Andrew Cruel – Capitolo 4

Flo

Andrew scese dal taxi e pagò la corsa lasciando una considerevole porzione di resto come mancia. L’autista accettò senza meravigliarsi, poiché tutti i damerini in giacca e cravatta che lavoravano in quel luogo erano, secondo lui, così infarciti di denaro da non sapere neanche cosa farsene.
Eccolo lì, il tanto decantato posto fisso che Lucas aveva contribuito a trovargli, la sua insperata fortuna. Tutte le volte che ci pensava, sentiva la cravatta stringergli il collo come un cappio e tentava di allargarla con due dita.
La grande azienda aveva un continuo viavai a ogni ora della giornata, perciò nessuno fece caso a un dipendente di ritorno dopo una lunga assenza. Preso l’ascensore, questi raggiunse il piano del proprio ufficio senza alcuna intenzione di recarvisi, optando per la direzione opposta all’apertura delle porte.
«Andrew!» lo salutò la segretaria, seduta dietro la scrivania nell’angolo del corridoio. «Bentornato! Come…?» la sua domanda morì sul nascere, troncata dal modo in cui il giovane la oltrepassò per raggiungere l’ultima porta in fondo. «Andrew, aspetta! Non hai un appuntamento! Non…» balzò in piedi, ma era già troppo tardi.
Andrew spalancò la porta senza neanche bussare e restò immobile, silenzioso, squadrando il grande e lussuoso ufficio con occhi sgranati e imperturbabili. L’uomo seduto alla scrivania in fondo alla stanza sollevò gli occhi dalle proprie carte con aria perplessa, contemplando la scena della minuscola segretaria nel vano tentativo di trascinare via un colosso in giacca e cravatta.
«Signor Marshall, mi scusi! Non l’ho lasciato entrare io, ha fatto tutto da solo! Non gli ho detto che…»
«Va tutto bene, Nora, può entrare», le assicurò l’uomo, alzandosi in piedi per accogliere il protagonista di quell’insolita intrusione. «Andrew, ragazzo mio, è bello rivederti!»
Andrew si era avvicinato alla scrivania e, mentre la ragazza chiudeva la porta dell’ufficio lasciando il principale e l’ospite da soli, il signor Marshall gli tese la mano, ma questi si limitò a fissarla come fosse un’appendice infetta.
«C’è qualcosa che non va?» domandò il direttore, perplesso, ritirando il braccio con aria vagamente offesa.
«No, anzi! Va alla grande!» esclamò Andrew, esibendo un sorriso idiota che, in un modo alquanto grottesco, sembrò accentuare i segni scuri che portava sotto gli occhi. «Lei è stato molto generoso con me, signor Marshall. Molto comprensivo…»
«Ho cominciato esattamente come te», si giustificò il brav’uomo, sospettoso.
«Una ragione ulteriore per non finire come lei», annuì il giovane, visibilmente divertito. «Sono venuto a trovarla per dirle di persona che mi licenzio.»
Marshall contrasse il volto in un’espressione più stupita che arrabbiata, cercando inutilmente di risalire alla causa di una dimissione tanto brusca; eppure, per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordare d’aver arrecato un torto tale da giustificarne la rabbia che pervadeva l’ormai ex dipendente in quel momento.
«Non capisco», ammise.
«Già, non stento a crederlo. Non ho più bisogno di lavorare, tutto qui. E se anche fosse il contrario, solo un idiota sprecherebbe gli anni in questo posto infernale! Voglio solo assicurarmi che non ne parlerà con mio fratello la prossima volta che farà un salto da lui.»
«È questo che ti preoccupa? Diamine! Potrei persino denunciarti per abbandono ingiustificato e… la tua premura è solo quella verso tuo fratello?!» sbottò il signor Marshall, stentando a capacitarsi di una simile assurdità.
«Ma lei non lo farà», minimizzò Andrew con una scrollata di spalle. «Io non reggo certo la baracca e lei è troppo onesto per perseguire qualcuno che non ha più voglia di lavorare», osservò in tono derisorio.
Il cipiglio del signor Marshall segnalò che, da parte sua, la conversazione poteva dirsi conclusa.
«Quand’è così… credo sia tutto, Cruel», affermò, riaccomodandosi in poltrona e tornando alle proprie occupazioni. «Fuori di qui e non farti più vedere.»
Andrew rivolse un unico sogghigno all’ex direttore e abbandonò l’ufficio, non degnò di uno sguardo la segretaria e non prese l’ascensore, godendosi la discesa delle innumerevoli scalinate e sentendosi, un gradino dopo l’altro, sempre più leggero.

* * *

Solo quando si ritenne al sicuro, nascosto e barricato nella toilette di un locale affacciato sulla strada, Andrew si arrischiò a mettere in atto ciò che aveva in mente.
«Frahazanard», chiamò, affondando la mano nella tasca interna della giacca, ma senza estrarre il globo.
«Il tuo animo è estremamente lieto, Andrew Cruel.»
«Puoi ben dirlo! Ascolta, mi sono appena licenziato, ma dovrò pur vivere di qualcosa. Cosa potresti fare per me?»
«Tu cosa vuoi per te?»
«Voglio solo essere certo di… di avere sempre con me il denaro che mi occorre!»
«Una certezza è più che sufficiente», gli assicurò Frahazanard. «Controlla le tue tasche.»
Andrew recuperò d’istinto il portafoglio e lo aprì davanti agli occhi: era uscito con un biglietto da cinquanta e uno da venti, lo ricordava bene, ma lo spettacolo delle svariate banconote che vi trovò gli mozzò il fiato. Riuscì a riprendersi a fatica, estrasse i contanti e li esaminò uno per volta, constatando l’effettiva diversità dei numeri di serie.
«Non sono falsi! Non sono duplicati!»
«So bene che non avrebbero avuto valore, altrimenti», gli assicurò Frahazanard. «Ho estrapolato da te il concetto di validità del denaro.»
«Ma… ma se sono veri… devono appartenere a qualcuno!»
«Nessuno ne sentirà la mancanza», gli assicurò Frahazanard. «Hai formulato il tuo desiderio, Andrew Cruel: questa è la ricchezza che ti occorrerà adesso.»
«Adesso? Che dovrei farmene di tutti questi soldi?!»
«Pensaci. Sei un uomo generoso, Andrew Cruel. Un uomo estremamente devoto.»

* * *

«Sono io!» gridò Andrew una volta a casa. Non ottenne risposta.
Dubbioso, il giovane depositò nel salotto i numerosi acquisti, si sfilò il cappotto dalle spalle e raggiunse la cucina: Flo era lì, ma sobbalzò quando lo vide e tolse dal capo le grosse cuffie del walkman. Sorrise, ma solo lievemente per il modo in cui le doleva la faccia martoriata dai colpi.
«Mi hai fatto paura», lo rimproverò, alzandosi dal tavolo e andandogli incontro per baciarlo. «Come mai sei già a casa? Non ti aspettavo…»
Andrew non rispose e restò impassibile alle labbra di lei sulla propria bocca, allungando lo sguardo sulla superficie del tavolo. Una mezza dozzina di quotidiani erano stesi in bella mostra.
«Cosa stavi facendo?» le chiese.
«Oh, ecco, cercavo un lavoro part-time», ammise la ragazza con un certo imbarazzo. «Lo so che mi hai detto che posso restare qui quanto voglio, ma non sarebbe giusto approfittarne così…»
«Ma di cosa vuoi approfittare?!» sbottò Andrew, risoluto. «Flo, che diavolo! Non abbiamo più bisogno di questa roba!»
«Che cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che… tu non ne hai più bisogno! Posso provvedere io a entrambi.»
«Non voglio essere un peso», protestò lei.
«Non lo sei», le assicurò lui, prendendola per mano e attirandola verso il salotto. «Vieni a vedere, guarda cosa ti ho portato!»
Flo trattenne il fiato quando vide il divano completamente ingombro di buste, scatole, pacchetti. Era assurdo persino credere che Andrew fosse riuscito a trasportare da solo tutta quella roba.
«Ma… ma cosa…» farfugliò.
«C’è la spesa per la cena di domani con mio fratello», le ricordò. «E gli altri sono regali. Regali per te», precisò, baciandola delicatamente sulle labbra immote.
Flo restò interdetta per tutto il tempo in cui Andrew la obbligò a scartare i pacchetti, ad aprire le buste e a frugare tra le scatole, estasiata e terrorizzata, al tempo stesso, dalla quantità di vestiti, gioielli e cianfrusaglie che rinvenne. Un dono dopo l’altro, le cartacce furono ammucchiate in una montagnetta sul pavimento sempre più alta, sempre più instabile.
Con dita tremanti, Flo recuperò una collana recante un prodigioso pendaglio di smeraldo.
«S’intona con i tuoi occhi», commentò il giovane.
«Come hai fatto a pagare tutto questo?!»
«Non è un tuo problema», tagliò corto Andrew, la baciò ancora una volta e si alzò in piedi. «Vado a fare una doccia e… vorrei trovarti a letto quando sarò uscito. Ho anche fame, preparami qualcosa», aggiunse.
La ragazza annuì in silenzio, ammutolita, mentre il compagno abbandonava il salotto sfilandosi la cravatta dal collo con un gesto sprezzante.

* * *

Dopo cena, Andrew e Flo si spostarono nuovamente in salotto, stanchi e felici della reciproca compagnia. Il televisore acceso proiettava una distorta luce bianca nell’oscurità della stanza, cangiando le varie sfumature al variare delle inquadrature. Stretti l’uno all’altra, i due innamorati prestavano solo una sommaria attenzione a ciò che avveniva oltre lo schermo.
«È bellissimo essere qui con te», mormorò Flo, coricata sul petto di lui.
Andrew annuì, sbadigliò, distese il capo all’indietro e si addormentò. Dopo un tempo indefinibile, fu destato dal movimento improvviso della ragazza.
«Cosa c’è?» le domandò.
«Guarda!» indicò Flo. «Parlano di un uomo scomparso da queste parti.»
Andrew fu completamente sveglio in un lampo e raddrizzò la schiena, gli occhi fissi sulla giornalista stagliata contro lo sfondo di una ricca villetta di campagna. Ascoltò le sue parole in religioso silenzio.
«Continuano le ricerche di Donald Costa, l’imprenditore scomparso pochi giorni fa dalla sua residenza. Era tarda serata, testimonia la famiglia, quando il signor Costa è svanito durante una festa privata per celebrare il compleanno della figlia minore. Intorno alle due del mattino, è stato certamente visto allontanarsi da…»
Andrew trattenne il fiato, serrò i denti e sentì lo stomaco annodarsi: la regia inviò a tutto schermo il primo piano di un uomo a malapena sorridente, segnato da un malessere indefinibile che gli aveva ingrigito il viso e scavato le guance, con corti capelli incolori e profonde occhiaie. Subito dopo, il montaggio del servizio si focalizzò su Charla Costa, moglie dello scomparso Donald, una piacente signora segnata da un’apprensione profonda. Parlava da un ricco salotto, seduta in poltrona, reggendo tra le dita la stessa foto mostrata un istante prima.
«Le autorità ce la stanno mettendo tutta per ritrovare mio marito, le ringrazio, ma sono stanca di aspettare notizie che non giungono», dichiarò la donna alla telecamera. «Io, i miei figli e la famiglia di Donald… tutti noi abbiamo bisogno di risposte! Offriamo un lauto premio in denaro a chiunque sia in grado di fornire informazioni utili al suo ritrovamento. Al momento della scomparsa, mio marito indossava un abito da sera e…»
In sovrimpressione, a un numero speciale fu affiancata la cifra ragguardevole della ricompensa.
«Che storia assurda», commentò Flo, incredula. «Sua figlia festeggiava la maggiore età, l’hanno detto mentre dormivi. Povera ragazza, chissà che brutti ricordi…»
Andrew era rimasto impietrito, raggelato, nel fissare il primo piano mandato a tutto schermo. Il tonfo del corpo contro l’automobile gli risuonò nella memoria, l’umido della notte, l’odore metallico del sangue che impregnava l’aria…
«Andrew? Andrew, ti senti bene?»
«Sì», rispose lui a mezza voce, scostando da sé la ragazza per alzarsi. «Devo andare in bagno.»
Il giovane abbandonò il salotto e si chiuse in bagno, evitando di accendere la luce. Indossava larghi jeans muniti di tasche laterali, ideali per nascondere oggetti poco pratici: fu lì che affondò la mano e recuperò il globo. L’oscurità della stanza s’impregnò di luce scarlatta.
«Avevi detto che non ne avrebbero saputo niente!» protestò in un sibilo appena udibile.
«Avevo detto che nessuno poteva ritrovarlo», ribatté Frahazanard, divertito. «E non lo troveranno, Andrew Cruel. Vuoi sapere dov’è finito?»
Per un momento, Andrew considerò l’idea di sfidare quell’essere indefinibile a svelargli tale verità, ma scoprì ben presto che la prospettiva di una risposta bastava a colmargli il petto di vivido terrore. Deglutì, si abbandonò contro la parete e scivolò in basso sino a sedersi sul freddo pavimento, la mano libera sul collo.
«Che cosa posso fare?» mormorò tra sé.
«Non c’è niente da fare», replicò Frahazanard con ovvietà. «Vivi! Qualcuno t’impedisce di andare avanti? Non dirmi che è il senso di colpa a divorarti, non sarebbe da te!» lo derise.
«Cosa ne sai di me, tu, stupida palla di vetro?!»
«Lasciami pensare…» ragionò Frahazanard. Pretesa buffa, la sua, dal momento che non possedeva certo un cervello per formulare pensieri. Dinanzi a quell’assurdità, Andrew si spazientì ulteriormente.
«Allora?!» lo incalzò.
«So che avevi bisogno d’aiuto», cominciò il globo. «So che eri sconfitto, ferito, ma forte abbastanza per richiamarmi a te. Credi forse che il nostro incontro sia stato un mero colpo di fortuna? Un capriccio del fato? Destino è la parola con la quale i deboli giustificano le proprie mancanze. Finché sarò con te, finché resterai forte, potrai usarmi per scrivere il tuo futuro.»
«Va bene! Allora… annulla questa ricerca! Fai che quel… quel Donald Costa sia dimenticato!»
«Ho detto che posso scrivere il tuo futuro, Andrew Cruel, non quello degli altri», rispose Frahazanard e, forse a causa dell’oscurità assoluta, i suoi bagliori ridenti furono più vividi che mai.
Andrew sospirò, scosse il capo, si scoprì a tremare. Una riflessione gli bruciò nella mente come un fulmine a ciel sereno, ma fu costretto a deglutire prima di esporla.
«Donald Costa… lui ti ha usato prima di me.»
«Mi ha detto il suo nome», confermò Frahazanard con ovvietà.
«Cosa ti ha chiesto?»
«Ricchezza, prosperità, fortuna…»
«Per quanto tempo?»
«Non possiedo una reale dimensione del tuo tempo nella mia forma», si giustificò il globo. «Per me potrebbero essere innumerevoli cicli, per te molto pochi; o viceversa.»
«E poi? Cos’è successo?»
«Abbiamo parlato», riferì Frahazanard. «Molto a lungo, tutte le notti. Col tempo, è riuscito a sapere qualcosa di me, ma a quel punto io sapevo già tutto di lui. Alla fine non gl’importava più niente di nessuno. Sei carnale, Andrew Cruel? Ti piace unire il tuo corpo a quello della tua compagna, percepisco. Anche a Donald Costa piaceva, ma se n’è distaccato sempre più. La sua femmina, Charla, ne era profondamente afflitta e ha fatto ricorso a tutte le strategie capaci di destare la fantasia dei maschi della tua specie. Funzionò, ma sempre meno. Donald preferiva parlare con me, bramava le finestre sui mondi che ero capace di aprirgli nella mente. E per quanto ne fosse impressionato, terrorizzato, non si stancava mai di quelle visioni. Esistono verità troppo grandi per la comprensione dei più e sì, forse la nostra intima natura è quella di pedine per un grande gioco, ma sta’ tranquillo, Andrew Cruel, poiché nessuno sceglierà al tuo posto i sentieri da imboccare sul crocevia. Credimi: alcuni li ho disegnati io stesso.»
Andrew soffocò nel pugno una nuova serie di scarlatti flash derisori, ripose il globo nella tasca e uscì dal bagno, fiondandosi in salotto.
«Cosa c’è?!» sobbalzò Flo, spaventata.
«Ti voglio!» esclamò lui, balzandole addosso, baciandola, strappandole i vestiti con passione fremente, tremante di paura sino al midollo.

Continua…

Andrew Cruel – Capitolo 3

Lucas1

Quando Andrew Cruel spalancò la porta e avanzò nella casa che divideva col fratello, il delicato profumo di deodorante per ambienti fece contrasto col ricordo del lezzo opprimente che l’aveva permeato sino al giorno prima. La donna delle pulizie aveva impiegato una giornata intera per lustrare a dovere l’appartamento, tutto a beneficio di Flo. Non perché lui si vergognasse del disordine in sé, ma non le avrebbe mai permesso d’intuire quanto la loro rottura l’avesse devastato.
Il giovane si fece goffamente strada oltre la porta d’ingresso, trascinandosi dietro le due grosse valigie che aveva preteso di trasportare da solo. Flo lo seguì timida, incantata dal tramonto che stendeva un tappeto dorato nella cornice della grande vetrata in salotto.
«Che vista fantastica!» commentò.
Andrew rispose con un grugnito, abbandonò le valigie e chiuse la porta. Soli, isolati da chiunque altro, si scambiarono un’occhiata pregna di significati.
«Perché mi guardi così?» domandò lei.
«È troppo facile tornare di colpo nella mia vita e credere che sia tutto come prima», sentenziò il giovane in un tono d’accusa troppo amaro per essere in linea col distacco che si augurava di esibire.
«Hai ragione», convenne la ragazza, passandosi nervosamente la mano tra i capelli. «Non avrei…»
«No, non avresti dovuto», l’anticipò Andrew, senza darle modo di terminare la frase.
«Mi dispiace!» esclamò allora Flo con enfasi. «Non ero in me, non so cosa mi abbia preso! Tutti possono sbagliare!»
«Ma non tutti possono rimediare», puntualizzò lui.
«Sei impossibile! Cos’è questa commedia? Vuoi solo farmela pagare o c’è un’altra ragione?»
«Non ho ancora deciso se sono disposto a perdonarti», sentenziò Andrew.
Flo aggrottò le sottili sopracciglia in un cipiglio ferino e avanzò, ricoprendo la distanza che lo separava da Andrew per fissarlo dritto negli occhi. Lui era molto alto e la ragazza gli sfiorava a stento le spalle, ma per autorità potevano dirsi alla pari; almeno in quel momento.
«Non ho stravolto la mia vita per lasciarmi condizionare dai tuoi giochetti», dichiarò con decisione. «Se sono qui è perché voglio ricominciare con te, qualunque sia il prezzo da pagare! Mi hai sentito, stupido?! Farò qualsiasi cosa per riparare ai miei errori! Se stai cercando un modo per quadrare i conti… accomodati, sono tutta tua», aggiunse, spalancando le braccia.
Andrew non rispose, ma la sua mano scattò come un colpo di frusta al viso di Flo con un poderoso manrovescio. La ragazza urlò di sorpresa e dolore, barcollò all’indietro e cadde sul divano dove restò immobile, il fiato corto, la mano nel punto offeso che già le pulsava sotto le dita, rivolgendo al giovane uno sguardo lucido attraverso il groviglio ghermente della crespa capigliatura.
«Andrew…» boccheggiò.
«Ecco, brava, comincia a ricordare il mio nome», disse lui, sfilandosi la giacca e lanciandola su una poltrona, dopodiché raggiunse Flo e la sollevò come una bambola dal divano.
Flo cacciò un nuovo grido e lottò brevemente, ma la mano di lui le serrò i ricci dietro la nuca e le diresse il capo con violenza, obbligandola a baciarlo sulla bocca.
La frenesia travolse entrambi in un’ondata di lussuria inarrestabile. I baci di Andrew si fecero violenti, crudeli oltre ogni limite, marcando la pelle della ragazza con vividi segni rossi. Si spogliarono a vicenda e solo quando furono entrambi nudi, incuranti del gelo che impregnava la casa, Andrew prese Flo per mano e la condusse via, oltre il salotto, in una camera da letto.
Quella che varcarono era la stanza di Lucas, l’unica dotata di giaciglio matrimoniale. Andrew pensò che fosse ormai tempo di rispolverare quel talamo: non sapeva niente delle avventure del fratello e non gl’importava, ma la costante assenza di ragazze lasciava presumere che Lucas si fosse adoperato in modo da evitare una convivenza fastidiosa.
Andrew scagliò Flo sul materasso e le strappò un grido spaventato, dopodiché le fu sopra. Lei lo accolse. Sembrava più uno stupro che un atto d’amore e, forse, era proprio così: nell’egoistico risentimento dell’abbandono, Andrew non poteva che odiare profondamente quella donna. La colpì ancora, traendo piacere dalle sue urla. Flo reagì con trasporto crescente, coprendosi il viso solo per riflesso e ricavandone un personale piacere, benché la pelle arrossata cominciasse a scurirsi nei punti in cui veniva percossa. Non parlarono per molto tempo e solo più tardi, calata la notte, finalmente si distaccarono. Andrew rotolò sulla schiena, sfinito, impregnato del suo stesso sudore. Flo rimase immobile e col fiato corto per un minuto abbondante, dopodiché si rigirò a sua volta e strisciò sul compagno, sul suo petto, baciandolo delicatamente sulle labbra.
«Sono felice di riaverti con me», gli disse.
Andrew proruppe in una secca risata, simile al latrato di un cane.
«Cosa c’è?!» sbottò lei.
«Guardati allo specchio», la esortò il giovane.
Flo volse il capo sulle ante del grande armadio, dove poté contemplare il proprio riflesso: se non avesse saputo che era proprio lei quella ragazza nuda, probabilmente avrebbe stentato a riconoscersi. Il suo viso era una maschera di lividi, perdeva sangue da una spaccatura sul labbro e la pelle era tanto rossa da farle credere che avrebbe preso fuoco.
«Va’ a farti una doccia», le ordinò Andrew, recuperando una sigaretta da un pacchetto che Lucas aveva lasciato sul comodino. «Dobbiamo uscire. Ho promesso a mio fratello che saremmo passati nel suo locale. Ha espresso il desiderio di conoscerti», aggiunse, enfatizzando l’ultima frase con amara ironia.
«Uscire?!» trasalì Flo, scattando a sedere. «Ma… io… così…» farfugliò, indicandosi la faccia.
«Ah, certo», annuì lui. «Dovrai trovare una scusa convincente per quei lividi. Usa un po’ d’immaginazione. Adesso sbrigati a lavarti: dovresti avere un odore migliore.»
Flo annuì senza aggiungere altro, si alzò e abbandonò la camera da letto. Andrew sogghignò tra sé, soddisfatto, si sistemò più comodo e accese la sigaretta. Gli era mancato sbattersi Flo, ragionò, e tutto sommato le cose avrebbero potuto essere peggiori. Prima della separazione, dubitava che lei si sarebbe lasciata pestare in quel modo mentre scopavano.
«Eh, Frahazanard, peccato che tu non possa godertela», aggiunse, rivolto al nulla, chiedendosi se il globo potesse udirlo. Dov’era che l’aveva lasciato? Oh, certo: nella tasca interna del cappotto, dove sarebbe stato al sicuro.

* * *

Pioveva a dirotto quando Andrew e Flo varcarono la soglia del Cainus, il locale che Lucas Cruel aveva tirato su con le sue sole forze. Quando entrarono, la clientela si riduceva a un paio di coppiette sedute nei tavolini più in ombra, quattro ragazze attorno a un basso tavolino e due ultracinquantenni zuppi di pioggia, mezzi addormentati e intenti a sorseggiare buone alternative alla benzina in punti opposti della sala. Un lento blues diffondeva il virtuosismo delle note in un’atmosfera di luce fredda, del medesimo colore.
Le due cameriere parlottavano tra loro in un angolo, attente a ricevere ordinazioni, mentre Lucas era dietro al bancone e ingannava il tempo lucidando le bottiglie con un panno. All’ingresso del fratello, tuttavia, sollevò il capo rivolgendogli un sorriso di genuino compiacimento e un gesto con la mano per indurlo ad avvicinarsi.
«Ce l’hai fatta a passare!» esclamò con entusiasmo. «Allora, posso finalmente conoscere la fortunata…» le parole gli morirono in gola quando la ragazza si fece avanti.
«Flo», la presentò Andrew senza troppe cerimonie. «Lui è Lucas, mio fratello.»
«Molto piacere», fece lei, tendendogli la mano.
«Il piacere è… mio», replicò il barman, esitando. «Perdonami, Flo, ma cosa ti è…»
«Oh, questi», ridacchiò lei, indicando con disinvoltura i lividi che le marcavano il viso. «L’altro giorno ho preso la mia prima lezione di kickboxing. Non credo che continuerò: sono davvero una frana.»
«Diavolo, no! Se ti riducono così…»
«Lucas, volevamo bere qualcosa», dichiarò Andrew.
«Sicuro! Avete già le idee chiare o…»
«Ardbeg per me. Tu cosa prendi, Flo?»
«Puoi farmi un Margarita, Lucas, gentilmente?»
«Non c’è niente di più facile», le assicurò lui, ammiccò e cominciò ad armeggiare con bottiglie e bicchieri. «Sai, Flo, sono davvero contento di conoscerti. Andrew mi aveva detto qualcosa di te, ma è sempre stato molto vago…»
«Comportarsi da orso è degno di lui», annuì la ragazza con un largo sorriso.
«Un romantico orso», precisò Lucas, sogghignando. «Eh, sì, non se l’è passata bene il mio fratellone in tua assenza…»
«Lascia perdere», lo ammonì Andrew a mezza voce.
«Il solito piantagrane», sospirò il barman, servendo al fratello lo scotch che aveva richiesto assieme a un bicchiere d’acqua con ghiaccio. «Goditelo!»
Andrew cominciò a bere come se fosse solo, tanto che aveva già ingurgitato metà dell’Ardbeg quando il Margarita fu pronto.
«Allora… alla nostra?» azzardò Flo in un brindisi.
«Oh, sì… certo», annuì il giovane, levando appena il bicchiere prima di bere nuovamente.
«Andrew, è passato il signor Marshall un’ora fa», ricordò Lucas. «È davvero un brav’uomo, non lo crederesti! Era preoccupato per te, diceva che sembravi un cadavere in ufficio. Mi ha chiesto se ti sei rimesso e quando potrai tornare a lavorare. Ah, dice anche di stare tranquillo: la direzione ha deciso di retribuirti questi giorni di malattia, qualcosa del genere.»
«Chi è il signor Marshall?» volle sapere Flo.
«Un mio affezionato cliente», le spiegò Lucas. «Lavora per un’azienda molto importante e siamo amici di vecchia data. Pensa, viene qui tutte le sere per l’aperitivo. Quando ho saputo che da loro c’era un posto da ingegnere vacante, gli ho detto di Andrew e lui ha messo una buona parola coi superiori.»
«Che persona gentile!» esclamò la ragazza, estasiata.
«Potremmo cambiare argomento?!» sbottò Andrew, alterandosi.
«Sì, certo che sì», annuì Lucas, perplesso.
«Andrew, che cos’hai?» gli domandò lei con premura.
«Nulla. Vado in bagno.»
Il giovane scolò il fondo del bicchiere e si allontanò dal bancone, diretto verso la toilette. Lì, una volta chiuso col chiavistello nel bagno degli uomini, svuotò la vescica in tutta calma, dopodiché passò al lavabo e lasciò scorrere l’acqua fredda sulle mani, si bagnò il viso e tentò di schiarirsi le idee. Si sentiva nervoso, inquieto.
Colto da un’improvvisa ispirazione, frugò nell’interno della giacca ed estrasse il globo di vetro: l’interno del piccolo bagno si accese di vivido bagliore scarlatto.
«Frahazanard!» chiamò.
«Cosa ti turba, Andrew Cruel?» replicò la voce incorporea, pregna come sempre della consueta derisione.
«Mio fratello! Lucas! Non può smetterla di fare l’idiota?!»
«Definisci idiota, Andrew Cruel.»
Il giovane sospirò, abbandonò la schiena contro la parete e scosse il capo.
«Questa è l’unica ragione?» lo incalzò Frahazanard.
No, non lo era, ma formulare il pensiero successivo richiedeva un diverso tipo di coraggio. Forse non aveva importanza: del resto, Frahazanard si era già dimostrato capace di leggergli nella mente, ma quella volta non aveva dato sfoggio di tale capacità, perciò non c’era niente di cui essere certi.
Andrew abbassò la voce per parlare, come se temesse d’essere udito.
«Continuo a pensare… ecco… lo so che è assurdo, che non può avere senso, ma… se qualcuno sapesse che sono stato io?»
«Non starai parlando di un cadavere che non esiste!» esclamò Frahazanard, sorpreso, lampeggiando nella caratteristica intermittenza che ricordava tanto una risata.
«Puoi esserne certo oltre ogni dubbio?»
«Per niente.»
«Allora cosa cazzo…!» ringhiò il giovane, digrignando i denti e compiendo uno sforzo sovrumano per invocare la calma. Sentiva le tempie pulsare.
«Rilassati, Andrew Cruel. Hai la tua donna, no? Goditela!»
Andrew ripose bruscamente il globo nella tasca interna della giacca, uscì dal bagno e raggiunse il bancone. Lucas e Flo stavano ridendo di gusto e il giovane osservò, con lieto piacere, che la coppetta della ragazza era già stata svuotata.
«Dovremmo andare», esordì.
«Così presto?» trasalì Lucas, ironico. «Che diavolo, fratello! Con questo schifo di tempo è già un miracolo avere la sala vuota! Vuoi mandarmi in rovina?»
«No, anzi… quanto…?» cominciò, recuperando il portafoglio.
«Metti via quella roba!» gli ordinò Lucas, indignato. «Offre la casa.»
«La casa non offre un cazzo. Dunque, un cocktail e…»
«Andrew, se non metti via quei soldi ti caccio fuori prima di lasciarti andar via», sghignazzò il barman.
«Gli prepareremo una cena per sdebitarci», propose Flo.
«Ecco, questo è un giusto compromesso», annuì Lucas.
«Be’… se la metti così…» bofonchiò Andrew.
«Andate e divertitevi, fratellone! Flo, ci vediamo a casa, giusto? Sei proprio fortunato, Andrew, davvero fortunato!»
Mentre uscivano sotto la pioggia torrenziale, Andrew ragionò su cosa avrebbe fatto una volta a casa: dopo il modo in cui intendeva scoparla, sarebbe stata Flo a ritenersi fortunata… se fosse stata ancora capace di reggersi in piedi, il mattino dopo.

Continua…