Andrew Cruel – Capitolo 2

Andrew2

Andrew Cruel guidò l’auto ammaccata nel cortile del complesso residenziale, la testa incassata tra le spalle, gli occhi puntati sulla facciata del palazzo per essere certo che nessuno dei vicini lo spiasse. Stava albeggiando, dovevano essere ancora tutti a letto, ma gli sembrava che il motore facesse un casino infernale. Svoltò sulla rampa del garage interrato e si calò nel corridoio delle rimesse.
Il suo vano era a metà strada. Andrew aprì con un colpo di telecomando e la saracinesca salì cigolando. Troppo casino, maledizione! Si sveglierà il mondo intero! Non aspettò che fosse del tutto aperto, sfiorò il margine inferiore della chiusa col tettuccio dell’auto e s’infilò tra le pareti di ciarpame.
Spegnere il motore gli diede un sollievo inaspettato: aprì la portiera quel tanto che poteva e scattò fuori, sulle gambe intorpidite. Premette il pulsante di chiusura e si precipitò in corridoio.
Contrasse le mani: voleva andarsene da lì, ma non avrebbe mosso un passo finché il garage non fosse stato sprangato. Un’infinità di tempo! Quando la saracinesca si fermò con un ultimo gemito metallico, Andrew sospirò e il silenzio improvviso gli diede una fitta d’emicrania.
Faceva freddo e la mente sembrava atrofizzata, rallentata, come ingranaggi impregnati di pece. Aveva ucciso e… avrebbe dovuto sentirsi a disagio, in colpa, spaventato, ma erano sensazioni troppo relative, distanti da lui.
Un brontolio gli torse lo stomaco. Fame. Tutto quello che voleva era mettere qualcosa sotto i denti. Corse all’ascensore. Per una strafottuta volta, era già lì e non avrebbe dovuto aspettare! S’infilò nella cabina e premette il pulsante numero dodici. Il senso di vuoto gli scivolò nei piedi: era più al sicuro, ma il nervosismo gli restava attaccato al petto. Frugò nelle tasche dei pantaloni, afferrò le chiavi e le impastò tra le dita per almeno un paio di piani, le estrasse, sollevò la manica del cappotto e sbirciò l’orologio. Lucas doveva essere uscito da almeno venti minuti, meglio così. Non aveva voglia di dare spiegazioni.
L’ascensore si aprì ed Andrew si fiondò alla porta di casa. Tese l’orecchio per essere certo che gli stronzi non avessero la brutta idea di uscire proprio in quel momento dagli altri appartamenti, ma non c’era nulla oltre l’ululato del vento per la tromba delle scale.
Lo scatto della serratura sembrò una fucilata. Andrew entrò in un lampo, chiuse con un doppio giro e piantò il chiavistello. Finalmente, tirò un sospiro sollevato… e l’odore di sporco gli diede una vertigine.
Il salotto era un vero macello, una specie di discarica tra le cartacce, i cartoni della pizza, le bottiglie di birra e le lattine schiacciate. E pensare che era tutto così pulito, quando era arrivato! Mamma aveva ragione, era Lucas quello ordinato, ma non c’era bisogno di rinfacciarglielo a ogni occasione!
Andrew non aveva voglia di togliersi il cappotto e se ne andò in cucina; finì per calpestare il tappeto tra i divani e grattò le macchie di salse incrostate tra le setole che, a onor del vero, rendevano giustizia alle tele imbrattate da quelle modernità che piacevano tanto a Lucas. Meglio che fosse impegnato al bar, quello lì, altrimenti sai che rottura di cazzo sull’ordine e la pulizia!
Non ricordava che la cucina fosse anche peggio. Be’, gli sembrava già passata una vita dalla notte scorsa! La tavola era invasa da ogni sorta di cibo avariato, i fornelli avevano cambiato colore per i sedimenti antichi e una colossale torre di Babele si ergeva dal lavandino, nel precario equilibrio tra padelle, pentole e piatti.
Si fottesse tutto. Andrew aprì il frigorifero e raccattò un barattolo di maionese, una confezione di wurstel e una lattina di birra, si sedette al tavolo e scostò i rifiuti con un braccio per aprire uno spazio libero, finendo per disegnare un paio d’archi di salse rancide sul piano. Pazienza, c’era di peggio al mondo che un paio di macchie lerce. Strappò la confezione di plastica, svitò il barattolo di maionese, vi intinse per bene un wurstel e lo addentò. Era freddo e viscido, ma almeno aveva una consistenza. Masticò piano sino a metà, raccolse altra maionese dal bordo del vasetto e si ficcò in bocca quel che restava.
Puntellò la fronte sulle mani giunte e assaporò la colazione. La pelle tra le dita era secca per il gelo notturno. Scosse il capo e, senza riflettere, andò a sfiorare la tasca del cappotto. La rotondità della sfera era lì, in attesa.
Doveva essere stato tutto un sogno, non poteva essere reale. Eppure, una parte di sé era terrorizzata all’idea di un delirio tanto potente. Forse si era schiantato dopo aver oltrepassato il camion e tutta quella storia era solo una visione da coma. Arricciò il naso per provare a sentire un paio di tubicini per la respirazione artificiale, ma non c’era proprio niente. Estrasse la palla di vetro dalla tasca e la posò sul tavolo.
Nella penombra di un’alba d’acciaio, un bagliore rossastro impregnò la cucina. La sfera rotolò e andò a fermarsi contro una scatola del ristorante cinese: allungava ombre spettrali in tutte le direzioni.
Se il coma inebetisce, la teoria di Andrew non doveva essere tutta campata in aria. Eppure, bisognava essere davvero fuori di testa per non lasciarsi ammaliare da una luce tanto bella. Ripeté quel nome tra sé per almeno una dozzina di volte, prima di pronunciarlo. «Fra… Frahazanard?»
Nessuna risposta. Il vortice di forgia dietro il vetro era lento, ipnotico, e linee di fuoco si propagavano dal nucleo come un sistema nervoso; o circolatorio; o quel che era. Andrew afferrò la sfera. «Frahazanard?»
Il bagliore rossastro ammiccò. «Ti ascolto, Andrew Cruel».
Ecco, così funzionava. E che avrebbe dovuto dire? Frahazanard sembrava più paziente rispetto alla nottata, se ne stava in attesa. Una cosa da chiarire, però, c’era. «L’uomo che ti aveva addosso… perché l’ha fatto?»
«Non era forte». Un lampo sarcastico tremolò sul tavolo. «Ha abusato del mio potere e, quando non ha potuto più farne a meno, ha scelto la morte».
Quella cosa era marcia fino al midollo… e non ce le aveva neanche, le ossa! «Non sei molto incoraggiante».
Frahazanard abbagliò con un vortice lento, seducente, come un occhio assorto in una profonda lettura. «Non sono uno strumento di morte, bensì di potere. Consegna una pistola a uno stolto qualsiasi e lo illuderai di un’invincibilità fasulla. Tu non sei debole, Andrew Cruel: con un’arma in pugno, non riusciresti mai a strappare la vita a un altro essere umano».
Era ovvio! «Certo che no!» Un brivido lo fulminò: lui aveva già ucciso; anzi, aveva meditato un occultamento di cadavere e, per qualche ragione, c’era riuscito.
«Non sei stato tu a ucciderlo». La voce di Frahazanard era dolce di comprensione.
«Come fai a sapere cosa sto pensando?»
«Non potrei esaudire i tuoi desideri se non fossi in grado di leggerti nel cuore». Ancora una volta, scagliò una luce divertita.
«Desideri, eh? Allora è davvero come… il genio della lampada, no?»
«Non sono vincolato all’obbedienza. Non sono un’entità legata a un ricettacolo materiale. Esaudisco l’altrui volontà per altruismo».
«E dovrei crederci?»
«Io posso attendere». La luce sfolgorò come se ridacchiasse.
Andrew picchiò il tavolo con l’altro pugno e il barattolo di maionese sobbalzò. «Voglio sapere!»
«Quale vantaggio potrei trarne? Sono uno spirito creativo e niente più. Esaudire richieste è l’unico mezzo d’interazione che possiedo nel tuo mondo. In termini pratici, anche tu ti annoieresti dopo un’eternità in questa forma!»
Un’eternità in questa for…? Andrew ebbe un capogiro: quell’espressione tanto pratica gli mise la febbre addosso. Qualunque cosa potesse ragionevolmente discutere con quell’affare, lui l’aveva appena relegato in una dimensione inferiore. «Non sei sempre stato una palla di vetro. Chi eri, prima?»
«Questo, di grazia, è un argomento che appartiene a un’altra storia».
Il sangue era ghiaccio nelle vene. Andrew tremò: per la minuscola frazione di un attimo, la realtà gli sembrò inconsistente; come se ogni percezione fosse delimitata dalla parete di una bolla di sapone nel mezzo del buio profondo. Ansimò, il cuore sobbalzò sull’orlo della follia, ma un bagliore infuocato gli catturò lo sguardo.
Le parole Frahazanard si aggrapparono al suo cervello. «Chi è Flo?»
Andrew si scosse, la rabbia prese il posto dello spavento e gli scottò la faccia. «Che ne sai di lei?!»
«So che è la causa del tuo malessere. Una femmina umana? I sentimenti per lei contrastano nel tuo cuore in una tumultuosa battaglia senza vincitori: per quanto grande sia l’amore che vi alberga, allo stesso modo è spaventoso l’odio che ti avvelena l’anima. Hai smesso di vivere per questa creatura».
Andrew digrignò i denti e si obbligò a guardare altrove, sulla torre di stoviglie sporche, anche se Frahazanard non aveva occhi da evitare. Precauzione inutile per qualcosa che poteva leggerti la mente. Sbuffò di collera. «È stata colpa di Lucas!»
«Tuo fratello?»
«Sì!» Era un’accusa ingiusta, ma Lucas se lo meritava. «Mi ha trovato questo lavoro un mese fa, ha detto che dovevo tornare in città subito e mi sono lasciato convincere! Sapevo che sarebbe finita così, lo sapevo, e ho voluto crederci come uno stupido!» I denti battevano, le parole gli uscivano farfugliate. «Quando ero con Flo… È vero, facevo quel che potevo per non farmi sfrattare, ma almeno stavamo insieme. Se n’è stancata, capisci? Sette, otto giorni fa, lei mi ha detto… che non riusciva a continuare a distanza». Serrò il pugno libero. Avrebbe voluto avere qualcosa da stritolare. «Debole puttana», sibilò. Ci aveva messo più rancore di quanto ne provasse, ma meglio così. La nostalgia lo stava ammazzando.
«Vorresti rivederla?» sussurrò Frahazanard.
Andrew digrignò i denti e scosse il capo. «A che mi servirebbe? Io… avrei solo voluto continuare. Ho fatto tanto per lei, volevo darle tutto me stesso, ma non gliene fregava niente! Se n’è sbattuta!» Picchiò il piede sul pavimento. «Avrebbe dovuto seguirmi, questa è la verità! Avrebbe dovuto… essere qui da me!» Il respiro inferocito gli scottò la gola e lo fece tossire.
Andrew si chinò in cerca d’aria e fu certo che un lampo rossastro balenasse in cucina.
Il telefono squillò, lo fece sussultare di spavento. Le melodie di tre diversi apparecchi risuonarono per l’appartamento: il più vicino era appeso alla parete accanto ai fornelli. Lasciò la sfera sul tavolo, si alzò tossendo e soffocò un porca-puttana d’ordinanza, si schiarì la voce e sollevò la cornetta. «Pronto?»
«Andrew!» L’esclamazione entusiasta lo assordò.
Flo. Una scarica di fulmine gli percorse tutto il sistema nervoso. Trattenne il fiato, indugiò appena sul globo luminoso e cacciò fuori le parole. «F… Flo? Sei… sei davvero…»
«Sono stata una stupida!» singhiozzò lei nel ricevitore.
Stava piangendo. Andrew scivolò inerte lungo la parete e raggiunse il pavimento gelido. Il vuoto lo attraeva, si sentiva appigliato per l’orecchio a quella cornetta che era diventata l’unico chiodo ancora capace di ancorarlo al mondo.
Flo tirò su col naso. «Io… non avrei dovuto s-separarmi da te, l’ho capito adesso! Che notte orribile ho passato, n-non puoi immaginare quanto ho pensato a te e quanto… quanto… Ti prego, perdonami!»
Andrew non se la sentiva di parlare; e non riusciva nemmeno a placare il respiro rumoroso.
Il silenzio fece tremolare anche i singhiozzi di Flo. «Io… io ho già comprato un biglietto per raggiungerti. Spero che mi vorrai ancora con te, amore mio. S-spero… che non mi scaccerai, ma… ma posso capire se tu…»
Andrew si fece coraggio. «Avevi altri progetti per la tua vita». Non si era aspettato di essere tanto freddo. «Dicevi che non c’era niente oltre agli studi e alla carriera».
Lei ringhiò. «Ho tutta la vita per fare quello che voglio! Ma… basta un istante per perderti. Ti prego, Andrew, non—»
«Ti aspetto. Quando sarai qui?»
«Domani!» strillò Flo. «Oh, amore, sono così felice! Non posso credere che…»
Non era il momento. Andrew balzò in piedi. «Ti richiamo io». Riagganciò senza salutare e cercò la fonte della luce sanguigna. Si gettò a capofitto sulla sfera e la ghermì nel pugno. «Sei stato tu?!»
Il globo lanciò i bagliori serrati della risata.
Andrew diede un calcio alla sedia più vicina e la ribaltò. «Perché?!»
«Era quello che desideravi». Il tono di Frahazanard era di un’innocenza odiosa. «Perché non avrei dovuto esaudire una così banale richiesta? Non sei felice, Andrew Cruel?»
Già, tutto sommato… non era tanto male. Andrew passò la lingua nell’angolo della bocca. «Sì. Sì, sono felice, ma… lei… la sua vita, le sue decisioni…»
«Non è mio il potere d’interagire col libero arbitrio degli esseri pensanti. Posso suggerire, mostrare soluzioni da diversi punti di vista e operare su basi potenziali. Se il sentimento che Flo prova nei tuoi confronti fosse del tutto appassito, io non avrei mai potuto esaltarlo».
No, decisamente, c’era qualcosa che non quadrava. «Ma… ha detto che ha pensato a me tutta la notte! Il mio desiderio l’avrei espresso poco fa, giusto?»
Ancora una volta, il globo mandò un chiarore simile a un sogghigno. «I miracoli non sono mai di facile interpretazione. Che cos’è un desiderio se non un miracolo espresso?»
Che voglia aveva di spaccare quell’affare contro la parete! «Dimmelo tu!»
«Posso esaudire le tue volontà, Andrew Cruel, ma non risponderò alle provocazioni». Il bastardo si sbellicava. «Chiedi e ti sarà dato senza limite, ma scegli bene. Un desiderio che coinvolge una femmina è sempre una rischiosa scommessa».
«Ma sentilo! E questo chi lo dice?»
«Non certo io, una simile considerazione non mi appartiene, ma è così che la formulerei se dovessi dar voce al tuo stato d’animo».
L’alba dorata s’insinuò nella cucina e, in lontananza, i suoni del traffico nella prima ora di punta annunciarono l’inizio di un nuovo giorno.

Continua…

Prima NIUVS!

 

1

Con un’immagine che non c’entra assolutamente un accidente, piazzata lì al becero scopo di dare un po’ di colore a una pagina assai spoglia, ho il piacere d’inaugurare il mio blog di scrittura creativa! ;D

“Ma Franz, il web è pieno di scribacchini che si sentono in dovere di condividere i propri diari segreti! Non sarai di troppo?”

Purtroppo o per fortuna, nel pregevole periodo storico di minima diffusione dell’analfabetismo, possiamo essere certi che non riusciremo a farci concorrenza. *_*

 

Scherzi a parte, spero davvero di riuscire nel difficile intento d’intrattenere i Lettori che vorranno indugiare un po’ in questo mio piccolo spazio, in una biblioteca che non potrà certo vantare nulla di sofisticato o particolarmente variegato, ma che cercherò di arricchire il più possibile anche, e soprattutto, con il vostro aiuto. 🙂

 

Immediatamente pubblicato troverete il primo capitolo di “Discordia”, una serie di storie brevi intrecciate tra loro da un unico elemento. “Discordia” proseguirà per un po’ (ho in mente con chiarezza le prime due storie, ma vorrei elaborarne almeno cinque o sei) e tratterà alcuni temi dei quali avrei piacere di discutere con tutti i Lettori.

In questo primo capitolo, incentrato sul protagonista Andrew Cruel [sfido i miei amici più stretti a cogliere il riferimento! ;D], avrete un saggio dell’atmosfera che desidero trasmettere. Spero davvero che vi piaccia.

Con cadenza bisettimanale (non è una regola e potrebbe subire variazioni) pubblicherò nuovi capitoli o storie autoconclusive. In futuro, sarebbe bello poter effettuare recensioni riguardo libri consigliati da voi, ma eviterò la narrativa classica o inflazionata, cercando di dedicarmi a pubblicazioni più “di nicchia”, meno conosciute. Ho già qualcosa tra le mani, ma non vorrei sbilanciarmi. 🙂

 

Un enorme ringraziamento per gli amici che mi hanno supportato in questa realizzazione che, vi garantisco, è indubbiamente superiore alle mie conoscenze informatiche. 😛 Un grazie di cuore a coloro che credono in me, che mi restano accanto NON alla fine, perché è facile stringerci alla fine, ma a partire da quello che considero l’inizio di “qualcosa”. Grazie.

 

Per ora è tutto, credo. Ah, per chi se lo stesse chiedendo, la foto del presente articolo è stata scattata da casa mia a Matera nell’estate 2014: essere ispirati dal sorgere della Luna è assai banale, lo so, ma è raro vederla tanto luminosa. 🙂

 

 

Ciao e a presto! ;D

Andrew Cruel – Capitolo 1

AC1

Andrew Cruel sapeva da sempre di essere un idiota; e certe cose non sarebbero mai cambiate.
Salì di marcia e accelerò. Il volante gli vibrò tra le mani e i flutti della nebbia scivolarono sul parabrezza. Il buio sulla strada provinciale faceva da collante in quella matassa di foschia, densa in quel modo viscido che toglieva aderenza con l’asfalto. Sarebbe stato già troppo pericoloso senza l’immancabile cattivo umore.
Una fila di automobili sfrecciò in direzione opposta, i loro fendinebbia lo infastidirono e Andrew li maledisse uno a uno. «Andate a schiantarvi… Infami… Pezzi di merda… Figli di puttana…!» Puntò gli occhi nella profondità dei fari: se solo quegli stronzi si fossero azzardati a scendere, gliel’avrebbe fatta passare la voglia di rompere i coglioni di notte. Dovevano starsene a casa, quelle carogne! Non sulle strade, a rendere la vita impossibile se solo volevi sfogarti un po’ con una bella corsa…
Deglutì. Non aveva senso: loro non potevano vederlo, neanche immaginavano tutta l’incazzatura che gli inacidiva la bocca. Doveva calmarsi, anche se aveva l’impressione di schiumare. La cazzo di frequenza gracchiava nell’autoradio, perciò alzò il volume. «Vaffanculo… Segnale di merda…»
La trasmissione si assestò. «Non si decide», sospirò una voce di ragazza. «Cioè, io l’anello l’ho trovato! Cosa aspetta a darmelo?» Il suo tono s’incrinò. «E se non fosse per me…?»
«Ma no!» Il deejay si fece una gran risata. «Ragazza, dovresti saperlo che noi uomini dobbiamo pensarci duecento volte, prima di prendere una responsabilità! Sta’ serena, è solo questione di tempo! E, a proposito di tempo, il nostro si è concluso! Salutiamo Melissa con un grande augurio per un matrimonio felicissimo!»
Andrew sbuffò tra le labbra come se sputasse. «Ma vaffanculo!»
«Allora, pirati della notte, sono le due e trentuno del ventidue novembre è c’è davvero bisogno di qualcosa che ci tenga svegli! Il prossimo pezzo è per chi non vuole saperne di dormire sul crocevia di questo asfalto! Sono gli AC/DC in Highway to Hell, tutti per voi!»
Andrew diede una pedata al tappetino, accanto alla frizione. «Finalmente!» Una bella canzone, una volta tanto! Alzò il volume di un altro paio di tacche e cantò.
Circa a metà del testo, tra i debiti pagati al Diavolo in persona e, forse proprio come premio per l’oscuro patto, la frenetica constatazione di suonare in un gruppo rock, un enorme camion sbucò oltre la curva della strada alberata. I fari rialzati lo accecarono per un momento. Andrew mischiò la strofa alla necessità di mandare a fare in culo quel cazzo di camionista. «Playing in a fucking rockin’ band!»
Il camion lo oltrepassò e Andrew imboccò la curva a tutta velocità.
Un tonfo mostruoso risuonò nell’abitacolo. Andrew serrò i denti, inchiodò e l’auto sdrucciolò lungo la strada. Non si fermava più, sembrava di essere a bordo di una grossa saponetta di metallo. La nebbia gli vorticò intorno, il controllo andò a farsi fottere e le ruote abbandonarono la carreggiata, il muso del cofano passò in mezzo a due alberi e andò a piantarsi nel profondo di un ammasso di rovi.
Andrew restò immobile. Era raggelato, le punta delle dita gli tremavano intorno al volante e dovette sforzarsi per staccarle. Sembrava tutto intero, ma non aveva il coraggio di tastarsi. Il pezzo degli AC/DC lo assordava e sfumò tra nuove scariche d’interferenze graffiate. Si affrettò a spegnere la radio e guardò all’indietro, oltre il lunotto posteriore, soffocato dal battito del suo stesso cuore. Nebbia e buio, nient’altro. Aveva colpito qualcosa o… No, era qualcosa ad aver colpito lui! Forse un animale?
Tutta la rabbia se n’era andata, sostituita da un senso appiccicoso che gli impastava le profondità del petto. Le mani tremavano come se avesse le convulsioni: Andrew si sforzò di controllarle, aprì il cruscotto e afferrò la piccola torcia elettrica. Non veniva fuori, aveva il laccetto incastrato. «Vaffanculo», sibilò, diede uno strattone e liberò il cordino con uno scatto di plastica. Se aveva spaccato qualcosa, non era il momento di pensarci.
Andrew spense il motore, aprì la portiera e scese. L’aria umida era satura dell’odore di bruciato dei freni, così forte da coprire il legno bagnato. Puntò il fascio della torcia e fece la strada a ritroso, lungo il margine del viale per seguire le linee parallele della sgommata. Gli girava la testa e respirava a fatica, compresso in quella camicia di forza di sudore gelido che gli aveva appiccicato i vestiti alla pelle. Al termine dei segni delle gomme, una lunga striscia di sangue raschiava l’asfalto e una sagoma orribilmente umana se ne stava di traverso, in un’orrenda posizione scomposta.
Andrew s’immobilizzò. Poteva tornare all’automobile e tentare una fuga sfrenata, più lontano che poteva. Ma se qualcuno l’avesse visto? Se quella persona se la fosse cavata? Se poi l’avessero preso, sarebbe stato anche peggio. Si e un senso di nausea gli aggredì lo stomaco.
«Cazzo!» Si fiondò in ginocchio e rigirò il corpo sulla schiena. «Cazzo, non morire! Non morire! Non…» Era un vecchio. No, non tanto vecchio, anche se aveva tutti i capelli bianchi. La sua pelle era grigia e malata, ma indossava un abito da sera elegante, per quanto sbrindellato.
Che cazzo ci faceva il conte Dracula sulla provinciale, di notte?! Doveva essere sbucato da una delle ville della contrada. Andrew si voltò per controllare che non ci fosse nessuno in vista. Forse doveva trascinarlo fino a—
Un tocco di ghiaccio gli serrò la mano. Andrew strinse i denti sino a farsi male e riuscì a contenere l’urlo di terrore. Lo sconosciuto l’aveva afferrato e i suoi occhi cerchiati di rosso ardevano nel chiarore della torcia elettrica, vividi contro un volto tirato e colmi di rabbia. Era ancora vivo.
Andrew strattonò la presa. «Da dove cazzo sei saltato fuori, eh?!» Avrebbe voluto giustificarsi, ma non aveva altre parole. No, non doveva perdere le staffe. «Io… chiamo… chiamo un’ambulanza e…»
Lo sguardo avvelenato del moribondo lo fulminò: ogni dettaglio contorto della sua espressione era un categorico no, un ammonimento senza parole, uno slancio d’odio che neanche i denti impregnati di sangue, chiusi in un ghigno di morte, potevano esprimere meglio.
Andrew ebbe un capogiro. «L’hai fatto apposta…» bisbigliò. Quel tizio aveva deciso di ammazzarsi… e c’era riuscito. Ma perché?
Il suicida chiuse l’altra mano sul lato sinistro del petto, scorticata, con le dita spezzate. Tastò il taschino dell’elegante giacca scura.
Andrew gli scostò il bavero. «Cosa vuoi prendere?»
«No!» Il rantolo dello sconosciuto gracchiò inumano. Una voce di corvo. «No…» I suoi occhi si fecero vitrei.
Andato. Andrew si scrollò a fatica dalla sua presa e tornò libero. Era solo, su una strada deserta, in compagnia di un morto.
Che ne sarebbe stato di lui? Doveva parlare con Lucas, forse conosceva qualcuno che… No, non poteva permettere a un coglione suicida di troncargli l’esistenza! Se davvero voleva ammazzarsi, c’erano mille modi più puliti! Doveva liberarsi del corpo e… anche dell’auto, per stare sicuri. Quante probabilità aveva di trasportare un cadavere sino alla discarica senza incrociare nessuno? Poche, molto meglio abbandonarlo tra i rovi, anche se l’avrebbero ritrovato in capo a ventiquattro ore. L’automobile era più importante, doveva farla sparire il più lontano possibile, ma gli restava ancora abbastanza benzina?
Afferrò la torcia elettrica tra i denti, si alzò in piedi, prese un bel respiro per scacciare la nausea e afferrò il cadavere per le caviglie. Aveva già perso troppo tempo! Una nitida scia di sangue scaturì dal corpo come colore dalle setole di un pennello. Be’, non poteva fare altro che affrettarsi; e quel bastardo pesava, non l’avrebbe detto. Se qualcuno fosse passato proprio in quel momento, sarebbero stati guai seri.
Andrew aggirò un cespuglio spinoso e nascose Dracula in mezzo al groviglio. Gli aculei l’avrebbero sforacchiato per bene, ma vaffanculo, oramai era stecchito! Eppure, persino nella morte, le sue dita restavano serrate sul taschino della giacca: con le sue ultime forze, gli aveva impedito di capire cosa stesse toccando. Forse aveva qualcosa di valore, un portafoglio, un orologio, ma a che diavolo gli serviva incazzarsi tanto se era riuscito a uccidersi? Non sarebbe stato male dare un’occhiata.
Andrew si umettò le labbra salate di sudore e passò la manica del cappotto sulla bocca. Il freddo gli stava brinando il pizzetto. S’inginocchiò ancora, cauto: il terrore del suicida nell’ultimo momento gli faceva battere i denti, non si sarebbe stupito se fosse tornato in vita per fermarlo un’altra volta, ma era una stronzata bella e buona.
Andrew gli staccò la mano ritorta a fatica. Faceva davvero schifo. Frugò nell’interno della giacca lacera, sin nel taschino, e incontrò una sfera liscia e tiepida, grande quanto una pallina da golf. Estrasse l’oggetto e una luce di fuoco lo colpì, proprio dal cuore di quella palla. Trasalì più di sorpresa che di paura. Sì, era una sfera, ma era più grande di quanto immaginasse: un momento prima l’aveva presa con due dita, quello dopo gli riempiva il palmo come una palla da tennis. Il pensiero che fosse cresciuta gli diede un conato di vomito.
Vetro; nell’interno, c’era un amalgama di luce rossa, come tizzoni ardenti, che vorticava e si agitava in una nebulosa pulsante, simile al battito perpetuo di un cuore inanimato. Che strano pensiero! Era bella, era… incantevole. Nessun dubbio che quello stronzo volesse proteggerla anche da morto, chi si sarebbe stancato di quella meraviglia? Andrew deglutì: gli era venuta l’acquolina in bocca come davanti a una bella donna nuda. La torcia gli cadde dai denti, tra le ginocchia, e lui passò le dita amorevoli sulla sfera. Che cos’era? Gli sembrò assurdo che si potessero fare cose tanto meravigliose. L’artigiano di quell’opera d’arte doveva essere… un cazzo di angelo, qualcosa del genere. Il vetro splendeva, il sudore delle mani non riusciva a opacizzarlo: Andrew lo avvicinò al volto e si specchiò. Un paio di occhi allungati presero forma dalla nebbia di fuoco e si sovrapposero a quelli del riflesso.
«Chi sei, tu?»
Andrew trattenne il fiato. La voce veniva dalla profondità della sfera e gli aveva parlato nella mente, come appigliandosi a un senso che lui neanche sapeva di avere. Era maschile e profonda ed era tutto… logico, forse. Quella cosa era troppo bella per non essere viva. Sovrappose l’altra mano a quella stretta sul globo, come per riscaldarlo. «Io… credo di voler sapere cosa sei tu». Gli sembrava che la lucidità mentale stridesse contro le pareti del cranio.
La luce mandò un bagliore rossastro più forte, come se ammiccasse. Dava l’idea di un sorriso, anche se una sfera non aveva lineamenti per una vera espressione. La voce si fece confidenziale. «Dimmi il tuo. Ti dico il mio».
Come dirgli di no? «Andrew… Cruel».
«Frahazanard».
Il cervello mandò uno spasmo. «Che nome è?!» Avrebbe dovuto scriverlo un migliaio di volte solo per non incepparsi la lingua.
«Non ha importanza: sono ai tuoi ordini».
«Ordini? Cosa significa?»
«Posso alterare la realtà, se lo desideri. Sei felice, Andrew Cruel? La tua vita è come vorresti che fosse? Posso cambiare ciò che non ti aggrada». Ancora una volta, la luce ammiccò.
«Che stronzata!» Avrebbe dovuto lasciar cadere quell’affare e andarsene. «Gli stronzi nella lampada non vengono fuori se strofini…» Digrignò i denti. «Ma che cazzo faccio, ti do anche corda?!»
La sfera lanciò una serie di lampi serrati, una specie di risata. «Mettimi alla prova!»
Andrew serrò il pugno. «Oh, ne ho una eccellente, per te!» Quanto poteva stringere senza spaccarla? Il vetro era sottile, ma gli sembrava di maneggiare una maledetta gemma. «Non so se lo sai, ma ho appena investito un tizio e…»
«Era il mio vecchio padrone». La voce si era fatta annoiata. «Vorresti che lo riportassi in vita?»
«Esatto!»
«Questo non posso farlo, Andrew Cruel».
«Non ne sei capace, eh?!»
«Se anche lo fossi, non ne avrei il potere: egli desiderava morire e non c’è arte che possa riportarlo indietro, adesso. Ma a te non importa nulla della sua vita, non è vero? Temi solo d’essere condannato per la sua morte.»
Un cappio di paura troncò il respiro di Andrew. «Come fai a…»
«Lascia perdere». La sfera non aveva proprio voglia di perdersi in chiacchiere. «Guarda.»
Quella volta, trattenere l’urlo fu impossibile: il cadavere era svanito. Andrew cercò la torcia a tentoni, l’afferrò e si alzò barcollando. Il fascio di luce rischiarò l’asfalto, alla ricerca del corpo che, forse, aveva solo creduto di nascondere. Niente. Persino il sangue era scomparso. Come se non fosse accaduto, eppure… La sfera era lì, stretta nel pugno rovente.
Gli sembrava d’impazzire. «Dov’è finito?!»
«Che importanza ha, Andrew Cruel? Nessun omicidio è tale senza un cadavere». Il chiarore diede l’idea di un sogghigno divertito.
C’era da uscire di testa. Andrew abbandonò il braccio e il cono di luce gli cadde sui piedi. «Non posso… non posso crederci…»
La voce della sfera mandò uno sbuffo sarcastico. «Desideri credere?»
«Potresti farlo?» Era come stare in bilico tra l’incredulità e la rabbia.
«Potrei, ma sarebbe noioso. Che gusto c’è se non vedi con i tuoi occhi? È la conversione dei giusti, Andrew Cruel, e tu lo sei, giusto».

Continua…