Andrew Cruel – Capitolo 7

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La sirena stridette nella notte, la pattuglia ruggì sull’asfalto e svoltò oltre l’incrocio sul fondo. Andrew Cruel aspettò finché la strada non fu libera, ben nascosto nel cespuglio del giardino pubblico, accovacciato e con i crampi che bruciavano nelle gambe.
L’unico e tangibile contatto con la realtà… restava la sfera affondata nella tasca dell’impermeabile. La stringeva, l’accarezzava, e il suo tepore gli entrava nella mano gelida.
La voce di Frahazanard era venata di frenesia. «Usami! Non vuoi avere via libera? Non vuoi annientare i tuoi inseguitori? Usami!»
Andrew serrò gli occhi, trattenne il respiro e si concentrò sul nulla. Nulla. Non osava formulare neanche la più insignificante richiesta, non quando ne aveva un’altra molto più importante in serbo. «Voglio trovare Flo», mormorò. «Voglio parlarle».
«Cammina».
Uscì fuori dal nascondiglio. Non c’era una sola figura in giro, le finestre dei grandi palazzi erano oscurate e aveva l’impressione d’essere rimasto l’unico essere umano nell’intera città. Persino i rumori erano soffocati dalla notte. Andrew s’incamminò e i suoi passi echeggiarono nel vuoto.
Una consapevolezza aliena, entrata a forza nella sua testa, lo guidò sul fondo della strada, in estrema periferia, tra i campi incolti che ospitavano una grande chiesa in rovina e un vecchio cimitero. Sembrava che solo un miracolo potesse reggerla ancora in piedi. Quanto al camposanto, le lapidi affioravano da un mare d’erbacce.
La sagoma di un’impronta fu sfiorata dal chiarore lunare; il calco di un piede nudo, piccolo. Andrew salì la gradinata e si accorse che il portone era accostato: lo dischiuse un po’ per insinuarsi tra le ante e scivolò nella chiesa.
L’aria era stantia, tanto gelida da penetrare le ossa, e la debole luce si proiettava dal rosone su uno spesso tappeto di polvere. Le impronte dei piedi fangosi turbavano quel fondale.
«Flo!» Il suo grido rimbombò nella vastità della navata. «Flo, vieni fuori!»
Nessuna risposta. Andrew si avventurò oltre la zona illuminata e seguì le impronte, tra le file di banchi fracassati e mangiati dall’umidità. C’erano creature che zampettavano da ogni parte, forse blatte, topi… Deglutì. Non voleva nascondere più nulla: estrasse il globo dalla tasca e un bagliore infernale rischiarò legno e pietra, si aggrappò alle raffigurazioni sacre e s’impresse come una maledizione sul volto dell’uomo crocefisso oltre l’altare, dove una piccola sagoma rannicchiata lo fissò con occhi sbarrati.
Era lei! Andrew le tese la mano. «Flo, vieni. Andiamo via di qui».
Lei balzò in piedi. «Non mi toccare!» Indietreggiò verso sinistra. Aveva gli occhi arrossati di lacrime. «Sei un mostro! Un assassino! L’hai ammazzato!»
«Non è stata colpa mia». Ci credeva davvero: era quello a farlo sentire davvero in colpa.
Frahazanard gli ridacchiò nella mente. «Oh, adesso mi verrai a dire che è stata colpa mia?»
Flo scosse il capo. «Tu sei… completamente pazzo», singhiozzò. «Sei fuori di testa! Un maniaco! Lasciami stare! Vattene via!»
«Non me ne andrò senza di te».
Flo aggirò l’altare, senza dargli mai le spalle. L’impermeabile svolazzava attorno alle sue cosce nude, accapponate dal freddo, e la luce del globo le infiammava il viso pallido.
Andrew digrignò i denti. «Non ti lascerò andare via». Tenere la mano tesa lo stava affaticando. «Non potrai neanche liberarti di me. Non capisci, Flo? Sono stato io a richiamarti a me quando era finita. Avevo bisogno di te. Ti amo! E tu, invece…»
«Razza di psicopatico!» I suoi pugni tremarono. «Anch’io ti amavo! Non sono tornata da te solo perché hai detto una parola magica! Ma tu non sei fatto per amare nessuno! Sei egoista, cieco… e sei anche un assassino».
Un fiotto di rabbia inacidì la gola di Andrew. «Ho ammazzato un fratello traditore per recuperare la mia donna baldracca!» Fece un lungo passo: l’avrebbe presa, ma qualcosa di duro e affilato lo colpì al volto e gli accese un lampo di dolore nella faccia.
Andrew si portò la mano al labbro spaccato, lingua e naso impregnati di metallo; il sangue denso gli macchiò le dita. Alzò gli occhi: Flo era riuscita a sfilarsi lo smeraldo che portava al collo e lo sorreggeva per la catena, come una cazzo di palla chiodata. Sconvolta dalla sua stessa reazione, s’irrigidì di terrore.
Quindi… era quella la sua vera gratitudine! Il cervello di Andrew ribollì: Flo non aveva alcun diritto di colpirlo, non dopo il suo spregevole tradimento. Doveva pagarla!
Un ruggito gli sfuggì dal petto. «Troia!» Sputacchiò schiuma rossastra. «T’insegno io a portarmi rispetto!» Allungò la mano che reggeva il globo per farsi luce, afferrò lo smeraldo prima che lei potesse usarlo un’altra volta e la colpì al viso con quello stesso pugno.
Un lampo scarlatto lo abbagliò, le nocche impattarono e uno schiocco potente produsse una nota tetra. Flo cadde all’indietro, lo smeraldo sfuggì dalla mano di Andrew e scivolò roteando sotto l’altare.
Un silenzio malsano colmò la chiesa.
Andrew restò in piedi, le braccia inerti, in attesa che Flo si rialzasse per scusarsi, finalmente decisa a seguirlo. Avrebbero lasciato la città e la nazione insieme, verso luoghi lontani e meravigliosi, dove nessuno avrebbe mai potuto raggiungerli e frapporsi tra loro. Eppure, lei restò ferma. Sembrava che dormisse.
Andrew si schiarì la voce. «Flo?» Si piegò in ginocchio su di lei.
La luce scarlatta del globo illuminò l’angolazione innaturale della sua testa. Uno spuntone osseo premeva l’interno del collo e tendeva la pelle come una lama. Per quanto orripilante fosse quella visione, non reggeva il confronto con l’ammaccatura insanguinata sulla sua bocca. La bellezza di Flo era ormai svanita.

*

Frahazanard protestò. «Me l’hai chiesto tu, Andrew Cruel! Tu hai desiderato ferirla! Avrei dovuto oppormi?» Era inferocito, ma non poteva più nulla.
Andrew abbandonò la chiesa sulle gambe gelatinose. Piangeva, sì, ma solo per reazione. Il dolore che avrebbe dovuto colpirlo era già lontano, oltre la soglia della sanità mentale.
No, Frahazanard non avrebbe mai potuto opporglisi; e ciò era la causa di tutto. Andrew lo sapeva, così come era evidente che il malefico globo poteva anche continuare a leggergli gli intimi pensieri, ma quella sofferenza tanto umana, di chi sapeva ancora riconoscere una perdita, era qualcosa che non avrebbe potuto comprendere.
Era l’ultima risoluzione che avesse, l’unica da trattenere per avere ancora un minimo controllo. Andrew ci si aggrappò mentre si avvicinava alle case oltre i campi incolti.
Il globo gli sibilò nella testa. «Questa è la tua decisione? Stupido! Non hai imparato niente da tutto ciò che ti ho mostrato? Hai visto possibilità che la tua lurida specie stenta persino a immaginare e vuoi gettare via tutto… per una femmina?!»
Solo una condizione avrebbe cambiato le cose. «Riportala in vita, allora». Non era una speranza, ma una sfida.
«Questo non posso farlo».
«Lo so».
Chissà se era la prima volta che Frahazanard ammetteva un proprio limite. Andrew non ne era sicuro. Raggiunse i container di metallo destinati alla beneficienza, dove era ancora norma stipare gli abiti dismessi per i poveri di tutto il mondo. Come di consueto, un foglio plastificato specificava la destinazione: un posto nell’Europa orientale. Poteva andar bene.
«Sei uno stupido, Andrew Cruel. Ho sbagliato a considerarti più forte».
«Tu hai sempre saputo che cos’ero, Frahazanard. Hai sempre saputo più di me». Andrew allungò il braccio all’interno del container e tastò alla cieca, sino a recuperare un sacchetto di plastica qualsiasi, di quelli per la spazzatura. Lo prese, riuscì a infilarlo sotto il pannello e lo portò fuori a fatica. Aprì il sacchetto nella luce dei lampioni e un fetore di abiti stantii gli diede un capogiro. Meglio fare alla svelta. Frugò tra jeans scoloriti e magliette consumate dai lavaggi.
«Codardo». Il disgusto di Frahazanard dava la nausea.
«Già». Le lacrime scottavano sulla faccia fredda di Andrew. «Già». Recuperò una giacca di pelle nera sintetica e si accertò che avesse una tasca interna. Sì, ce l’aveva: era chiusa da una zip.
«Io esisterò ancora, Andrew Cruel».
«Forse è giusto che sia così. Potresti essere usato per un intento nobile, ma non da me. Sono troppo corrotto per queste cose».
«Gli esseri umani sono tutti corrotti, Andrew Cruel. Tutti. Su cosa credi che si basi la menzogna della vostra esistenza? Io ho già imparato che dalle ideologie scaturiscono le volontà più forti in assoluto, ma se tu potessi solo immaginare quanto sono fragili…»
Andrew ripose il globo nella tasca interna della giacca e chiuse la zip, celando per sempre il bagliore scarlatto; almeno ai propri occhi. Risistemò ogni abito nel sacchetto, lo richiuse e lasciò scivolare tutto nel medesimo container. Rimasto solo, tornò alla chiesa.
Entrò. Era più buio che mai, ma meglio così: non avrebbe accettato la vista di Flo nel punto in cui l’aveva abbandonata.
«Mi dispiace», sussurrò. Le lacrime non finivano più. Quando passò accanto all’altare, un cielo rischiarato dalle prime luci dell’alba definì i contorni dalla vetrata sporca. Lui passò oltre, attraverso la porticina laterale che lo condusse a una stretta scala a chiocciola. Il passaggio s’innalzava dentro il campanile.
S’inerpicò su per la scalinata con le gambe foderate di piombo. I gradini di legno gemettero sotto ciascuno dei suoi passi; eppure, in qualche modo, gli sembrava d’essersi tolto un peso infinito dalla schiena.
Sulla cima, l’aria del mattino era gelida. Andrew si concesse un attimo accanto a quella campana che non suonava più da anni, frugò tra le tasche, recuperò una sigaretta e l’accendino. Le dita erano rigide come vetro e il vento sferzava: dovette lottare per accendere. L’urlo di un’altra sirena lo raggiunse da lontano.
Andrew fece il primo tiro, poi il secondo. Il fumo lo disgustava. «Ti amavo davvero, Flo», mormorò in un sussurro. Non vedeva più nulla oltre le lacrime. «Ma forse… forse è vero che siamo tutti corrotti».
Aprì le dita che reggevano la sigaretta e la fissò per un momento, rapito dalla sua danza nel vento. Sembrava una stella cadente; e lui l’aveva lasciata andare via. Le andò incontro per afferrarla di nuovo e si lasciò cadere nel vuoto.

Fine.

Andrew Cruel – Capitolo 6

Andrew4

La risata si mischiò a un sospiro nell’aria umida dell’appartamento.
Andrew Cruel richiuse la porta d’ingresso senza fare rumore e attraversò il corridoio. C’erano mormorii dalla camera da letto di Lucas; attraverso la porta socchiusa, il chiarore della lampada proiettava una lama dorata sul pavimento.
Una serie di sospiri affannati. «Di più… di più…!» Era la voce di Flo.
«Sta’ ferma!» intimò il timbro di Lucas.
Andrew sbirciò: Lucas strattonò la catena del pendaglio di smeraldo che lei portava al collo. «Te l’ha dato il tuo protettore, questo regalino da troia?!»
Flo rise. «Sì! Dimmelo ancora!» Lo baciò sulla bocca con un trasporto famelico. «Oh, Lucas…»
Andrew fece un passo indietro, verso le ombre, e trattenne il fiato. La sua Flo a letto con Lucas. In un profondo quanto inusuale slancio di filosofia, ritenne d’aver commesso azioni ben peggiori negli ultimi tempi e si allontanò. Andò in cucina, più lontano che poteva dalla camera da letto, ma i versi dei due amanti filtravano lo stesso nel silenzio notturno. I sospiri di Flo erano affanni serrati. Chissà se anche a lui aveva mai riservato quel trasporto; era stupido, ma non avrebbe saputo dirlo: era come non averla mai ascoltata prima d’allora.
Avrebbe dovuto essere arrabbiato, ferito o frustrato, invece… Solo abbandono, solitudine.
«Non sei mai solo, Andrew Cruel», gli ricordò Frahazanard con dolcezza. Il suo bagliore trionfale era tanto intenso che, anche attraverso la tasca dell’impermeabile, aloni sanguigni strisciarono nell’oscurità della cucina.
«Sono solo un coglione che parla con una palla di vetro».
«La nostra non è forse la conversazione migliore della tua vita? Ironia della sorte, dovevi acquisire un oggetto parlante per imparare ad ascoltare. Sei arrogante, ma a me non importa: so come intrattenere il prossimo».
«Potrei romperti». Era da tanto tempo che non meditava più su quella soluzione. «Potrei… lasciarti cadere in un dirupo o… schiacciarti sotto una pressa…»
«E io potrei o non potrei convincerti che qualsiasi artifizio della tua mente potrebbe o non potrebbe distruggere questo surrogato cristallino di una forma fisica. Ma perché sprecare un così prezioso frammento dell’eternità in un’inutile diatriba? Sappiamo entrambi che non oseresti mai nuocermi».
Andrew sospirò. «Sai davvero tutto, di me». Era come avere piombo nei polmoni.
«Abbastanza da credere che rimpiangerai di non aver agito in un momento di debolezza. Tu sai cosa sta succedendo in quella stanza».
«Sì: mio fratello si sta scopando la donna che amo».
«Definizione patetica persino per te. Domani cosa accadrà?»
Andrew trattenne il fiato: cosa sarebbe accaduto? Come avrebbe guardato Flo e Lucas da quel momento in poi? Aveva creduto di potersi lasciare quel tradimento alle spalle… se solo fosse riuscito a diventare una persona migliore e meno egoista, ma considerare quell’eventualità ne palesò la totale assurdità.
«Dopotutto, non è detto che lei ti ami ancora». Frahazanard stava ponderando la questione sul serio. «Forse non possiedo sufficiente dimestichezza coi vostri rituali, ma una donna che ti ama si accoppia generalmente con tuo fratello?»
«No. No, non lo fa».
«Siamo tutti fratelli e sorelle finché non esponi la schiena a un pugnale. Tu hai sfogato i tuoi istinti su femmine sconosciute che non hanno mai significato niente, ma lei… lei si è celata dietro una maschera d’ipocrisia, ti ha lasciato credere di avere a cuore il vostro rapporto per occultare un tradimento con tuo fratello! Non hai mai pensato, Andrew Cruel, che il suo sia stato opportunismo sin dall’inizio?»
Le tempie di Andrew pulsarono. «Non hai torto». Stava tremando.
«Ma non è Flo ad avere colpa». Rallentò il ritmo per scandire ogni sillaba. «Lei è solo una vittima. Di chi è il letto in cui si trova adesso? Con chi ha cospirato? Chi l’ha certamente sedotta? E chi, Andrew Cruel, è stato la causa primaria della tua infelicità? Ti ha richiamato a casa senza riguardo per ciò che hai perduto, ti ha… privato della felicità che potevi avere con lei! Chi è, Andrew Cruel?»
«Lucas». Il nome gli uscì in un sibilo.
«Lucas».
Andrew sollevò la mano destra davanti agli occhi e una lama di coltello intercettò il debole chiarore che veniva dalla finestra. Forse l’aveva prelevato dal cassetto; forse era sempre stato tra le sue dita; forse… ce l’aveva messo Frahazanard. Il filo scintillò di giustizia.
«Un frammento di coraggio sarà sufficiente», sussurrò il globo. «Lui non ha esitato a farlo: non essere da meno».
Andrew attraversò l’appartamento a ritroso. A ogni passo, i gemiti di Flo erano più alti, strazianti.
«Ti piace, eh?» grugnì Lucas.
Lei soffiò un ringhio tra le labbra. Stava godendo come una puttana.
La porta scivolò fluida e si aprì su quei due schifosi. Erano troppo concentrati, non l’avevano neanche visto entrare. Andrew se ne stette per un po’ sulla soglia, contò fino a dieci, dodici…
Flo alzò gli occhi e lo vide. Cacciò un urlo terribile. «Cazzo!» sbraitò, scalciando l’altro nella foga.
Lucas si voltò: era già bianco in volto. «Andrew…?» boccheggiò.
Lui alzò un po’ il capo per farsi riconoscere da sotto il cappuccio dell’impermeabile. «Ssst». Avvicinò l’indice alle labbra. «Abbassa la voce, fratellino. Che succederebbe se qualcuno ti sentisse?»
Le sue labbra avevano già perso colore. «Andrew, cosa ci fai a casa… adesso…» farfugliò. Davvero cercava argomentazioni?
Flo cedette per prima. «Andrew… Amore mio, perdonami!» singhiozzò. Tentò di coprirsi col lenzuolo, ma era incastrato sotto il culo di Lucas. «Non so cosa mi abbia preso, è stato… è stato un brutto errore che…»
Andrew le mostrò il palmo e la zittì. «Lo so». La sua voce era bassa e fremeva. «Non è colpa tua, piccola. So che sei stata ingannata da questo traditore».
«Ehi, non è affatto vero!» Lucas balzò in piedi e andò a raccogliere i jeans dal pavimento; li indossò facendo l’equilibrista. «Non sono stato io, va bene? Non del tutto! È stata lei a venire da me quando…»
«No!» strillò Flo. «Stavo male, è vero, ma non puoi credere che…»
Andrew badava solo al fratello. «Dove pensi di andare?»
Una vampata di orgoglio passò nello sguardo di Lucas. «Questa è casa mia», borbottò tra i denti. «Quello che è di troppo sei tu! Perché non te ne vai, Andrew? E perché non porti questa puttana con te?»
Flo gli ruggì contro. «Va’ al diavolo, bastardo! Certo che ce ne andremo! Non è vero, Andrew? Staremo insieme e dimenticheremo tutto! Andiamo via adesso!»
Andrew non voleva ascoltarla. «Lucas, è colpa tua. Hai cominciato tu tutta questa storia. E la pagherai».
«Ah, davvero?» Suo fratello gli andò incontro a petto in fuori. «Cosa vorresti fare? Ammazzarm—» Gemette. Il suo sguardo incontrò il coltello che Andrew aveva in pugno e lui si fermò in una posa ridicola, come un film in pausa. «Andrew… Andrew, non fare stronzate. Mettilo via…»
Flo si portò le mani alla bocca, paralizzata dal terrore.
Andrew impastò le dita sul manico. «Cosa dovrei fare?»
«Senti… Ascolta, diamoci una calmata», farfugliò Lucas. Indietreggiò con le braccia tese. «Fratellone, non puoi reagire così! Sei arrabbiato, sei…»
«Sono tuo fratello solo adesso? Non lo ero mentre ti scopavi la mia donna».
«È per lei che dovremmo litigare? Per questa troia?!»
Un fulmine di rabbia colpì la pupilla di Andrew come la punta di un ago arroventato. Balzò e la lama lacerò la carne, spinta in profondità da un affondo rabbioso. Gliela girò nelle viscere.
Un’esclamazione di stupore raggrumò bolle di sangue sulla bocca di Lucas e il grido di Flo risuonò nella notte.
Andrew ritirò la lama con uno strattone e Lucas si accasciò ai suoi piedi. Cercò Flo: lei gli lanciò un cuscino, guadagnò quell’attimo di vantaggio, balzò dal letto e corse via dalla stanza.
Andrew gridò. «Flo!» La mano di Lucas era aggrappata alla sua caviglia, se la scrollò di dosso e le corse dietro. Tanto, lui era già morto.
Uno schianto. L’attaccapanni era caduto in corridoio, sbarrava la strada. Flo si fiondò alla porta di casa con l’impermeabile al petto, la aprì e uscì in un’ondata di ricci. I suoi piedi nudi picchiarono le scale, attorno al vociare allarmato degli inquilini tra i pianerottoli.
Andrew restò immobile, il fiato spezzato, la mente annodata tra quegli ultimi momenti. Si voltò: Lucas era immobile in una pozza di sangue. Il coltello gli scivolò dalle dita e sferragliò sul pavimento.
Le implicazioni della propria furia lo colpirono con la ferocia di una lama piantata nel ventre.
«Va’ da lei», consigliò Frahazanard.
Andrew scosse il capo. Il ragionamento era rallentato, compresso da un imbuto di panico.
«Raggiungila!» insistette il globo. «Se non la prendi per primo, qualcun altro te la porterà via».
Andrew scavalcò l’attaccapanni, uscì sul pianerottolo e abbandonò l’appartamento del fratello. Per sempre, doveva essere per sempre. Si precipitò giù per le scale, tra la moltitudine di facce spuntate fuori dagli appartamenti, svegliati dalle urla, schivando le lamentele e il terrore di chi aveva capito che c’era qualcosa che non andava davvero.
Arrivato al pianterreno, l’urlo di una vecchia risuonò per il palazzo. «Chiamate un’ambulanza!»
«No!» Un uomo le fece eco. «Chiamate la polizia!»

Continua…

Andrew Cruel – Capitolo 5

Andrew3

Flo se ne tornò in cucina e andò a puntellare i lombari sullo spigolo del lavandino. Lucas inclinò il capo, allontanò il piatto coi resti del pranzo e si accese una sigaretta.
«Sta dormendo», bisbigliò lei. «Se ha fame, il frigorifero è pieno».
Lucas sollevò il mento e soffiò il fumo contro il lampadario. «Comincio a preoccuparmi. Non credi che sarebbe ora di chiamare il medico?»
«Gliene ho parlato ieri, Lu, che altro dovrei fare? Si è incazzato, dovevi vederlo! Ha detto che starei complottando per convincerlo che è malato».
«Sì, ecco, detto tra noi… non è che lui stia facendo qualcosa per smentirci: è matto come un cavallo!»
Un angolo della bocca di Flo ebbe uno spasmo, un’ombra di risata. Il tempo in cui l’avrebbe trovato divertente apparteneva a una vita fa. Non era rimasto altro che paura, infestava la casa. Lei sospirò e andò a sedersi a tavola: c’era una luce grigiastra che filtrava dalle tende e colorava tutto d’acciaio.
Lucas scrollò un po’ di cenere nel piatto. «Che hai?»
«Sto pensando a quello che hai detto». Vero a metà: non aveva considerato di dirglielo, ma parlare con Lucas era facile. Lanciò un’occhiata verso il salotto, tese l’orecchio e non sentì nulla; si sporse sul piano per abbassare la voce. «Quando sono tornata dalla palestra, la settimana scorsa, qui era tutto buio e ho pensato che stesse dormendo. Ho fatto piano per non svegliarlo e… Lu, davvero, mi è preso un colpo! Lui stava parlando. Mi sembrava al telefono, però farfugliava. Sembrava che parlasse da solo. Quando ho sbirciato in camera, stava dormendo».
Lucas aveva una faccia impassibile, ma la rigidità delle sue dita parlava per lui. Fece un tiro profondo e soffiò il fumo dalle narici. «Non è che parlava nel sonno?»
«Non lo so. Era così strano…» Un brivido le diede un capogiro.
«Guarda il lato positivo: se facciamo rinchiudere quel rompicoglioni, organizzo una serata di beneficienza con open-bar sino a esaurimento scorte!»
Quella volta, il sorriso le curvò le labbra. «Non è carino, da parte tua».
«Dico sul serio, Flo! Non so cosa gli sia preso per diventare più… insopportabile di quanto sia mai stato, ma penso che tu sia una brava persona e non meriti tutto questo. Non meriti, voglio dire, di passare i tuoi giorni ad assecondare i suoi capricci».
«Sei molto gentile». Tutto sommato, lo era. Flo lo fissò negli occhi scuri, attraverso la cortina che saliva dalla sigaretta: erano tanto simili a quelli di suo fratello, ma più innocenti. E dire che non avrebbe mai considerato Andrew un criminale! Eppure…
Un paio di pantofole strascicarono in salotto e Flo si ritrasse sulla sedia; anche Lucas si era incollato allo schienale.
Andrew entrò in cucina. Anche quel giorno, si era alzato senza passare in bagno per farsi la barba. Aveva le occhiaie di un malato e gli zigomi cominciavano a sporgere sulla faccia. Con quel poco che mangiava, oramai doveva muoversi reggendo in pugno i pantaloni del pigiama.
Flo rabbrividì: almeno, gli era passata la voglia di fare sesso, perché così conciato… «Amore mio». Balzò in piedi. Troppo in fretta, la colpevolezza le fece tremare le ginocchia. «Hai… hai fame? Ti preparo qualcosa?»
Andrew la squadrò da capo a piedi; fissò anche il fratello. Quei suoi occhiacci sembravano concentrare tutta la vitalità che gli stava abbandonando il corpo. «Acqua», rantolò, si allungò sulla brocca al centro del tavolo, la prese e ci si attaccò. Bevve in lunghi sorsi, il pomo d’Adamo rimbalzò nella gola scarna e i rivoli gli impregnarono la barba.
Lucas puntellò un gomito accanto al piatto. «Stai meglio?»
Andrew posò la brocca svuotata. «Non lo so», boccheggiò. «Dammi una sigaretta».
Lucas afferrò il pacchetto, lo scrollò e fece sporgere un filtro. Andrew prese la sigaretta e l’accendino sul tavolo, la portò alle labbra e tentò un paio di scatti incerti; sembrava non riuscire a far presa con le dita. Al terzo tentativo, produsse la fiamma e accese il braciere.
Lucas si schiarì la voce e spense il mozzicone nel piatto. «Un po’ d’aria ti farebbe bene. Perché non vai a farti una doccia e non esci, stasera? Vieni a trovarmi al bar, c’è blues dal vivo».
Lui scosse la testa. «Ho da fare. Portati Flo».
Flo si torse le mani tra loro. «No, io… Vorrei restare qui con te. Potresti aver bisogno di qualco—»
Andrew la fissò con una faccia incazzata. «Devo uscire, ce la fai a capirlo? Va’ a divertirti da sola». Si alzò e abbandonò la cucina sbuffando fumo, lasciando dietro un’esalazione di sudore rancido.

*

Andrew nascose il naso sotto la sciarpa, incassò la testa tra le spalle e procedette controvento, con la pioggia che picchiava il cappuccio dell’impermeabile.
Doveva essere l’ora del tramonto, ma era già buio pesto. Il freddo gli stava paralizzando gli arti, affondava fin dentro gli anfibi; e dire che gli sarebbe bastato desiderare qualcosa per coprirsi meglio, una cazzo di muta da sub, una casa spuntata dalla strada come una margherita, che il maledetto temporale scomparisse! No, meglio di no. Il freddo era reale, la paura non lo abbandonava più e non avrebbe formulato nulla che non fosse indispensabile. La mano destra, nella tasca, riceveva un po’ di quel tepore perpetuo dalla superficie della sfera.
Abbassò il mento sul petto. «Lo sanno! Sanno tutto! Sanno che sono un assassino, stavano complottando contro di me!»
«Puoi andartene quando vuoi, Andrew Cruel». Frahazanard dava l’idea di sforzarsi per restare serio. «Vattene da questo posto e ricomincia una nuova vita dovunque desideri. Non ti ho già mostrato abbastanza mondi e possibilità?»
«No! Flo… Non voglio separarmi da Flo!»
«Portala con te».
«Non posso! Finché mi crederà un assassino…»
«Ma tu sei un assassino, di questo sei convinto oltre ogni ragione».
«Lo so cosa sono! E lei? Lei ce la fa a credere in me? Le faccio paura, adesso! È convinta che la ucciderò e nasconderò il suo cadavere!»
«Sei certo di averla decifrata col dovuto criterio?»
«Vuoi insegnare a me cosa prova un essere umano?!»
«Non oserei mai, Andrew Cruel». Il divertimento del globo risalì nella mano di Andrew come una pulsazione, ma doveva averlo solo immaginato.
L’albergo era sull’angolo dell’incrocio più avanti, subito dopo il ponte. Entrò nella hall e scambiò un’occhiata con l’uomo alla reception: aveva imparato la lezione, dopo l’ultima volta, e non tentò di scacciarlo, ma gli fece una smorfia indignata.
Andrew abbassò gli occhi: stava gocciolando sul tappeto, l’aveva già ridotto a una palude.
«La stanza è pronta, signore». La voce dell’uomo era la quintessenza della rottura di palle. Si attaccò al telefono e chiamò qualcuno a ripulire la hall. Meglio così.
Andrew andò agli ascensori: quello di destra era libero. Premette il tasto 18, le porte si chiusero; lui appoggiò la fronte allo specchio e chiuse gli occhi. Il trillo lo svegliò e la cabina si aprì su uno dei corridoi alti dell’albergo, pieno di quadri e statue classiche.
La stanza 1812 era l’ultima. Andrew frugò nella tasca dei pantaloni, in cerca della chiave. Gli venivano i brividi se pensava a cosa sarebbe successo se Flo gliel’avesse trovata. Già… Come la giustificava una stanza d’albergo pagata per settimane?
Frahazanard diede un colpetto di riso. «Cos’è questa fretta?»
Andrew ispezionò il corridoio per essere certo che non ci fosse nessuno in vista. «Devo lavarmi. Lo sai che ha fatto storie, l’ultima volta».
Girò la chiave nella serratura ed entrò. La camera era immacolata, un vero miracolo: l’ultima volta, l’avevano trasformata in un girone infernale.
Andrew lasciò l’impermeabile sul radiatore, se ne andò in bagno e aprì l’acqua calda nella vasca. La voleva bollente solo per sentire addosso qualcosa. Si spogliò e calciò i vestiti umidi in un angolo.
Lo specchio era già appannato. Triste pensare che… c’era stato un tempo in cui sarebbe stato piacevole lavarsi dal sudore e dallo sporco accumulati, prima che la visione del buio oltre la realtà gli drenasse ogni gioia dal corpo. S’immerse e l’acqua lo scottò, ma il dolore si fermava sulla pelle, non riusciva a scendere di un millimetro oltre l’epidermide. Il bagnoschiuma “consistenza setosa” era un’altra menzogna, perché era sapone e nulla più.
La pulizia fu rapida ed efficace. Andrew si risciacquò, indossò un accappatoio e barcollò sul grande letto matrimoniale. Sprofondò nel materasso e immaginò di affondare in una di quelle pozze di fango gelido delle steppe, capaci di conservare le carcasse integre per migliaia di anni. Un’oscurità egualmente catramosa gli chiuse gli occhi.
Si risvegliò perché il telefono stava squillando. Doveva essere passata un’ora, qualcosa del genere; era diventato molto sensibile allo scorrimento del tempo. Andrew allungò la mano sul comodino e strappò il ricevitore. Nessuna parola, solo la musichetta convenuta. Bene. Riattaccò, si alzò in piedi e passeggiò intorno al tavolo nel mezzo della stanza. Voleva essere ben sveglio. Una cinquantina di giri dopo, bussarono alla porta.
Andrew andò ad aprire e Alexis gli si parò di fronte col solito sorriso di circostanza. Anche se fuori gelava, le sue tette balzavano dalla scollatura, incorniciate dal colletto di pelliccia. Gli porse la guancia destra per mettere in mostra l’acconciatura rasata solo su un lato. «Bacino…!»
Andrew le sfiorò lo zigomo con le labbra e la fece entrare. Alle sue spalle, nascosta, una ragazzina le venne dietro strisciando i piedi. Era piccola e teneva gli occhi bassi, truccata in quel modo pesante che dava incertezza all’età.
Andrew sbirciò l’orologio sulla mensola. «Sei in ritardo, Alexis».
«Se hai ingannato il tempo per farti una doccia, tanto meglio. Lei è Clori». Cinse le spalle della ragazzina e gliela mise davanti. Sembrava trattenerla per non farla scappare.
Quella mocciosa gli arrivava al petto. Lo guardò sottecchi, le mani torte al ventre.
Andrew si sforzò di addolcire la voce. «Non avere paura… Clori. Quanti anni hai, Clori?»
Alexis schiuse le labbra in un sorriso d’acciaio. «Quattordici». Si staccò da lei, sfilò la pelliccia e la gettò sulla poltrona. Sotto, aveva un tubino nero; e un frustino legato alla cintura. «È la più giovane che sono riuscita a trovare alle tue condizioni. Ti va bene?»
Andrew la guardò meglio: Clori aveva ricci biondo opaco e l’innocenza sul viso. Bisognava darle una qualche buona ragione. «Vuoi guadagnare un bel po’ di soldi?»
La ragazzina annuì al pavimento. Tanto bastava.
«Bene». Andrew si chinò, le cercò la bocca con la propria e la baciò. Gli sembrò un sacrilegio turbare quelle labbra morbide con la propria barba incolta, ma ’fanculo, pagava apposta! Le sfilò il cappotto dalle spalle e cercò il primo bottone della camicetta. «Fa’ come ti dico».

*

Era notte fonda. Andrew avrebbe potuto prendere almeno un taxi, ma voleva smaltire un po’ l’alcol e la cocaina. Almeno aveva smesso di piovere, ma ogni passo era un’agonia di fatica.
Nel palmo della mano, il tepore di Frahazanard gli accarezzò le dita. «Come devo interpretare tutto questo?» Si tratteneva per non sbellicarsi.
«Come ti pare».
«Oh, Andrew Cruel, Andrew Cruel! Non lasciarmi così sulle spine! Fa’ finta che io non sappia, che non possa leggerti il cuore. Fingiamo come ai vecchi tempi, quando ancora speravi di tenermi nascosto qualcosa». Era come ragionare con un tossico in astinenza dalla droga preferita. Se fosse stato una persona, avrebbero avuto l’aspetto di due sbandati che si sorreggevano a vicenda sulla strada deserta.
Andrew sospirò, disgustato da sé stesso. Si stava perdendo e non poteva farci nulla. Quella piccola avventura l’aveva soddisfatto meno di quanto avrebbe sperato e l’amaro gli pungeva la lingua. Era meschino tradire Flo, ma niente aveva più senso. L’amore sconfinato per lei… era minuscolo, un bruscolino, miliardi di volte più piccolo della più misera particella subatomica. Poteva ritenersi deplorevole per aver comprato il corpo di una bambina, ma non credeva che l’amore l’avrebbe salvato. Non come nelle storie. La bestialità, l’istinto… La caotica marea della depravazione… Quello sì, quello era concreto.
«Che cosa sei, Frahazanard?» Quante volte gli aveva già fatta quella domanda? Ci sperò.
«Se anche ti rispondessi, non potresti capirlo».
«Non credevo di poter capire molte delle cose che mi hai mostrato, ma avevo torto».
«Tu non credevi, ma io so. So di essere ancora ben oltre la portata della tua immaginazione».
«Ti prego…»
«Non implorarmi, Andrew Cruel, e ricorda sempre: è il tuo futuro, non il mio. Chiedi, chiedi qualsiasi cosa. A discapito di tutto, chiedi. Io ti darò».
Era tornato a casa. Si chiuse nell’ascensore e ascoltò il cupo scorrimento del cavo d’acciaio che lo tratteneva nel vuoto. Ebbe voglia di piangere. Quando uscì sul pianerottolo, sbirciò l’orologio al polso. Era molto tardi, Lucas doveva essere rincasato un’ora prima ed era già a dormire, sicuro.
Andrew esitò. Flo gli era rimasta accanto, nonostante tutto; e prima di lei, Lucas l’aveva accolto in casa. Non li aveva mai ringraziati. Forse poteva ancora cambiare. Poteva salvarsi mostrando gratitudine, per una volta. E tutto poteva avere un senso! Se non quello del mondo… almeno qualcosa che degli esseri umani potessero creare per sé stessi.
Le sue labbra si mossero piano. «Perché no?»
«Provaci». Neanche a Frahazanard dispiaceva l’idea.
Un buon modo per cominciare era cercare di non disturbare il sonno di Lucas, soprattutto dopo una lunga giornata di lavoro. Forse, da quel momento, il resto sarebbe stato più facile.
Andrew ruotò la chiave nella serratura, più piano che poté, e scivolò nell’appartamento in punta di piedi.
Una risatina si mischiò a un sospiro d’estasi. Veniva dalla camera da letto.

Continua…