio aveva una piccola biblioteca, ma nulla di paragonabile a quegli scaffali pieni di volumi che sembravano non avere mai fine. Era un posto immenso, eppure così vuoto e triste. Un signore dai baffi grigi sfogliava un grosso librone; due ragazze imbronciate, nella parte opposta della sala, ricopiavano righe di testo sui quaderni.
Caeli passeggiò tra le librerie senza sapere dove andare. Doveva cominciare a leggere per capire la vita degli adulti, poteva anche cominciare da un libro qualsiasi, ma non poteva neanche andare a casaccio. Le sembrava di non riuscire a leggere neanche uno dei titoli sui dorsi allineati. E dire che le suore si sfinivano per farla studiare! Se solo l’avessero vista lì, con tanta di quella scelta da non capacitarsene…
Caeli sbuffò ancora. Non aveva senso! Allungò un braccio e prese un libro qualsiasi dalla mensola più alta che riuscì a raggiungere. Lo sfilò, un rivoletto di polvere scivolò dal ripiano, se lo rigirò davanti agli occhi e lesse sulla copertina. L’idiota di Dostoevskij. Sì, appropriato: era stata proprio idiota a non riflettere prima di fare quella pazzia. Raggiunse il tavolino più vicino, si sedette e aprì sulla prima pagina.
Era davvero difficile leggere quella roba, la sfiniva. Forse avrebbe dovuto lasciar perdere… Sfiorò l’angolo della copertina e fece per richiudere, ma il fetore muschiato di Aleksy le tornò alla memoria e le diede un nuovo conato. Le tremarono le gambe. No, meglio continuare, meglio non pensarci!
C’erano molte parole che non conosceva, davvero troppe. Si alzò, andò a recuperare un dizionario e tornò al tavolino. Sbadigliava. Staccava gli occhi dal romanzo, scorreva le pagine del vocabolario; imparava un nuovo termine, lo ripeteva dieci volte per fissarlo nella memoria. Eppure, c’erano ancora tante, tante cose che non capiva.
Pagina venti. Si alzò di nuovo e cercò un atlante per sapere dove fosse Mosca: non le andava giù che si parlasse di quella città senza che potesse immaginarla. Tornò a leggere; e si alzò un rigo più tardi. Doveva capire nel dettaglio cosa fosse quel male che aveva obbligato il principe Myškin ad abbandonare il proprio Paese. Quella ricerca particolare le costò più tempo del previsto e, una volta compresa l’epilessia secondo i termini più generali, avrebbe voluto svuotarsi il cervello da quella conoscenza che era brutta e sporca.
No, non aveva senso rigettare nulla. «Troppo tardi», borbottò: l’aveva fatta propria e doveva tenersela. Esattamente come la notte trascorsa con Aleksy, che la disgustava.
Il giorno scurì e lo stomaco di Caeli brontolava già da un pezzo, anche se lei aveva fatto di tutto per ignorarlo. Altre cose, invece, non poteva rimandarle: interruppe lo studio per andare in bagno e, all’uscita, si scoprì troppo assetata per continuare.
Già, aveva sete quando si era svegliata, ma poi era svanita. Passò una mano tra le ciocche sulla fronte. Aveva detto a Fra di stare male, forse si era occupato anche di quello. Meglio non disturbarlo troppo; però, c’era un distributore di bibite all’ingresso della biblioteca. Fece la strada a ritroso e chiese a Fra solo qualche monetina per comprare una bibita.
La zona di ristoro non era deserta, purtroppo, ma occupata da una delle ragazze che aveva già visto quella mattina: aveva un viso da un roditore, grandi occhiali e capelli in disordine. Un bicchiere di carta fumante era sulla panca accanto a lei, a portata di mano. Quella sollevò gli occhi dal libro che stava leggendo e le intercettò lo sguardo, ma tornò subito tra le pagine.
Il distributore era in un angolo. Caeli ne aveva visto uno in un film, una volta, durante l’ora di televisione settimanale. C’erano due ragazzi neri davanti a uno di quei cosi, prendevano lattine ed era sembrato facilissimo, ma lì c’erano molti tasti e lei non sapeva cosa fare. Premette 1 e un suono elettronico risalì dall’aggeggio. 8… Non ci capiva niente! Forse, con l’aiuto di Fra…
«Ti serve una mano?»
Caeli si accorse che la ragazza con gli occhiali era arrivata alle sue spalle. Balzò all’indietro con le mani sollevate, come per difendersi, e quella strillò e si allontanò dall’altra parte, con i pugni stretti al petto.
Non avrebbe dovuto permetterle di avvicinarsi tanto. «No, no!» Aveva la voce incrinata dal lungo silenzio. «Io non… non… io non…» farfugliò. Con tutte le parole che aveva imparato… non gliene usciva neanche una.
Le labbra della ragazza tremolarono. «Stai bene?»
Caeli si morse le labbra. Sì, doveva risponderle solo di sì. La sua testa si scosse da sola, come se non le appartenesse. Il sudore gelido le aveva già impregnato i palmi delle mani.
La ragazza azzardò un passo, abbastanza piano da non sembrare troppo minacciosa. «Io mi chiamo Dorota». Per avere un viso tanto freddo, la sua voce era davvero dolce. «E tu?»
«Caeli». Deglutì.
Dorota inarcò un sopracciglio e la fissò in un modo un po’ strano. Scrollò le spalle. «Vuoi bere qualcosa di caldo?»
L’aiutò a prendere un tè dal distributore e si sedettero insieme sulla panca. Era tranquilla, quella ragazza, perché sembrava poter restare in silenzio molto a lungo. Infilò un segnalibro nel volume che aveva rovesciato sul legno e lo richiuse. «Tu cosa studi?»
Caeli scrollò le spalle e si prese un momento per ricordare il titolo. «Stavo leggendo… L’idiota».
«Ah, letteratura russa. Molto interessante. Io studio filosofia, invece. Platone. Saprai di che parlo, immagino», ridacchiò.
«No». Perché avrebbe dovuto?
Dorota batté le palpebre e sembrò dubbiosa. «Oh, be’… ne avrai sentito parlare… Lasciamo perdere». Si raddrizzò gli occhiali sul naso con la punta del dito. «Sei un po’ in ansia per un esame?» Si mordicchiò il labbro. «O ti è successo… qualcosa di brutto?»
Sarebbe stato facile dirle di sì; e prudente dirle di no. Eppure, quel libro che stava leggendo parlava proprio di cose che andrebbero dette solo in certi casi. «Perché me lo chiedi?»
Dorota si mosse a disagio sulla panca, sollevò il bicchiere di carta e bevve un sorso. L’odore del suo caffè scacciò il profumo del tè. «Ce l’hai scritto in faccia che sei sconvolta». Rigirò il bicchiere tra i palmi. «Insomma… Adesso dirai che non sono cavoli miei, hai ragione, ma se tornassi a casa senza provare a fare niente… Non riuscirei a dormire, mi capisci?»
Era un concetto strano, ma non troppo difficile. «Io… credo di sì». Caeli si massaggio un sopracciglio. «Ma non so se posso parlarne. Devo pensarci».
Dorota le fece sì con la testa. «Non eri mai stata in questo posto prima d’ora, vero?» Le fece un sorrisetto cordiale. «Non negli ultimi due anni, almeno. Vengo qui quasi tutti i giorni. Studio, leggo… È un bel posto».
«Sì». Su quello, era d’accordissimo. «Molto bello. Ma non è noioso? Sembra abbastanza deserto».
«È questo il bello. Io non vado molto… d’accordo con le altre persone. Sono una solitaria. E non sono brava a parlare». Fece una risatina nervosa.
Caeli aggrottò le sopracciglia. Quella era una bugia? Dorota parlava normalmente, anzi, in un modo molto carino da sentire. Forse gli adulti avevano quel modo di discutere, fatto di mezze verità e bugie intere.
Abbassò un po’ la voce. «Credo d’aver fatto qualcosa di molto brutto a me stessa». Per quanto si sforzasse, non riusciva a incolpare Aleksy per quello che era accaduto. «Credo di… aver sbagliato».
Dorota storse la bocca. Era preoccupata, le sue dita tamburellarono sul bicchiere di carta. «Ce l’hai un posto dove andare?»
«Andare… dove?»
«Per dormire».
«Non posso dormire quando ne ho voglia?»
Dorota inarcò le sopracciglia e schiuse le labbra, come se volesse dire qualcosa, ma restò zitta. Si schiarì la voce. «Ma lo sai cosa sembri?»
«Cosa?»
«Un… Una… Una specie di… fantasma che viene da un’altra epoca». Inclinò la testa. «Una femme fatale anni Venti, ecco».
Caeli non era certa di capire se fosse una cosa brutta. «Cos’è una femm-fatle?»
Dorota fece una smorfia, scosse il capo, scrollò le spalle. Meditò tra sé. «Ascolta, almeno per stanotte dormirai da me».

*

L’appartamento era piccolo, ma molto pulito. Dorota rivestì di lenzuola pulite il materasso estratto da una poltrona in salotto.
Caeli si grattò la coscia, a disagio. «Guarda che bastava solo una coperta».
Dorota le lanciò un’occhiataccia di rimprovero, tanto simile a suor Benedykta. «Se hai sete, c’è una brocca accanto alla finestra». Lasciò cadere un cuscino bello morbido, che sapeva di detersivo. «Il bagno è in fondo al corridoio, da quella parte. Dovrai usare la luce piccola accanto allo specchio, perché quella grande è fulminata da… Oh, be’, non ricordo neanche più da quanto». Sorrise.
Caeli l’avrebbe abbracciata se avesse avuto un granello di coraggio in più. «Grazie», mormorò.
Dorota scosse il capo come se fosse esasperata, ma anche divertita. «Tu da dov’è che vieni?»
Il respiro fu troncato all’altezza della gola. «Io…» Cosa poteva risponderle?
«Ho capito, non vuoi dirmelo». Dorota si fermò di colpo, come paralizzata. «Non hai problemi con la legge, vero?»
«No!» Aveva urlato troppo, ma non era bello che le desse della criminale.
«Okay, okay, scusami! Non arrabbiarti!»
«Non sono arrabbiata».
«Sai una cosa?» Dorota rimboccò il piumone. «Ecco fatto. Dicevo… Sai, è davvero stupido, ma per un momento ho pensato che fossi tu la Caeli del telegiornale».
«Chi?»
«Non hai visto la televisione? O… letto un giornale?»
Caeli scosse il capo. Cominciava a sentirsi davvero stupida per tutte le cose che non poteva spiegare a quella ragazza.
«Oh, ecco… È assurdo, lo so, ma la polizia ha fatto un bel fracasso per tutto il giorno! Parlavano di una bambina scomparsa da un orfanotrofio, qui in città. Bionda, occhi azzurri… e porta anche il tuo nome. Hanno trovato delle tracce nella neve e un ramo spezzato, anche se non ne sono troppo convinti, ma è probabile che sia scappata perché… forse temeva una punizione, qualcosa del genere. Ho pensato che tu c’entrassi qualcosa, ma quella Caeli aveva… sette, otto anni? Mentre tu… Ehi, ti senti bene?»
Caeli annuì. Forse stava cominciando a ragionare e mentire come un’adulta. «Sì. Ho solo tanto sonno».
«Allora dormi, coraggio! Ho l’abitudine di svegliarmi molto presto e faccio davvero tanto chiasso, sei avvertita! Buonanotte». La salutò con la mano e andò a chiudersi nella propria camera.
Caeli era rimasta sola in salotto. Si spogliò. Dorota le aveva prestato un pigiama che doveva starle bene. Si studiò nella penombra della lampadina smorta: aveva proprio delle tette grandi, divertenti, ma che ingombro, che seccatura da portare! In mezzo alle gambe, stava spuntando una peluria; e anche sotto le ascelle. Avrebbe dovuto esaminare al più presto quel corpo adulto e capire tutto quello che era necessario.
Il pigiama era della taglia giusta, vecchio e scolorito, ma tanto caldo. Da quando era scappata dall’orfanotrofio, quel calore fu la cosa più bella che avesse provato e le inumidì gli occhi. Andò a spegnere la luce, recuperò la sfera dal cappotto, la nascose tra le coperte e scivolò sotto le lenzuola.
Restò immobile per un po’, si fece il segno della croce e recitò le preghiere serali per quel Dio silenzioso, tanto distante lassù. Quando ebbe finito, mise la sfera sulla pancia e restò a fissare l’oscurità. Il tepore le riscaldava la zona dell’ombelico.
«Fra?»
«Ti ascolto, Caeli.»
«Credi che abbia fatto qualcosa di male?»
«Se così fosse, dovresti solo desiderare per correggere i tuoi errori».
«No». Quello, era fuori discussione. «Non adesso. Devo… devo pensare. Sei come il Genio della lampada, non è così?»
«Nell’accezione dei tuoi termini, sì, lo sono».
«Lui regalava solo tre desideri. Forse anche i tuoi avranno un limite».
«Non possiedo un limite numerabile».
«Non parlavo di te». Aveva sonno e la testa pesava di nozioni. Sbadigliò. «Devo pensarci… pensarci bene. Sono davvero stanca…» Si raggomitolò. Il profumo di quelle lenzuola sapeva di pace. «Veglia su di me, ti prego».
Fra sembrò divertito. «Sono o non sono il tuo angelo custode?»

Continua…

Caeli – Capitolo 3

Caeli3

Caeli trotterellò sul marciapiede. Era molto più facile camminare con lo stomaco pieno, senza la fame a mordere, e godersi il movimento delle persone che passeggiavano tra le piazze e si ammassavano nei bar dai vetri appannati. Solo a sprazzi, si accorgeva del formicolio diffuso sulla faccia fredda e le sembrava d’indossare una maschera. Naso e orecchie le stavano facendo male.
Fra si fece preoccupato. «I tuoi abiti sono troppo leggeri, Caeli. Il sudore ti sta gelando addosso. Potrebbe essere pericoloso».
Erano cose che dicevano le suore, quelle, e forse erano un mare di sciocchezze; però lui era un amico. «Dici?» Poteva essere vero, in qualche modo: le ginocchia le tremavano. «Forse sì, ma cosa posso farci?»
«Non hai che da chiedere».
«Accidenti, hai ragione! Come faccio a dimenticarlo?»
Si fermò davanti alla vetrina illuminata di un negozio di vestiti: un manichino dalla faccia liscia indossava un cappotto bellissimo, nero e coi risvolti di pelliccia; aveva cappelli, guanti e stivaletti abbinati. Con quello addosso, sarebbe stata proprio una signora.
Chiuse gli occhi e sussurrò. «Vorrei essere vestita così, sarei proprio carina…»
Il calore le avvolse il corpo come un abbraccio e le strappò un urletto. Caeli si sforzò di decifrare il debole riflesso della vetrina: al posto dei vestiti scompagnati che portava all’orfanotrofio, le era comparso addosso una replica perfetta del completo esposto. Era asciutta e i risvolti del cappotto profumavano di menta, così morbidi da sembrare nuvole nere.
Caeli mandò un sospirò. «Sembro una principessa!» cinguettò. Non credeva di poter amare tanto dei vestiti. «Non è vero, Fra?»
«Non so darti una risposta, ma sarai incantevole per coloro che ti vedranno».
«Oh… è perché non hai occhi?». Non aveva pensato che Fra non poteva vederla, il che era davvero molto triste.
«In un certo senso».
«Che peccato…» Un nodo le strinse la gola. «Se vuoi, ti racconto come so—» Una musica veniva dal fondo della strada, la fece voltare così in fretta che gli stivaletti grattarono il ghiaccio.
La melodia era veloce e profonda, tanto diversa dai canti delle suore e da quello che capitava di sentire in radio. C’era una tromba? E anche qualcosa come barriti brevi, che le fece tamburellare le dita sulle cosce. Sapeva di balli e feste. Un brivido sconosciuto le risalì la schiena.
Anche Fra doveva averla sentita. «Questa musica proviene da un locale in fondo alla strada».
«Voglio andarci!»
«Non sarò certo io a impedirtelo», rise lui.
Caeli si affrettò lungo il marciapiede. C’era sempre meno gente, in giro, e le vetrine si stavano spegnendo. Girò l’angolo in fondo all’isolato e si ritrovò abbagliata dalla luce blu e gialla di un’insegna, sulla facciata di un palazzo grigio nel mezzo di un giardino innevato come zucchero. Il parcheggio era stato spalato e otto-sei automobili se ne stavano belle larghe.
Caeli strizzò gli occhi per leggere Erebo Jazz Club sull’insegna. Doveva essere inglese. Risalì la breve scalinata fino all’ingresso del locale. Lì, avvolto in un cappotto, un enorme uomo dalla pelle nera se ne stava di guardia, le spalle larghe, la pancia a botte e un muso da bulldog.
Caeli si paralizzò sull’ultimo gradino. «B-buonasera». Quel tipo metteva un po’ paura. «Io… io volevo solo ascoltare la musica…»
L’uomo le rivolse un sorriso cordiale, le aprì la porta e fece un inchino. Il fiume musicale si riversò all’esterno, vibrò sotto i piedi.
Caeli saltellò dentro. «Grazie!»
L’ambiente era caldo, sapeva di erboristeria, rosso e oro con luce da lume di candela. C’era il bancone di un bar e troppe bottiglie colorate per poterle contare, tanti tavolini, sedie e divanetti. I musicisti erano in fondo, su un piccolo palco, e la concentrazione dei loro occhi sembrava cucita a mano sui volti rilassati. I clienti erano sparpagliati tra i tavoli come le automobili nel parcheggio.
Un uomo in giacca bianca e pantaloni neri le venne incontro. «Buonasera, signorina. Vorrebbe darmi il suo cappotto?»
«Perché?» Caeli strinse le mani sui risvolti di pelliccia.
Lui batté le palpebre. «Per… ehm… per custodirlo presso il nostro guardaroba, naturalmente».
Lei gli mandò un’occhiataccia e sollevò il mento. «No, mi piace tenerlo addosso».
«Come preferisce, signorina». Il disonesto si schiarì la voce. «Vorrebbe accomo—»
«Posso sedermi?»
«…dar…? Sì… Sì, certamente, dove preferisce».
Caeli se lo lasciò alle spalle, non aveva proprio voglia di restare con quel tipo strano. Si fece largo tra i tavolini urtando tutte le sedie e raggiunse la prima fila. Prese posto davanti al palco, a meno di tre passi dai musicisti, puntellò i gomiti sulla superficie di legno, prese il viso tra le mani e li osservò, decisa a ficcarsi tutti i dettagli che poteva nella mente.
Quello sulla sinistra suonava il pianoforte, certo, ma quello a destra? Era in piedi, accanto a un violino più grande di quanto fosse lui, lo reggeva come una signora e gli faceva il solletico sulla pancia. Quello davanti suonava la chitarra come la novizia Klara, ovvio, e quello di dietro picchiava i tamburi. Anche a Jerzy piaceva fare quel gioco, ma non era tanto bravo.
La musica dava un senso frizzante nel petto. Come andava ballata una cosa del genere? Non le sembrava che due persone potessero stare abbracciate su quel ritmo, eppure…
Una figura comparve accanto a lei e prese posto allo stesso tavolino, un uomo dal volto liscio e sottile, pallido e bello, con occhi verdi e capelli biondi pettinati all’indietro. Aveva un abito scuro e le fece un sorriso tanto gentile. «Ciao».
Lei drizzò la schiena. «Ciao!» Un nuovo amico in quel posto? Poteva essere divertente!
«Ti piace la musica, eh?»
«Tantissimo! Non avevo mai sentito niente di così bello!»
Lo sconosciuto allargò il sorriso e un canino lampeggiò nell’angolo della bocca. «Io sono Aleksy, piacere di conoscerti». Tese la mano.
«E io Caeli!» Gliela strinse con un bello strattone.
«Caeli…» Sembrava affascinato dal suo nome in un modo incantevole, come nessuno aveva mai fatto prima. Riottenuta la mano, fece un gesto al tizio che aveva provato a fregarsi il cappotto. «Bevi qualcosa, Caeli?»
Che domanda era? «No, adesso non sto bevendo niente».
«No, volevo dire…» Aleksy si passò una mano sulle labbra. «Mi piacerebbe offrirti qualcosa da bere. Cosa ti piace?»
«Ah, ho capito!» Che persona gentile, ma… cosa prendere? Ci pensò. «Mi andrebbe un tè. In estate lo bevo col ghiaccio!»
Aleksy alzò la voce. «Per me un Moscow Mule». Picchiettò l’indice sul tavolino. «Per la signorina, un Long Island Iced Tea».
Il presunto ladro fece un inchino e andò al bar. Forse lei lo aveva giudicato male, non sembrava un cattivo…
Aleksy si allungò sul tavolo. «Non hai caldo con quel cappotto addosso?»
In effetti, l’aria del locale faceva sudare. «Un po’».
Lui prese una sedia dal tavolino accanto. «Toglilo, lascia tutto qui». Era davvero premuroso.
Caeli esitò. «Ma… se qualcuno volesse sedersi proprio lì?»
Aleksy sembrò perplesso e si grattò dietro l’orecchio. «Posso fare tutto quello che voglio, qui». Inarcò un sopracciglio. «Questo locale è mio».
«Allora va bene!» Caeli si liberò del cappello, dei guanti e del cappotto.
Aleksy aveva una faccia un po’ strana, come quella di Martyna quando i maschi le avevano fatto credere d’aver messo una lucertola nel suo letto, anche se non era vero. Be’, lei non gli stava facendo uno scherzo, doveva tranquillizzarlo.
«Mi sento molto meglio». Portò la mano tra le ciocche sulla nuca per staccarle dal collo sudato.
«Vedo». Lui la guardava in un modo davvero buffo, come se fosse un regalo da scartare nel giorno di Natale. «Sei molto, molto bella».
«Grazie!» Che dolce. «Anche tu sei bello, per essere così grande».
Aleksy fece una smorfia con la bocca di lato, come se lei gli avesse messo sotto il naso una schifezza. Sembrò decidere che non gli andava più di parlare, scrollò le spalle e guardò i musicisti.
Sì, tutto sommato, era bello ascoltare la musica. Caeli si abbandonò sulle note, il suo piede si mosse a ritmo. Le piaceva soprattutto il suono del violino gigante, anche se… No, in effetti erano belli tutti, sarebbe stato stupendo sentirli uno alla volta, poi di nuovo insieme, poi da soli ancora…
Il tizio in giacca bianca si avvicinò con un vassoio e posò sul tavolo due bicchieri splendenti, uno pieno di tè freddo con cannuccia e fettina di limone, l’altro di metallo arancione e un ciuffetto di menta.
Caeli mandò un gridolino estasiato, afferrò il tè e si attaccò alla cannuccia. Bevve con forza, aveva proprio sete e non c’era nessuna suora a dirle di andarci piano con le bevande ghiacciate. Il tè era forte, pizzicava e sapeva di limone.
Aleksy sollevò il bicchiere. «Al nostro incon…» Si era fermato.
Lei poggiò il bicchiere dimezzato e sospirò forte. «Buono!» Si massaggiò la fronte e ridacchiò. «Ahia! Il freddo fa male!»
«Se bevi tutto così in fretta, finirai prima di me».
«Oh, scusami. Non… non dovrei?»
«Non c’è problema, te ne ordino un altro».
Il bicchiere di Caeli era appena svuotato quando arrivò il secondo.
La faccia le scottava. «Mi viene da ridere e non so perché», sghignazzò. Le sue labbra incespicarono, in cerca della cannuccia. «E ho ancora caldo…» Stese un braccio lungo il tavolo e lo usò per poggiare il capo.
Aleksy le afferrò la mano e la massaggiò nella propria. «Mi sembri molto stanca». Era davvero dolce.
«Un po’. Vorrei stendermi».
«Perché non vieni di sopra con me? Ho un letto molto comodo. Ma prima finisci il tuo tè».
Giusto, era troppo buono per lasciarlo. Caeli annuì, inclinò la testa e si attaccò alla cannuccia finché non aspirò il fondo. «Finito!» Si alzò.
Le gambe cedettero, sembravano fatte di gelatina. Aleksy l’afferrò prima che cascasse, le strinse il braccio intorno alla vita. Aveva un profumo come di muschio, anche se un po’ forte. «Me ne occupo io, la porto di sopra». Le parole gli vibrarono nel petto.
Caeli sospirò. Ecco perché gli adulti dicevano sempre d’essere stanchi: arrivava un punto della sera in cui si spegnevano e dovevano andare a dormire. Meno male che c’era il suo nuovo amico a occuparsi di lei. La prese in braccio. Solo, era un peccato allontanarsi dalla musica: si strinse al suo collo e canticchiò per tutto il tempo. Aveva l’impressione che lui la stesse portando su per una scala e in un ambiente dall’aria un po’ più limpida. Una porta si chiuse con uno scatto e il volume della musica divenne molto più basso.
Aleksy la fece stendere su un divano. La luce bianca veniva dal basso, forse da alcune lampade, e il soffitto girava come se volesse arricciarsi. Lei tastò i cuscini. «Dov’è il mio cappotto?»
«Ce l’ho io». Aleksy glielo mostrò e lo piazzò su una sedia. «Dammi un minuto, piccola. Non addormentarti!»
«No, no, resto sveglia». Di dormire, in effetti, non ne aveva voglia: era una serata troppo divertente.
Aleksy andò a un tavolino su cui era posato un vassoio argentato con una montagnetta di farina. Voleva fare un dolce, forse? Si mise una cannuccia nel naso e soffiò. Caeli strizzò gli occhi: invece di spargerla, la farina era sparita. Lei trasalì. «Sei un mago!»
Aleksy non le rispose, si massaggiò il naso col dorso della mano e sfilò la giacca dalle spalle, la gettò su un’altra sedia e si avvicinò a Caeli. Si chinò in ginocchio.
Una strana paura la soffocò e la faccia di suor Benedykta le lampeggiò nella memoria. Quando diceva di non dare confidenza agli sconosciuti, anche se… loro, di sconosciuti, non ne vedevano mai.
Aleksy appicciò la bocca sulla sua e spinse la lingua, come se volesse sfondarle i denti.
Caeli gemette e s’irrigidì. Tutte le sue ossa erano diventate di pietra; e i muscoli non avevano più forza. Il fiato di quell’uomo la disgustò, era acido, mescolava il muschio a un retrogusto fumoso. Avrebbe voluto dargli un calcio nella pancia, ma restò paralizzata e con il suo stesso cuore che le sfondava i timpani.
Aleksy la sollevò di peso e la scaraventò sul letto.
Caeli non fu certa di urlare; di sicuro, il respiro dell’uomo era quello di un cane arrabbiato. Le sue dita le sbottonarono la gonna, le sollevarono il maglione. Un brivido le accapponò la pelle: era nuda e non aveva freddo, ma il gelo le aveva impregnato la pancia. Lui le salì addosso e le premette il corpo contro. Si era spogliato a sua volta e lei non aveva mai avuto un maschio così attaccato, le fece tanto schifo da impregnarle la bocca col gusto del vomito.
Aleksy le disse qualcosa all’orecchio con le labbra umide, in un tono cattivo, ma lei non capì una parola. Le lacrime le si addensarono negli occhi e lei resistette, non voleva piangere davanti a lui, ma il primo singhiozzo era lì, le premeva nella faccia, stava per scoppiare.
Una fitta di dolore le risalì tra le gambe, sin nel ventre. Le mozzò il fiato.
Lui la stava scavando con un bastone, le squarciava la carne. La mente vorticò, fece come un giro su sé stessa per capire dove stava entrando. Caeli si azzannò la lingua per non pensarci, cristallizzata sul dolore e i colpi crudeli, senza capire da che punto arrivavano e dove finivano. Tentò di ribaltarsi, ma ogni movimento la folgorò con una scarica di fuoco lungo le gambe, la schiena, il ventre.
Dischiuse le labbra. «Fra!» bisbigliò, senza forze.
Fra non rispose, non poteva, perché era rimasto nel cappotto.
Sporca e violata, non riusciva a pensare altro di sé. Desiderò che finisse, di perdere i sensi e non svegliarsi mai più. E dal basso, la musica era quella di un incubo lunghissimo.
Aleksy fece un rantolo orribile, si contorse e s’irrigidì. Sembrò farsi male, forse stava morendo; invece, si rovesciò su un fianco, le diede la schiena e restò immobile. Dopo un po’, cominciò a russare.
Caeli non mosse un dito. Era nuda, tremava e non voleva muoversi, perché sarebbe caduta in pezzi se solo ci avesse provato. La musica terminò, tutto si fece silenzioso e la sua testa era pesantissima, come se avesse la febbre alta. Chiuse gli occhi solo per un momento.

Continua…

Caeli – Capitolo 2

Caeli2

Caeli tremava da capo a piedi e tutto le sembrava troppo assurdo, come un tuffo in un sogno schifoso. Appiccicò il naso allo specchio, si tastò la faccia, fece smorfie. Quella donna era lei; eppure, era un’altra persona. Quanti anni aveva? Non credeva di poter diventare tanto bella e sentire di colpo quella forza nelle mani. La bambina era ancora lì, sepolta nello sconcerto degli occhi, nell’accenno di pianto pronunciato sulle labbra rosee.
La biglia! Si guardò i palmi. «Fra?»
Nessuna risposta. Doveva esserle caduto.
Si gettò in ginocchio e gattonò verso la fonte di chiarore rossastro, tra i piedi del vecchio divano. Premette il viso sul tappeto e allungò la mano per recuperarlo. Accidenti, con quelle tette non era facile stare distesa! Trattenne il fiato e afferrò la sfera, tiepida tra le dita raggelate di tensione, si tirò su e sedette sul pavimento a gambe incrociate.
«Sei stato tu?» Un momento: c’era una faccenda da stabilire, prima. «Stato… o stata? Sei un maschio?»
«Sì, sono stato io, e no, non ha importanza che sia maschio o femmina».
«Certo che ha importanza! Tutti siamo l’una o l’altra cosa, altrimenti come—»
«Puoi considerarmi un maschio». Fra non sembrava molto interessato a quel discorso. Strano.
Caeli gli fece un broncio severo. Be’, tutto sommato, aveva cose più importanti di cui occuparsi. «Quanti anni ho, adesso?»
«Venti». Quella roba, invece, lo esaltava molto. «So che volevi essere adulta per abbandonare questo posto. Adesso puoi, Caeli. Cosa aspetti?»
Lei scoccò un’occhiata da una parte all’altra dell’ufficio. Era davvero molto più piccolo, quello spazio lì. Ed era vero, aveva desiderato tanto poter abbandonare un luogo in cui sapeva che non avrebbe dovuto vivere, ma la paura di lasciarsi tutto alle spalle non l’aveva mai immaginata. Conosceva davvero poco del mondo esterno. E se si fosse fatta male?
Il chiarore della biglia si fece un po’ più caldo. «Ti starò accanto».
«Sul serio?» Quella volta, trattenere il pianto fu complicato. «Non so se crederti. Perché vuoi essere mio amico?»
«Ti sembra che qualcuno vorrebbe essere mio amico?» Quel bagliore era dolce quanto un sorriso.
«Ecco… No, immagino che sia difficile avere degli amici se sei una palla».
«È vero in modo triste». Anche la voce di Fra si era fatta malinconica. «Ma tu, dolce, graziosa Caeli, potresti essere la mia prima amica; e io sarò il tuo vero, unico amico».
Che simpatico! «Va bene!» Caeli balzò in piedi e le setole del tappeto la punsero attraverso i calzini.
Già, si era tolta le scarpe; e i vestiti, che erano sempre stati troppo grandi, la stringevano forte.
Provò a stare ritta e le fibre le segarono le spalle. «Ahia!» Però, forse, se solo l’avesse chiesto… Puntò lo sguardo nel nucleo rosso della sfera, in quel mulinello di fuoco. «Fra, se sei riuscito a farmi diventare grande, potresti procurarmi anche degli abiti adatti, per favore?»
Un lampo scarlatto le fece chiudere gli occhi e la tensione dei vestiti scomparve. Caeli si guardò, tastò da tutte le parti: gli abiti erano gli stessi, ma la magia li aveva ingranditi. Anche le scarpe erano cresciute e si erano infilate ai piedi da sole.
Le venne da ridere. «Forte!» La giacca di pelle era davvero carina sul corpo snello.
La voce di Fra si fece ansiosa. «Ti suggerisco di affrettarti, Caeli. Suor Benedykta verrà presto a cercarti per la punizione, giusto?»
Lei annuì. «Hai ragione. Poi me lo spieghi come la conosci, suor Benedykta». Ripose la sfera nella tasca interna della giacca, che sembrava fatta apposta, e la sua sagoma si sommò a quello della tetta in un modo proprio buffo. Ci avrebbe pensato dopo: chiuse la zip, corse alla finestra e l’aprì.
Un venticello crudele le portò in faccia l’odore della neve mescolato al fumo dei camini. L’ufficio di suor Benedykta era al secondo piano.
Caeli scavalcò il davanzale e poggiò i piedi sul cornicione che avvolgeva l’edificio. Non era la prima volta che lo faceva, Jerzy l’aveva già sfidata a entrare nell’ufficio, una volta, per recuperare le figurine dei calciatori che avevano fatto litigare tutti i maschi. Con i piedi un po’ più piccoli, sarebbe stato più facile. Proprio lì davanti, la quercia protendeva le fronde spoglie.
Caeli trattenne il fiato e si aggrappò al ramo più grosso. Non si fidava per nulla delle nuove proporzioni, ma era agile e più forte che mai. Solo… bisognava capire come muoversi e cosa non colpire. Salì sull’albero e il ramo mandò un lamento attraverso le suole. Cavolo! Squittì di paura e si aggrappò al tronco per scendere piano, un passetto alla volta.
Dall’interno dell’istituto, il chiasso degli altri bambini oltrepassava le pareti. Li stava abbandonando senza neanche salutarli. Joanna ci sarebbe rimasta tanto male, però… Non poteva essere un addio, sarebbe tornata! Se non faceva un giretto fuori, non se lo sarebbe mai perdonato.
Le fronde della quercia arrivavano su una delle colonne di mattoni incastrate nel muro di cinta. Caeli si calò senza sforzo, ma un ramo schioccò, cedette all’ultimo e precipitò tra i cespugli. C’era mancato poco! Ormai, solo un balzo la separava dalla libertà.
La colonna era grande abbastanza da ospitarla. S’inginocchiò sulla testa piatta e artigliò le dita lungo gli spigoli incrostati di ghiaccio. Le serviva un appoggio. I sacchi di spazzatura sulla destra non la tentavano troppo; d’altra parte, poteva passare qualcuno da un momento all’altro e non era il caso di aspettare troppo tempo. Si fece coraggio e saltò, strillò, affondò nella neve soffice.
Aveva avuto paura per nulla. Sospirò tra i fremiti e alzò gli occhi sulla colonna: era molto più bassa vista da quella prospettiva, ma che importava? Si alzò in piedi col fiato corto. Era fuori, era davvero libera! Le venne da ridere, da piangere, le mani formicolarono d’eccitazione e il cuore picchiò nel petto.
Corse giù per l’ampio viale. Aveva sempre desiderato vedere il centro della città.

*

Era sempre più buio. Sulle strade, i rami spogli intrappolavano la luce dei lampioni. Sembrava di stare in una fiaba.
Caeli non aveva più fiato dopo la corsa, era stanca, ma non si era fermata neanche un momento. Anche se i vestiti erano già impregnati di sudore e il freddo risaliva dalle scarpe zuppe, era troppo bello osservare le vetrine dei parrucchieri, dei negozi di animali, quelli che vendevano mobili, l’ambulatorio di un medico. L’unica cosa che non poteva ignorare era la fame.
Un crampo allo stomaco la obbligò a fermarsi e guardarsi intorno. Forse, quel corpo grande aveva bisogno di più cibo. Non le avrebbero venduto niente senza denaro, ma forse poteva chiedere consiglio al suo nuovo amico.
«Fra? Ci sei?»
«Finché potrai toccarmi, potrai anche sentirmi. Hai fame, Caeli?»
«Tanto», piagnucolò lei. «Ma non ho soldi. Come posso fare?»
«Non pensarci. Vedi quel negozio dall’altra parte della strada? Lì dentro troverai da mangiare. Va’, al resto penserò io».
L’insegna diceva “Minimarket” e c’erano casse di frutta in vetrina. Gli scaffali, però, erano pieni di roba colorata. Caeli attraversò il viale tra le pozzanghere di ghiaccio schiacciato dalle automobili, raggiunse la porta e la spinse. Un campanello trillò all’ingresso e il ragazzo seduto dietro al bancone scattò sull’attenti.
Che buffo! Lui aveva una faccia brufolosa, magro magro in quel grembiule verde, con i capelli tutti rossi. Non diceva niente, la guardava e basta con la bocca aperta. Ovvio, andava salutato!
Caeli si schiarì la voce. «Buonasera». Era così affamata da aver dimenticato le buone maniere.
«S-salve», gracchiò lui. Che voce strana. Però doveva essere simpatico, stava leggendo i fumetti. Intrecciò le mani sul bancone. «Cosa… cosa posso fare per lei, signorina?» La sua voce si era fatta più profonda.
Caeli scrollò le spalle. «Ho solo fame. Potrei mangiare qualcosa?»
Il ragazzo si sistemò gli occhiali sul naso e fece una faccia strana. Gli tremò il braccio, ma lo alzò e tese la mano agli scaffali. Doveva essere un sì. «Si… si serva pure. Siamo qui per questo…»
Caeli si precipitò sugli scaffali e tirò giù un paio di confezioni di biscotti, un barattolo di marmellata, una tavoletta di cioccolato, caramelle gommose, rotelle di liquirizia, pasticcini confezionati e una crostata al limone. Non aveva più spazio tra le braccia, andò al bancone e piazzò tutto sul fumetto del ragazzo, che stava dritto come una bella statuina.
Strappò la plastica della crostata, la ruppe con le mani e se la portò alla bocca. Era dolcissima, forse anche un po’ troppo, ma riempiva lo stomaco. S’infilò tra di denti un paio di caramelle, scartò i biscotti, li mandò giù con la liquirizia.
Il ragazzo si grattò il collo. «Vorrebbe una birra?» C’era una nota speranzosa nelle sue parole, come se sperasse di ricevere qualcosa da lei.
Caeli spostò il boccone pastoso nella guancia. «Birra?»
«Non ha sete?»
«Ah, sì! Latte!» Addentò un pasticcino. Il ragazzo non si era ancora mosso. Giusto, giusto, le buone maniere! «Per favore».
Il ragazzo scosse il capo, allungò una mano sul frigorifero alle proprie spalle e posò un cartone di latte sul bancone.
Caeli agguantò la confezione, strappò la linguetta di plastica e se la portò alle labbra. Il latte fresco le scivolò in gola e fu come se la stanchezza le evaporasse di dosso.
Il ragazzo la fissava con un bicchiere di plastica tra le mani. Forse voleva bere anche lui? Caeli si distrasse e un paio di rivoli freddi le scivolarono sul mento. Il maglione si era macchiato di biancastro e quel tizio fece un verso strano con la gola, come un lamento. Che tipo strano. Si asciugò sulla manica della giacca e tornò a mangiare.
Il ragazzo poggiò il bicchiere sul bancone. «Io sono Szymon».
Lei deglutì in fretta per rispondere. «Io Caeli». Gli sorrise e affondò gli incisivi nella cioccolata.
«Sei…» Lui si sfregò le mani. «Sei straniera?»
«No, perché?»
«Non ti ho mai vista da queste parti».
«Ah…» Caeli si passò la lingua sulle labbra per riflettere. «Sono qui… solo di passaggio».
«Capisco…» Il ragazzo si grattò di nuovo il collo. Sembrava un po’ indeciso. Si sporse sul bancone e abbassò la voce. «Hai fatto qualcosa di brutto?»
Caeli scosse il capo. «No, no». Be’, però qualcosa c’era. Il cioccolato contrastava troppo con quel ricordo. «Ho dato un pugno a Michalina, ma se lo meritava. Voleva fare la cattiva con Joanna, che è troppo piccola per difendersi, allora io le ho detto di restituirle la giacca, ma lei niente, così l’ho colpita prima che potesse farlo lei». Prese due biscotti e li intinse insieme nella marmellata.
Lui batté le palpebre. «Hai… hai fatto bene».
Caeli sospirò e lasciò cadere un mezzo biscotto nel barattolo. «Ah, mi sento meglio!» Prese il cartone di latte e lo svuotò.
Fra le parlò nella testa. «C’è del denaro per te nella tasca dei pantaloni».
«Giusto!» Caeli tastò tra i vestiti e riconobbe la carta. Sì, banconote, soldi veri: li rigirò un paio di volte e li tese a Szymon. «Ecco!»
«Io… Aspetta, aspetta… Lasciami prima…» Lui contò sulle dita e batté i tasti dell’apparecchio lì accanto. «Va bene». Si prese i soldi. «Vorresti un sacchetto?»
«Per fare cosa?»
«Per… per portare via tutta questa roba, no?»
Portarla via? E dove? «Oh, non importa!» Gli sorrise. «Mangiala tu se vuoi. Ciao, Szymon!» Gli diede le spalle e uscì.
Caeli rimase per qualche minuto sul marciapiede. Doveva andare a destra o a sinistra? Una direzione valeva l’altra. Si girò per fare un ultimo saluto a Szymon, ma lui non la guardava: mezzo accucciato dietro il bancone, recuperò il biscotto mangiato a metà dal barattolo di marmellata e se lo portò in bocca. Masticò piano.
Poverino, doveva avere davvero tanta fame! E dire che c’era ancora una montagna di biscotti sul bancone, ma lui non ce la faceva più e si era preso proprio quello, che era persino mangiato a metà.

Continua…

Caeli – Capitolo 1

Caeli1

Se qualcuno le avesse chiesto il nome, lei avrebbe rivelato un miscuglio di lettere. Un nome è soltanto un nome, no? Doveva pensarla così la persona che l’aveva abbandonata dopo la nascita, raggomitolata in una coperta, assieme a un foglio di carta tutto unto su cui un carboncino aveva tracciato la parvenza di un nominativo.
Caeli.
Non era un nome. Non era neanche un cognome, ma era l’unica cosa che le apparteneva. I vestiti che indossava erano un dono scartato da famiglie vere, di quelle che abitavano nelle case, per i bambini orfani che non potevano spingersi oltre il cancello del cortile; ed erano presi in prestito, perché li avrebbe ereditati qualcuno più piccolo quando lei fosse diventata troppo grande. Non erano suoi neanche i capelli dorati e gli occhi color dell’alba, perché le suore sostenevano che quelli fossero doni di Dio e, com’è risaputo, tutto quello che Dio offre con una mano la riprende con l’altra. Le avevano detto che aveva otto anni e che sapeva poco del mondo, ma era già abbastanza grande da accorgersi che lei, a differenza di molti altri, non conosceva il giorno del proprio compleanno. C’era un giorno di comune festeggiamento per tutti gli orfani come lei, una volta l’anno, ma persino quella giornata apparteneva al Signore: si trascorreva la maggior parte del tempo tra compiti e preghiere e poi era già ora di andare a letto, così che gli orfani senza data si ritrovavano con una festa di meno.
Una primavera dopo l’altra, in quella manciata di stagioni vissute, Caeli aveva osservato gli amici andare via con una mamma e un papà nuovi di zecca. Come tanti altri, anche lei era stata esaminata da quegli adulti venuti apposta per uno di loro, per portare via un bambino o una bambina in un posto diverso, regalare la bontà di una famiglia e un futuro, dicevano alcuni, che doveva essere molto importante.
Caeli non riusciva a credere che quelle persone fossero proprio felici di prendere un bambino: li guardavano per interi minuti con una faccia tutta seria, come quando c’è da fare le squadre e restano solo quelli più scarsi in fila. Talvolta, gli adulti rivolgevano domande alle quali bisognava rispondere bene e con sincerità. In ogni caso, non era detto che portassero via qualcuno ogni volta.
Certe mamme e certi papà si erano interessati a Caeli, ma nessuno l’aveva mai scelta. Forse agli adulti non piacevano i bambini con nomi strani o troppo vivaci; forse si era comportata male e una suora gliel’aveva detto; oppure… oppure era Caeli che non aveva voglia di andarsene e loro finivano per capirlo.
Che gli adulti fossero strani era un dato di fatto: preferivano portarsi a casa bambini tanto sciocchi, obbedienti e noiosi che era un miracolo se nessuno era mai tornato indietro per chiedere di fare cambio. Suor Asumpta tornava sempre al mercato se qualche venditore le aveva rifilato roba scadente, perciò perché le mamme e i papà non avrebbero dovuto fare altrettanto?
In ogni caso, per Caeli non era un grosso problema restare all’orfanotrofio. Non voleva una mamma e non voleva un papà, ma solo… andare fuori. Talvolta, l’idea di abbandonare il luogo in cui aveva trascorso tutta la vita le sembrava assurda, ma per quanto si sforzasse non c’era verso di scacciarla. Voleva scoprire se il mondo che quello strano Dio aveva creato fosse davvero tanto splendido come dicevano. Forse era proprio la contraddizione di quegli insegnamenti a farle desiderare il mondo esterno: tutte le sorelle la conoscevano sin da quando era stata accolta e, a eccezione di un paio che erano andate a stare con Dio, le avevano donato otto anni di affetto profondo; ma quanto all’amore che un Creatore distante riservava a tutta l’umanità… di quello neanche l’ombra.
Forse era compito delle mamme e dei papà amare i bambini, non delle suore; questo, Caeli avrebbe voluto scoprirlo.
Quando l’istitutrice, suor Benedykta, la beccava a fantasticare a occhi aperti, diceva sempre le stesse cose. «Prima o poi avrai anche tu una famiglia. Se così non fosse, quando sarai più grande, imparerai un mestiere e potrai andartene e condurre la vita che preferisci. Questa non è una prigione!»
Caeli non sapeva neanche cosa fosse una prigione, ma era certa che c’entrasse ben poco con le storie narrate e i giochi in cortile. In prigione erano vestiti tutti uguali e questo, in un certo senso, non rendeva le suore vere prigioniere dell’istituto? Del resto, trovare solo due bambini con sciarpe identiche non era quasi mai successo.
La piccola Joanna le strattonò il braccio. «Lo sai che oggi arriveranno i vestiti nuovi?» cinguettò. Era piccola e magra e aveva sempre il raffreddore, ma fingeva di stare bene quando c’era da scegliere i vestiti. «Stavolta lo troviamo un abito rosso? Eh, Caeli? Mi aiuti a trovarlo?»
Quella era una fantasia bella e buona: nessuno si sarebbe privato di una rarità come sognava Joanna, ma lei scosse le spalle per farle capire che sì, l’avrebbe aiutata.
Come sempre, i bambini avrebbero trascorso il pomeriggio a frugare tra i sacchi di plastica nella più assoluta confusione. Bisognava tenere occhi e orecchie bene aperti, soprattutto se scoppiava qualche litigio e Joanna rischiava di farsi male. Gli altri dimenticavano quanto fosse fragile. Caeli doveva essere la sua ombra: se c’era da azzuffarsi, nessun problema.
Si calarono i cappelli di lana in testa e scesero nel cortile innevato. Si stava facendo buio. L’ultima volta che erano arrivate le donazioni era estate, perciò le lezioni non erano terminate in anticipo. Una bella fregatura. Tutt’intorno, i bambini se le davano a palle di neve tra strilli e risate da matti.
Pawel la vide e si sbracciò. «Caeli! Caeli, vieni! Ci serve aiuto!» Parlava come un vero soldato in trincea.
Lei fece no con la testa. «Adesso non ho voglia». Si accostò più che poté all’amichetta per proteggerla da un proiettile vagante.
L’urlo di Jerzy guidò un battaglione. «Alla carica!» Avanzò alla testa di cinque ragazzini in una mitragliata di neve.
Pawel e i suoi indietreggiarono e Caeli approfittò dell’occasione per sgusciare oltre la zona di guerra.
Joanna fremeva d’impazienza. «Quanto ci mettono ad arrivare?»
La novizia Klara corse giù per la scalinata con uno slancio che avrebbe fatto sospirare le suore anziane, indossò il cappotto sull’abito scuro e squillò la voce sugli schiamazzi. «Tornate dentro, bambini! Tutti! Sta arrivando il furgone! Dentro in sala, veloci!»
Qualche altra palla di neve volò in cerca di un bersaglio. Grandi e piccoli abbandonarono lo spazio aperto e rientrarono. Pressati come meglio potevano contro i vetri appannati, videro la novizia Klara che apriva il cancello al furgone grigio. Le ruote con le catene lasciarono solchi scuri sul vialetto innevato.
Molte bambine erano su di giri almeno quanto Joanna, mentre i maschi vivevano l’evento da un punto di vista più pratico.
Pawel rise. «Io spero di trovare un calzino in più!» Si sfilò la scarpa: il grosso alluce ingiallito sbucava dalla calza di lana. In molti risero.
Due uomini scaricarono gli scatoloni dal furgone: erano aperti e i sacchetti neri spuntavano con gli orli attorcigliati. La novizia li aiutò a portare il carico nella sala comune. Le bambine si precipitarono su di loro all’ingresso, strillando come tante scimmie.
Dall’ingresso della sala da pranzo, suor Benedykta mostrò a tutti l’indice pallido. «Non spingete e non litigate! Cercate di andare d’accordo! Badate, sono disposta a mettervi in punizione dal primo all’ultimo!»
Caeli trattenne Joanna per impedirle di tuffarsi nella mischia, riuscì a guadagnare un po’ di spazio e la mise in sicurezza. Sospirò verso i maschi, abbastanza saggi da tenersi a distanza dal putiferio. Avrebbero scelto i vestiti più tardi, con calma. Difficilmente avrebbero litigato, beati loro.
Joanna mandò uno strillo. «Guarda che bella!» Sollevò una gonna a motivi floreali tanto lunga che l’avrebbe fatta inciampare a ogni passo. «E questa camicetta? Fantastica!»
Caeli scosse il capo. «È troppo leggera e farà freddo ancora a lungo. Cerca qualcosa di più caldo».
Joanna affondò le braccia sottili in un altro sacco e rovistò. Sembrava che volesse indovinare col tatto. Qualcosa tintinnò di metallo e lei tirò fuori una giacca di pelle nera opaca. I suoi occhioni passarono tra cinghie, fibbie e cerniere. Era proprio bella, quella giacca.
Una mano guizzò ad artiglio e la strappò dalla presa di Joanna. La piccola gemette. «Ehi! Ridammela!»
Era Michalina, tanto per cambiare, che sogghignò in quel suo modo cattivo. «Questa non è per te, Joanna. Cerca qualcosa di più adatto ai mocciosi».
«Non è vero! L’ho trovata io!»
Caeli cercò un sostegno qualsiasi, ma le suore erano già impegnate a sedare i litigi. Toccava a lei sistemare la faccenda e guardò fisso negli occhi scuri di Michalina. «Restituiscigliela. È vero che l’ha trovata lei e se non hai niente da scambiare…»
«Non me ne importa niente degli scambi!» Michalina infilò un braccio nella giacca.
Joanna pianse, si gettò su di lei e strattonò la manica vuota. «No! Ho detto che è mia! Mia!»
Michalina era molto alta e cattiva e non gliene importava davvero dei piccoli. Sollevò la mano, ma Caeli fu più veloce: afferrò il bavero della giacca con la sinistra e le piazzò un destro in faccia che la scaraventò in mezzo ai sacchi.
Il silenzio calò nella sala. Avevano visto tutti. Il respiro ferito di Michalina grattava, i suoi occhi luccicavano di lacrime arrabbiate; dietro i ricci neri, un segno bluastro le scuriva lo zigomo.
«Caeli!» tuonò suon Benedykta. Avanzò severa in mezzo alla confusione, infuriata come non mai. «Esigo una spiegazione, signorina! Adesso!»
Eh… Che poteva dire? «Questa l’ha trovata Joanna». Sollevò la giacca. «Michalina gliel’ha presa, però io pensavo che—»
«Nessuna ragione giustifica la violenza! Va’ subito nel mio ufficio e non osare muoverti! Quando avremo finito qui, faremo un bel discorsetto!»
Era una bella ingiustizia. Caeli trattenne il pianto a fatica, strinse la giacca di pelle al petto e strisciò i piedi attraverso la sala comune.
L’ufficio di suor Benedykta era più in alto; e lei c’era già stata più volte di quante fosse davvero colpevole.

*

C’era da aspettarsi che facesse tanto freddo: suor Benedykta non ne voleva sapere di tenere accesa la stufa, preferiva gelare.
Caeli sospirò. Sarebbe stata una lunga attesa, che era già peggiore di qualsiasi punizione, e rischiava di prendere il raffreddore se non trovava qualcosa per coprirsi.
Le fibbie della giacca di pelle le tintinnarono sulle gambe. «Che sciocca». Era tanto intristita da aver dimenticato quella roba. Indossò la giacca e si sentì subito più al caldo. Tese le braccia: le mani non arrivavano a sbucare; quella cosa era troppo larga persino per lei, perciò era ridicolo che proprio Joanna si fosse arrabbiata tanto per ottenerla. Però era proprio bella! Si avvicinò allo specchio nell’angolo e fece un paio di piroette. Sembrava la motociclista di quel film in televisione, quello che… Be’, forse Pawel se lo ricordava. Però c’era qualcosa di fastidioso, come un’irregolarità sul petto.
Caeli sfilò un braccio dalla manica e tastò nell’interno sinistro. Una tasca? Scivolò dentro con le dita e riconobbe una superficie vetrosa, come una grossa biglia. La tirò fuori e un bagliore rosso impregnò la stanza.
Il grido di sorpresa le morì sulle labbra. Non aveva mai visto una cosa tanto bella, con quel chiarore caldo che le dava i brividi. Sembrava di tenere un piccolo fuoco in mano.
«Qual è il tuo nome?» Una voce gentile veniva fuori dalla biglia. «Se me lo dici, ti dico il mio».
«Caeli». Era ovvio, no? «Tu come ti chiami?»
«Frahazanard».
«Fra… cosa? Fra?»
«Se così preferisci, andrà bene».
Caeli inarcò un sopracciglio e si trascinò sulla rigida sedia dinanzi alla scrivania. La biglia in mano vorticava vampate dietro il vetro e lei si sforzava di reggerla con tutti i riguardi. Michalina aveva rotto la palla con la neve dentro proprio perché non era stata attenta. «Sei un angelo, Fra?»
«No». Una serie di lampi risalì dalla biglia. Per qualche ragione, ricordava troppo una risata.
«Allora sei cattivo?»
«Neanche. Sono qui per te».
«Per me? Perché?»
«Mi hai trovato».
«Scusa, ho fatto male?»
«No». Lui fece una pausa. «Perché sei triste, Caeli?»
Ah, già, era in attesa nell’ufficio dell’istitutrice. Le lacrime le punsero gli occhi. «Suor Benedykta mi punirà, ma non ho fatto niente di male», piagnucolò. «Ho dato un pugno a Michalina, è vero, lo so che ho sbagliato, ma lei voleva picchiare Joanna, che è molto più piccola e si faceva male! E invece daranno la colpa a me. Vorrei che Michalina se ne andasse, ma chi la prenderebbe mai? È cattiva!» Sospirò. «Farò prima a crescere e andarmene e ci vorrà ancora tanto tempo».
«Vorresti diventare grande?»
Eh, sarebbe stato bello. Caeli tirò su col naso e fece sì con la testa.
«Io posso aiutarti, se vuoi».
«Come?»
«Posso far sì che tu cresca adesso».
Cos’era, un gioco? Il gioco dei grandi lo faceva quando era piccola come Joanna ed era sempre un po’ noioso. Ma se Fra voleva farlo, come giocava? Poteva fare il bambino se lo avvolgeva in un fagotto, però non aveva molto senso. Forse, aveva solo capito male. «Cosa significa?»
«Dimmi solo se tu lo vuoi, Caeli. Se è tuo desiderio, puoi essere una donna. Non vuoi lasciare questo posto? Non vuoi scoprire il mondo?»
Che domanda. «Sì che vorrei! È possibile…» Per la seconda volta, il grido le morì in gola.
I jeans si erano stretti alla sua vita e le tolsero il respiro, la maglietta gemette e si strappò sulle spalle. Caeli si dibatté sulla sedia, lasciò cadere la biglia e si sfilò le scarpe dai talloni; appena in tempo! Tutti i vestiti stavano rimpicciolendo per soffocarla. Oppure… era il mondo intero a restringersi. E tutto si fermò.
Caeli si alzò in piedi e barcollò, agitò le braccia, si aggrappò tra lo schienale della sedia e il bordo della scrivania. Tutto il corpo le faceva male, ma non abbastanza da farla piangere; anzi, era persino strano non arrivare a tanto, considerato quel grado di dolore. In qualche modo, si sentiva più resistente. E il pavimento era lontanissimo!
Si voltò e mosse due passi verso lo specchio: la giacca nera le calzava a pennello. Si accarezzò il viso con la punta delle dita, il contorno degli occhi azzurri, il collo allungato, e si tastò il petto. Le erano cresciute due tette che tendevano all’eccesso il maglione di lana e lei… era davvero bellissima. Una donna.

Continua…