Caeli – Capitolo 3

Caeli3

Era molto più facile camminare con lo stomaco pieno, senza la logorante presenza dei morsi della fame. Come avrebbe potuto, altrimenti, crogiolarsi alla scoperta del centro urbano? Caeli rivolgeva ovunque la propria meraviglia, dimenticandosi del freddo formicolio diffuso sulla faccia come una maschera, di volta in volta meno consapevole del gelo notturno; naso e orecchie erano ormai del tutto insensibili.
«I tuoi abiti sono troppo leggeri, Caeli», constatò Frahazanard da un momento all’altro. «Il tuo sudore ti sta gelando addosso. Potrebbe essere pericoloso.»
«Dici?» ragionò lei, accorgendosi solo allora del tremore che le sconvolgeva le membra e sentendosi a disagio. «Forse hai ragione, ma cosa posso farci?»
«Non hai che da chiedere», le ricordò il globo, paziente.
«Accidenti, hai ragione! Come faccio a dimenticarlo?»
La ragazza si fermò dinanzi a una fila di vetrine illuminate, scorgendo sommariamente gli abiti esposti mentre le automobili sfilavano lente lungo la strada ghiacciata; chiuse gli occhi, si concesse un istante di riflessione e formulò il desiderio: capì d’essere stata accontentata ancor prima di risollevare le palpebre, avvertendo la sensazione d’asciutto su tutto il corpo e un avvolgente calore. Si guardò, scoprendo che i vestiti abbinati senza particolare criterio si erano trasformati in un elegante cappotto nero con interni e risvolti di pelliccia, cappello, guanti e pantaloni abbinati, e stivali adatti a camminare nella neve. Persino una come Caeli, che non era mai stata particolarmente allettata dal fascino dei vestiti, restò ammaliata da quell’eleganza sfolgorante e corse verso i negozi per contemplare la propria immagine riflessa in uno specchio dentro una vetrina.
«Sembro una principessa!» cinguettò. «Non è vero, Fra?»
«Non so darti una risposta, ma sarai certamente incantevole per coloro che ti vedranno.»
«Oh… è perché non hai occhi?» azzardò lei, rattristata.
«In un certo senso», convenne il globo.
Caeli fu sul punto di esprimere il proprio rammarico verso il nuovo amico, per una mancanza che giudicò disarmante, quando un nuovo dettaglio riuscì a incantarla con inusuale efficacia: era una musica che non aveva mai sentito prima, dotata di un ritmo incalzante e molto diversa dai canti che le suore intonavano all’orfanotrofio. Non era una colma della consueta devozione, dell’astrattismo che un fedele poteva riservare a un Dio lontano e inconsapevole delle necessità umane, ma piena di vita così come potevano esserlo le feste, i balli, i cibi deliziosi, gli abbracci affettuosi; e, al tempo stesso, era infusa di quella strana malinconia che Caeli sentiva d’aver provato tante volte nel corso della propria breve esistenza, ma che nessun concetto appreso all’istituto era stato capace di esprimere. Le note di strumenti mai uditi prima scorrevano come sfere su un tappeto d’acqua, stringendole il cuore in una morsa dolorosa e piacevole, scaraventandole l’anima sotto quegli stessi piedi che già scalpitavano per il desiderio di ballare. Un brivido mai provato prima le risalì la schiena.
«Questa musica proviene da un locale in fondo alla strada», le rivelò Frahazanard, intuendole i pensieri con efficacia.
«Voglio andarci», affermò Caeli, che non era certa di sapere cosa fosse un locale.
«Non sarò certo io a impedirtelo», le rispose il globo e, sebbene nulla in lui lo suggerisse, diede l’idea di scoppiare in una fragorosa risata.
La ragazza corse lungo il marciapiede per circa duecento metri, avvicinandosi a un parcheggio nella zona periferica della città. Da lontano, scorse un alto edificio grigio contornato da un giardino che sarebbe stato rigoglioso in estate, ma che aveva assunto tratti fiabeschi per il modo in cui la neve aveva ricoperto prati, alberi e cespugli.
Una mezza dozzina di automobili erano sparse nel piazzale, al termine dei solchi scuri che i pneumatici avevano lasciato nel manto bianco, sul quale si riflettevano le luci blu e gialle della grande insegna luminosa sulle doppie porte d’ingresso.
Caeli alzò lo sguardo e lesse: Erebo Jazz Club. Intuì che quella scritta poteva essere in inglese, ma non aveva certamente idea di cosa significasse Erebo. Quanto alla parola Jazz, forse l’aveva sentita un paio di volte, ma non ricordava dove e perché. Dall’interno, le note si susseguivano virtuose.
La ragazza risalì la breve scalinata che la condusse all’ingresso del locale. Lì, completamente solo e avvolto in un cappotto, un enorme uomo dalla pelle nera sostava come una sentinella, le spalle larghe e il ventre prominente, l’espressione arcigna. Fu proprio quest’ultimo dettaglio a turbare Caeli, lasciandola esitare sull’ultimo gradino.
«B-buonasera», salutò, timida. «Io… io volevo solo ascoltare la musica…»
L’espressione dell’uomo si addolcì in un sorriso cordiale e, nel farsi da parte, egli aprì la porta in un gesto di benvenuto. Il fiume musicale si riversò all’esterno.
«Grazie!» esclamò la ragazza, entrando di corsa.
L’ambiente era caldo, le luci soffuse e c’era un buon odore. Caeli doveva aver visto qualcosa di simile in televisione, in un film in bianco e nero: c’era il bancone di un bar e troppe bottiglie colorate per poterle contare, tanti piccoli tavolini, sedie e divanetti. I musicisti erano in fondo, su un piccolo palco, e la concentrazione dei loro occhi sembrava cucita a mano sui tratti rilassati del volto. Un po’ di gente era sparpagliata tra i tavoli così come lo erano le automobili nel parcheggio.
All’entrata di Caeli, un uomo in giacca bianca e pantaloni neri le venne incontro.
«Buonasera, signorina», la salutò. «Vorrebbe darmi il suo cappotto?»
«Perché?» replicò lei.
«Per… ehm… per custodirlo presso il nostro guardaroba, naturalmente», replicò l’uomo, tentando di celare il proprio stupore.
«No, mi piace tenerlo addosso», rispose lei, rivolgendo allo sconosciuto un’occhiata diffidente.
«Come preferisce, signorina», annuì lui, recuperando la flemma perduta. «Vorrebbe accomo…»
«Posso sedermi?»
«…dar…? Sì… sì, certamente, dove preferisce.»
Seminando in pochi passi il cameriere che l’aveva accolta, Caeli si fece strada con un certo trambusto tra i tavolini e raggiunse la prima fila, prendendo posto proprio sotto il palco e a meno di tre passi dai musicisti. Restò a fissarli con muto stupore, i gomiti puntellati sulla superficie di legno, il viso tra le mani, senza accorgersi del cameriere che la raggiunse per consegnarle il menu o udirne le parole quando le chiese se desiderasse qualcosa da bere. Sfiduciato, l’uomo si allontanò con la speranza di riuscire a ricavarne qualcosa più tardi, lasciando la strana cliente a godersi lo spettacolo con un’espressione tanto sciocca in viso che gli stessi musicisti ne furono imbarazzati e, da quel momento in poi, suonarono con gli occhi bassi per evitare di guardare il pubblico.
Caeli avrebbe potuto ascoltare quella splendida musica per tutta la notte senza curarsi della presenza del cameriere, ma non poté ignorare in alcun modo l’uomo che, di propria iniziativa, sbucò dal nulla all’improvviso e prese posto sulla sedia vuota al medesimo tavolino, rivolgendole un sorriso tanto gentile che la ragazza provò una simpatia immediata.
A quel punto, a un gesto del tale elegantemente vestito, la band sfumò l’appassionata jam session in una melodia più dolce, a un volume sufficiente a garantire una piacevole conversazione. Egli era un giovane uomo dal volto perfettamente rasato, sottile e pallido, ma dotato di un certo fascino, con penetranti occhi verdi e folti capelli biondi pettinati all’indietro a mostrare una fronte spaziosa. Sembrava decisamente a proprio agio nell’abito scuro.
«Ciao», la salutò il giovane.
«Ciao», replicò la ragazza in tono infantile.
«Ti piace la musica, eh?»
«Tantissimo! Non avevo mai sentito niente di così bello!»
Lo sconosciuto allargò il sorriso: qualcuno con appena più esperienza di un bambino vi avrebbe intravisto un’ombra sinistra.
«Io sono Aleksy, piacere di conoscerti», si presentò, allungando la mano.
«E io Caeli!» esclamò allegramente l’altra.
«Caeli…» ripeté lui, affascinato. Quando ebbe nuovamente la mano libera, fece un gesto al cameriere. «Bevi qualcosa, Caeli?»
«No, adesso non sto bevendo niente», rispose l’altra nella più ingenua onestà.
«No, volevo dire…» Aleksy si passò una mano sulle labbra, forse per celare e soffocare un improvviso sogghigno. «Mi piacerebbe offrirti qualcosa da bere. Cosa ti piace?»
«Ah, ho capito! Io…» la ragazza rifletté intensamente per alcuni secondi, incurante del cameriere a disagio. «Mi andrebbe un tè. In estate lo bevo col ghiaccio!»
«Per me un Moscow Mule», ordinò Aleksy al cameriere; poi, a voce più bassa, aggiunse: «Per la signorina un Long Island Iced Tea».
Il cameriere si allontanò portando via il menu.
«Non hai caldo con quel cappotto addosso?» la incalzò il giovane.
«Un po’», ammise Caeli.
«Toglilo, lascia tutto qui», le propose lui, sottraendo una sedia da un tavolino lì accanto.
«Ma… se qualcuno volesse sedersi proprio lì?»
Aleksy restò perplesso per un istante, esitò, si grattò dietro l’orecchio: riteneva improbabile che la serata avrebbe prodotto altri clienti, perciò si limitò a chiudere la questione nel modo più semplice possibile.
«Posso fare tutto quello che voglio, qui», assicurò, inarcando le sopracciglia. «Questo locale è mio.»
«Allora va bene!»
Caeli si liberò del cappello, dei guanti e del cappotto; nel frattempo, Aleksy la fissava sempre più perplesso, poiché era la prima volta che qualcuno accoglieva con un simile distacco la conoscenza col proprietario del club. Quella ragazza non aveva neanche finto un interesse, ma non sembrava propriamente intenzionata a liberarsi di lui, tutt’altro.
«Mi sento molto meglio», osservò lei, finalmente libera dall’imbottitura.
«Vedo», annuì il giovane, studiando le forme provocanti che spiccavano attraverso la stoffa scura. «Sei molto, molto bella.»
«Grazie», rispose Caeli. «Anche tu sei bello per essere così grande.»
Ancora una volta, Aleksy fu perplesso: lei accettava il suo complimento, lo ricambiava, ma non gliene importava niente, come se ne fosse estranea. Un uomo meno determinato di lui avrebbe fatto un passo indietro, a quel punto, ma non era quello il caso, benché già avviato in una discussione con una persona che non sembrava neanche vera. Per un momento, Aleksy sembrò persuadersi del fatto che quella ragazza non avesse tutte le rotelle a posto, ma si riteneva un valutatore troppo scaltro per scambiare per demenza quello che era un atteggiamento schietto e diretto, un comportamento degno di un bambino, forse, ma non di uno stupido; e Caeli non era certo una bambina.
Restarono in silenzio ad ascoltare la musica per un paio di minuti, sino al ritorno del cameriere. Caeli lanciò un gridolino estasiato alla vista dei bicchieri colorati, guadagnandosi l’attenzione generale del locale, ma senza curarsene.
«Al nostro incon…» esordì Aleksy, ma si fermò col bicchiere levato, perché Caeli aveva già afferrato il proprio e tirava senza ritegno dalla cannuccia. In un paio di sorsate, aveva già dimezzato la bevanda.
«Buono!» commentò lei in un brivido, massaggiandosi la fronte con una mano e ridacchiando. «Ahia! Il freddo fa male!»
«Se bevi tutto così in fretta finirai prima di me», le fece notare lui.
«Oh, scusami. Non… non dovrei?»
«Non c’è problema, te ne ordino un altro», la tranquillizzò, facendo un nuovo cenno al cameriere.
Il bicchiere di Caeli era già vuoto ben prima dell’arrivo del secondo.
«Mi viene da ridere e non so perché», sghignazzò la ragazza, incespicando per afferrare la cannuccia tra le labbra. «E ho ancora caldo…» aggiunse, stendendo un braccio lungo la superficie del tavolo e poggiandovi contro il capo.
Aleksy afferrò dolcemente quella mano che gli veniva offerta e la massaggiò nella propria.
«Mi sembri molto stanca», osservò.
«Un po’», ammise lei. «Vorrei stendermi.»
«Perché non vieni di sopra con me? Ho un letto molto comodo. Ma prima finisci il tuo tè.»
Era strano a credersi per quanto fosse facile, poiché Caeli si limitò ad annuire e bevve ancora. Quando si alzò, barcollava tanto che Aleksy dovette sorreggerla per evitarle un epocale ruzzolone. Il cameriere corse loro incontro, ma fu congedato.
«Me ne occupo io, la porto di sopra», gli assicurò Aleksy.
Il personale del locale doveva essere abituato a simili eventualità e nessuno giudicò eccezionale la pesca della serata. Caeli canticchiò stonando sulla musica della band per tutto il tempo, mentre veniva portata su per una scalinata di legno, sino al piano superiore, dove Aleksy aprì una porta blindata con una chiave. Una volta all’interno, sprangato l’ingresso, i suoni del locale erano spariti.
Caeli fu depositata sul divano di un elegante monolocale al quale lei prestò la stessa attenzione che avrebbe riservato a un’anonima parete bianca. L’unica cosa che chiese fu: «Dov’è il mio cappotto?»
«Ce l’ho io», le assicurò Aleksy e glielo mostrò mentre lo ripiegava su una sedia. «Dammi un minuto, Caeli. Non addormentarti!» l’ammonì.
«No, no, resto sveglia», gli assicurò lei con voce impastata.
Attraverso il mondo vorticante nella propria testa, Caeli studiò i gesti del nuovo amico: si era avvicinato a un tavolino poco distante e, alla luce di una lampada, allineava una polvere bianca simile a farina, dopodiché recuperò una cannuccia di metallo e la mise nel naso. Per un momento, la ragazza pensò che Aleksy avrebbe disperso quella polvere soffiando, per gioco, ma ne fu sbalordita quando la vide sparire di colpo.
«Sei un mago!» trasalì, affascinata.
Aleksy non la degnò di risposta, si massaggiò il naso col dorso della mano e si sfilò la giacca dalle spalle, la gettò su un’altra sedia, quindi si avvicinò a Caeli e, dopo essersi chinato su di lei, fece una cosa molto strana, che lei non avrebbe potuto immaginare: premette la propria bocca sulla sua e spinse in fuori la lingua, quasi volesse sfondarle i denti.
Caeli restò rigida, impietrita, spaventata senza conoscerne la ragione e stranamente debole. Respirava il sudore di quell’uomo intriso di dopobarba pungente, aveva la bocca piena del suo retrogusto acidulo mischiato a un’essenza fumosa, si sentì pervasa da una repulsione che non credeva possibile ed ebbe voglia di scalciare, di allontanarlo, ma le forze scemarono come nebbia dileguata dal vento.
A un certo punto, Aleksy la sollevò di peso per scaraventarla sul letto. Respirava come un mastino. Forse si spogliò, ma Caeli non lo vide; non vide nulla. A sua volta, non fu consapevole di essere nuda finché lui non le fu addosso e non sentì la sua pelle a diretto contatto con la propria. Aleksy le disse qualcosa all’orecchio che lei non capì, tanto era stordita, ma aveva un tono cattivo e le venne voglia di piangere, stava per farlo, quando un dolore lancinante le ricacciò indietro le lacrime.
Colpi crudeli, veloci, senza capire da che punto arrivavano e dove finivano. Sentì il respiro morirle in gola. Tentò di ribaltarsi, ma ogni movimento la folgorava con una scarica bruciante lungo le gambe, la schiena, il ventre. Poi, improvvisamente, ricordò e chiamò più forte che poteva.
«Fra!» esclamò in un sussurro soffocato, implorando il suo aiuto.
Frahazanard non rispose, non poteva, perché era rimasto nella tasca interna del cappotto.
Per un tempo che parve interminabile, Caeli restò in balìa di quella tortura d’inconcepibile orrore, si sentì sporca e violata e desiderò che tutto finisse. Fu solo quando credeva ormai d’impazzire che, finalmente, Aleksy emise un rantolo orribile, si contorse e s’irrigidì rapidamente. Per un attimo, la ragazza temette che fosse morto e quasi ne provò pietà, ma lui si rovesciò immediatamente su un fianco e si spinse di lato, rivolgendole le schiena e piombando all’istante in un sonno profondo.
Caeli giacque nuda e tremante per tutta la notte, senza osare muoversi, temendo persino di respirare per il modo in cui il proprio corpo sembrava essersi rotto. Quando il sonno la vinse erano trascorse ore intere e la notte già presagiva il gusto dell’alba.

Continua…