Caeli – Capitolo 2

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Caeli tremava da capo a piedi e tutto le sembrava troppo assurdo, come un tuffo in un sogno schifoso. Appiccicò il naso allo specchio, si tastò la faccia, fece smorfie. Quella donna era lei; eppure, era un’altra persona. Quanti anni aveva? Non credeva di poter diventare tanto bella e sentire di colpo quella forza nelle mani. La bambina era ancora lì, sepolta nello sconcerto degli occhi, nell’accenno di pianto pronunciato sulle labbra rosee.
La biglia! Si guardò i palmi. «Fra?»
Nessuna risposta. Doveva esserle caduto.
Si gettò in ginocchio e gattonò verso la fonte di chiarore rossastro, tra i piedi del vecchio divano. Premette il viso sul tappeto e allungò la mano per recuperarlo. Accidenti, con quelle tette non era facile stare distesa! Trattenne il fiato e afferrò la sfera, tiepida tra le dita raggelate di tensione, si tirò su e sedette sul pavimento a gambe incrociate.
«Sei stato tu?» Un momento: c’era una faccenda da stabilire, prima. «Stato… o stata? Sei un maschio?»
«Sì, sono stato io, e no, non ha importanza che sia maschio o femmina».
«Certo che ha importanza! Tutti siamo l’una o l’altra cosa, altrimenti come—»
«Puoi considerarmi un maschio». Fra non sembrava molto interessato a quel discorso. Strano.
Caeli gli fece un broncio severo. Be’, tutto sommato, aveva cose più importanti di cui occuparsi. «Quanti anni ho, adesso?»
«Venti». Quella roba, invece, lo esaltava molto. «So che volevi essere adulta per abbandonare questo posto. Adesso puoi, Caeli. Cosa aspetti?»
Lei scoccò un’occhiata da una parte all’altra dell’ufficio. Era davvero molto più piccolo, quello spazio lì. Ed era vero, aveva desiderato tanto poter abbandonare un luogo in cui sapeva che non avrebbe dovuto vivere, ma la paura di lasciarsi tutto alle spalle non l’aveva mai immaginata. Conosceva davvero poco del mondo esterno. E se si fosse fatta male?
Il chiarore della biglia si fece un po’ più caldo. «Ti starò accanto».
«Sul serio?» Quella volta, trattenere il pianto fu complicato. «Non so se crederti. Perché vuoi essere mio amico?»
«Ti sembra che qualcuno vorrebbe essere mio amico?» Quel bagliore era dolce quanto un sorriso.
«Ecco… No, immagino che sia difficile avere degli amici se sei una palla».
«È vero in modo triste». Anche la voce di Fra si era fatta malinconica. «Ma tu, dolce, graziosa Caeli, potresti essere la mia prima amica; e io sarò il tuo vero, unico amico».
Che simpatico! «Va bene!» Caeli balzò in piedi e le setole del tappeto la punsero attraverso i calzini.
Già, si era tolta le scarpe; e i vestiti, che erano sempre stati troppo grandi, la stringevano forte.
Provò a stare ritta e le fibre le segarono le spalle. «Ahia!» Però, forse, se solo l’avesse chiesto… Puntò lo sguardo nel nucleo rosso della sfera, in quel mulinello di fuoco. «Fra, se sei riuscito a farmi diventare grande, potresti procurarmi anche degli abiti adatti, per favore?»
Un lampo scarlatto le fece chiudere gli occhi e la tensione dei vestiti scomparve. Caeli si guardò, tastò da tutte le parti: gli abiti erano gli stessi, ma la magia li aveva ingranditi. Anche le scarpe erano cresciute e si erano infilate ai piedi da sole.
Le venne da ridere. «Forte!» La giacca di pelle era davvero carina sul corpo snello.
La voce di Fra si fece ansiosa. «Ti suggerisco di affrettarti, Caeli. Suor Benedykta verrà presto a cercarti per la punizione, giusto?»
Lei annuì. «Hai ragione. Poi me lo spieghi come la conosci, suor Benedykta». Ripose la sfera nella tasca interna della giacca, che sembrava fatta apposta, e la sua sagoma si sommò a quello della tetta in un modo proprio buffo. Ci avrebbe pensato dopo: chiuse la zip, corse alla finestra e l’aprì.
Un venticello crudele le portò in faccia l’odore della neve mescolato al fumo dei camini. L’ufficio di suor Benedykta era al secondo piano.
Caeli scavalcò il davanzale e poggiò i piedi sul cornicione che avvolgeva l’edificio. Non era la prima volta che lo faceva, Jerzy l’aveva già sfidata a entrare nell’ufficio, una volta, per recuperare le figurine dei calciatori che avevano fatto litigare tutti i maschi. Con i piedi un po’ più piccoli, sarebbe stato più facile. Proprio lì davanti, la quercia protendeva le fronde spoglie.
Caeli trattenne il fiato e si aggrappò al ramo più grosso. Non si fidava per nulla delle nuove proporzioni, ma era agile e più forte che mai. Solo… bisognava capire come muoversi e cosa non colpire. Salì sull’albero e il ramo mandò un lamento attraverso le suole. Cavolo! Squittì di paura e si aggrappò al tronco per scendere piano, un passetto alla volta.
Dall’interno dell’istituto, il chiasso degli altri bambini oltrepassava le pareti. Li stava abbandonando senza neanche salutarli. Joanna ci sarebbe rimasta tanto male, però… Non poteva essere un addio, sarebbe tornata! Se non faceva un giretto fuori, non se lo sarebbe mai perdonato.
Le fronde della quercia arrivavano su una delle colonne di mattoni incastrate nel muro di cinta. Caeli si calò senza sforzo, ma un ramo schioccò, cedette all’ultimo e precipitò tra i cespugli. C’era mancato poco! Ormai, solo un balzo la separava dalla libertà.
La colonna era grande abbastanza da ospitarla. S’inginocchiò sulla testa piatta e artigliò le dita lungo gli spigoli incrostati di ghiaccio. Le serviva un appoggio. I sacchi di spazzatura sulla destra non la tentavano troppo; d’altra parte, poteva passare qualcuno da un momento all’altro e non era il caso di aspettare troppo tempo. Si fece coraggio e saltò, strillò, affondò nella neve soffice.
Aveva avuto paura per nulla. Sospirò tra i fremiti e alzò gli occhi sulla colonna: era molto più bassa vista da quella prospettiva, ma che importava? Si alzò in piedi col fiato corto. Era fuori, era davvero libera! Le venne da ridere, da piangere, le mani formicolarono d’eccitazione e il cuore picchiò nel petto.
Corse giù per l’ampio viale. Aveva sempre desiderato vedere il centro della città.

*

Era sempre più buio. Sulle strade, i rami spogli intrappolavano la luce dei lampioni. Sembrava di stare in una fiaba.
Caeli non aveva più fiato dopo la corsa, era stanca, ma non si era fermata neanche un momento. Anche se i vestiti erano già impregnati di sudore e il freddo risaliva dalle scarpe zuppe, era troppo bello osservare le vetrine dei parrucchieri, dei negozi di animali, quelli che vendevano mobili, l’ambulatorio di un medico. L’unica cosa che non poteva ignorare era la fame.
Un crampo allo stomaco la obbligò a fermarsi e guardarsi intorno. Forse, quel corpo grande aveva bisogno di più cibo. Non le avrebbero venduto niente senza denaro, ma forse poteva chiedere consiglio al suo nuovo amico.
«Fra? Ci sei?»
«Finché potrai toccarmi, potrai anche sentirmi. Hai fame, Caeli?»
«Tanto», piagnucolò lei. «Ma non ho soldi. Come posso fare?»
«Non pensarci. Vedi quel negozio dall’altra parte della strada? Lì dentro troverai da mangiare. Va’, al resto penserò io».
L’insegna diceva “Minimarket” e c’erano casse di frutta in vetrina. Gli scaffali, però, erano pieni di roba colorata. Caeli attraversò il viale tra le pozzanghere di ghiaccio schiacciato dalle automobili, raggiunse la porta e la spinse. Un campanello trillò all’ingresso e il ragazzo seduto dietro al bancone scattò sull’attenti.
Che buffo! Lui aveva una faccia brufolosa, magro magro in quel grembiule verde, con i capelli tutti rossi. Non diceva niente, la guardava e basta con la bocca aperta. Ovvio, andava salutato!
Caeli si schiarì la voce. «Buonasera». Era così affamata da aver dimenticato le buone maniere.
«S-salve», gracchiò lui. Che voce strana. Però doveva essere simpatico, stava leggendo i fumetti. Intrecciò le mani sul bancone. «Cosa… cosa posso fare per lei, signorina?» La sua voce si era fatta più profonda.
Caeli scrollò le spalle. «Ho solo fame. Potrei mangiare qualcosa?»
Il ragazzo si sistemò gli occhiali sul naso e fece una faccia strana. Gli tremò il braccio, ma lo alzò e tese la mano agli scaffali. Doveva essere un sì. «Si… si serva pure. Siamo qui per questo…»
Caeli si precipitò sugli scaffali e tirò giù un paio di confezioni di biscotti, un barattolo di marmellata, una tavoletta di cioccolato, caramelle gommose, rotelle di liquirizia, pasticcini confezionati e una crostata al limone. Non aveva più spazio tra le braccia, andò al bancone e piazzò tutto sul fumetto del ragazzo, che stava dritto come una bella statuina.
Strappò la plastica della crostata, la ruppe con le mani e se la portò alla bocca. Era dolcissima, forse anche un po’ troppo, ma riempiva lo stomaco. S’infilò tra di denti un paio di caramelle, scartò i biscotti, li mandò giù con la liquirizia.
Il ragazzo si grattò il collo. «Vorrebbe una birra?» C’era una nota speranzosa nelle sue parole, come se sperasse di ricevere qualcosa da lei.
Caeli spostò il boccone pastoso nella guancia. «Birra?»
«Non ha sete?»
«Ah, sì! Latte!» Addentò un pasticcino. Il ragazzo non si era ancora mosso. Giusto, giusto, le buone maniere! «Per favore».
Il ragazzo scosse il capo, allungò una mano sul frigorifero alle proprie spalle e posò un cartone di latte sul bancone.
Caeli agguantò la confezione, strappò la linguetta di plastica e se la portò alle labbra. Il latte fresco le scivolò in gola e fu come se la stanchezza le evaporasse di dosso.
Il ragazzo la fissava con un bicchiere di plastica tra le mani. Forse voleva bere anche lui? Caeli si distrasse e un paio di rivoli freddi le scivolarono sul mento. Il maglione si era macchiato di biancastro e quel tizio fece un verso strano con la gola, come un lamento. Che tipo strano. Si asciugò sulla manica della giacca e tornò a mangiare.
Il ragazzo poggiò il bicchiere sul bancone. «Io sono Szymon».
Lei deglutì in fretta per rispondere. «Io Caeli». Gli sorrise e affondò gli incisivi nella cioccolata.
«Sei…» Lui si sfregò le mani. «Sei straniera?»
«No, perché?»
«Non ti ho mai vista da queste parti».
«Ah…» Caeli si passò la lingua sulle labbra per riflettere. «Sono qui… solo di passaggio».
«Capisco…» Il ragazzo si grattò di nuovo il collo. Sembrava un po’ indeciso. Si sporse sul bancone e abbassò la voce. «Hai fatto qualcosa di brutto?»
Caeli scosse il capo. «No, no». Be’, però qualcosa c’era. Il cioccolato contrastava troppo con quel ricordo. «Ho dato un pugno a Michalina, ma se lo meritava. Voleva fare la cattiva con Joanna, che è troppo piccola per difendersi, allora io le ho detto di restituirle la giacca, ma lei niente, così l’ho colpita prima che potesse farlo lei». Prese due biscotti e li intinse insieme nella marmellata.
Lui batté le palpebre. «Hai… hai fatto bene».
Caeli sospirò e lasciò cadere un mezzo biscotto nel barattolo. «Ah, mi sento meglio!» Prese il cartone di latte e lo svuotò.
Fra le parlò nella testa. «C’è del denaro per te nella tasca dei pantaloni».
«Giusto!» Caeli tastò tra i vestiti e riconobbe la carta. Sì, banconote, soldi veri: li rigirò un paio di volte e li tese a Szymon. «Ecco!»
«Io… Aspetta, aspetta… Lasciami prima…» Lui contò sulle dita e batté i tasti dell’apparecchio lì accanto. «Va bene». Si prese i soldi. «Vorresti un sacchetto?»
«Per fare cosa?»
«Per… per portare via tutta questa roba, no?»
Portarla via? E dove? «Oh, non importa!» Gli sorrise. «Mangiala tu se vuoi. Ciao, Szymon!» Gli diede le spalle e uscì.
Caeli rimase per qualche minuto sul marciapiede. Doveva andare a destra o a sinistra? Una direzione valeva l’altra. Si girò per fare un ultimo saluto a Szymon, ma lui non la guardava: mezzo accucciato dietro il bancone, recuperò il biscotto mangiato a metà dal barattolo di marmellata e se lo portò in bocca. Masticò piano.
Poverino, doveva avere davvero tanta fame! E dire che c’era ancora una montagna di biscotti sul bancone, ma lui non ce la faceva più e si era preso proprio quello, che era persino mangiato a metà.

Continua…

Caeli – Capitolo 1

Caeli1

Se qualcuno le avesse chiesto il nome, lei avrebbe rivelato un miscuglio di lettere. Un nome è soltanto un nome, no? Doveva pensarla così la persona che l’aveva abbandonata dopo la nascita, raggomitolata in una coperta, assieme a un foglio di carta tutto unto su cui un carboncino aveva tracciato la parvenza di un nominativo.
Caeli.
Non era un nome. Non era neanche un cognome, ma era l’unica cosa che le apparteneva. I vestiti che indossava erano un dono scartato da famiglie vere, di quelle che abitavano nelle case, per i bambini orfani che non potevano spingersi oltre il cancello del cortile; ed erano presi in prestito, perché li avrebbe ereditati qualcuno più piccolo quando lei fosse diventata troppo grande. Non erano suoi neanche i capelli dorati e gli occhi color dell’alba, perché le suore sostenevano che quelli fossero doni di Dio e, com’è risaputo, tutto quello che Dio offre con una mano la riprende con l’altra. Le avevano detto che aveva otto anni e che sapeva poco del mondo, ma era già abbastanza grande da accorgersi che lei, a differenza di molti altri, non conosceva il giorno del proprio compleanno. C’era un giorno di comune festeggiamento per tutti gli orfani come lei, una volta l’anno, ma persino quella giornata apparteneva al Signore: si trascorreva la maggior parte del tempo tra compiti e preghiere e poi era già ora di andare a letto, così che gli orfani senza data si ritrovavano con una festa di meno.
Una primavera dopo l’altra, in quella manciata di stagioni vissute, Caeli aveva osservato gli amici andare via con una mamma e un papà nuovi di zecca. Come tanti altri, anche lei era stata esaminata da quegli adulti venuti apposta per uno di loro, per portare via un bambino o una bambina in un posto diverso, regalare la bontà di una famiglia e un futuro, dicevano alcuni, che doveva essere molto importante.
Caeli non riusciva a credere che quelle persone fossero proprio felici di prendere un bambino: li guardavano per interi minuti con una faccia tutta seria, come quando c’è da fare le squadre e restano solo quelli più scarsi in fila. Talvolta, gli adulti rivolgevano domande alle quali bisognava rispondere bene e con sincerità. In ogni caso, non era detto che portassero via qualcuno ogni volta.
Certe mamme e certi papà si erano interessati a Caeli, ma nessuno l’aveva mai scelta. Forse agli adulti non piacevano i bambini con nomi strani o troppo vivaci; forse si era comportata male e una suora gliel’aveva detto; oppure… oppure era Caeli che non aveva voglia di andarsene e loro finivano per capirlo.
Che gli adulti fossero strani era un dato di fatto: preferivano portarsi a casa bambini tanto sciocchi, obbedienti e noiosi che era un miracolo se nessuno era mai tornato indietro per chiedere di fare cambio. Suor Asumpta tornava sempre al mercato se qualche venditore le aveva rifilato roba scadente, perciò perché le mamme e i papà non avrebbero dovuto fare altrettanto?
In ogni caso, per Caeli non era un grosso problema restare all’orfanotrofio. Non voleva una mamma e non voleva un papà, ma solo… andare fuori. Talvolta, l’idea di abbandonare il luogo in cui aveva trascorso tutta la vita le sembrava assurda, ma per quanto si sforzasse non c’era verso di scacciarla. Voleva scoprire se il mondo che quello strano Dio aveva creato fosse davvero tanto splendido come dicevano. Forse era proprio la contraddizione di quegli insegnamenti a farle desiderare il mondo esterno: tutte le sorelle la conoscevano sin da quando era stata accolta e, a eccezione di un paio che erano andate a stare con Dio, le avevano donato otto anni di affetto profondo; ma quanto all’amore che un Creatore distante riservava a tutta l’umanità… di quello neanche l’ombra.
Forse era compito delle mamme e dei papà amare i bambini, non delle suore; questo, Caeli avrebbe voluto scoprirlo.
Quando l’istitutrice, suor Benedykta, la beccava a fantasticare a occhi aperti, diceva sempre le stesse cose. «Prima o poi avrai anche tu una famiglia. Se così non fosse, quando sarai più grande, imparerai un mestiere e potrai andartene e condurre la vita che preferisci. Questa non è una prigione!»
Caeli non sapeva neanche cosa fosse una prigione, ma era certa che c’entrasse ben poco con le storie narrate e i giochi in cortile. In prigione erano vestiti tutti uguali e questo, in un certo senso, non rendeva le suore vere prigioniere dell’istituto? Del resto, trovare solo due bambini con sciarpe identiche non era quasi mai successo.
La piccola Joanna le strattonò il braccio. «Lo sai che oggi arriveranno i vestiti nuovi?» cinguettò. Era piccola e magra e aveva sempre il raffreddore, ma fingeva di stare bene quando c’era da scegliere i vestiti. «Stavolta lo troviamo un abito rosso? Eh, Caeli? Mi aiuti a trovarlo?»
Quella era una fantasia bella e buona: nessuno si sarebbe privato di una rarità come sognava Joanna, ma lei scosse le spalle per farle capire che sì, l’avrebbe aiutata.
Come sempre, i bambini avrebbero trascorso il pomeriggio a frugare tra i sacchi di plastica nella più assoluta confusione. Bisognava tenere occhi e orecchie bene aperti, soprattutto se scoppiava qualche litigio e Joanna rischiava di farsi male. Gli altri dimenticavano quanto fosse fragile. Caeli doveva essere la sua ombra: se c’era da azzuffarsi, nessun problema.
Si calarono i cappelli di lana in testa e scesero nel cortile innevato. Si stava facendo buio. L’ultima volta che erano arrivate le donazioni era estate, perciò le lezioni non erano terminate in anticipo. Una bella fregatura. Tutt’intorno, i bambini se le davano a palle di neve tra strilli e risate da matti.
Pawel la vide e si sbracciò. «Caeli! Caeli, vieni! Ci serve aiuto!» Parlava come un vero soldato in trincea.
Lei fece no con la testa. «Adesso non ho voglia». Si accostò più che poté all’amichetta per proteggerla da un proiettile vagante.
L’urlo di Jerzy guidò un battaglione. «Alla carica!» Avanzò alla testa di cinque ragazzini in una mitragliata di neve.
Pawel e i suoi indietreggiarono e Caeli approfittò dell’occasione per sgusciare oltre la zona di guerra.
Joanna fremeva d’impazienza. «Quanto ci mettono ad arrivare?»
La novizia Klara corse giù per la scalinata con uno slancio che avrebbe fatto sospirare le suore anziane, indossò il cappotto sull’abito scuro e squillò la voce sugli schiamazzi. «Tornate dentro, bambini! Tutti! Sta arrivando il furgone! Dentro in sala, veloci!»
Qualche altra palla di neve volò in cerca di un bersaglio. Grandi e piccoli abbandonarono lo spazio aperto e rientrarono. Pressati come meglio potevano contro i vetri appannati, videro la novizia Klara che apriva il cancello al furgone grigio. Le ruote con le catene lasciarono solchi scuri sul vialetto innevato.
Molte bambine erano su di giri almeno quanto Joanna, mentre i maschi vivevano l’evento da un punto di vista più pratico.
Pawel rise. «Io spero di trovare un calzino in più!» Si sfilò la scarpa: il grosso alluce ingiallito sbucava dalla calza di lana. In molti risero.
Due uomini scaricarono gli scatoloni dal furgone: erano aperti e i sacchetti neri spuntavano con gli orli attorcigliati. La novizia li aiutò a portare il carico nella sala comune. Le bambine si precipitarono su di loro all’ingresso, strillando come tante scimmie.
Dall’ingresso della sala da pranzo, suor Benedykta mostrò a tutti l’indice pallido. «Non spingete e non litigate! Cercate di andare d’accordo! Badate, sono disposta a mettervi in punizione dal primo all’ultimo!»
Caeli trattenne Joanna per impedirle di tuffarsi nella mischia, riuscì a guadagnare un po’ di spazio e la mise in sicurezza. Sospirò verso i maschi, abbastanza saggi da tenersi a distanza dal putiferio. Avrebbero scelto i vestiti più tardi, con calma. Difficilmente avrebbero litigato, beati loro.
Joanna mandò uno strillo. «Guarda che bella!» Sollevò una gonna a motivi floreali tanto lunga che l’avrebbe fatta inciampare a ogni passo. «E questa camicetta? Fantastica!»
Caeli scosse il capo. «È troppo leggera e farà freddo ancora a lungo. Cerca qualcosa di più caldo».
Joanna affondò le braccia sottili in un altro sacco e rovistò. Sembrava che volesse indovinare col tatto. Qualcosa tintinnò di metallo e lei tirò fuori una giacca di pelle nera opaca. I suoi occhioni passarono tra cinghie, fibbie e cerniere. Era proprio bella, quella giacca.
Una mano guizzò ad artiglio e la strappò dalla presa di Joanna. La piccola gemette. «Ehi! Ridammela!»
Era Michalina, tanto per cambiare, che sogghignò in quel suo modo cattivo. «Questa non è per te, Joanna. Cerca qualcosa di più adatto ai mocciosi».
«Non è vero! L’ho trovata io!»
Caeli cercò un sostegno qualsiasi, ma le suore erano già impegnate a sedare i litigi. Toccava a lei sistemare la faccenda e guardò fisso negli occhi scuri di Michalina. «Restituiscigliela. È vero che l’ha trovata lei e se non hai niente da scambiare…»
«Non me ne importa niente degli scambi!» Michalina infilò un braccio nella giacca.
Joanna pianse, si gettò su di lei e strattonò la manica vuota. «No! Ho detto che è mia! Mia!»
Michalina era molto alta e cattiva e non gliene importava davvero dei piccoli. Sollevò la mano, ma Caeli fu più veloce: afferrò il bavero della giacca con la sinistra e le piazzò un destro in faccia che la scaraventò in mezzo ai sacchi.
Il silenzio calò nella sala. Avevano visto tutti. Il respiro ferito di Michalina grattava, i suoi occhi luccicavano di lacrime arrabbiate; dietro i ricci neri, un segno bluastro le scuriva lo zigomo.
«Caeli!» tuonò suon Benedykta. Avanzò severa in mezzo alla confusione, infuriata come non mai. «Esigo una spiegazione, signorina! Adesso!»
Eh… Che poteva dire? «Questa l’ha trovata Joanna». Sollevò la giacca. «Michalina gliel’ha presa, però io pensavo che—»
«Nessuna ragione giustifica la violenza! Va’ subito nel mio ufficio e non osare muoverti! Quando avremo finito qui, faremo un bel discorsetto!»
Era una bella ingiustizia. Caeli trattenne il pianto a fatica, strinse la giacca di pelle al petto e strisciò i piedi attraverso la sala comune.
L’ufficio di suor Benedykta era più in alto; e lei c’era già stata più volte di quante fosse davvero colpevole.

*

C’era da aspettarsi che facesse tanto freddo: suor Benedykta non ne voleva sapere di tenere accesa la stufa, preferiva gelare.
Caeli sospirò. Sarebbe stata una lunga attesa, che era già peggiore di qualsiasi punizione, e rischiava di prendere il raffreddore se non trovava qualcosa per coprirsi.
Le fibbie della giacca di pelle le tintinnarono sulle gambe. «Che sciocca». Era tanto intristita da aver dimenticato quella roba. Indossò la giacca e si sentì subito più al caldo. Tese le braccia: le mani non arrivavano a sbucare; quella cosa era troppo larga persino per lei, perciò era ridicolo che proprio Joanna si fosse arrabbiata tanto per ottenerla. Però era proprio bella! Si avvicinò allo specchio nell’angolo e fece un paio di piroette. Sembrava la motociclista di quel film in televisione, quello che… Be’, forse Pawel se lo ricordava. Però c’era qualcosa di fastidioso, come un’irregolarità sul petto.
Caeli sfilò un braccio dalla manica e tastò nell’interno sinistro. Una tasca? Scivolò dentro con le dita e riconobbe una superficie vetrosa, come una grossa biglia. La tirò fuori e un bagliore rosso impregnò la stanza.
Il grido di sorpresa le morì sulle labbra. Non aveva mai visto una cosa tanto bella, con quel chiarore caldo che le dava i brividi. Sembrava di tenere un piccolo fuoco in mano.
«Qual è il tuo nome?» Una voce gentile veniva fuori dalla biglia. «Se me lo dici, ti dico il mio».
«Caeli». Era ovvio, no? «Tu come ti chiami?»
«Frahazanard».
«Fra… cosa? Fra?»
«Se così preferisci, andrà bene».
Caeli inarcò un sopracciglio e si trascinò sulla rigida sedia dinanzi alla scrivania. La biglia in mano vorticava vampate dietro il vetro e lei si sforzava di reggerla con tutti i riguardi. Michalina aveva rotto la palla con la neve dentro proprio perché non era stata attenta. «Sei un angelo, Fra?»
«No». Una serie di lampi risalì dalla biglia. Per qualche ragione, ricordava troppo una risata.
«Allora sei cattivo?»
«Neanche. Sono qui per te».
«Per me? Perché?»
«Mi hai trovato».
«Scusa, ho fatto male?»
«No». Lui fece una pausa. «Perché sei triste, Caeli?»
Ah, già, era in attesa nell’ufficio dell’istitutrice. Le lacrime le punsero gli occhi. «Suor Benedykta mi punirà, ma non ho fatto niente di male», piagnucolò. «Ho dato un pugno a Michalina, è vero, lo so che ho sbagliato, ma lei voleva picchiare Joanna, che è molto più piccola e si faceva male! E invece daranno la colpa a me. Vorrei che Michalina se ne andasse, ma chi la prenderebbe mai? È cattiva!» Sospirò. «Farò prima a crescere e andarmene e ci vorrà ancora tanto tempo».
«Vorresti diventare grande?»
Eh, sarebbe stato bello. Caeli tirò su col naso e fece sì con la testa.
«Io posso aiutarti, se vuoi».
«Come?»
«Posso far sì che tu cresca adesso».
Cos’era, un gioco? Il gioco dei grandi lo faceva quando era piccola come Joanna ed era sempre un po’ noioso. Ma se Fra voleva farlo, come giocava? Poteva fare il bambino se lo avvolgeva in un fagotto, però non aveva molto senso. Forse, aveva solo capito male. «Cosa significa?»
«Dimmi solo se tu lo vuoi, Caeli. Se è tuo desiderio, puoi essere una donna. Non vuoi lasciare questo posto? Non vuoi scoprire il mondo?»
Che domanda. «Sì che vorrei! È possibile…» Per la seconda volta, il grido le morì in gola.
I jeans si erano stretti alla sua vita e le tolsero il respiro, la maglietta gemette e si strappò sulle spalle. Caeli si dibatté sulla sedia, lasciò cadere la biglia e si sfilò le scarpe dai talloni; appena in tempo! Tutti i vestiti stavano rimpicciolendo per soffocarla. Oppure… era il mondo intero a restringersi. E tutto si fermò.
Caeli si alzò in piedi e barcollò, agitò le braccia, si aggrappò tra lo schienale della sedia e il bordo della scrivania. Tutto il corpo le faceva male, ma non abbastanza da farla piangere; anzi, era persino strano non arrivare a tanto, considerato quel grado di dolore. In qualche modo, si sentiva più resistente. E il pavimento era lontanissimo!
Si voltò e mosse due passi verso lo specchio: la giacca nera le calzava a pennello. Si accarezzò il viso con la punta delle dita, il contorno degli occhi azzurri, il collo allungato, e si tastò il petto. Le erano cresciute due tette che tendevano all’eccesso il maglione di lana e lei… era davvero bellissima. Una donna.

Continua…