Caeli – Capitolo 2

Caeli2

Tremava da capo a piedi e tutto le sembrava troppo assurdo, come un tuffo in una realtà che era onirica e tangibile al tempo stesso. La sfera luminosa le era sfuggita di mano, rotolando chissà dove.
Incerta, quasi temesse di svegliarsi con un movimento eccessivo, Caeli si avvicinò allo specchio tastandosi la faccia, facendo smorfie, stentando a riconoscersi. Era davvero… diventata adulta? Di quanti anni? Si giudicò bellissima, forte, giovane, ma la bambina era ancora lì, sepolta nello spaventato sconcerto degli occhi, nell’accenno di pianto che le pronunciava le labbra rosee.
Tornando alla realtà, cercò tra le mani vuote e sul pavimento.
«Fra?» chiamò. Nessuna risposta.
Si gettò in ginocchio, gattonando alla ricerca del globo. Il bagliore rossastro attirò quasi immediatamente la sua attenzione tra i piedi di un vecchio divano. La ragazza allungò la mano premendo il viso sul logoro tappeto in un gesto assai infantile, provando un certo impaccio a causa delle nuove, generose forme del corpo che le intralciavano il movimento. Recuperato l’oggetto, si tirò su e si sedette a gambe incrociate.
«Sei stato tu?» gli chiese a bruciapelo. «Stato… o stata? Sei un maschio?»
«Sì, sono stato io, e no, non ha importanza che sia maschio o femmina.»
«Certo che ha importanza! Tutti siamo l’una o l’altra cosa, altrimenti come…»
«Puoi considerarmi un maschio», la interruppe Frahazanard con condiscendenza.
Caeli lo squadrò severamente, ma decise che aveva cose più importanti di cui occuparsi che discutere il sesso di una sfera parlante.
«Quanti anni credi che abbia?» gli chiese.
«Venti», rispose lui. «So che volevi essere adulta per abbandonare questo posto. Adesso puoi, Caeli. Cosa aspetti?»
La bambina cresciuta indugiò, guardandosi scioccamente intorno come alla ricerca di una risposta scritta sulle pareti. Era vero, aveva desiderato tanto poter abbandonare quel luogo in cui era precipitata senza ragione o giustificazione in un giorno che non ricordava, all’inizio della propria vita, ma la realizzazione repentina di un desiderio tanto profondo l’aveva messa in agitazione, facendole considerare quanto poco conoscesse del mondo esterno alle recinzioni dell’istituto.
«Ti starò accanto», la rassicurò Frahazanard in tono mite.
«Sul serio?» mormorò lei, incredula, reprimendo ancora una volta il bisogno di cedere alle lacrime. «Non so se crederti. Perché vuoi essere mio amico?»
«Ti sembra che qualcuno vorrebbe essere mio amico?» le domandò il globo, spargendo un singolare bagliore che, in un modo tutto suo, ricordava la dolcezza di un sorriso.
«Ecco… no, immagino che sia difficile avere degli amici se sei una palla.»
«È precisamente vero», le confermò Frahazanard, struggente. «Ma tu, dolce, graziosa Caeli, potresti essere la mia prima amica; e io sarò il tuo vero, unico amico.»
«Va bene!» esclamò allegramente lei, alzandosi. Solo allora, piantando i piedi sul pavimento, ricordò del momento in cui si era tolta le scarpe; i vestiti troppo piccoli, laddove non si erano lacerati per accogliere il corpo cresciuto, stringevano dolorosamente. Stare completamente ritta le era quasi impossibile. «Ahia!» si lamentò. Poi, contemplando la sfera che reggeva in mano, rifletté per un attimo tra i meandri delle vorticose tinte. «Se sei riuscito a farmi diventare grande, potresti procurarmi anche degli abiti adatti, per favore?»
Con un flash scarlatto, la tensione dei vestiti si allentò e scomparve. Caeli contemplò i propri abiti con meraviglia: erano gli stessi che indossava in precedenza, ma la magia li aveva ingranditi per adattarli al nuovo fisico. Le scarpe, debitamente cresciute, si erano materializzate ai suoi piedi.
«Forte!» commentò, ammirata dall’effetto che faceva la giacca di pelle sul corpo snello.
«Ti suggerisco di affrettarti, Caeli», le ricordò Frahazanard. «Suor Benedykta verrà presto a cercarti per la punizione, giusto?»
«Hai ragione!» convenne lei, senza farsi troppe domande sul perché il globo conoscesse suor Benedykta: lo sistemò accuratamente nella tasca dal quale era affiorato e, una volta chiusa la giacca sul petto prominente, raggiunse in un lampo la finestra e l’aprì.
Fuori, un venticello crudele increspava l’aria rigida, mischiando l’odore della neve imminente al fumo dei camini. L’ufficio di suor Benedykta era al secondo piano, ma Caeli scavalcò il davanzale senza indugi e restò in equilibrio sullo scivoloso rilievo perimetrale che avvolgeva l’edificio come una fascia di marmo. Non era la prima volta che si cimentava in certe acrobazie: l’estate precedente, Jerzy l’aveva sfidata proprio a intrufolarsi nell’ufficio dal quale stava uscendo; il fatto che nessuno li avesse scoperti era un miracolo. Per risalire dall’esterno, era stato necessario scalare un albero che cresceva a circa dieci passi di distanza dalla finestra.
Caeli strisciò con la schiena lungo il muro, avvertendo il ghiaccio scricchiolare sotto le suole. Procedeva con estrema cautela, per nulla certa delle nuove proporzioni, ma fu con insolita rapidità che raggiunse il ramo sporgente al quale si aggrappò per guadagnare il tronco. S’inoltrò tra le fronde spoglie dell’albero, bloccandosi di colpo quando il legno gemette sotto il proprio peso. Silenzio. In lontananza, dall’interno dell’istituto, udiva l’incessante confusione dei bambini. Provò un tuffo al cuore d’improvvisa nostalgia e pensò a tutti loro e a Joanna, al modo in cui li stava abbandonando senza neanche salutarli. Non poteva essere un addio, si disse, ed era ormai troppo decisa a sfruttare l’occasione per tornare indietro.
Dai rami dell’albero, era possibile raggiungere facilmente una delle colonne di mattoni che costituivano parte della recinzione, dove la sommità liscia ospitava uno strato di neve compatta. Caeli vi si calò agilmente, ma non poté evitare di spezzare un ramo con uno schiocco secco e un tonfo tra i cespugli. Non vi badò. Oramai, solo un balzo la separava dalla libertà.
La colonna era grande abbastanza da ospitarla, vi s’inginocchiò e piantò le dita gelide lungo gli spigoli, guardandosi intorno alla ricerca di un appoggio. Non era particolarmente tentata dai sacchi di spazzatura sulla destra; d’altra parte, la strada era ancora deserta. Prese al volo l’unica risoluzione e saltò. Si lasciò sfuggire un piccolo urlo all’impatto, ma la neve attutì efficacemente l’urto.
Un sospiro, un fremito, un’occhiata su per la colonna: era molto più bassa vista da quella prospettiva, ma che importava? Caeli si alzò in piedi stentando a credere di essere davvero fuori. Le venne da ridere, da piangere, sentì le mani formicolare d’eccitazione e il cuore tambureggiarle in petto con prepotenza. Finalmente libera, senza una ragione, cominciò a correre giù per l’ampio viale, verso il cuore della città.

* * *

Con l’avanzare della notte, la fitta rete dei rami spogli intrappolò la luce dei lampioni lungo le strade alberate, conferendo alla cittadina un’atmosfera fiabesca.
Caeli aveva corso sino a non avere più fiato, ma anche da stanca non si era fermata e aveva continuato a camminare, rivolgendo sguardi traboccanti di stupore e meraviglia a qualunque cosa la circondasse. La gioia della libertà a lungo sognata non le consentiva di ragionare troppo sui vestiti impregnati di sudore, sul freddo che risaliva dalle scarpe zuppe e le penetrava le mani gelide, sul percorso che stava seguendo per evitare di perdersi. Ciò che non poteva ignorare, tuttavia, era la fame. Un brontolio insidioso dello stomaco la obbligò a fermarsi, guardarsi intorno e riflettere. La neve era alta e non c’era molta gente in giro, sebbene alcuni negozi fossero ancora aperti. Non le avrebbero venduto niente senza denaro, questo lo sapeva bene, ma forse poteva chiedere consiglio al nuovo amico. Senza smettere di camminare, provò a chiamarlo.
«Fra? Ci sei?»
«Finché potrai toccarmi, potrai anche sentirmi», la tranquillizzò lui. «Hai fame, Caeli?»
«Tanto», annuì lei in un lamento infantile. «Ma non ho soldi. Come posso fare?»
«Non pensarci. Vedi quel negozio dall’altra parte della strada? Lì dentro troverai da mangiare. Va’, al resto penserò io.»
Un minuto più tardi, la porta di un piccolo minimarket si aprì e il ragazzo seduto dietro al bancone scattò sull’attenti.
«Buonasera», salutò lei, educatamente, sentendosi un po’ a disagio.
«S-salve», replicò l’altro a mezza voce. Era un giovane mingherlino appena ventenne con indosso un grembiule verde troppo grande, dal viso smunto e invaso dall’acne sotto una massa scomposta di capelli rossi. Al sopraggiungere di quella ragazza aveva lasciato cadere il fumetto che stava leggendo. In principio non sembrò molto convinto della sconosciuta dagli abiti scompagnati e fradici, ma quando il silenzio divenne imbarazzante e lei sembrava ostinatamente decisa a non parlare per prima, il ragazzo si schiarì la voce e le si rivolse con un timbro più marcato, degna dell’adulto che pretendeva di essere. «Cosa… cosa posso fare per lei, signorina?»
«Ho solo fame», rispose Caeli con semplicità. «Potrei mangiare qualcosa?»
Il ragazzo non si aspettava una richiesta simile, soprattutto quando gli scaffali ospitavano una gran varietà colorata di cibarie in tutte le confezioni. Per un momento, gli sovvenne che quella potesse essere una mendicante, ma non aveva l’aria di una senzatetto e, più facilmente, la giudicò un’adolescente qualsiasi. Non volendo rischiare di offenderla, si limitò a indicarle l’esposizione con un gesto teatrale della mano.
«Si… si serva pure. Siamo qui per questo», aggiunse, ma la sua voce si affievolì sul finale.
Caeli era scattata al primo assenso, si era precipitata sugli scaffali e aveva recuperato un paio di confezioni di biscotti, della marmellata, cioccolato, caramelle gommose, rotelle di liquirizia, pasticcini confezionati e una crostata al limone. Con le braccia stracolme, sotto gli occhi perplessi del commesso, riversò il bottino sul bancone accanto alla cassa e strappò le confezioni, divorando ogni cosa scompostamente, con l’ingordigia di una locusta.
Il ragazzo era rimasto impietrito: pregò che non entrasse nessun altro cliente in quel momento e, soprattutto, che suo padre non tornasse a reclamare il controllo del negozio. In realtà, se non fosse stato per il rischio che si stava assumendo assecondando quella svitata, sarebbe riuscito a godersi la rara compagnia di una ragazza tanto bella. Alla fine prese una decisione: non poteva andare peggio di così e se lei l’avesse rapinato non sarebbe cambiato più niente.
«Vorrebbe una birra?» azzardò, speranzoso.
«Bi… birra?» gli fece eco lei, spostando di lato un pastoso boccone di dolciumi.
«Non ha sete?»
«Ah, sì! Latte!» esclamò, poi rifletté un momento ed aggiunse: «Per favore».
Sempre più stralunato, il ragazzo recuperò una confezione dal frigorifero alle proprie spalle e lo posò sul bancone; si era appena voltato, cercando di recuperare un bicchiere di plastica da qualche parte, quando udì uno strappo e scorse la ragazza portare la bottiglia direttamente alle labbra. Beveva con tale avidità che alcuni rivoli biancastri le scivolarono giù lungo il mento, andando a macchiarle la sciarpa.
Per quanto molti avrebbero trovato disgustosa quella scena, il ragazzo ne fu ammaliato: vi era qualcosa di conturbante in lei, un’aria distaccata e innocente, ma spregiudicata al tempo stesso. Credendo di farle un favore, le avvicinò distrattamente un mucchietto di tovaglioli, ma lei non vi prestò attenzione e continuò a mangiare.
«Io sono Szymon», si presentò lui all’improvviso.
La ragazza dovette deglutire di colpo prima di rispondere.
«Io Caeli», gli disse, sorridendo, dopodiché riprese a mangiare.
«Sei…» azzardò lui, tentando una forma più colloquiale alla quale lei non si oppose. «Sei straniera?»
«No, perché?»
Szymon non volle correre il rischio di offenderla commentando lo strano nome, quindi optò per quella che era la seconda ragione delle sue perplessità.
«Non ti ho mai vista da queste parti.»
«Ah…» replicò lei, pulendosi la bocca col dorso della mano senza troppe cerimonie, riflettendo tra sé. «Sono qui… solo di passaggio», spiegò.
«Capisco…» annuì lentamente il ragazzo, grattandosi la nuca con scarsa convinzione; poi, sporgendosi appena in avanti sul bancone, le domandò a voce più bassa: «Hai fatto qualcosa di brutto?»
«No, no», rispose Caeli, scuotendo enfaticamente il capo. Poi, come ricordandosene proprio in quel momento e masticando una barretta al cioccolato: «Ho dato un pugno a Michalina, ma se lo meritava. Voleva fare la cattiva con Joanna, che è troppo piccola per difendersi, allora io le ho detto di restituirle la giacca, ma lei niente, così l’ho colpita prima che potesse farlo lei».
«Hai fatto bene», confermò Szymon, che non aveva capito niente di quella storia tranne il fatto che, in linea di massima, doveva trattarsi di un’ingiustizia ai danni di una certa Joanna.
«Ah, mi sento meglio», sospirò lei, abbandonando mezzo biscotto nel barattolo della marmellata, tra un putiferio di briciole e cartacce.
«C’è del denaro per te nella tasca dei pantaloni», le disse Frahazanard.
«Giusto!» esclamò la ragazza, lasciando Szymon in dubbio, ma questi non ebbe il tempo di aggiungere altro che la ragazza gli allungò un paio di banconote sotto il naso. «Ecco!»
«Io… aspetta, aspetta… lasciami prima…» borbottò, premendo le dita tremanti sul registratore di cassa. Il totale della spesa era esattamente pari al denaro che gli era stato offerto. «Va bene», annuì, incassando. «Vorresti un sacchetto?»
«Per fare cosa?»
«Per… per portare via tutta questa roba, no?» azzardò lui.
«Oh, non importa!» esclamò Caeli, sorridendogli in quel suo modo cristallino. «Mangiala tu se vuoi. Ciao, Szymon!» e, senza aggiungere altro, abbandonò il negozio.
Szymon restò imbambolato come un idiota per almeno un minuto, senza capire se quello fosse solo uno strano sogno. Provò a darsi un pizzicotto e lo scenario non cambiò. Pensò agli amici, a quando avrebbe raccontato loro dello schianto di ragazza che era entrata nel negozio, ma cosa c’era da raccontare, dopotutto? Mesto, abbassò lo sguardo sul disordine che ingombrava il bancone: dolci. Dolci dappertutto.
«Che gusti da bambina», commentò. Poi si guardò intorno, come se qualcuno potesse spiarlo attraverso gli scaffali, e quando fu certo di essere completamente solo, afferrò quel biscotto mangiato a metà e se lo ficcò in bocca. Pastafrolla e albicocche. Si concentrò intensamente, provando a immaginare il sapore delle labbra di quella ragazza.

Continua…

Caeli – Capitolo 1

Caeli1

Se qualcuno le avesse chiesto il nome, lei non avrebbe esitato a rivelare quel breve miscuglio di lettere che la identificava. Un nome è soltanto un nome, no? Allo stesso modo doveva pensarla la persona che l’aveva abbandonata quando aveva solo pochi giorni di vita, raggomitolata in una coperta, assieme a un foglio di carta tutto unto dove un ramo bruciato aveva tracciato la parvenza di un nominativo.
Caeli.
Non era un nome. Non era neanche un cognome, ma era l’unica cosa che le apparteneva. I vestiti che indossava erano un dono scartato da famiglie vere, di quelle che abitavano nelle case, per quei bambini orfani che limitavano il proprio universo al cancello di un cortile; ed erano presi in prestito, perché li avrebbe ereditati qualcuno più piccolo quando lei fosse diventata troppo grande. Non erano suoi neanche i capelli dorati e gli occhi del colore dell’alba, perché le suore sostenevano che quelli fossero doni di Dio e, com’è risaputo, tutto quello che Dio offre con una mano la riprende con l’altra. Le avevano detto che aveva otto anni e che sapeva assai poco del mondo, ma era già abbastanza grande da accorgersi che lei, a differenza di molti altri, non conosceva il giorno del proprio compleanno. C’era un giorno di comune festeggiamento per tutti gli orfani come lei, una volta l’anno, ma persino quella giornata apparteneva al Signore, a dimostrazione del fatto che si trascorreva la maggior parte del tempo impegnati nei dovuti rituali e ben presto era già ora di andare a letto, così che gli orfani senza data si ritrovavano comunque con una festa di meno.
Una primavera dopo l’altra in quella manciata di stagioni vissute, Caeli aveva osservato alcuni amici andare via con una mamma e un papà nuovi di zecca. Come tanti altri, anche lei era stata esaminata da quegli adulti venuti apposta per uno di loro, per portare via un bambino o una bambina in un posto nuovo, regalare la bontà di una famiglia e un futuro, dicevano alcuni, alludendo a qualcosa che doveva essere molto importante. Caeli non riusciva a credere che quelle persone fossero proprio felici di prendere un bambino: li guardavano per interi minuti con una faccia tutta seria, concentrata, come quando c’è da scegliere i compagni di squadra per giocare a palla e restano solo quelli più scarsi in fila. Talvolta, qualcuno rivolgeva loro delle domande alle quali bisognava rispondere bene e con sincerità. In ogni caso, non era detto che gli adulti portassero via qualcuno ogni volta.
Certe mamme e certi papà si erano interessati a Caeli, ma nessuno l’aveva mai scelta. Forse agli adulti non piacevano i bambini con nomi strani o troppo vivaci; forse si era comportata male e una suora gliel’aveva detto; oppure… oppure era Caeli che non aveva voglia di andarsene e loro finivano per capirlo. Che gli adulti fossero strani era un dato di fatto: preferivano portarsi a casa bambini tanto sciocchi, obbedienti e noiosi che era un miracolo se nessuno era mai tornato indietro per chiedere di fare cambio. Suor Asumpta tornava sempre al mercato se qualche venditore le aveva rifilato della merce scadente, perciò perché le mamme e i papà non avrebbero dovuto fare altrettanto?
In ogni caso, per Caeli non era un grosso problema restare all’orfanotrofio. Non voleva una mamma e non voleva un papà, ma solo… andare fuori. Talvolta, l’idea di abbandonare il luogo in cui aveva trascorso tutta la vita le sembrava assurda, ma per quanto si sforzasse non c’era verso di mandarla via. Era stanca di quell’esistenza abitudinaria e voleva scoprire se il mondo che quello strano Dio aveva creato fosse davvero tanto splendido come dicevano. Forse, le era capitato di pensare, era proprio la contraddizione di quegli insegnamenti a farle desiderare il mondo esterno: tutte le sorelle la conoscevano sin da quando era stata accolta e, ad eccezione di un paio che erano andate a stare con Dio, le avevano donato otto anni di affetto profondo; ma quanto all’amore che un Creatore distante riservava a tutta l’umanità… di quello neanche l’ombra. Forse era compito delle mamme e dei papà amare i bambini, non delle suore, ma questo Caeli avrebbe voluto scoprirlo.
«Prima o poi avrai anche tu una famiglia», le ricordava severamente suor Benedykta, l’istitutrice, quando la sorprendeva a crogiolarsi nei soliti sogni a occhi aperti. «Se così non fosse, quando sarai più grande imparerai un mestiere e potrai andartene e condurre la vita che preferisci. Questa non è una prigione!»
Caeli non sapeva neanche cosa fosse una prigione, ma era certa che c’entrasse ben poco con le storie narrate e i giochi in cortile. In prigione erano vestiti tutti uguali e questo, in un certo senso, non rendeva le suore vere prigioniere di quell’istituto? Del resto, trovare solo due bambini con indosso sciarpe completamente identiche era un evento raro come l’eclissi.
«Lo sai che oggi arriveranno i vestiti nuovi?» cinguettò la piccola Joanna, una bambina che era sempre stata così magra e cagionevole da rendere a dir poco ridicola la gioia con la quale accoglieva l’arrivo delle donazioni. «Credi che potrei trovare un bell’abito rosso?»
Caeli riteneva improbabile quella fantasia: nessuno si sarebbe privato di una rarità come sognava Joanna, ma si limitò a scuotere le spalle lasciandole intendere che sì, forse c’era una possibilità. Come sempre, i bambini avrebbero trascorso l’intero pomeriggio a frugare in quelle grandi buste di plastica nella più assoluta confusione; ciò voleva dire tenere occhi e orecchie bene aperti, soprattutto se scoppiava qualche litigio e Joanna rischiava di restarne coinvolta. Gli altri tendevano a dimenticare quanto fosse fragile. Caeli, al contrario, era abbastanza tenace da essere competitiva persino nei giochi e nelle zuffe dei maschi.
Le due amiche si calarono i cappelli di lana in testa e passeggiarono per il cortile innevato, nella luce più tenue del giorno che si avviava verso sera. Le donazioni dei vestiti arrivavano ogni sei mesi circa e, per l’occasione, le lezioni terminavano sempre un po’ prima. Nell’attesa, i bambini si riversavano all’aperto e affollavano il cortile. In quel momento, era in corso una violenta battaglia a palle di neve e grida e risate echeggiavano dovunque.
«Caeli! Caeli, vieni! Ci serve aiuto!» la chiamò Pawel a gran voce, così immedesimato nel gioco da parlare con l’enfasi di un vero soldato di trincea.
«Adesso non ho voglia», ribatté l’interpellata, accostandosi più che poteva all’amica per proteggerla da un eventuale assalto.
«Alla carica!» esclamò Jerzy in un acuto comando, guidando la feroce avanzata di cinque ragazzini in una scarica mitragliante di neve. Pawel e i suoi indietreggiarono e Caeli approfittò dell’occasione per sgusciare oltre la zona di guerra.
«Quanto ci mettono ad arrivare?» sbottò Joanna, impaziente.
In quel mentre, la novizia Klara accorse giù per la scalinata con tutto lo slancio della giovane età, il cappotto aperto sopra l’abito scuro e la voce squillante che sovrastò gli schiamazzi.
«Tornate dentro, bambini! Tutti! Sta per arrivare il furgone! Dentro in sala, veloci!»
Qualche altra palla di neve volò alla ricerca di un bersaglio, ricadendo pesantemente al suolo mentre orfani piccoli e grandi abbandonavano lo spazio aperto, rientrando nell’edificio. Lì, pressati come meglio potevano contro i vetri appannati, osservarono la novizia Klara aprire il cancello e accogliere il mezzo che avanzò lasciando profondi solchi scuri sul vialetto innevato.
Caeli osservò che molte bambine erano su di giri almeno quanto Joanna, mentre i maschi vivevano l’evento da un punto di vista più pratico. Pawel rideva con gli amici e si augurò a gran voce di trovare qualche calzino in più, sfilandosi la scarpa per l’occasione e mostrando il grosso alluce ingiallito che sbucava quasi del tutto da un foro nella lana.
I due uomini che erano scesi dal furgone aiutarono le sorelle a portare le gonfie buste scure nella sala comune e, prima che potessero depositarle sul pavimento, furono attorniati da almeno due dozzine di bambine urlanti.
«Non spingete e non litigate!» ammonì severamente suor Benedykta. «Cercate di andare d’accordo! Badate che sono disposta a mettervi in punizione dal primo all’ultimo!»
Caeli si tenne vicina a Joanna per impedirle di restare travolta, riuscendo a guadagnare un po’ di spazio in sicurezza. Si limitò a scoccare uno sguardo d’invidia ai maschi, che si tenevano saggiamente a distanza e avrebbero scelto i propri vestiti più tardi, con calma. Difficilmente avrebbero litigato, pensò la bambina.
«Guarda che bella!» esclamò Joanna, sollevando tra le dita una gonna a motivi floreali tanto lunga che non avrebbe potuto indossare senza il concreto rischio d’inciampare a ogni passo. «E questa camicetta? Fantastica!»
«È troppo leggera e il tempo sarà freddo ancora a lungo», osservò Caeli. «Cerca qualcosa di più caldo.»
Joanna affondò le braccia sottili in un secondo sacco e rovistò inutilmente per alcuni secondi, quasi cercando d’indovinare col tatto ciò che avrebbe estratto. Un istante dopo, levò una giacca di pelle nera e opaca, fissandola con occhi sgranati e bocca dischiusa in una muta contemplazione di cinghie, fibbie e cerniere. Persino Caeli, suo malgrado, non poté negarne il fascino trasgressivo.
Le due amiche erano rimaste ferme e intontite, quando una mano guizzò come un artiglio e strappò via la giacca dalla presa di Joanna.
«Ehi!» protestò la più piccola. «Ridammela!»
Il sogghigno di Michalina le fece brillare gli occhi scuri di cattiveria. Aveva nove anni ed era tanto prepotente da lasciar credere che sarebbe rimasta in orfanotrofio più a lungo di chiunque altro.
«Questa non è per te, Joanna», disse. «Cerca qualcosa di più adatto ai mocciosi.»
«Non è vero! L’ho trovata io!» strillò l’altra con gli occhi già pieni di lacrime.
Caeli si guardò intorno alla ricerca di un sostegno qualsiasi, ma le poche suore rimaste erano già impegnate a sedare alcuni piccoli litigi. Decisa a non cedere terreno, cercò di placare l’amica con una mano sulla spalla e fece un passo avanti.
«Restituiscigliela», le ordinò con voce ferma. «È vero che l’ha trovata lei e se non hai niente da scambiare…»
«Non me ne importa niente degli scambi!» esclamò Michalina e fece atto d’indossare la giacca, ma fu allora che Joanna afferrò coraggiosamente una manica dell’indumento, causa di discordia, e strattonò con tutte le forze.
«No! Ho detto che è mia! Mia!»
Michalina era molto alta e irascibile, disposta a perdere le staffe alla minima provocazione: sollevò la mano e si preparò a una sferzata, ma Caeli fu più veloce e, afferrato il bavero della giacca con la sinistra, sferrò un destro in faccia all’altra bambina, scaraventandola in mezzo ai sacchi.
Il litigio era stato tanto plateale che attirò l’attenzione generale e, di colpo, la sala piombò nel silenzio. Per un momento, l’unico suono fu il respiro corto e ferito di Michalina, i suoi occhi lucenti di lacrime e sfolgoranti d’ira oltre le cortine di capelli neri e un segno bluastro che prendeva forma sul suo zigomo. L’attenzione si spostò sulla bambina che aveva conquistato la giacca.
«Caeli!» tuonò suon Benedykta, avanzando severa sotto sguardi atterriti. Era l’immagine dello sdegno. «Esigo una spiegazione, signorina! Adesso!»
Caeli gliela fornì, ma evidentemente non era quello che la suora si aspettava di sentire.
«Nessuna ragione giustifica la violenza! Va’ subito nel mio ufficio e non osare muoverti! Quando qui avremo finito faremo un bel discorsetto!»
Trattenendo strenuamente un pianto per l’ingiustizia subìta, la bambina abbandonò la sala strisciando i piedi in un silenzio imbarazzato. Si era stretta quella giacca tra le mani, come per ricavarne conforto, ma non lo realizzò fin quando non raggiunse l’ufficio di suor Benedykta.

* * *

C’era da aspettarsi che facesse tanto freddo: non era la prima volta che Caeli veniva convocata in quel luogo per rispondere di qualche colpa. L’esperienza le aveva insegnato che l’attesa era sempre peggiore di qualsiasi punizione, ma in quell’occasione c’erano persino i brividi a farle desiderare che tutto finisse il prima possibile. Restò seduta per alcuni minuti, chiedendosi se suor Benedykta le avrebbe rimproverato d’aver acceso la vecchia stufa, quando ricordò di essersi portata dietro quella giacca causa di tanto scompiglio.
«Che sciocca», disse, mesta, e la indossò. La giacca era troppo larga persino per lei, perciò era semplicemente ridicolo che proprio Joanna si fosse infervorata tanto per ottenerla. Tuttavia, non poté impedire a se stessa di studiarsi nello specchio e realizzare che non stava poi troppo male, dopotutto. C’era solo un dettaglio, in corrispondenza del petto, che la infastidiva.
La ragazzina tastò, scoprendo immediatamente la presenza di una tasca interna. Era una palla quella cosa che sentiva? Le sue dita avvolsero una superficie vetrosa e, una volta estratto l’oggetto, un bagliore scarlatto impregnò la stanza.
Caeli avrebbe urlato per la paura, ma il grido le morì a fior di labbra. I suoi occhi azzurri erano diventati di un intenso viola nella contemplazione di quella sfera luminosa: sapeva che avrebbe dovuto provare terrore, ma nulla l’aveva mai affascinata di più. Di colpo, l’inquietudine si trasformò in estasi e una voce gentile scaturì dalle profondità infuocate.
«Qual è il tuo nome? Se me lo dici, ti dico il mio.»
«Caeli», rispose la bimba con ovvietà. «Tu come ti chiami?»
«Frahazanard.»
«Fra… cosa? Fra?»
«Se così preferisci, andrà bene.»
La piccola inarcò un sopracciglio con aria dubbiosa e si accomodò lentamente sulla rigida sedia dinanzi alla scrivania, sorreggendo il globo tra le mani.
«Sei un angelo, Fra?» chiese, cercando di contestualizzare con le proprie conoscenze ciò che non capiva.
«No», ribatté Frahazanard, divertito, simulando una risata tramite una successione di lampi.
«Allora sei cattivo?»
«Neanche. Sono qui per te.»
«Per me? Perché?»
«Mi hai trovato.»
«Scusa, ho fatto male?»
«No», le assicurò Frahazanard. Seguì una breve pausa. «Perché sei triste, Caeli?»
«Suor Benedykta mi punirà, ma non ho fatto niente di male», piagnucolò la bambina, cogliendo al volo l’occasione per sfogarsi. «Ho dato un pugno a Michalina, è vero, lo so che ho sbagliato, ma se non l’avessi fatto lei avrebbe picchiato Joanna. E Joanna è molto più piccola! Poteva farle male davvero! E invece daranno la colpa a me. Vorrei che Michalina se ne andasse, ma chi la prenderebbe mai? Farò prima a crescere e andarmene e ci vorrà ancora tanto tempo», sospirò.
«Vorresti diventare grande?» le chiese il globo.
«Sì», annuì la bambina a malincuore.
«Io posso aiutarti se vuoi.»
«Come?»
«Posso far sì che tu cresca adesso.»
Le sopracciglia di Caeli si avvicinarono e, quella volta, fu a causa di un’aperta diffidenza.
«Cosa significa?» domandò dopo averci riflettuto a lungo, senza successo.
«Dimmi solo se tu lo vuoi, Caeli. Se è tuo desiderio, puoi essere una donna. Non vuoi lasciare questo posto? Non vuoi scoprire il mondo?»
«Sì che vorrei!» esclamò la bambina. «È possibile…» ancora una volta, un grido le morì in gola.
I jeans si serrarono alla sua vita come un cappio, mozzandole il respiro; le spalle gemettero lottando contro la maglietta sino a strapparla. Freneticamente guidata dall’istinto, lasciò cadere la sfera e si affrettò a sfilarsi le scarpe dai piedi. Tutti i vestiti stavano rimpicciolendo per soffocarla, pensò con orrore; un istante dopo, tuttavia, realizzò che era il mondo intero a restringersi. Fu solo verso la fine che le fu chiara la cosa più impensabile, ciò che Frahazanard le aveva detto e che la paura era riuscita a cancellare per un momento.
L’incanto svanì così com’era cominciato e Caeli si alzò in piedi, barcollando lievemente, puntellandosi sullo schienale della sedia. Non c’era muscolo del corpo che non le dolesse, ma era una sofferenza estranea e molto più sopportabile di quanto avrebbe creduto. Si fermò davanti allo specchio, contemplando nuovamente quella giacca scura che le calzava a pennello, accarezzandosi il viso con la punta delle dita, lasciando scivolare la mano sulle rotondità che tendevano sino all’eccesso il maglione di lana.
Stordita, incredula, studiò con timida ammirazione il proprio corpo di donna.

Continua…