Andrew Cruel – Capitolo 2

Andrew2

L’alba glaciale restituì colore al mondo, mentre Andrew Cruel raggiungeva finalmente casa a bordo dell’automobile ammaccata. Attraverso la tenue foschia che accompagnava le prime ore del mattino, egli guidò lentamente sino al garage interrato del grande complesso condominiale dove abitava. Nel profondo, il giovane sperava di passare inosservato e procedette a testa bassa, scrutando attentamente la facciata del palazzo con la sua griglia di finestre tutte uguali, sconvolto dai brividi al solo pensiero che qualcuno potesse scorgerlo rincasare a quell’ora con aria stravolta e automobile danneggiata. Precauzione inutile, la sua, poiché era ancora troppo presto e nessuno poteva aver voglia di avvicinare la faccia ai vetri raggelati dalla notte.
Andrew attraversò il corridoio sotterraneo e raggiunse un vano personale, lo aprì al segnale di un telecomando e parcheggiò con cura nello spazio tra le pericolanti pareti di ciarpame, poi si affrettò ad uscire. Quando il garage fu richiuso con un ultimo gemito sferragliante, Andrew sospirò e il silenzio improvviso gli premette contro i timpani, assordandolo. Faceva freddo e la mente elaborava solo un concetto alla volta, lavorando come un vecchio motore sbuffante. Aveva ucciso e… avrebbe dovuto sentirsi a disagio, in colpa, spaventato, ma erano sensazioni troppo relative e decisamente distanti da lui. In quel momento, tutto ciò su cui Andrew sapeva concentrarsi era la fame.
Raggiunse l’ascensore interrato quasi correndo e premette il pulsante che lo portò su, sino al dodicesimo piano, dove abitava. Mentre ancora cercava le chiavi nelle tasche dei pantaloni, Andrew consultò l’orologio da polso: Lucas doveva essere uscito da almeno venti minuti e se ne rallegrò, esausto com’era al solo pensiero di dare spiegazioni.
L’ascensore si aprì sul dodicesimo piano ed Andrew raggiunse la porta di casa in pochi passi. Tese l’orecchio, attento al minimo rumore, senza percepire alcunché all’infuori del vento che ululava su per la tromba delle scale. Lo scatto della serratura suonò come una fucilata. Una volta all’interno, assicurò la porta alle proprie spalle con un doppio giro e il chiavistello.
Finalmente al sicuro dietro un ingresso sprangato, egli attraversò il salotto invaso dal consueto stato confusionario di quello che, prima che lo abitasse, era stato un appartamento ordinato. La mamma aveva sempre lodato Lucas per il suo zelo e mortificato Andrew per la straordinaria capacità che aveva di mettere ogni cosa a soqquadro. Come darle torto, del resto? I divani erano ingombri di scatole di pizza vuoti, il tavolino ospitava una legione serrata di bottiglie di birra e scatolette, lattine e cartacce, mentre il tappeto era chiazzato da una miriade di macchie multicolore che non rendevano certo giustizia alle tele imbrattate da quelle insensate modernità scelte da Lucas. Se solo il suo fratellino non fosse stato tanto occupato a mandare avanti il suo bar, pensava Andrew, avrebbe avuto ben più di una valida ragione per rinfacciargli l’orribile contributo che stava apportando all’ordine domestico. Ironia della sorte, era stato proprio Lucas a riportarlo indietro per offrirgli quel posto nell’azienda di un suo cliente abituale, ma erano ormai cinque giorni che Andrew si dava malato. Dopotutto, non aveva più molta voglia di lavorare.
Il giovane passò dal salotto in cucina senza neanche sfilarsi il cappotto. Com’era prevedibile, il disordine offriva il meglio di sé sulla tavola occupata da ogni sorta di cibo avariato, i fornelli incrostati da macchie che sarebbero svanite per miracolo e una colossale torre di Babele che si ergeva dal lavandino, nel precario equilibrio tra padelle, pentole e piatti.
Andrew aprì il frigorifero e raccattò un barattolo di maionese, una confezione di wurstel e una lattina di birra, si sedette al tavolo e scostò i rifiuti con un braccio per aprire uno spazio libero, disegnando almeno un paio d’archi di salse rancide sulla superficie. Come al solito, metabolizzò quella visione con filosofia e svitò il barattolo di maionese per intingervi i wurstel. Cominciò a mangiare.
Andrew era ormai giunto a metà della confezione quando scosse il capo come per schiarirsi le idee, si fermò in procinto di staccare l’ennesimo morso vorace e rifletté. La sua mano scivolò sulla tasca della giacca, dove le dita tastarono l’oggetto rotondo che aveva riposto prima di rimettersi in viaggio. Mai, come in quel momento, Andrew aveva avuto nel contempo il terrore e la speranza che fosse stato tutto un sogno. Eppure… esisteva una parte di lui che non accettava compromessi e, mentre la mente era impegnata in inutili elucubrazioni, quella parte di marcata decisione stava già estraendo l’oggetto dalla tasca.
Andrew afferrò la sfera e la posò sul tavolo, dove rotolò come una biglia sul tappeto da biliardo prima di fermarsi contro una scatola del ristorante cinese. Nella penombra di un’alba scura, un bagliore rossastro colmò la cucina e allungò le ombre nelle sagome di contorti demoni spettrali. Andrew restò a fissare il turbinio incessante di colori in quel vetro come inebetito, poi si scosse e ripeté quel nome nella mente per svariate volte prima di pronunciarlo.
«Fra… Frahazanard?» chiamò.
Nessuna risposta. Il vortice colorato all’interno della sfera era lento, ipnotico, ma i colori cangiavano a un ritmo da crisi epilettica. Andrew lasciò cadere nel barattolo il mezzo wurstel che reggeva e allungò la mano, afferrando la sfera.
«Frahazanard?» ripeté con decisione.
Il bagliore rossastro ammiccò e sembrò propagarsi come una vivida presenza per l’intero appartamento.
«Ti ascolto, Andrew Cruel», dichiarò quella voce incorporea che penetrava la mente.
Il giovane indugiò, non sapendo bene cosa dire. Frahazanard non dava l’idea d’essere impaziente e non aggiunse altro. Era strano sorreggere quell’oggetto tra le dita: le logiche considerazioni riguardo la sua natura, il prodigio che aveva compiuto e l’assurdità stessa di parlare a una palla di vetro… semplicemente svanivano quando il vortice di luci insensate accoglieva lo sguardo. Ogni incongruenza diventava coerente, come dissetarsi da una fonte di conoscenze che s’insinuavano nel cervello con inesorabile certezza. Alla fine, quel che Andrew ritenne di dover conoscere era ciò che non poteva sapere.
«L’uomo che ti aveva addosso… perché l’ha fatto?» chiese, alludendo al suicida.
«Non era forte», replicò la sfera con un bagliore divertito, quasi derisorio. «Ha abusato del mio potere e, quando non ha potuto più farne a meno, ha scelto la morte.»
«Non sei molto incoraggiante», osservò il giovane con sospetto.
Frahazanard abbagliò con un vortice di luce lento, seducente, dando la curiosa impressione di un occhio assorto in una profonda lettura per alcuni istanti; poi parlò nuovamente.
«Non sono uno strumento di morte», precisò la sfera. «Sono uno strumento di potere. Consegna una pistola nelle mani di qualsiasi stolto al mondo e questi si crederà invincibile. Tu non sei debole, Andrew Cruel», lo blandì in tono suadente. «Con un’arma in pugno, tu non riusciresti mai a strappare la vita a un altro essere umano.»
«Certo che no!» esclamò Andrew, sconvolto al solo pensiero. Aveva parlato d’istinto e subito si ammutolì, ricordando l’uomo che aveva investito non più tardi di qualche ora prima.
«Non sei stato tu a ucciderlo», precisò Frahazanard, intuendo i suoi pensieri.
«Come fai a sapere cosa sto pensando?»
«Non potrei esaudire i tuoi desideri se non fossi in grado di leggerti nel cuore», spiegò la sfera e, ancora una volta, scagliò un bagliore divertito.
«Desideri, eh?» ripeté Andrew, incredulo. «Come il genio della lampada?»
«Non sono vincolato all’obbedienza. Non sono un’entità legata a un ricettacolo materiale. Esaudisco l’altrui volontà per altruismo.»
«E dovrei crederci?»
«Io posso attendere», precisò Frahazanard, dando l’impressione di ridacchiare.
«Voglio sapere!» esclamò Andrew con impazienza.
«Quale vantaggio potrei trarne? Sono uno spirito creativo e niente più. Esaudire chi ha richieste per me è l’unico mezzo d’interazione che possiedo nel tuo mondo. In termini pratici, anche tu ti annoieresti dopo un’eternità in questa forma!»
Andrew inarcò un sopracciglio con sospetto, sentendosi spiazzato dall’ultima frase scaturita dal globo: quell’espressione tanto pratica, che quasi strideva tra le forbite espressioni di Frahazanard, era lo stesso pensiero che aveva formulato mentre l’entità lo pronunciava per lui. Difficile stabilire, a quel punto, se Frahazanard avesse letto, interpretato e verbalizzato il pensiero a una velocità tale da sfiorarne l’anticipazione. Andrew scosse il capo e si sentì stordito, poi fu colto da una considerazione più importante rispetto a ciò che la sfera gli aveva appena riferito.
«Non sei sempre stato una palla di vetro», osservò con sagacia. «Chi eri, prima?»
«Questo», dichiarò Frahazanard in tono pacato, «è un argomento che appartiene a un’altra storia.»
Andrew si sentì gelare il sangue e per un istante, per la minuscola frazione di un attimo, ebbe una sgradevole sensazione d’inconsistenza nella realtà che lo circondava, come se ogni percezione fosse delimitata dalla parete di una bolla di sapone galleggiante al centro di un buio più profondo dell’oblio stesso. Mentre sentiva il cuore ansimare sull’orlo del panico, Frahazanard distolse abilmente la sua attenzione con una domanda.
«Chi è Flo?»
Andrew si scosse e la rabbia prese il posto dello spavento sfiorato, trasfigurandogli l’espressione in una maschera livida che aveva ben poco d’umano.
«Che ne sai di lei?!» sbraitò.
«So che è la causa del tuo malessere», precisò la sfera con ovvietà. «Una femmina umana? I sentimenti per lei contrastano nel tuo cuore in una tumultuosa battaglia senza vincitori: per quanto grande sia l’amore che vi alberga, allo stesso modo è spaventoso l’odio che ti avvelena l’anima. Hai smesso di vivere per questa creatura.»
Andrew digrignò i denti e distolse appena lo sguardo dalla sfera prima di ricordarsi che, non essendo una persona fisica, Frahazanard non aveva occhi da evitare. Precauzione inutile, tuttavia, verso qualcosa che poteva leggerti la mente con tanta facilità.
«È stata colpa di Lucas!» ringhiò.
«Tuo fratello?»
«Sì!» esclamò il giovane con rabbia, realizzando quanto insensata e ingiusta fosse la sua accusa, ma troppo desideroso di addossare a qualcuno la colpa del proprio malessere. «Ha trovato per me questo lavoro e mi ha costretto a venire qui all’inizio del mese! Sapevo che sarebbe finita così, lo sapevo e ho voluto crederci come uno stupido! Flo è lontana, ma quando ero con lei… è vero, facevo quel che potevo per non farmi sfrattare e vivevo quasi di stenti, ma è lì che l’ho conosciuta, è lì che tutto è cominciato. Se n’è stancata, capisci? Sette, otto giorni fa, lei mi ha detto… che non riusciva a sopportare la nostra lontananza», aggiunse con astio. «Debole puttana», sibilò, imprimendo in quell’insulto più rancore di quanto effettivamente ne provasse. In verità, ciò che gli sconvolgeva il cuore era solo una struggente, dolorosa nostalgia.
«Vorresti rivederla?» sussurrò Frahazanard.
Andrew digrignò i denti e sbatté il pugno sul tavolo, amareggiato.
«A che mi servirebbe rivederla solo una volta?» replicò senza pensarci. «Io… avrei solo voluto che le cose fossero andate diversamente, tra noi. Ho fatto tanto per lei, volevo darle tutto me stesso, ma a lei non importava! Non è mai importato! Avrebbe dovuto seguirmi, questa è la verità! Avrebbe dovuto… essere qui da me!» sbraitò ad alta voce, inferocito al punto che gli si mozzò il respiro e cominciò a tossire convulso, tanto da chinarsi e non vedere il flash d’abbagliante luce scarlatta che scaturì dalla sfera.
Il telefono squillò in quell’attimo ed Andrew sussultò per lo spavento. Le melodie polifoniche di tre diversi apparecchi risuonarono per l’appartamento, ma il giovane contemplò quello appeso alla parete vicino ai fornelli. Lasciò la sfera di vetro sul tavolo e si alzò, sempre tossendo e soffocando un’imprecazione, per raggiungere il telefono e rispondere.
«Pronto?» disse, roco.
«Andrew!» esclamò un’entusiasta voce femminile dall’altra parte.
Poco mancò che Andrew Cruel svenisse, poiché d’improvviso una potente scarica elettrica gli sconvolse l’intero sistema nervoso. Trattenne il fiato dall’incredulità, fece vagare lo sguardo per la cucina e indugiò solo pochi attimi nella luce del globo, ancora immobile tra la confusione della tavola, prima di parlare.
«F… Flo?» mormorò. «Sei… sei davvero…»
«Sono stata una stupida!» singhiozzò lei dall’interno del ricevitore e, nell’udirne la voce sconvolta dal pianto, Andrew si sentì svuotato d’ogni energia e scivolò inerte lungo la parete fino al freddo pavimento. Fissava il vuoto, inebetito, mentre Flo gli parlava tra singhiozzi struggenti. «Io… non avrei dovuto s-separarmi da te, l’ho capito adesso! Che notte orribile ho passato, n-non puoi immaginare quanto ho pensato a te e quanto… quanto… ti prego, perdonami!»
Andrew non rispose e rimase in silenzio, incapace di trovare le parole. In realtà, non aveva le idee molto chiare su cosa provasse in quel momento, ma il suo respiro doveva essere perfettamente udibile dal modo in cui s’insinuava nel ricevitore.
L’esitazione sembrò sconvolgere Flo, che deglutì e tirò su col naso.
«Io… io ho già comprato un biglietto per raggiungerti», disse con voce tremula. «Spero che mi vorrai ancora con te, amore mio. S-spero… che non mi scaccerai, ma… ma posso capire se tu…»
«Avevi altri progetti per la tua vita», la interruppe Andrew con freddezza. «Dicevi che non avresti anteposto nulla ai tuoi studi e alla carriera.»
«Ho tutta la vita per fare quello che voglio!» protestò la ragazza con decisione. «Ma… basta un istante per perderti. Ti prego, Andrew, non…»
«Ti aspetto. Quando sarai qui?»
«Domani!» strillò Flo, entusiasta. «Oh, Andrew, sono così felice. Non posso credere che…»
«Ti richiamo io», tagliò corto Andrew, si alzò in piedi e riagganciò il telefono senza nemmeno salutare.
Con gli occhi rivolti al tavolo, alla fonte di quella luce sanguigna, Andrew coprì la distanza in un unico e lungo passo e afferrò la sfera, stringendola in una stretta fremente.
«Sei stato tu?!» ringhiò tra i denti.
Il globo lanciò bagliori a ritmo serrato, simili a una risata.
«Perché?» lo incalzò Andrew.
«Era quello che desideravi», replicò Frahazanard con innocenza. «Perché non avrei dovuto esaudire una così banale richiesta? Non ne sei felice, Andrew Cruel?»
Il giovane annuì lentamente e si umettò le labbra.
«Sì», rispose. «Sì, sono felice, ma… lei… la sua vita, le sue decisioni…» farfugliò.
«Non è mio il potere d’interagire col libero arbitrio degli esseri pensanti», dichiarò il globo con fermezza. «Posso semplicemente suggerire, mostrare soluzioni da diversi punti di vista e operare su basi potenziali quando influisco sui sentimenti. Se il sentimento che Flo prova nei tuoi confronti fosse del tutto appassito, io non avrei mai potuto esaltarlo.»
«Ma… ha detto che ha pensato a me tutta la notte!» insistette Andrew. «Il mio desiderio l’avrei espresso poco fa, giusto?»
Ancora una volta, il globo espresse qualcosa di simile a un sogghigno dal modo in cui la luce scarlatta delineò i contorni dell’ambiente circostante.
«I miracoli non sono mai di facile interpretazione», disse Frahazanard con saggezza. «Che cos’è un desiderio se non un miracolo espresso?»
«Dimmelo tu!» lo sfidò il giovane.
«Posso esaudire le tue volontà, Andrew Cruel, ma non risponderò alle provocazioni», ribatté Frahazanard, dando l’impressione di ridere di gusto. «Chiedi e ti sarà dato senza limite, ma scegli bene. Un desiderio che coinvolge una femmina è sempre una rischiosa scommessa.»
«Ma sentilo! E questo chi lo dice?!»
«Non certo io», rispose Frahazanard. «Una simile considerazione non mi appartiene, ma è esattamente così che la formulerei se dovessi dar voce al tuo stato d’animo.»
La luce dorata di un sole gelido s’insinuò all’improvviso nella cucina e, in lontananza, i suoni del traffico nella prima ora di punta annunciarono l’inizio di un nuovo giorno.

Continua…

Prima NIUVS!

 

1

Con un’immagine che non c’entra assolutamente un accidente, piazzata lì al becero scopo di dare un po’ di colore a una pagina assai spoglia, ho il piacere d’inaugurare il mio blog di scrittura creativa! ;D

“Ma Franz, il web è pieno di scribacchini che si sentono in dovere di condividere i propri diari segreti! Non sarai di troppo?”

Purtroppo o per fortuna, nel pregevole periodo storico di minima diffusione dell’analfabetismo, possiamo essere certi che non riusciremo a farci concorrenza. *_*

 

Scherzi a parte, spero davvero di riuscire nel difficile intento d’intrattenere i Lettori che vorranno indugiare un po’ in questo mio piccolo spazio, in una biblioteca che non potrà certo vantare nulla di sofisticato o particolarmente variegato, ma che cercherò di arricchire il più possibile anche, e soprattutto, con il vostro aiuto. 🙂

 

Immediatamente pubblicato troverete il primo capitolo di “Discordia”, una serie di storie brevi intrecciate tra loro da un unico elemento. “Discordia” proseguirà per un po’ (ho in mente con chiarezza le prime due storie, ma vorrei elaborarne almeno cinque o sei) e tratterà alcuni temi dei quali avrei piacere di discutere con tutti i Lettori.

In questo primo capitolo, incentrato sul protagonista Andrew Cruel [sfido i miei amici più stretti a cogliere il riferimento! ;D], avrete un saggio dell’atmosfera che desidero trasmettere. Spero davvero che vi piaccia.

Con cadenza bisettimanale (non è una regola e potrebbe subire variazioni) pubblicherò nuovi capitoli o storie autoconclusive. In futuro, sarebbe bello poter effettuare recensioni riguardo libri consigliati da voi, ma eviterò la narrativa classica o inflazionata, cercando di dedicarmi a pubblicazioni più “di nicchia”, meno conosciute. Ho già qualcosa tra le mani, ma non vorrei sbilanciarmi. 🙂

 

Un enorme ringraziamento per gli amici che mi hanno supportato in questa realizzazione che, vi garantisco, è indubbiamente superiore alle mie conoscenze informatiche. 😛 Un grazie di cuore a coloro che credono in me, che mi restano accanto NON alla fine, perché è facile stringerci alla fine, ma a partire da quello che considero l’inizio di “qualcosa”. Grazie.

 

Per ora è tutto, credo. Ah, per chi se lo stesse chiedendo, la foto del presente articolo è stata scattata da casa mia a Matera nell’estate 2014: essere ispirati dal sorgere della Luna è assai banale, lo so, ma è raro vederla tanto luminosa. 🙂

 

 

Ciao e a presto! ;D

Andrew Cruel – Capitolo 1

AC1

Andrew Cruel era un idiota. Lo era sempre stato.
Guidare come un pazzo a folle velocità nel cuore della notte, infischiandosene della fitta nebbia sulla scivolosa strada provinciale, sarebbe stato già troppo pericoloso senza l’immancabile cattivo umore, ma certi comportamenti sono notoriamente comuni a tanti altri automobilisti. No, ciò che rendeva Andrew Cruel un idiota era lo sdegno e la frustrata brama di rivalsa che riservava a ogni cosa, ogni dettaglio di una vita ormai insipida, della squallida routine delle sue giornate, dell’insensatezza che ormai riservava a ogni lurido, dannatissimo rituale imposto dalla schifosa società. Era il genere di atteggiamento col quale credeva di trasmettere il proprio odio nell’abitacolo di tutti gli altri veicoli.
In quella notte di fine novembre, Andrew Cruel guidava scagliando amare imprecazioni a ogni automobilista che aveva avuto la malaugurata idea d’incrociarlo in quella folle corsa nella bruma notturna. Quei maledetti fendinebbia gli ferivano gli occhi, ma era comprensibile dopo un’oscurità durata giorni interi. In quei momenti, pur consapevole del modo in cui veniva abbagliato dalla più insignificante fonte di luce, Andrew dava prova di magistrale idiozia e fissava con insistente provocazione i fari scagliati in direzione opposta, quasi sfidando loro e l’autista d’ogni altra autovettura ad abbassarli per timore. Sarebbe superfluo precisare che nessun’automobile, sino a quel momento, si era arresa sotto lo sguardo infuocato di Andrew Cruel, che tutto sommato non era uno stupido e comprendeva appieno l’insensatezza di quell’atteggiamento utile solo ad avvelenarsi il sangue, ma ciò contribuiva ad accrescere sempre più il suo nervosismo e l’astio bruciante che lo faceva schiumare di rabbia.
Accelerò ancora e alzò il volume dell’autoradio con la sciocca intenzione di schiarire le interferenze nella trasmissione, dedicando una fitta sequela d’insulti immotivati a ciascuno dei commentatori. Al termine della telefonata di un’ascoltatrice alla ricerca di consigli riguardo la propria relazione amorosa, a parere di Andrew abbastanza ipocrita da guadagnarsi alcune delle sue misogine perle di saggezza, il segnale si schiarì improvvisamente. Il dj concluse con i saluti rituali e, a metà del suo annuncio sul brano successivo, la musica si diffuse dagli altoparlanti.
«Molto bene, pirati della notte, il prossimo pezzo è per chi è ancora sveglio e ci sta ascoltando, per chi non vuole saperne di dormire sul crocevia di questo asfalto rovente! Sono gli AC/DC in Highway to Hell, tutti per voi!»
«Finalmente!» tuonò Andrew, alzando ancora il volume e cominciando a cantare a squarciagola.
Circa a metà della canzone, tra i debiti pagati al Diavolo in persona e, forse proprio come premio per l’oscuro patto, la frenetica constatazione di suonare in un gruppo rock, un enorme camion sbucò oltre una curva dell’alberata strada di campagna, abbagliando Andrew più del consueto con gli enormi fari rialzati. Andrew mischiò la strofa della canzone alla consueta invettiva volgare.
«Playing in a fucking rockin’ band!» cantò.
Il camion lo oltrepassò, Andrew imboccò la curva a tutta velocità. In quel momento, un tonfo mostruoso risuonò all’interno dell’abitacolo. Andrew serrò i denti mentre sentiva il sangue raggelare e inchiodò istintivamente, sdrucciolando lungo la strada come una grossa saponetta di metallo. La nebbia vorticò furiosamente intorno alla vettura, Andrew perse il controllo e uscì dalla carreggiata, mancando per miracolo due alberi cresciuti pericolosamente vicini e riuscendo a fermarsi solo quando il cofano fu completamente affondato in un ammasso di rovi.
Nel silenzio che seguì, la canzone degli AC/DC fu quasi assordante e si sovrappose a nuove scariche d’interferenze graffianti. Andrew si affrettò a spegnere la radio con mani gelide e tremanti e guardò all’indietro, col cuore che batteva all’impazzata, nel buio ammasso di nebbia alle sue spalle. Aveva colpito qualcosa o… no, era qualcosa ad aver colpito lui, realizzò. Forse un animale? Deglutì, sentendo svanire tutta la rabbiosa frenesia che l’aveva accompagnato per tre o quattro decine di chilometri fuori città. Aprì il cruscotto senza riuscire ad arrestare il fremito delle mani, frugando alla ricerca della piccola torcia elettrica che afferrò dopo una breve lotta col laccetto incastrato.
Andrew spense il motore, aprì la portiera e scese: l’aria era umida e satura dell’odore di bruciato causato dall’improvvisa frenata. Decise che si sarebbe accertato in seguito delle condizioni dell’automobile e percorse la strada a ritroso, puntando la luce della torcia elettrica davanti a sé e stando bene attento a camminare sull’estremo margine dell’asfalto. Aveva quasi l’impressione d’essere in preda all’alcool per il modo in cui tutto appariva distorto ai suoi occhi sconvolti; e aveva caldo, un caldo bruciante, benché percepisse chiaramente il gelido sudore che gli impregnava ormai tutto il corpo.
Pregando in cuor suo di non scorgere ciò che temeva maggiormente, il destino sembrò giocargli un brutto scherzo quando, finalmente, intravide una lunga striscia di sangue raschiato sull’asfalto. Al termine della linea, una sagoma orribilmente umana giaceva in un’orrenda posizione scomposta.
Andrew Cruel dovette far ricorso a tutto il proprio autocontrollo per mantenere i nervi saldi, tornare all’automobile e tentare una fuga sfrenata il più lontano possibile da quel luogo. Invece, realizzò i possibili risultati del suo gesto e prese una decisione dettata dal timore delle conseguenze piuttosto che dalla morale. Si avvicinò a grandi passi al corpo riverso al suolo.
«Cazzo!» sibilò tra i denti. «Cazzo, non morire! Non morire! Non…» si fermò di colpo accanto all’individuo che aveva investito e vide che era un uomo dai capelli scoloriti e l’incarnato grigio, malato, probabilmente sbucato da qualcuna delle ricche abitazioni del borgo vicino, con indosso un elegante abito da sera irrimediabilmente lacero e sporco di sangue.
Ormai convinto d’aver ucciso quell’uomo, Andrew trattenne a stento un urlo e quasi perse i sensi scorgendo i suoi occhi, cerchiati di rosso e vividi contro un viso orribilmente tirato, guizzare come fari rabbiosi nella sua direzione. Era ancora vivo.
«Sei saltato fuori dal nulla!» esclamò immediatamente Andrew in un’accorata giustificazione, inginocchiandosi cautamente. «Non ho potuto evitare, ma forse siamo in tempo a… io… chiamo… chiamo un’ambulanza e…» s’interruppe, quasi trafitto dallo sguardo avvelenato che l’uomo morente gli rivolse: era un chiaro ammonimento senza parole, uno slancio d’odio che neanche quei denti scoperti e impregnati di sangue, serrati ormai in un ghigno di morte, potevano esprimere meglio.
Un’idea assurda balenò nella mente di Andrew, talmente folle da trovare riscontro: l’aveva fatto apposta! Quel tale… voleva ammazzarsi! In quel momento gli sembrò tutto straordinariamente chiaro, spaventosamente evidente. Ma perché?
Le forze residue del suicida si concentrarono sul lato sinistro del petto, dove egli aveva serrato una mano scorticata. No, realizzò Andrew, non era il petto che stava toccando, ma il taschino dell’elegante giacca scura. Credendo che l’uomo desiderasse attirare la sua attenzione in quel punto, Andrew allungò la mano tremante e fece per scostare il lembo della giacca, ma un rantolo rivoltante proruppe dalla bocca del morente e lo fulminò sul posto.
«No!» ringhiò con voce inumana. «No…» con quell’ultima negazione sulle labbra, i suoi occhi si fecero vitrei nella morte.
Per quasi un minuto, Andrew restò con la mano ancora sospesa, immobile, in compagnia del cadavere. Un’infinità di pensieri terrificanti gli affollavano la testa e tutti facevano capo a un unico quesito: che ne sarebbe stato di lui? Il suo lavoro, la sua vita, la famiglia e persino… no, realizzò, non poteva permettere a un coglione suicida di troncare due esistenze in un colpo solo, soprattutto se una era quella di Andrew Cruel che non aveva certo avuto intenzione di farla finita! Si sarebbe liberato del corpo, stabilì, e anche dell’auto! Fece un rapido calcolo sulle probabilità che aveva di trasportare un cadavere per un lungo tratto di strada e decise che non aveva voglia di rischiare, perciò l’avrebbe semplicemente abbandonato in mezzo ai rovi ben sapendo che le autorità non avrebbero impiegato molto a ritrovarlo. Quanto all’automobile, avrebbe certamente percorso una bella distanza prima di liberarsene.
Trattenne la piccola torcia elettrica tra i denti e, reprimendo l’istintivo disgusto, afferrò il cadavere per le caviglie e cominciò a trascinarlo verso la vegetazione ai lati della strada, inorridendo a causa della nitida scia di sangue che lasciò al suo passaggio. Be’, non poteva fare altro che affrettarsi, ma quel corpo sembrava pesare almeno tre volte più di quanto si aspettasse. Era ormai notte fonda, ma se qualcuno fosse passato proprio in quel momento sarebbero stati guai seri.
Quando, finalmente, ebbe aggirato un cespuglio di rovi e nascosto il cadavere come meglio poteva, Andrew abbassò lo sguardo. Persino nella morte, le dita dell’uomo erano ancora serrate sul taschino della giacca. Con le sue ultime forze, egli l’aveva scacciato proteggendo qualsiasi cosa custodisse lì sotto. In quel momento, una primitiva curiosità riuscì a imporsi sulla paura.
Andrew Cruel si umettò le labbra salate del sudore che impregnava il folto pizzetto castano e s’inginocchiò una seconda volta, cautamente, ancora raggelato dal livore che aveva scorto negli occhi dell’uomo suicida da temere quasi un ritorno dall’oltretomba per fermare la sua mano.
L’uomo aveva serrato le dita intorno a un oggetto che custodiva nella tasca interna della giacca, qualcosa che doveva stargli molto a cuore a giudicare dalla forza che ancora pervadeva quella mano morta. Con una certa fatica e un considerevole ribrezzo, Andrew riuscì ad allentare la presa d’acciaio e frugò nell’interno della giacca lacera. Ciò che percepì fu la superficie liscia e tiepida di un oggetto dalle dimensioni imprecisate, qualcosa che poteva essere grande quanto un pugno e, un istante dopo, rimpicciolire alle dimensioni di una biglia di vetro. Ricacciando tutto il timore che quell’operazione incuteva, Andrew estrasse l’oggetto e fu immediatamente abbagliato da una luce: quella volta, egli contemplò il bagliore con un misto di stupore e meraviglia capace di travolgere qualsiasi altra emozione.
Era una piccola sfera di vetro ed era… incantevole, meravigliosa alla vista così come un uomo può giudicare il corpo nudo di una bella donna. No, no, decisamente no, si disse Andrew: era molto di più! Era trasparente, colma di una gamma infinita di colori mulinanti, ma il rosso prevaleva su qualsiasi altra gradazione e illuminava il mondo di sfumature tanto affascinanti quanto sinistre.
Andrew spalancò la bocca per lo stupore e la torcia gli cadde dai denti, tra le ginocchia. Passò amorevolmente le dita sulla superficie di quella sfera, ammaliato da tanta bellezza e stupito dal modo in cui il vetro splendente non veniva mai opacizzato dal sudore delle mani. Avvicinò l’oggetto al volto e, solo in un primo momento, credette che gli occhi all’interno di quella mutevole accozzaglia di luce appartenessero al suo riflesso.
Una voce parlò e fu chiaro che proveniva dalla sfera, ma Andrew la sentì propagarsi direttamente nella propria testa. Per una ragione del tutto incomprensibile, gli sembrò la cosa più naturale del mondo.
«Chi sei tu?»
«Io… credo di voler sapere cosa sei tu», mormorò in risposta il giovane, sforzandosi di mantenere un certo controllo su… su che cosa, dopotutto?
Un intenso bagliore rossastro proruppe dalla sfera ammiccante e, per un attimo, fu come se avesse sorriso. Ovviamente non c’era nulla in quell’oggetto che potesse sorridere, ma ogni lampo sembrava più eloquente di qualsiasi espressione.
«Dimmi il tuo. Ti dico il mio», propose la sfera. Aveva un timbro vagamente maschile.
«Andrew… Cruel», dichiarò l’altro con appena una vaga esitazione.
«Frahazanard.»
«Che nome è?!» sbottò Andrew, faticando a comprenderlo e memorizzarlo.
«Non ha importanza: sono ai tuoi ordini.»
«Ordini? Cosa significa?»
«Posso alterare la realtà se lo desideri. Sei felice, Andrew Cruel? La tua vita è come vorresti che fosse? Posso cambiare facilmente ciò che non ti aggrada.»
«Che stronzata!» sbottò Andrew. «Perché potresti? In che modo?»
La sfera chiamata Frahazanard lanciò un altro lampo e, quella volta, sembrò quasi sul punto di ridere.
«Mettimi alla prova!» lo sfidò.
«Oh, ne ho una eccellente per te!» esclamò il giovane. «Non so se lo sai, ma ho appena investito un tizio e…»
«Era il mio vecchio padrone», tagliò corto la sfera. «Vorresti che lo riportassi in vita?»
«Esatto!»
«Questo non posso farlo, Andrew Cruel.»
«Non ne sei capace, eh?!»
«Se anche lo fossi, non ne avrei il potere: egli desiderava morire e non c’è arte che possa riportarlo indietro, adesso. Quello che percepisco, tuttavia, non è il desiderio di vita per quest’uomo, ma il timore d’essere condannato per la sua morte.»
«Come fai a…» trasalì Andrew.
«Lascia perdere», lo interruppe Frahazanard. «Guarda.»
Andrew Cruel abbassò lo sguardo e quasi urlò: il cadavere dell’uomo investito era svanito. Afferrò a tentoni la torcia elettrica e si alzò barcollando, rivolgendo il fascio di luce sull’asfalto, alla ricerca del corpo che, forse, aveva solo creduto di nascondere. Niente. Persino il sangue era scomparso. Era come se nulla fosse mai accaduto, ma… la sfera era lì, stretta nel suo pugno rovente.
«Dov’è finito?!» urlò.
«Che importanza ha, Andrew Cruel? Nessun omicidio è tale senza un cadavere», teorizzò la sfera e, quella volta, il bagliore che emanò diede l’idea di un sogghigno divertito.
«Non posso… non posso crederci!» farfugliò il giovane.
«Desideri credere?» chiese Frahazanard, beffardo.
«Potresti farlo?» ringhiò Andrew, in equilibrio tra l’incredulità e la rabbia.
«Potrei, ma sarebbe noioso. Invece, ti permetterò di sperimentare le fasi della conversione dei giusti.»

Continua…