Caeli – Capitolo 3

Caeli3

Caeli trotterellò sul marciapiede. Era molto più facile camminare con lo stomaco pieno, senza la fame a mordere, e godersi il movimento delle persone che passeggiavano tra le piazze e si ammassavano nei bar dai vetri appannati. Solo a sprazzi, si accorgeva del formicolio diffuso sulla faccia fredda e le sembrava d’indossare una maschera. Naso e orecchie le stavano facendo male.
Fra si fece preoccupato. «I tuoi abiti sono troppo leggeri, Caeli. Il sudore ti sta gelando addosso. Potrebbe essere pericoloso».
Erano cose che dicevano le suore, quelle, e forse erano un mare di sciocchezze; però lui era un amico. «Dici?» Poteva essere vero, in qualche modo: le ginocchia le tremavano. «Forse sì, ma cosa posso farci?»
«Non hai che da chiedere».
«Accidenti, hai ragione! Come faccio a dimenticarlo?»
Si fermò davanti alla vetrina illuminata di un negozio di vestiti: un manichino dalla faccia liscia indossava un cappotto bellissimo, nero e coi risvolti di pelliccia; aveva cappelli, guanti e stivaletti abbinati. Con quello addosso, sarebbe stata proprio una signora.
Chiuse gli occhi e sussurrò. «Vorrei essere vestita così, sarei proprio carina…»
Il calore le avvolse il corpo come un abbraccio e le strappò un urletto. Caeli si sforzò di decifrare il debole riflesso della vetrina: al posto dei vestiti scompagnati che portava all’orfanotrofio, le era comparso addosso una replica perfetta del completo esposto. Era asciutta e i risvolti del cappotto profumavano di menta, così morbidi da sembrare nuvole nere.
Caeli mandò un sospirò. «Sembro una principessa!» cinguettò. Non credeva di poter amare tanto dei vestiti. «Non è vero, Fra?»
«Non so darti una risposta, ma sarai incantevole per coloro che ti vedranno».
«Oh… è perché non hai occhi?». Non aveva pensato che Fra non poteva vederla, il che era davvero molto triste.
«In un certo senso».
«Che peccato…» Un nodo le strinse la gola. «Se vuoi, ti racconto come so—» Una musica veniva dal fondo della strada, la fece voltare così in fretta che gli stivaletti grattarono il ghiaccio.
La melodia era veloce e profonda, tanto diversa dai canti delle suore e da quello che capitava di sentire in radio. C’era una tromba? E anche qualcosa come barriti brevi, che le fece tamburellare le dita sulle cosce. Sapeva di balli e feste. Un brivido sconosciuto le risalì la schiena.
Anche Fra doveva averla sentita. «Questa musica proviene da un locale in fondo alla strada».
«Voglio andarci!»
«Non sarò certo io a impedirtelo», rise lui.
Caeli si affrettò lungo il marciapiede. C’era sempre meno gente, in giro, e le vetrine si stavano spegnendo. Girò l’angolo in fondo all’isolato e si ritrovò abbagliata dalla luce blu e gialla di un’insegna, sulla facciata di un palazzo grigio nel mezzo di un giardino innevato come zucchero. Il parcheggio era stato spalato e otto-sei automobili se ne stavano belle larghe.
Caeli strizzò gli occhi per leggere Erebo Jazz Club sull’insegna. Doveva essere inglese. Risalì la breve scalinata fino all’ingresso del locale. Lì, avvolto in un cappotto, un enorme uomo dalla pelle nera se ne stava di guardia, le spalle larghe, la pancia a botte e un muso da bulldog.
Caeli si paralizzò sull’ultimo gradino. «B-buonasera». Quel tipo metteva un po’ paura. «Io… io volevo solo ascoltare la musica…»
L’uomo le rivolse un sorriso cordiale, le aprì la porta e fece un inchino. Il fiume musicale si riversò all’esterno, vibrò sotto i piedi.
Caeli saltellò dentro. «Grazie!»
L’ambiente era caldo, sapeva di erboristeria, rosso e oro con luce da lume di candela. C’era il bancone di un bar e troppe bottiglie colorate per poterle contare, tanti tavolini, sedie e divanetti. I musicisti erano in fondo, su un piccolo palco, e la concentrazione dei loro occhi sembrava cucita a mano sui volti rilassati. I clienti erano sparpagliati tra i tavoli come le automobili nel parcheggio.
Un uomo in giacca bianca e pantaloni neri le venne incontro. «Buonasera, signorina. Vorrebbe darmi il suo cappotto?»
«Perché?» Caeli strinse le mani sui risvolti di pelliccia.
Lui batté le palpebre. «Per… ehm… per custodirlo presso il nostro guardaroba, naturalmente».
Lei gli mandò un’occhiataccia e sollevò il mento. «No, mi piace tenerlo addosso».
«Come preferisce, signorina». Il disonesto si schiarì la voce. «Vorrebbe accomo—»
«Posso sedermi?»
«…dar…? Sì… Sì, certamente, dove preferisce».
Caeli se lo lasciò alle spalle, non aveva proprio voglia di restare con quel tipo strano. Si fece largo tra i tavolini urtando tutte le sedie e raggiunse la prima fila. Prese posto davanti al palco, a meno di tre passi dai musicisti, puntellò i gomiti sulla superficie di legno, prese il viso tra le mani e li osservò, decisa a ficcarsi tutti i dettagli che poteva nella mente.
Quello sulla sinistra suonava il pianoforte, certo, ma quello a destra? Era in piedi, accanto a un violino più grande di quanto fosse lui, lo reggeva come una signora e gli faceva il solletico sulla pancia. Quello davanti suonava la chitarra come la novizia Klara, ovvio, e quello di dietro picchiava i tamburi. Anche a Jerzy piaceva fare quel gioco, ma non era tanto bravo.
La musica dava un senso frizzante nel petto. Come andava ballata una cosa del genere? Non le sembrava che due persone potessero stare abbracciate su quel ritmo, eppure…
Una figura comparve accanto a lei e prese posto allo stesso tavolino, un uomo dal volto liscio e sottile, pallido e bello, con occhi verdi e capelli biondi pettinati all’indietro. Aveva un abito scuro e le fece un sorriso tanto gentile. «Ciao».
Lei drizzò la schiena. «Ciao!» Un nuovo amico in quel posto? Poteva essere divertente!
«Ti piace la musica, eh?»
«Tantissimo! Non avevo mai sentito niente di così bello!»
Lo sconosciuto allargò il sorriso e un canino lampeggiò nell’angolo della bocca. «Io sono Aleksy, piacere di conoscerti». Tese la mano.
«E io Caeli!» Gliela strinse con un bello strattone.
«Caeli…» Sembrava affascinato dal suo nome in un modo incantevole, come nessuno aveva mai fatto prima. Riottenuta la mano, fece un gesto al tizio che aveva provato a fregarsi il cappotto. «Bevi qualcosa, Caeli?»
Che domanda era? «No, adesso non sto bevendo niente».
«No, volevo dire…» Aleksy si passò una mano sulle labbra. «Mi piacerebbe offrirti qualcosa da bere. Cosa ti piace?»
«Ah, ho capito!» Che persona gentile, ma… cosa prendere? Ci pensò. «Mi andrebbe un tè. In estate lo bevo col ghiaccio!»
Aleksy alzò la voce. «Per me un Moscow Mule». Picchiettò l’indice sul tavolino. «Per la signorina, un Long Island Iced Tea».
Il presunto ladro fece un inchino e andò al bar. Forse lei lo aveva giudicato male, non sembrava un cattivo…
Aleksy si allungò sul tavolo. «Non hai caldo con quel cappotto addosso?»
In effetti, l’aria del locale faceva sudare. «Un po’».
Lui prese una sedia dal tavolino accanto. «Toglilo, lascia tutto qui». Era davvero premuroso.
Caeli esitò. «Ma… se qualcuno volesse sedersi proprio lì?»
Aleksy sembrò perplesso e si grattò dietro l’orecchio. «Posso fare tutto quello che voglio, qui». Inarcò un sopracciglio. «Questo locale è mio».
«Allora va bene!» Caeli si liberò del cappello, dei guanti e del cappotto.
Aleksy aveva una faccia un po’ strana, come quella di Martyna quando i maschi le avevano fatto credere d’aver messo una lucertola nel suo letto, anche se non era vero. Be’, lei non gli stava facendo uno scherzo, doveva tranquillizzarlo.
«Mi sento molto meglio». Portò la mano tra le ciocche sulla nuca per staccarle dal collo sudato.
«Vedo». Lui la guardava in un modo davvero buffo, come se fosse un regalo da scartare nel giorno di Natale. «Sei molto, molto bella».
«Grazie!» Che dolce. «Anche tu sei bello, per essere così grande».
Aleksy fece una smorfia con la bocca di lato, come se lei gli avesse messo sotto il naso una schifezza. Sembrò decidere che non gli andava più di parlare, scrollò le spalle e guardò i musicisti.
Sì, tutto sommato, era bello ascoltare la musica. Caeli si abbandonò sulle note, il suo piede si mosse a ritmo. Le piaceva soprattutto il suono del violino gigante, anche se… No, in effetti erano belli tutti, sarebbe stato stupendo sentirli uno alla volta, poi di nuovo insieme, poi da soli ancora…
Il tizio in giacca bianca si avvicinò con un vassoio e posò sul tavolo due bicchieri splendenti, uno pieno di tè freddo con cannuccia e fettina di limone, l’altro di metallo arancione e un ciuffetto di menta.
Caeli mandò un gridolino estasiato, afferrò il tè e si attaccò alla cannuccia. Bevve con forza, aveva proprio sete e non c’era nessuna suora a dirle di andarci piano con le bevande ghiacciate. Il tè era forte, pizzicava e sapeva di limone.
Aleksy sollevò il bicchiere. «Al nostro incon…» Si era fermato.
Lei poggiò il bicchiere dimezzato e sospirò forte. «Buono!» Si massaggiò la fronte e ridacchiò. «Ahia! Il freddo fa male!»
«Se bevi tutto così in fretta, finirai prima di me».
«Oh, scusami. Non… non dovrei?»
«Non c’è problema, te ne ordino un altro».
Il bicchiere di Caeli era appena svuotato quando arrivò il secondo.
La faccia le scottava. «Mi viene da ridere e non so perché», sghignazzò. Le sue labbra incespicarono, in cerca della cannuccia. «E ho ancora caldo…» Stese un braccio lungo il tavolo e lo usò per poggiare il capo.
Aleksy le afferrò la mano e la massaggiò nella propria. «Mi sembri molto stanca». Era davvero dolce.
«Un po’. Vorrei stendermi».
«Perché non vieni di sopra con me? Ho un letto molto comodo. Ma prima finisci il tuo tè».
Giusto, era troppo buono per lasciarlo. Caeli annuì, inclinò la testa e si attaccò alla cannuccia finché non aspirò il fondo. «Finito!» Si alzò.
Le gambe cedettero, sembravano fatte di gelatina. Aleksy l’afferrò prima che cascasse, le strinse il braccio intorno alla vita. Aveva un profumo come di muschio, anche se un po’ forte. «Me ne occupo io, la porto di sopra». Le parole gli vibrarono nel petto.
Caeli sospirò. Ecco perché gli adulti dicevano sempre d’essere stanchi: arrivava un punto della sera in cui si spegnevano e dovevano andare a dormire. Meno male che c’era il suo nuovo amico a occuparsi di lei. La prese in braccio. Solo, era un peccato allontanarsi dalla musica: si strinse al suo collo e canticchiò per tutto il tempo. Aveva l’impressione che lui la stesse portando su per una scala e in un ambiente dall’aria un po’ più limpida. Una porta si chiuse con uno scatto e il volume della musica divenne molto più basso.
Aleksy la fece stendere su un divano. La luce bianca veniva dal basso, forse da alcune lampade, e il soffitto girava come se volesse arricciarsi. Lei tastò i cuscini. «Dov’è il mio cappotto?»
«Ce l’ho io». Aleksy glielo mostrò e lo piazzò su una sedia. «Dammi un minuto, piccola. Non addormentarti!»
«No, no, resto sveglia». Di dormire, in effetti, non ne aveva voglia: era una serata troppo divertente.
Aleksy andò a un tavolino su cui era posato un vassoio argentato con una montagnetta di farina. Voleva fare un dolce, forse? Si mise una cannuccia nel naso e soffiò. Caeli strizzò gli occhi: invece di spargerla, la farina era sparita. Lei trasalì. «Sei un mago!»
Aleksy non le rispose, si massaggiò il naso col dorso della mano e sfilò la giacca dalle spalle, la gettò su un’altra sedia e si avvicinò a Caeli. Si chinò in ginocchio.
Una strana paura la soffocò e la faccia di suor Benedykta le lampeggiò nella memoria. Quando diceva di non dare confidenza agli sconosciuti, anche se… loro, di sconosciuti, non ne vedevano mai.
Aleksy appicciò la bocca sulla sua e spinse la lingua, come se volesse sfondarle i denti.
Caeli gemette e s’irrigidì. Tutte le sue ossa erano diventate di pietra; e i muscoli non avevano più forza. Il fiato di quell’uomo la disgustò, era acido, mescolava il muschio a un retrogusto fumoso. Avrebbe voluto dargli un calcio nella pancia, ma restò paralizzata e con il suo stesso cuore che le sfondava i timpani.
Aleksy la sollevò di peso e la scaraventò sul letto.
Caeli non fu certa di urlare; di sicuro, il respiro dell’uomo era quello di un cane arrabbiato. Le sue dita le sbottonarono la gonna, le sollevarono il maglione. Un brivido le accapponò la pelle: era nuda e non aveva freddo, ma il gelo le aveva impregnato la pancia. Lui le salì addosso e le premette il corpo contro. Si era spogliato a sua volta e lei non aveva mai avuto un maschio così attaccato, le fece tanto schifo da impregnarle la bocca col gusto del vomito.
Aleksy le disse qualcosa all’orecchio con le labbra umide, in un tono cattivo, ma lei non capì una parola. Le lacrime le si addensarono negli occhi e lei resistette, non voleva piangere davanti a lui, ma il primo singhiozzo era lì, le premeva nella faccia, stava per scoppiare.
Una fitta di dolore le risalì tra le gambe, sin nel ventre. Le mozzò il fiato.
Lui la stava scavando con un bastone, le squarciava la carne. La mente vorticò, fece come un giro su sé stessa per capire dove stava entrando. Caeli si azzannò la lingua per non pensarci, cristallizzata sul dolore e i colpi crudeli, senza capire da che punto arrivavano e dove finivano. Tentò di ribaltarsi, ma ogni movimento la folgorò con una scarica di fuoco lungo le gambe, la schiena, il ventre.
Dischiuse le labbra. «Fra!» bisbigliò, senza forze.
Fra non rispose, non poteva, perché era rimasto nel cappotto.
Sporca e violata, non riusciva a pensare altro di sé. Desiderò che finisse, di perdere i sensi e non svegliarsi mai più. E dal basso, la musica era quella di un incubo lunghissimo.
Aleksy fece un rantolo orribile, si contorse e s’irrigidì. Sembrò farsi male, forse stava morendo; invece, si rovesciò su un fianco, le diede la schiena e restò immobile. Dopo un po’, cominciò a russare.
Caeli non mosse un dito. Era nuda, tremava e non voleva muoversi, perché sarebbe caduta in pezzi se solo ci avesse provato. La musica terminò, tutto si fece silenzioso e la sua testa era pesantissima, come se avesse la febbre alta. Chiuse gli occhi solo per un momento.

Continua…