Andrew Cruel – Capitolo 7

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L’urlo di una sirena fendette la notte stridendo, accompagnò il ruggito del motore e divorò l’asfalto per alcune centinaia di metri prima di svoltare, abbandonare la principale e perdersi nel dedalo dei vicoli.
Per Andrew Cruel, nascosto tra i cespugli di un giardino pubblico, fu impossibile determinare se quella fosse un’ambulanza o una volante della polizia; in verità non gliene importava niente. Tremava da capo a piedi, era scosso da violenti spasmi muscolari e l’unico, tangibile contatto con la realtà restava la sfera affondata nella tasca dell’impermeabile, quella che stringeva convulso, definita scivolosamente dal sudore della mano rovente.
«Usami!» lo esortò ancora Frahazanard. «Non vuoi avere via libera? Non vuoi liberarti dei tuoi inseguitori? Usami!»
Andrew serrò gli occhi, trattenne il respiro e si concentrò sul nulla. Nulla. Non osava formulare neanche la più insignificante richiesta per timore che fosse esaudita, non quando ne aveva un’altra molto più importante già in serbo.
«Voglio trovare Flo», mormorò, la voce tremula. «Voglio parlarle.»
«Cammina.»
Il giovane uscì fuori dal nascondiglio e si guardò intorno: la zona era diventata deserta, svuotata persino dell’occasionale ubriaco o del vagabondo addormentato su una panchina. Tutte le finestre dei grandi palazzi che circondavano il parco erano oscurate e, oltre i lampioni accesi, la sommità delle costruzioni si perdeva tra le ombre di un cielo opaco e nebuloso. Sembrava di trovarsi nel mezzo di una città fantasma, dalla quale persino i rumori erano stati risucchiati. Quando Andrew Cruel s’incamminò, il suono dei suoi passi echeggiò nel vuoto.
Un’indefinibile consapevolezza lo guidò sul fondo della strada, nell’estrema periferia, dove alcuni campi incolti ospitavano una grande chiesa e un vecchio cimitero. Da almeno una decade, la chiesa era stata abbandonata per instabilità e rischio di crolli; i lavori di ristrutturazione non erano mai cominciati per ragioni burocratiche ed economiche, lasciando ogni cosa in balìa di un progressivo deterioramento. Ormai, il camposanto era diventato un mare d’erbacce dal quale le superfici delle lapidi affioravano come isolotti in procinto d’affogare. In attesa del tanto agognato restauro, le funzioni religiose erano officiate in alcuni prefabbricati sorti nei dintorni della chiesa. Quando Andrew vi giunse accanto, quasi inconsapevole della strada percorsa, tutto era vuoto e immobile al pari della città alle proprie spalle, ma una malsana luce lunare delineò la nitida impronta di un piede nudo sul terreno. Puntava verso il grande portone del tempio, sigillato solo in principio e rimasto socchiuso dopo il grande saccheggio di alcuni anni prima. Il giovane salì la gradinata, dischiuse un po’ di più il portone per insinuarsi tra le ante e scivolò all’interno della chiesa, dove fu ghermito all’istante da un’aria tanto stantia e gelida da penetrare le ossa.
La luce filtrante dall’ingresso principale illuminava una piccola sezione di pavimento completamente ricoperta da uno spesso tappeto di polvere, una coltre tanto densa da lasciar spiccare come lucida oscurità le umide sagome di piedi fangosi.
«Flo!» gridò lui, lasciando echeggiare la voce nella vastità della navata. «Flo, vieni fuori!»
Nessuna risposta. Andrew si avventurò oltre la zona illuminata e scivolò nell’oscurità seguendo le direzione delle impronte, aggirandosi tra le file di banchi fracassati e mangiati dall’umidità, ignorando i minuscoli movimenti che potevano appartenere a ogni genere di creatura intorno a lui. Deglutì e seppe di non voler nascondere più nulla, lasciò scivolare la mano nella tasca ed estrasse il globo.
Un bagliore di luce infernale si diffuse su legno e pietra, definì con tratti maligni le raffigurazioni sacre, s’impresse come una maledizione sul volto dell’uomo crocefisso oltre l’altare, dove una piccola sagoma rannicchiata fissò il giovane con occhi sbarrati. In quel momento, era impossibile dire se a terrorizzarla maggiormente fosse Andrew o la fonte di luce scarlatta che aveva cavato fuori dal nulla.
«Flo», la chiamò ancora, avvicinandosi con la mano tesa. «Vieni, andiamo via di qui.»
«Non mi toccare!» strillò lei, balzando in piedi e allontanandosi come se lui le porgesse un cesto di vipere. Aveva gli occhi arrossati di lacrime. «Sei un mostro! Un assassino! L’hai ammazzato!»
«Non è stata colpa mia», si giustificò il giovane con voce rotta.
«Oh, adesso mi verrai a dire che è stata colpa mia?» ridacchiò Frahazanard, udito solo dal possessore.
«Tu sei… completamente pazzo», sibilò la ragazza, scuotendo il capo. «Sei fuori di testa! Un maniaco! Lasciami stare! Vattene via!»
«Non me ne andrò senza di te», replicò lui, deciso.
Flo continuò a indietreggiare, aggirò l’altare, si allontanò lentamente senza offrire mai le spalle. Tremava sin nel profondo dell’anima e, completamente nuda sotto l’impermeabile, la sua pelle era tanto bianca da infiammarsi come metallo rovente alla luce del globo.
«Non ti lascerò andare via», le disse Andrew con voce bassa, fremente, gli occhi lampeggianti. «Non potrai neanche liberarti di me. Non capisci, Flo? Sono stato io a richiamarti a me quando era finita. Avevo bisogno di te. Ti amo! E tu, invece…»
«Razza di psicopatico!» ringhiò lei, improvvisamente fuori di sé. «Anch’io ti amavo! Non sono certo tornata da te solo perché hai detto una parola magica! Ma tu non sei fatto per amare nessuno! Sei egoista, cieco… e sei anche un assassino», ripeté.
«Ho ammazzato un fratello traditore per recuperare la mia donna baldracca!» tuonò il giovane e, solo allora, avanzò prontamente col desiderio di agguantare la ragazza, ma qualcosa di duro e affilato lo colpì al volto.
Andrew si portò la mano al labbro spaccato, le dita improvvisamente bagnate del proprio sangue, dopodiché sollevò gli occhi: priva di qualsiasi difesa, Flo era riuscita a sfilarsi dalla testa il pesante smeraldo che portava al collo e, sorreggendolo per la collana, l’aveva usato per colpire. I netti spigoli della pietra erano riusciti a tagliare efficacemente la carne, ma la ragazza era rimasta tanto sconvolta dalla propria reazione che, in quel momento, non poté fare altro che restare immobile, in piedi, con quell’arma improvvisata in pugno, fissando il giovane con vivido terrore.
Andrew sentì la collera colmargli il petto, la vista gli si annebbiò e realizzò che Flo non aveva alcun diritto di colpirlo, non dopo che si era macchiata di un così spregevole tradimento. Desiderò punirla, farle male, causarle un dolore almeno cento volte maggiore.
«Troia!» sbraitò, sputacchiando schiuma rossastra dalla bocca. «T’insegno io a portarmi rispetto!»
Serrò le dita della mano destra intorno al globo e, con quello stesso pugno, la colpì al viso.
Un lampo scarlatto, il colpo delle nocche e uno schiocco sinistro e potente, come una fucilata. Flo barcollò all’indietro e cadde, lo smeraldo le sfuggì di mano rimbalzando sul pavimento e scivolò roteando sotto l’altare. Il silenzio che seguì fu tanto denso da gelare il sangue.
Andrew restò pietrificato, in piedi, le braccia inerti lungo i fianchi. Attese per lunghi istanti il momento in cui Flo si sarebbe rialzata, pronta a scusarsi e decisa a seguirlo, a lasciare la città e il Paese verso luoghi lontani e meravigliosi, dove nessuno avrebbe mai potuto raggiungerli e frapporsi tra loro. Eppure, Flo restò ferma come se dormisse.
«Flo?» la chiamò debolmente lui. Mosse un passo, poi un altro, le fu accanto e s’inginocchiò.
Alla luce scarlatta del globo, la testa della ragazza spiccò per l’angolazione innaturale che aveva rispetto al resto del corpo. Uno spuntone osseo premeva dall’interno del collo, tendendo la pelle quasi sino alla lacerazione. Per quanto orripilante fosse quella visione, non reggeva il confronto con la sanguinante ammaccatura nel punto in cui lei era stata colpita. La bellezza di Flo era ormai svanita.

* * *

«Me l’hai chiesto tu, Andrew Cruel!» protestò Frahazanard. «Tu hai desiderato ferirla! Avrei dovuto oppormi?»
Frahazanard era inferocito, ma completamente impotente: non c’era nulla che detestasse più di quel silenzio tombale, della consapevole indifferenza di Andrew mentre abbandonava la chiesa sulle gambe malferme. Questi piangeva, ma solo per reazione: il dolore che gli stravolgeva l’animo travalicava urla e singhiozzi, tanto terribile da condannarlo a un’assoluta lucidità mentale.
No, Frahazanard non avrebbe mai potuto opporglisi; e ciò era la causa di tutto. Andrew Cruel lo sapeva, così come era evidente che il malefico globo poteva anche continuare a leggergli gli intimi pensieri, ma quella sofferenza tanto umana, di chi sapeva ancora riconoscere una perdita, era qualcosa che non avrebbe potuto comprendere.
Con in testa quell’ultima risoluzione, il giovane si diresse verso i prefabbricati.
«Questa è la tua decisione?» sibilò il globo. «Stupido! Non hai imparato niente da tutto ciò che ti ho mostrato? Hai visto possibilità che la tua lurida specie stenta persino a immaginare e vuoi gettare via tutto… per una femmina?!»
«Riportala in vita, allora», gli propose Andrew. La sua non era una speranza, ma una sfida.
«Questo non posso farlo.»
«Lo so.»
Chissà se era la prima volta che Frahazanard ammetteva così un proprio limite. Andrew non ne era sicuro.
Il giovane raggiunse i container di metallo destinati alla beneficienza, dove i frequentatori della chiesa depositavano gli abiti dismessi. Come di consueto, un foglio plastificato specificava la destinazione: un posto nell’Europa orientale. Poteva andar bene.
«Sei uno stupido, Andrew Cruel», ribadì il globo. «Ho sbagliato a considerarti più forte.»
«Tu hai sempre saputo che cos’ero, Frahazanard. Hai sempre saputo più di me.»
Andrew allungò il braccio all’interno dell’apertura del container e tastò alla cieca prima di afferrare qualcosa, una busta di plastica qualsiasi. La ritirò a sé, riuscì a infilarla sotto il pannello che si apriva in un’unica direzione e, con un po’ di fatica, finalmente se ne appropriò. Dopo averla depositata sul terreno, l’aprì e cominciò a frugare tra vestiti dall’odore stantio.
«Codardo», commentò Frahazanard.
«Già», convenne Andrew, senza smettere di piangere un dolore impassibile. «Già.»
Recuperò una giacca di pelle nera sintetica e si accertò che avesse una tasca interna. Sì, ce l’aveva: era chiusa da una zip.
«Io esisterò ancora, Andrew Cruel», lo ammonì il globo.
«Forse è giusto che sia così», ne convenne il giovane. «Potresti essere usato per un intento nobile, ma non da me. Sono troppo corrotto per queste cose.»
«Gli esseri umani sono tutti corrotti, Andrew Cruel. Tutti. Su cosa credi che si basi la menzogna della vostra esistenza? Io ho già imparato che dalle ideologie scaturiscono le volontà più forti in assoluto, ma se tu potessi solo immaginare quanto sono fragili…»
Andrew ripose il globo nella tasca interna della giacca e chiuse la zip, celando per sempre ai propri occhi il bagliore scarlatto. Risistemò ogni cosa nella busta, la richiuse e lasciò scivolare il tutto nel medesimo container. Solo allora, completamente solo, tornò incontro alla chiesa.
Entrò. Era più buio che mai, ma meglio così: non avrebbe accettato la vista di Flo nel punto in cui l’aveva abbandonata.
«Mi dispiace», sussurrò. Le sue lacrime sembravano non aver mai fine. Quando giunse accanto all’altare, un cielo rischiarato dalle prime luci dell’alba cominciò a definirne i contorni attraverso la vetrata sporca. Non vi prestò attenzione e passò oltre, attraverso la porticina laterale che lo condusse a una stretta scala a chiocciola. Il passaggio s’innalzava dentro il campanile.
Un passo dopo l’altro, egli s’inerpicò su per la scalinata. I gradini di legno cigolarono gemendo sotto ciascuno dei suoi passi, ma egli si sentì stranamente leggero.
Giunto in cima, nell’aria gelida del mattino, sostò per un momento accanto alla pesante campana. Erano anni che nessuno la suonava più. Frugò all’interno delle tasche, recuperò una sigaretta e riuscì ad accenderla con estrema fatica, ostacolato dalle dita intorpidite e dai venti sferzanti. In lontananza, una sirena urlava tra le strade della città.
Andrew fece il primo tiro, poi il secondo. Realizzò ben presto che il fumo lo disgustava.
«Ti amavo davvero, Flo», mormorò in un sussurro, accecato dalle proprie lacrime roventi. «Ma forse… forse è vero che siamo tutti corrotti.»
Aprì le dita che reggevano la sigaretta e la fissò per un momento, rapito dalla sua danza nel vento, come una stella cadente scarlatta. Andandole incontro con la mano, quasi volesse nuovamente afferrarla, si lasciò cadere nel vuoto.

Fine.

Andrew Cruel – Capitolo 6

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La risata risuonò ancora, mischiandosi a un sospiro. Andrew Cruel richiuse la porta alle proprie spalle nel più assoluto silenzio. L’appartamento sapeva di chiuso e l’aria era densa, umida. Qualcuno pronunciò parole indecifrabili, troppo lontane, ma in risposta giunse una nuova risata e la voce più acuta di Flo.
Andrew avanzò lungo il corridoio, silenzioso come un fantasma, quasi inconsistente tra le ombre. La camera da letto di Lucas era socchiusa e il tenue chiarore della lampada proiettava una lama dorata sul pavimento. Una serie di sospiri affannati risuonò nella quiete tombale e, solo allora, ogni sillaba fu perfettamente udibile.
«Di più… di più…!» ansimò la voce femminile.
«Sta’ ferma!» intimò un timbro maschile, rude. Egli si sollevò dal punto in cui era disteso, strattonando nel pugno la catena del pesante pendaglio di smeraldo che lei portava al collo. Le si rivolse con cattiveria, ma il suo era solo un gioco. «Te l’ha dato il tuo protettore questo regalino da troia?!»
«Sì! Dimmelo ancora!» esclamò lei, ridendo, baciandolo sulla bocca con trasporto. «Oh, Lucas…»
Tra le ombre del corridoio, Andrew Cruel fece un passo indietro e trattenne il fiato: non era certo di sentirsi bene ma, tutto sommato, non stava neanche male. La sua Flo a letto con Lucas. In un profondo quanto inusuale slancio di filosofia, ritenne d’aver commesso azioni ben peggiori negli ultimi tempi e si allontanò, dirigendosi macchinalmente in cucina senza neanche rendersene conto. Era dall’altra parte della casa, ma il silenzio assoluto non filtrava i rumori dei due amanti che credevano d’essere soli e i sospiri di Flo erano continui affanni serrati. Stupidamente, egli si chiese se lei gli avesse mai riservato un trasporto tanto incisivo; altrettanto stupidamente, realizzò che non avrebbe saputo dirlo perché non vi aveva mai prestato attenzione.
A discapito di tutto quello che avrebbe creduto di provare, dalla rabbia, al dolore, alla frustrazione… si scoprì terribilmente solo.
«Non sei mai solo, Andrew Cruel», gli ricordò dolcemente Frahazanard. Il suo bagliore trionfale doveva essere tanto intenso che, benché ancora riposto nella tasca dell’impermeabile, aloni sanguigni venivano proiettati nell’oscurità della cucina.
«Sono solo un coglione che parla con una palla di vetro», sospirò lui a voce talmente bassa che chiunque, vedendolo, non avrebbe percepito nulla dietro il movimento delle labbra.
«La nostra non è forse la conversazione migliore della tua vita? Ironia della sorte, dovevi acquisire un oggetto parlante per imparare ad ascoltare. Sei arrogante, ma a me non importa: so come intrattenere il prossimo.»
«Potrei romperti», minacciò il giovane. «Potrei… lasciarti cadere in un dirupo o… schiacciarti sotto una pressa…»
«E io potrei o non potrei convincerti che qualsiasi artifizio della tua mente potrebbe o non potrebbe distruggere questo surrogato cristallino di una forma fisica. Ma perché sprecare un così prezioso frammento dell’eternità in un’inutile diatriba? Sappiamo entrambi che non oseresti mai nuocermi.»
«Sai davvero tutto di me», realizzò Andrew, mesto.
«Abbastanza da credere che rimpiangerai di non aver agito in un momento di debolezza. Tu sai cosa sta succedendo in quella stanza.»
«Sì: mio fratello si sta scopando la donna che amo.»
«Definizione patetica persino per te. Domani cosa accadrà?»
In quel momento, Andrew trattenne il fiato: cosa sarebbe accaduto? Come avrebbe guardato Flo e Lucas da quel momento in poi? Per un momento aveva creduto di potersi lasciare quel tradimento alle spalle… se solo fosse riuscito a diventare una persona migliore e meno egoista, ma il solo considerare quell’eventualità palesò la sua totale assurdità.
«Dopotutto, non è detto che lei ti ami ancora», lo incalzò Frahazanard. «Forse non possiedo sufficiente dimestichezza coi vostri rituali, ma una donna che ti ama si accoppia generalmente con tuo fratello?»
«No», concretizzò Andrew. «No, non lo fa.»
«Siamo tutti fratelli e sorelle finché non esponi la schiena a un pugnale», teorizzò il globo. «Tu hai semplicemente sfogato i tuoi istinti su femmine sconosciute che non hanno mai significato niente, ma lei… lei si è celata dietro una maschera d’ipocrisia, lasciandoti credere di avere a cuore il vostro rapporto per occultare un tradimento con tuo fratello! Non hai mai pensato, Andrew Cruel, che il suo sia stato opportunismo sin dall’inizio?»
Andrew sentì le tempie pulsare pericolosamente e si scoprì a tremare.
«Non hai torto», ragionò.
«Ma non è Flo ad avere colpa», ragionò ancora Frahazanard, parlando lentamente. «Lei è solo una vittima. Di chi è il letto in cui si trova adesso? Con chi ha cospirato? Chi l’ha certamente sedotta? E chi, Andrew Cruel, è stato la causa primaria della tua infelicità? Ti ha richiamato a casa senza riguardo per ciò che hai perduto, ti ha… privato della felicità che potevi avere con lei! Chi è, Andrew Cruel?»
«Lucas», sibilò il giovane.
«Lucas», ripeté Frahazanard.
Andrew sollevò la mano destra davanti agli occhi: forse l’aveva prelevato dal cassetto; forse era sempre stato tra le sue dita; forse… ce l’aveva mezzo Frahazanard. Nella debole luce filtrante dalla finestra, la fredda lama del lungo coltello scintillò di giustizia.
«Un frammento di coraggio sarà sufficiente», sussurrò il globo, suadente. «Lui non ha esitato a farlo: non essere da meno.»
Andrew Cruel tornò indietro attraverso l’appartamento. A ogni passo, i gemiti di Flo erano più alti, strazianti.
«Ti piace, eh?» grugnì la voce maschile. In risposta, ella ringhiò soffiando tra le labbra, colma d’appagamento.
La porta scivolò fluida sui cardini. I due amanti erano troppo concentrati nella passione reciproca per accorgersi immediatamente della figura incappucciata, appoggiata contro lo stipite, ma pochi istanti dopo la ragazza proruppe in un urlo terrorizzato e balzò a sedere strisciando sulla schiena.
«Cazzo!» sbraitò, scalciando il compagno di letto nella foga.
Lucas si voltò: era già bianco in volto ancor prima di riconoscere il loro osservatore.
«Andrew…?» boccheggiò.
«Ssst», lo zittì l’interpellato, avvicinando l’indice alle labbra. «Abbassa la voce, fratellino. Che succederebbe se qualcuno ti sentisse?»
«Andrew, cosa ci fai a casa… adesso…» farfugliò stupidamente l’altro, cercando una valida argomentazione che non poteva esistere. Fu Flo a cedere per prima.
«Andrew… amore mio, perdonami!» singhiozzò, tentando di coprirsi col lenzuolo. «Non so cosa mi abbia preso, è stato… è stato un brutto errore che…»
«Lo so», la interruppe lui. La sua voce era bassa, fremente, ma tanto intensa da imporre il silenzio. «Non è colpa tua, piccola. So che sei stata ingannata da questo traditore.»
«Ehi, non è affatto vero!» protestò Lucas, alzandosi in piedi e recuperando i propri jeans dal pavimento, indossandoli con un certo impaccio. «Non sono stato io, va bene? Non del tutto! È stata lei a venire da me quando…»
«No!» strillò Flo. «Stavo male, è vero, ma non puoi credere che…»
«Dove pensi di andare?» domandò Andrew al fratello.
Quella domanda bastò a riaccendere una fiammata di fremente orgoglio in Lucas.
«Questa è casa mia», replicò tra i denti. «Quello che è di troppo sei tu! Perché non te ne vai, Andrew? E perché non porti questa puttana con te?»
«Va’ al diavolo, bastardo!» gridò la ragazza. «Certo che ce ne andremo! Non è vero, Andrew? Staremo insieme e dimenticheremo tutto! Andiamo via adesso!»
«Lucas, è colpa tua», sentenziò Andrew Cruel, lo sguardo appena visibile sotto il cappuccio dell’impermeabile. «Hai cominciato tu tutta questa storia. E la pagherai.»
«Ah, davvero?» ringhiò l’altro, avanzando con aria bellicosa. «Cosa vorresti fare? Ammazzarm…» la parola gli sfiorì in punta di lingua quando, a meno di due passi dal fratello, intravide il coltello che questi aveva in pugno. Il suo volto si fece cinereo. «Andrew… Andrew, non fare stronzate. Mettilo via…»
Flo scorse la lama e trattenne il fiato, paralizzata dal terrore.
«Cosa dovrei fare?» lo incalzò Andrew.
«Senti… ascolta, diamoci una calmata», farfugliò Lucas, indietreggiando con le braccia tese. «Fratellone, non puoi reagire così! Sei arrabbiato, sei…»
«Sono tuo fratello solo adesso? Non lo ero mentre ti scopavi la mia donna.»
«È per lei che dovremmo litigare? Per questa troia?!»
Con un guizzo fulmineo, Andrew Cruel avanzò. La lama lacerò la carne in un baleno, sospinta in profondità da un affondo rabbioso, rigirando crudelmente le viscere. Un’esclamazione di furente stupore animò il volto di Lucas e il grido di Flo risuonò nella notte.
Mentre Lucas si accasciava al suolo, Andrew rivolse lo sguardo su di lei. Quest’ultima gli scaraventò addosso un cuscino al solo scopo di distrarlo, dopodiché balzò fuori dal letto e abbandonò la stanza.
«Flo!» tuonò il giovane, correndole dietro.
La ragazza scattò rapida in corridoio e agguantò il proprio impermeabile dall’attaccapanni con una tale veemenza che l’asta cadde, sbarrando la strada ad Andrew. Bloccato dall’ostacolo improvviso, il giovane scorse i lunghi ricci di Flo mentre svanivano oltre la porta d’ingresso e, per un momento, udì il morbido affrettarsi dei suoi piedi nudi giù per le scale. Dall’esterno, il vociare alterato degli inquilini risuonò tra i pianerottoli.
Andrew restò immobile per un momento, ansimante, ragionando in fretta su ciò che aveva fatto. Quando si voltò indietro e vide Lucas riverso al suolo in una pozza di sangue, il coltello gli scivolò dalle dita e cadde sferragliando sul pavimento.
Le implicazioni della propria furia lo colpirono con tale ferocia da suggerirgli la presenza di una lama piantata nel ventre.
«Va’ da lei», gli consigliò Frahazanard.
Andrew Cruel scosse il capo come inebetito.
«Raggiungila!» insistette il globo. «Se non la prendi per primo, qualcun altro te la porterà via.»
Andrew Cruel prese una decisione e scavalcò l’attaccapanni, fuoriuscì sul pianerottolo e abbandonò per sempre l’appartamento del fratello. Scese rapidamente le scale tra l’allarmismo generale degli altri inquilini, senza prestare attenzione a nessuno di essi. Era appena arrivato al pianterreno e stava aprendo il portone quando, dall’alto, uno straziante urlo femminile risuonò per il palazzo. Qualcuno gridò a gran voce di chiamare un’ambulanza; un altro gli fece eco, invocando la polizia.

Continua…

Andrew Cruel – Capitolo 5

Andrew3

Flo tornò mesta in cucina nell’istante in cui Lucas accendeva la sigaretta di fine pranzo.
«Sta dormendo», comunicò la ragazza. «Gli preparerò qualcosa più tardi.»
Lucas annuì gravemente, storse la bocca e fece un altro tiro.
«Comincio a preoccuparmi», disse. «Non credi che sarebbe il momento di chiamare un medico?»
«Gliene ho parlato, ma lui non ha voluto sentire ragioni. Anzi, si è persino arrabbiato per averglielo proposto. Ha detto che starei complottando per convincerlo di essere malato.»
«Sì, ecco, detto tra noi… non è che lui stia facendo qualcosa per smentirci: è matto come un cavallo!»
I due giovani ridacchiarono cercando di contenersi, nell’effettivo timore d’essere uditi; tuttavia, l’ilarità svanì ben preso.
Flo sospirò nel prendere posto a tavola, accomodandosi proprio dinanzi alla finestra: la debole luce grigiastra esaltò l’intenso ramato dei suoi ricci. Con i lividi sul viso ormai quasi svaniti, era facile capire perché Andrew si fosse così invaghito.
«Cosa c’è?» la incalzò Lucas.
«C’è una cosa che… che sto pensando da un po’», azzardò lei, incerta.
«Sono un tipo discreto», le assicurò lui con un sorriso incoraggiante.
«Riguarda tuo fratello e quello che hai detto», riferì Flo a mezza voce, obbligando l’altro a sporgersi vicinissimo per distinguere le parole. «È accaduto… otto, nove giorni fa: ero appena tornata a casa e lui era a letto. L’ultima volta mi aveva urlato contro per averlo svegliato e ho cercato di fare più piano che potevo per non disturbarlo. Ecco… Lucas, devi credermi, sono quasi morta di paura! Lui stava parlando. All’inizio ho pensato che ci fosse qualcuno con lui… o che fosse al telefono… ma le sue parole erano farfugliamenti, come se stesse discutendo da sé. Quando mi sono avvicinata per spiarlo stava dormendo.»
Lucas era rimasto ad ascoltare il breve resoconto con la massima attenzione e, sul finale, fece un profondo tiro alla sigaretta, soffiando via il fumo dalle narici. Pareva immerso in una profonda riflessione.
«Probabilmente parlava nel sonno», suppose.
«Non lo so. Era… così strano…» rabbrividì lei.
«Guarda il lato positivo: se ci liberiamo di quel rompicoglioni di mio fratello, giuro che organizzo una serata di beneficienza nel mio locale con open-bar sino a esaurimento scorte!»
«Non è carino da parte tua», protestò la ragazza, ma entrambi risero.
«Dico sul serio, Flo», puntualizzò Lucas. «Non so cosa gli sia preso per diventare più… insopportabile di quanto sia mai stato, ma penso che tu sia una brava persona e non meriti tutto questo. Non meriti, voglio dire, di passare i tuoi giorni ad assecondare i suoi capricci.»
«Sei molto gentile», mormorò Flo, sorridendo. Si guardarono negli occhi per un istante, separati solo dalla tenue foschia del fumo di sigaretta.
In quel momento, dal salotto, si udì il movimento strascicato di un paio di pantofole; nel momento in cui Andrew fece capolino in cucina, Lucas si ritrasse sulla sedia per allontanarsi da Flo.
Le ultime settimane, trascorse quasi esclusivamente a letto, avevano trasformato Andrew Cruel rendendolo quasi irriconoscibile: mangiava pochissimo e i muscoli avevano perso la tonicità di un tempo, la barba era lunga, l’incarnato pallido, ma gli occhi restavano svegli e famelici, benché segnati da occhiaie profonde. Nonostante tutto, Flo gli era rimasta accanto, decisa a confortarlo con dolcezza e sensualità, ma lui l’aveva respinta con frequenza sempre maggiore. Per lei era stato arduo, in principio, incassare un rifiuto dopo l’altro; tuttavia, il progressivo abbandono del suo compagno ne aveva di volta in volta diradato i tentativi. Da giorni non si sfioravano più.
«Amore mio», esordì Flo, balzando in piedi con uno scatto tutt’altro che naturale. «Hai fame? Vuoi mangiare qualcosa?»
Andrew squadrò la ragazza e il fratello con occhi lucenti, unica finestra di vita in un corpo che appariva ormai morto, orribile a vedersi.
«Acqua», rispose con voce roca, sollevando la brocca vuota che reggeva in mano. Flo la prese e andò a riempirla.
«Stai meglio?» gli domandò Lucas.
«Non lo so», rispose Andrew, avvicinandosi. «Dammi una sigaretta.»
Lucas afferrò il pacchetto e, con un gesto esperto, lasciò sporgere un singolo filtro dallo strappo sulla confezione per offrirlo al fratello. Andrew recuperò la sigaretta e l’accendino sul tavolo, tentando un paio di scatti incerti con le dita intorpidite prima di generare la fiamma. Una volta acceso il braciere, si accomodò sulla sedia occupata dalla ragazza sino a un istante prima.
«Ecco qua», disse Flo, depositando sul tavolo la brocca e un bicchiere colmi d’acqua fresca. «Avevi sete, giusto?»
Andrew afferrò il bicchiere e lo vuotò di colpo, senza curarsi troppo dei rivoli che gli scivolarono giù per la barba e andarono a bagnargli il petto.
«Un po’ d’aria ti farebbe bene», azzardò Lucas, fingendo di ponderare una faccenda sulla quale aveva già lungamente meditato. «Perché non vai a farti una doccia e non esci, stasera? Vieni a trovarmi al bar, ospito una band blues!»
«Ho da fare», tagliò corto Andrew. «Portati Flo.»
Mentre Andrew abbassava gli occhi per centrare il posacenere, i due fecero in tempo a scambiarsi un’occhiata allarmata.
«No», mormorò la ragazza, apprensiva. «Io resto qui con te. Potresti aver bisogno di qualcosa durante…»
«Devo uscire», precisò Andrew, rivolgendosi alla compagna come per rimproverarle una stupidaggine. «Va’ a divertirti da sola», aggiunse. Si alzò in piedi e abbandonò la cucina, lasciandosi dietro un’esalazione rancida che sapeva di tensione.

* * *

Il cielo, occultato da nubi temporalesche nell’ora del tramonto, aveva gettato la citta in un’oscurità prematura, sotto una pioggia gelida e fitta che cadeva senza sosta già da alcuni giorni. Dal momento che alcune gallerie erano state allagate, il traffico era rimasto interdetto a gran parte dei mezzi. C’era il rischio concreto che il fiume esondasse.
Nel mezzo dello sconvolgente temporale, con anfibi e impermeabile indosso e il cappuccio sollevato sulla faccia, mostrando solo la folta barba gocciolante, Andrew Cruel passeggiava lungo strade quasi deserte. Aveva le mani in tasca e, tra le dita gelide della destra, stringeva la sferica fonte del proprio tormento.
«Lo sanno! Sanno tutto! Sanno che sono stato io, stavano complottando contro di me!»
«Puoi andartene quando vuoi, Andrew Cruel. Vattene da questo posto e ricomincia una nuova vita dovunque desideri. Non ti ho già mostrato abbastanza mondi e possibilità?»
«No! Flo… non voglio separarmi da Flo!»
«Portala con te.»
«Non posso! Finché mi crederà un assassino…»
«Ma tu sei un assassino, di questo sei convinto oltre ogni ragione.»
«Lo so cosa sono! Non avrebbe importanza se lei mi credesse innocente! Quando la guardo, tutto ciò che vedo è paura: crede che arriverò a ucciderla e nasconderò il suo cadavere chissà dove!»
«Sei certo di aver decifrato col dovuto criterio le sue emozioni?»
«Vuoi insegnare a me cosa prova un essere umano?!»
«Non mi permetterei mai, Andrew Cruel», replicò il globo, divertito.
Andrew raggiunse la meta: un lussuoso albergo nel quale entrò spargendo pozzanghere, guadagnandosi un’occhiataccia dall’impiegato alla reception. Fu accolto con una certa freddezza, ma quando esibì il documento falso che Frahazanard gli aveva procurato e mostrò i contanti nel portafoglio, gli furono dovutamente consegnate le chiavi di una stanza tra i piani alti dell’edificio.
Salì con l’ascensore, nel tepore, controllando l’orologio; percorse il ricco corridoio, oltrepassando porte tutte uguali, sino alla 1812. Una volta dentro, dopo un giro di chiave, finalmente aprì l’impermeabile.
«Cos’è questa fretta?» lo schernì il globo.
«Devo lavarmi», dichiarò amaramente il giovane. «L’ultima volta ha fatto storie.»
Lasciò l’impermeabile accanto al radiatore e abbandonò i vestiti sul pavimento del bagno, dopodiché si distese nella vasca sotto il getto d’acqua bollente. In poco tempo, la stanza fu satura di vapore.
In passato, Andrew avrebbe ricavato sommo sollievo nel sentirsi scivolare di dosso il sudore e lo sporco accumulati, ma aveva già abbandonato certi inutili vezzi. La pulizia fu rapida ed efficace e, una volta tornato in stanza con indosso un accappatoio, si abbandonò esausto sul grande letto matrimoniale. Forse si addormentò, sognando visioni inconcepibili di orrori vissuti attraverso immagini trasmesse, quando il telefono della camera squillò nel momento provvidenziale, strappandolo al tremendo delirio. Il giovane rispose: dalla reception, gli comunicarono che una persona aveva chiesto di lui e se acconsentiva a lasciarla passare. Andrew confermò, ripose la cornetta, si alzò in piedi e cominciò a passeggiare nervosamente da una parte all’altra della stanza, fremendo come in preda alla febbre. Pochi minuti dopo, qualcuno bussò.
«Vieni», disse il giovane, aprendo la porta.
Una donna dall’abbigliamento appariscente, esageratamente scollata malgrado il freddo di quei giorni, avanzò guardandosi intorno con aria critica, esaminando nel dettaglio ogni angolo della stanza. Aveva una pettinatura spostata completamente sulla destra e il lato sinistro del capo rasato, ricoperto da appena un centimetro di capigliatura. Chiunque l’avrebbe giudicata incantevole se non fosse stato per la piega volgare della bella bocca. In sua compagnia, un passo più indietro, c’era una ragazzina dalla corporatura minuta e lo sguardo basso, timoroso, mascherata da uno strato di trucco ingannevole che rendeva arduo stabilirne l’età.
«Carina», commentò la donna, rivolgendosi alla stanza. «Meglio della topaia dell’altra volta.»
«Sei in ritardo, Alexis», la rimproverò Andrew.
«Se hai ingannato il tempo per farti una doccia, tanto meglio. Lei è Clori», dichiarò, indicando la ragazzina.
Andrew studiò la piccola dall’alto: era un uomo di considerevole statura, capace d’intimidire facilmente una mocciosa tanto minuscola, ma era stato il progressivo decremento muscolare a conferirgli quell’aria spettrale e malata. La giovinetta, sotto l’esame indagatorio di quegli occhi squilibrati, serrò le labbra e cominciò a tremare.
«Non avere paura», le disse Andrew, ma il suo tono autoritario non aveva niente di rassicurante. «Clori… quanti anni hai, Clori?»
«Quattordici», rispose per lei la donna, cominciando a spogliarsi e gettando i propri abiti sulla poltrona, uno dopo l’altro. «È la più giovane che sono riuscita a trovare alle tue condizioni. Ti va bene?»
Clori aveva folti capelli ricci e l’innocenza sul viso.
«Vuoi guadagnare un bel po’ di soldi?» le chiese Andrew.
Finalmente, la ragazzina levò il capo e annuì. Aveva gli occhi pieni di lacrime.
«Bene», disse lui e, piegandosi esageratamente, la baciò sulle labbra rigide, cominciando a spogliarla. «Fa’ come ti dico.»

* * *

Era già molto tardi quando Andrew Cruel saldò tutti i conti e abbandonò l’albergo, incamminandosi verso casa. Era ubriaco fradicio e sconvolto dagli stupefacenti.
«Come devo interpretare tutto questo?» domandò Frahazanard, la voce acuta di chi sta per sbellicarsi da un momento all’altro.
«Come ti pare», tagliò corto il giovane.
«Oh, Andrew Cruel, Andrew Cruel! Non lasciarmi così sulle spine!» esclamò il globo, deridendolo. «Fa’ finta che io non sappia, che non possa leggerti il cuore. Fingiamo come ai vecchi tempi, quando ancora speravi di tenermi nascosto qualcosa», gli propose. Era come ragionare con un tossico in astinenza dalla droga preferita. Se fosse stato una persona, sarebbero stati due sbandati impegnati a sorreggersi l’uno con l’altro sulla strada deserta.
Almeno, aveva smesso di piovere.
Andrew sospirò, sentendosi un verme: si stava perdendo e non poteva farci nulla. Quella piccola avventura l’aveva soddisfatto assai meno di quanto avrebbe sperato, lasciandogli solo l’amaro in bocca. Era meschino tradire Flo, ma ne aveva bisogno per cancellare il senso di colpa causato dall’omicidio di Donald Costa; e poteva ritenersi deplorevole quando comprava il corpo di una bambina, ma non aveva altra scelta se non quella di assecondare i più turpi istinti… per opporsi a ciò che in Frahazanard aveva visto. Il suo più intimo desiderio, in quel momento, era spingersi all’estremo in ogni esperienza per non perdere se stesso.
«Che cosa sei, Frahazanard?» gli domandò ancora, sperando come non mai.
«Se anche ti rispondessi, non potresti capirlo.»
«Non credevo di poter capire molte delle cose che mi hai mostrato, ma avevo torto.»
«Tu non credevi, ma io so. So di essere ancora ben oltre la portata della tua immaginazione.»
«Ti prego…»
«Non implorarmi, Andrew Cruel, e ricorda sempre: è il tuo futuro, non il mio. Chiedi, chiedi qualsiasi cosa. A discapito di tutto, chiedi. Io ti darò.»
Era tornato a casa e, salendo nell’ascensore che l’avrebbe portato all’appartamento, ascoltò il cupo scorrimento del cavo d’acciaio nel vuoto ed ebbe voglia di piangere. Quando uscì sul pianerottolo, faticò per recuperare le chiavi nascoste in chissà quale tasca, ma alla fine vi riuscì. Guardò l’orologio da polso: era molto tardi, Lucas doveva essere tornato dal lavoro un’ora prima e, probabilmente, stava già dormendo.
Andrew esitò, indugiando nel divorante senso di colpa per una serata all’insegna del tradimento: verso Flo, che nonostante tutto aveva deciso di rimanergli accanto, e verso Lucas, che l’aveva accolto in casa. Forse poteva ancora cambiare, forse poteva salvarsi mostrando gratitudine, per una volta. Nel rifletterci, sentì quella nuova possibilità acquistare un senso.
«Perché no?» si disse tra sé.
«Provaci», gli suggerì Frahazanard.
Un buon modo per cominciare era cercare di non disturbare il sonno del fratello, che sopportava pazientemente d’essere svegliato a orari improbabili dopo una lunga giornata di lavoro. Forse, cominciando ad avere rispetto per Lucas… il resto sarebbe stato più facile.
Andrew ruotò la chiave nella serratura avendo cura di essere più silenzioso possibile e, in punta di piedi, scivolò nell’appartamento.
In quel momento, una risata sommessa lo raggiunse dalla camera da letto.

Continua…