Caeli – Capitolo 5

Caeli5

Per tre mesi, Caeli tornò in biblioteca ogni mattina assieme Dorota, eccetto i giorni in cui la nuova amica doveva recarsi in università per una lezione o un esame. Si separavano all’ingresso ricercando ciascuna il proprio isolamento nello studio, si ritrovavano nell’area di ristoro per pause a orari ben precisi e rincasavano insieme alla chiusura, quando era già notte fonda.
All’inizio della seconda visita in biblioteca, Caeli recuperò i libri della giornata precedente e ricominciò a leggere. Dopo mezz’ora di studio intenso, scorse afflitta la quantità di pagine che ancora le separavano dal finale e si scoraggiò. Fissò il vuoto con occhi stanchi per almeno cinque minuti, poi trattenne di colpo il fiato ed ebbe un’idea. Recuperò il globo lucente, lo serrò tra le dita e chiese a Frahazanard di leggere più velocemente di chiunque altro.
Meno di un’ora dopo, Caeli chiuse L’idiota di Dostoevskij a lettura ultimata. La testa le ronzava, ma desiderava conoscere di più: il giorno prima, Dorota aveva nominato un certo Platone, così andò alla ricerca di tutta la bibliografia disponibile e la divorò con gli occhi. Nel mezzo dello studio, sentì le nozioni vacillare e restò dubbiosa, ma ricorse nuovamente a Frahazanard e desiderò una memoria infallibile per non dimenticare più nulla.
Nel corso della prima pausa, discusse animatamente con Dorota riguardo Platone e stupì la ragazza citando alcuni complicati paragrafi.
«Dovresti sostenere tu l’esame al posto mio», osservò Dorota con una punta d’invidia che Caeli non notò neanche.
Tornata allo studio, recuperò carta e penna per appuntare tutte le nozioni e le curiosità che avrebbe soddisfatto in seguito, riempiendo un foglio dopo l’altro del mostruoso archivio che stava prendendo forma nella sua testa. Dalla filosofia passò alla matematica, dalla matematica alla storia, dalla storia alla geografia, dalla geografia all’inglese e all’economia insieme. Fece un breve salto nel mondo della biologia e segnò svariati argomenti da consultare in seguito. Alla fine del secondo giorno, Caeli aveva già letto quasi nove enormi volumi.
Una settimana dopo l’altra, lo studio continuò: la velocità di lettura della ragazza cresceva di volta in volta senza limiti apparenti; era una fortuna che la biblioteca fosse quasi sempre deserta e nessuno le prestasse particolare attenzione. Senza il tedio della lunga lettura e priva del minimo carico sulla memoria, ella si appropriò di tutta quella conoscenza senza alcuna fatica. C’era sempre tanto da conoscere e lei non riusciva più a fermarsi. Era una droga, considerò un giorno, e lei ne era diventata dipendente; così come Aleksy era dipendente dalla cocaina assunta la notte del loro incontro, ricordò.
Ben presto, non essendo disposta a trovarsi nuovamente sola, Caeli realizzò di dover ricambiare l’ospitalità di Dorota e desiderò il denaro per contribuire all’affitto che l’amica pagava con il misero stipendio della madre vedova. Insieme sgomberarono un vecchio sgabuzzino del piccolo appartamento, acquistarono un lettino e ne fecero la stanza dell’ospite. Pronte ad aiutarsi senza intaccare la reciproca riservatezza, si affezionarono presto l’una all’altra.
L’inverno giunse portando altra neve, tutta quella che un cielo poteva riversare sul mondo.
Una sera, le due amiche stavano cenando insieme quando Caeli si appropriò del telecomando e spense il televisore con aria seccata.
«Che ti prende?» le domandò Dorota, dubbiosa.
«Non sembrano più capaci di parlare d’altro», sbuffò Caeli. «Sempre la bambina dell’orfanotrofio, giorno per giorno! Non ne posso più!»
«Già», osservò l’altra, masticando le verdure della zuppa. «Lo sai che…? Non arrabbiarti, ma ti somiglia davvero tanto.»
«Non saresti la prima persona che me lo dice», mentì Caeli: Dorota era una brava ragazza, ma abbastanza sempliciotta da credere che lei conoscesse davvero qualcuno all’infuori della coinquilina. Si affrettò a cambiare argomento. «Com’è andata la festa ieri notte?»
«La solita bolgia. Un sacco di frastuono. Avrei voluto davvero andarmene, ma…» esitò e non riuscì a contenere un sorriso malizioso. «Ecco, ho conosciuto un ragazzo», ammise, fremendo d’eccitazione. «Davvero molto carino e tanto gentile.»
«Fantastico!» esclamò Caeli per solidarietà, immaginando con quanta trepidazione l’amica avesse aspettato di parlarne senza tirare in ballo per prima l’argomento della festa; ciononostante, trattenne a stento un brivido. Ormai sapeva bene cosa era avvenuto al primo contatto con un uomo, l’aveva appreso dai libri e, oltre la miriade di parole dei più svariati argomenti, aveva scorto una verità sovrana: i maschi della specie umana sono freddi calcolatori pronti a ogni genere di bassezza per ottenere quello che vogliono dalle femmine. Tuttavia, ella non aveva il diritto di turbare la felicità di Dorota, perciò le chiese: «Ti ha già invitata a uscire?»
«Domani. Gli ho detto che mi sarebbe piaciuto andare a teatro. Avevo paura che lo considerasse noioso, ma invece ha accettato subito! Non è meraviglioso?»
Doveva essere una singolare ironia della sorte, giudicò Caeli, quella di avere un appuntamento ciascuna per la stessa sera. L’altro uomo, tuttavia, non poteva ancora saperlo.

* * *

Aveva ricominciato a nevicare al calar della sera, quasi a farsi beffe del lavoro degli spazzaneve dopo un’intera giornata per liberare le strade. I pochi veicoli procedevano lentamente e con le catene alle ruote sul fondo congelato. Tra loro, un taxi si fermò al limitare di un vasto parcheggio quasi deserto, il tempo necessario per dar modo di scendere a una ragazza bionda avvolta in un elegante cappotto scuro, lo stesso che indossava la prima volta che era stata in quel posto.
Il taxi si allontanò mentre Caeli calava con vigore il cappello di pelliccia sulle proprie orecchie, intimidita suo malgrado, illuminata dal riflesso sulla neve dell’ampia insegna luminosa. Erebo Jazz Club. Nel gelo di una notte capace di ovattare le note scatenate di quella musica travolgente, ella s’incamminò lentamente proiettandosi alle spalle una lunghissima ombra.
«Sei con me?» sussurrò con voce tremante, cercando di farsi coraggio.
«Sempre, Caeli», le rispose Frahazanard, divertito. «Sempre. Non ti lascerò finché tu vorrai.»
All’ingresso, come mesi prima, il buttafuori le aprì cordialmente la porta; allo stesso modo, un cameriere in giacca bianca e pantaloni neri le venne incontro per accoglierla, ma era diverso da quello dell’altra volta.
«Buonasera, signorina», la salutò, «e benvenuta all’Erebo. Vorrebbe favorire il suo cappotto?»
«No, grazie», rispose Caeli con fermezza. «Vorrei incontrare Aleksy.»
La faccia del cameriere si fece sospettosa.
«La signorina ha un appuntamento?» domandò, squadrandola da capo a piedi.
«No, voglio solo parlargli.»
«Farò il possibile, ma non posso garantirle il tempo d’attesa. Chi devo annunciare?»
«Non ha importanza, non credo si ricordi di me», tagliò corto Caeli. «Lo aspetterò al bar se non crea troppo disturbo.»
«Sarà un piacere averla nostra ospite, signorina. Prego, si accomodi.»
Quella volta, Caeli scelse un tavolino sul fondo del locale, nell’angolo più oscuro e lontano dal palco; ordinò un aperitivo analcolico e solo allora, quando il cameriere si fu allontanato, sfilò il cappello dal capo, sbottonò il cappotto sotto la gola e si tolse i guanti. La clientela era ancora più scarsa dell’ultima volta, tanto misera da rendere dubbiosa, persino all’occhio meno esperto, la presenza di tre uomini del personale e un’esibizione dal vivo di musicisti sul palco.
Faceva molto caldo nel locale. Caeli bevve quasi d’un fiato la bevanda che le fu portata e ne ordinò subito un’altra. Prima che se ne accorgesse, ne aveva già consumate quattro e sentì la fronte imperlarsi di sudore. Avvertì presto la necessità di andare in bagno, ma non osò muoversi dal proprio posto e attese, attese, mentre le profonde note del basso le vibravano nel petto.
Dopo circa un’ora, finalmente, Aleksy scese dalla scalinata che portava al piano superiore. Caeli lo vide e sentì il cuore balzarle in gola. Lui non era cambiato affatto, come avrebbe potuto? Elegante, pallido, lo sguardo freddo. Un cameriere gli andò incontro e indicò la ragazza in attesa con un cenno del capo.
Aleksy volse gli occhi nella direzione indicata e i loro sguardi s’incrociarono. Egli la fissò dubbioso per alcuni istanti, ma annuì ben presto e si avvicinò, sorridendole maliziosamente e prendendo posto al tavolino.
«Ma guarda un po’!» esclamò, sorpreso. «Che fine avevi fatto?»
«Ciao, Aleksy», lo salutò lei con voce piatta.
L’uomo trattenne il fiato mentre era sul punto di parlare ancora, bloccandosi abbastanza a lungo per dare alla ragazza modo di capire.
«Non ricordi neanche come mi chiamo», osservò lei, incapace di celare una certa delusione nella voce. Se l’aspettava, ma aveva sperato. Nulla d’importante, dopotutto: non era venuta a incontrarlo per sciocchezze sentimentali.
«Scusami, è che vedo così tanta gente…» si schermì lui, il volto contratto nel tentativo di concentrare i ricordi. «Avevi un nome insolito, ne sono certo. Eli…»
«Caeli», gli ricordò lei.
«Giusto! Caeli! Come ho fatto a dimenticarmene? Posso offrirti qualcosa da bere? Magari del vino…» azzardò, pronto a sollevare un dito per chiamare un cameriere.
«No», lo fermò la ragazza, bloccandogli il braccio con la mano. «Lascia stare, ho già bevuto qualcosa e intendo pagarlo.»
«Come vuoi», replicò lui con una scrollata di spalle. Solo allora, storcendo un po’ la bocca, puntellò i gomiti sulla superficie del tavolino e si protese in avanti con fare cospiratorio. «Ascolta, non so cosa tu abbia pensato, ma… mi è dispiaciuto non ritrovarti, lo sai? Avremmo potuto spassarcela per qualche giorno e… contavo anche di farti qualche regalino personale, capisci?»
Per quanto fosse incredibile, Caeli aveva imparato a capire perfettamente.
«Non voglio i tuoi soldi», dichiarò con freddezza. «Ti sono sembrata una prostituta?»
«Ecco…» esitò lui, distogliendo lo sguardo per un momento. «Ne avevi l’aspetto, sì. Ce l’hai anche adesso, ma non offenderti. Nulla implica che tu lo sia, capisci? Volevo solo essere generoso con te, ringraziarti per…»
«Sembra che tu sia alquanto abitudinario in certe cose», osservò lei, sprezzante.
«Io… non voglio avere problemi», tagliò corto Aleksy. «Non mi sembra di averti obbligata, giusto?»
Caeli abbassò gli occhi azzurri sul lungo bicchiere dal quale aveva bevuto e lo fece ruotare con la punta delle dita, lasciando tintinnare appena il ghiaccio mezzo disciolto.
«Se sono qui è perché voglio qualcosa da te, non per essere pagata», dichiarò.
«Capisco. Sei in difficoltà? Per questa volta farò un’eccezione, ma non posso darti molto. Facciamo duemila zło…»
«Ti ho già detto che non voglio i tuoi soldi», sibilò la ragazza tra i denti. Possibile che quell’uomo fosse tanto arrogante da prestare ascolto soltanto alla propria voce? Non aveva più senso girarci intorno, perciò lo disse semplicemente. «Ho bisogno che tu mi sposi.»
In un primo momento, Aleksy fu quasi sul punto di scoppiare a ridere, inarcò le sopracciglia e spiegò le labbra in un ghigno idiota, ma la determinata freddezza che incontrò dall’altra parte riuscì a dissipare l’incredula allegria e lasciò posto a una furia oltraggiata.
«Non dirai sul serio!» ringhiò tra i denti, contenendo a stento la voce per non turbare la quiete del locale. «Ti ho scopata una sola volta ed è stato un gioco piacevole per entrambi! Che altro vuoi da me?!»
«Conosco solo te», replicò lei, avvertendo nuovamente tutta l’ingenuità della propria condizione. «Devo sposarmi. Mi occorre per alcune faccende che…»
«Vuoi incastrarmi? Hai visto quello che ho e lo vuoi anche per te?!»
«Non voglio approfittare della tua ricchezza», ribadì Caeli ancora una volta. «E non mi aspetto di vivere sulle tue spalle. Posso esserti più utile di quanto immagini.»
«Una come te? Di biondine succhiacazzi è pieno il mondo e tu non sei male, ma c’è di meglio», tagliò corto Aleksy, in procinto di alzarsi. «Ti farò avere del denaro dal…» la mano di Caeli lo trattenne per l’avambraccio.
«Ho bisogno che tu mi sposi, Aleksy», ribadì.
«Non osare mai più toccarmi, cagna!» sbraitò allora l’uomo, senza più preoccuparsi di tenere bassa la voce e liberandosi dalla presa con un violento strattone.
Il silenzio piombò di colpo, la musica si fermò e i pochi occhi presenti si spostarono sul fondo del locale, dove un’avvenente ragazza bionda stava importunando il proprietario. Per una ragione incomprensibile, uno tra gli avventori si calò immediatamente il cappello in testa, lasciò sul tavolino una banconota spiegazzata e abbandonò l’Erebo senza neanche attendere il resto.
Il giovane proprietario fece per dileguarsi e raggiunse in pochi passi la scalinata che l’avrebbe condotto al piano superiore, al proprio appartamento privato, ma aveva appena poggiato un piede sul primo gradino quando un improvviso lampo scarlatto colmò il locale, abbastanza fulmineo da essere scambiato per un’allucinazione.
Aleksy si voltò immediatamente, rivolgendo a Caeli un sorriso radioso e spalancando le braccia per accoglierla.

* * *

«Ma… insomma, così all’improvviso?» mormorò Dorota con aria triste.
«Hai ragione, mi dispiace molto», sospirò Caeli, depositando la valigia con i propri pochi averi dinanzi alla porta d’ingresso e porgendo all’amica un fascio di banconote. «Questi sono per l’affitto del mese.»
«Oh, no! Questo mese è appena cominciato, non puoi darmi tutto…»
«Insisto! Dorota, non ti sto facendo la carità: so che ne hai bisogno, ma la verità è che sei stata davvero buona con me. Vorrei poter dare di più», le assicurò, omettendo un ovvio senza destare sospetti, «ma… ecco… posso solo ringraziarti. Grazie. Sei stata più di un’amica per me.»
Dorota accettò il denaro e le due si abbracciarono affettuosamente.
«Verrò a trovarti quando potrò», le assicurò Caeli, cedendo suo malgrado alle lacrime. «Non… non dobbiamo dimenticarci…»
«Ehi, non piangere», la consolò teneramente l’amica. «Certe volte sembri davvero una bambina.»
Caeli rise sbuffando.
«Cerca di non cacciarti nei guai», l’ammonì Dorota, esitando solo un momento prima di fare un altro tentativo. «Non… non vuoi dirmi dove…?»
«Te lo dirò la prossima volta che c’incontreremo», le assicurò l’altra nell’asciugarsi gli occhi umidi. Era certa che Dorota avrebbe tentato di dissuaderla se avesse conosciuto le ragioni dell’allontanamento improvviso e non voleva che lo facesse, o sarebbe stato più difficile.
Le due si separarono e Caeli discese le scale verso il pianterreno. Un taxi era già in strada e attendeva paziente da almeno venti minuti.
«Sto facendo la cosa giusta?» si domandò, esitando sugli ultimi gradini. «O sto sbagliando tutto?»
«Estremizzare le implicazioni delle scelte è una peculiarità dei deboli privi di potere, Caeli», le assicurò Frahazanard. «Mi chiedo solo perché. Non avresti ottenuto molto più faticando molto meno? Dovevi solo desiderarlo.»
«Voglio limitare i desideri, Frahazanard. Penso di aver capito come funzionano e quanto è facile perdere il controllo. Ho letto un mucchio di storie dove i personaggi restano schiacciati da brame troppo grandi.»
«Storie scritte da mortali», minimizzò Frahazanard.
Caeli riprese il cammino.
«Scritte da mortali, ma che parlavano di dèi. L’Iliade non nasce proprio dal desiderio egoistico di tre dee? Eris indirizzò un pomo alla più bella e ciò portò discordia tra loro. Per la brama, dèi e mortali non hanno alcun valore.»

Continua…

Caeli – Capitolo 4

Caeli4

Un incubo dimenticato risvegliò Caeli di colpo, come un’allucinazione da delirio che sfociò in una realtà più amara, capace di farle rimpiangere gli orrori del mondo onirico.
Era ancora mattino presto a giudicare dalla luce color piombo. Aleksy era ancora lì, profondamente addormentato, disteso scomposto su un fianco con un piede che quasi sfiorava il pavimento. La ragazza lo fissò, ma il semplice movimento degli occhi le perforò il cranio con una fitta di vivido dolore, una sofferenza alla quale avrebbe reagito urlando… se fosse stata abbastanza in forze da emettere un suono più grande di un sibilo gemente.
Alzarsi a sedere le costò una fatica immane e fu solo per stoica forza di volontà che impedì alle proprie viscere di rivoltarsi: scivolò oltre il materasso e cadde in ginocchio, nuda, strisciando sul tappeto. Il mondo vorticava in preda a un malsano squilibrio al gusto di malattia, obbligandola a serrare gli occhi nella speranza di fermarlo. L’oscurità forzata la nauseò ulteriormente e fu costretta a tenere lo sguardo fisso sulla sedia dove Aleksy aveva adagiato il cappotto.
Lo raggiunse, tirò una manica, lo lasciò scivolare e cercò a tentoni, senza guardare. La sua mano andò finalmente nella tasca che cercava, serrandosi intorno a una gelida superficie vetrosa.
«Fra!» esclamò in un sussurro.
«Ti ascolto, Caeli», replicò prontamente Frahazanard.
«Sto male», si lamentò lei. «Voglio andare via, voglio… voglio vestirmi. Ti prego… ti prego, aiutami!»
Un flash scarlatto, abbagliante, colmò ogni angolo del percepibile e si ritrasse alla velocità del lampo, delineando una nuova realtà. Caeli era distesa in un vicolo, su un mucchietto di neve integro, con indosso i vestiti che aveva all’ingresso nell’Erebo Jazz Club. La sensazione di malessere fisico era svanita, ma la ferita che le era stata inflitta nell’anima restava aperta, sanguinando penosamente.
La ragazza aveva ancora il globo in pugno e si rannicchiò pietosamente contro la parete dell’edificio, sola in quella strozzatura tra due case, stringendo al petto la sfera come se potesse trarne calore. Sapeva che Frahazanard era in ascolto, pronto a esaudire qualunque richiesta, ma per quanto si sforzasse non riusciva a trovare la forza di parlare: le più elementari consuetudini espressive sfuggivano come sabbia tra le dita, concrete e inafferrabili al tempo stesso, come un ingranaggio che gira a vuoto. In realtà, col tormento fisico svanito, l’implicazione di ciò che era nato dal suo incontro con Aleksy era mille volte più schiacciante, disarmante, e generava concetti troppo complessi per una mente infantile, ma orrendamente logici per l’istinto umano. Molto lentamente, allo strazio si mischiò il disgusto.
«Tu lo sai cosa mi ha fatto?» mormorò infine, senza pensarci.
«Lo so», confermò Frahazanard.
«Potresti… spiegarmelo?» azzardò in un bisbiglio inudibile.
«Potrei, ma non nei termini adatti a un essere umano. Desideri comunque sapere?»
«No», decretò Caeli. Conoscere ogni cosa non la spaventava, ma cominciava a sospettare lo straordinario distacco che poteva esistere tra lei e quello strano globo parlante. Per un momento, fu sul punto di desiderare una persona con la quale parlare, qualcuno come Joanna… ma più saggio di Joanna, in realtà… capace di farle capire ogni cosa. Desistette all’ultimo e la richiesta in procinto di nascere si mutò in un sospiro.
«Caeli?» la incalzò dolcemente il globo, privo d’ogni impellenza.
La ragazza rifletté: era stata stupida, si era comportata da stupida, ma solo perché aveva sottovalutato la libertà acquisita. In quel momento, come un tunnel improvvisamente aperto sulla luce della consapevolezza, realizzò che non conosceva nulla del mondo oltre l’orfanotrofio e che, soprattutto, guadagnare un’identità adulta l’aveva privata di qualcosa, un elemento essenziale che avrebbe dovuto essere suo. Qualunque cosa fosse, intendeva riappropriarsene.
«Devo sapere delle cose», dichiarò.
«Di che genere?»
«Tutto. Qualsiasi cosa. Dimmi dove posso trovare un posto per imparare.»
Frahazanard le fornì la risposta e le indicazioni che cercava, dopodiché Caeli si alzò in piedi, nascose il globo nella tasca interna del cappotto e uscì dal vicolo, avventurandosi in strada.
Vi era una certa confusione rispetto alla notte precedente e svariate auto della polizia che percorrevano i viali con una certa frequenza. Sembrava che gli agenti fossero impegnati in qualche frenetica ricerca. Nulla che a Caeli importasse, dopotutto. Dopo dieci minuti di cammino, raggiunse la biblioteca comunale.
All’orfanotrofio avevano una piccola biblioteca, ma nulla di paragonabile a quegli scaffali stracolmi di volumi che sembravano non avere mai fine. Quel posto era immenso, ma desolatamente vuoto all’infuori di un uomo dagli imponenti baffi grigi e una coppia di ragazze dall’aria arcigna, febbrilmente concentrate in chissà quale lettura.
Caeli passeggiò senza criterio per quasi trenta minuti, adocchiando i titoli dei volumi allineati e gli argomenti di suddivisione, chiedendosi da cosa fosse opportuno cominciare. Conferire una simile priorità ai propri studi le sarebbe sembrato sciocco solo ventiquattro ore prima. Alla fine, intuendo che non avrebbe concluso niente continuando a temporeggiare, raggiunse l’ala di narrativa della biblioteca e sfilò il primo libro che le capitò sotto le dita: L’idiota di Dostoevskij. Sedendosi al tavolino più vicino, cominciò a leggere.
La lettura si rivelò difficile, sfibrante, ma Caeli non si lasciò demoralizzare e obbligò se stessa a non cedere. C’erano molte parole che non conosceva, tante da costringerla ad alzarsi nuovamente e recuperare un dizionario. Seguitò il proprio studio. Di tanto in tanto, sbadigliando, staccava gli occhi dal romanzo e scorreva lentamente le pagine del vocabolario, ricercando un termine che le era sconosciuto; ciò le facilitò la comprensione del testo, ma dopo una ventina di pagine si alzò nuovamente e cercò un atlante per sapere dove fosse Mosca, per capire che tipo di città fosse. Soddisfatta quella nuova curiosità, lesse qualche altro rigo del romanzo solo per alzarsi un minuto più tardi, alla ricerca di un libro che le spiegasse nel dettaglio cosa fosse quel male che aveva obbligato il principe Myškin ad abbandonare il proprio Paese. Quella ricerca particolare le portò via più tempo del previsto e, una volta compresa l’epilessia secondo i termini più generali, si scoprì turbata e stranamente desiderosa di rigettare quella conoscenza.
«Troppo tardi», considerò tra sé: l’aveva fatta propria e doveva tenersela. Esattamente come la notte trascorsa con Aleksy, per la quale provava un sentimento sempre più complesso, una sensazione sempre più rivoltante. Doveva farsi forza e lottare per mantenere la mente lucida.
Intanto stava calando la notte e lo stomaco di Caeli brontolava, ma lei non poteva sentirlo. Fu comunque obbligata a fermarsi dallo studio per andare in bagno e, all’uscita, si scoprì decisamente assetata. Aveva scorto un distributore di bibite all’ingresso della biblioteca e fece la strada a ritroso, ricorrendo a Frahazanard per procurarsi le monete necessarie.
La zona di ristoro non era deserta come Caeli aveva sperato, ma occupata da una delle ragazze intraviste in precedenza: aveva un viso allungato, simile a quello di un roditore, con profonde occhiaie dietro lenti spesse e capelli in disordine. Sorseggiava qualcosa da una tazza fumante e staccò a malapena gli occhi dal libro che si era portata dietro quando quella bionda dall’aria spaesata le passò accanto.
Giunta dinanzi al distributore, Caeli adocchiò i tasti luminosi senza capirci molto. In realtà, non aveva mai utilizzato uno di quegli affari personalmente. Stava per chiedere aiuto a Frahazanard quando la ragazza con gli occhiali le parlò.
«Ti serve una mano?» le disse, avvicinandosi.
Caeli sussultò e fece un balzo all’indietro, sollevando le mani per difendersi come se l’altra volesse colpirla. A quella reazione, la ragazza reagì con altrettanta veemenza e indietreggiò a sua volta, temendo di avere a che fare con una pazza.
«No, no!» esclamò Caeli con voce rotta, incrinata dal prolungato silenzio. «Io non… non… io non…» farfugliò, incapace di formulare qualcosa all’infuori del diniego.
«Stai bene?» le domandò l’altra con cautela, mossa da un’istintiva compassione.
Caeli comprendeva la necessità, nelle proprie condizioni, di allontanare quella sconosciuta, ma il corpo andò in conflitto con la mente e, suo malgrado, scosse il capo in un’inequivocabile negazione.
La ragazza le si avvicinò piano, come avesse a che fare con un animale spaventato e pronto a fuggire, riuscendo delicatamente a prendere la mano di Caeli tra le proprie.
«Io mi chiamo Dorota», le disse con una dolcezza inusuale per un viso tanto freddo. «E tu?»
«Caeli», rispose l’altra, riacquistando un po’ di coraggio.
La ragazza chiamata Dorota sgranò gli occhi e fissò l’altra da capo a piedi, come aspettandosi di scorgere un trucco. Qualunque cosa cercasse, non ritenne opportuno dedicarvi più di pochi istanti.
«Prendiamo… qualcosa di caldo, vuoi?» le propose.
Pochi minuti dopo, Caeli aveva un bicchiere di tè caldo da sorseggiare tra le dita. Aveva preso anche una bottiglia d’acqua vuotata in un lampo. Benché fosse in compagnia di una persona disposta ad ascoltarla, non sembrava intenzionata a spiccicare parola.
«Tu cosa studi?» chiese Dorota con cautela.
Caeli scrollò le spalle.
«Stavo leggendo… L’idiota», rispose con noncuranza, indugiando appena per ricordare il titolo.
«Ah, letteratura russa. Molto interessante. Io studio filosofia, invece. Platone. Saprai di che parlo, immagino», ridacchiò.
«No», rispose l’altra, visibilmente disorientata.
«Oh, be’… ne avrai sentito parlare… lasciamo perdere». Dorota si raddrizzò gli occhiali sul naso con la punta del dito e cercò di dissimulare la propria perplessità. «Sei un po’ in ansia per un esame? O ti è successo… qualcosa di brutto?» azzardò.
Per un momento, Caeli fu sul punto di annuire e tentare di spiegare la propria situazione, ma ancora una volta si fermò e restò interdetta, squadrando la ragazza senza capire da dove cominciare per prendere una decisione logica. Alla fine, tutto ciò che riuscì a formulare fu una semplice perplessità.
«Perché me lo chiedi?»
Dorota si mosse a disagio sulla sedia e bevve un altro sorso di quello che si era rivelato essere caffè.
«Ce l’hai scritto in faccia che sei sconvolta», rispose, cercando d’imprimere fermezza nella voce imbarazzata. «Insomma… probabilmente dirai che non sono cavoli miei, hai ragione, ma se tornassi a casa senza provare a fare niente so che non riuscirei a dormire, mi capisci?»
«Io… credo di sì», annuì Caeli dopo una breve riflessione. «Ma non so se posso parlarne», decise. «Devo pensarci.»
Dorota sembrò comprendere prontamente quella risoluzione e non insistette.
«Non eri mai stata in questo posto prima d’ora, vero?» indovinò con un sorriso. «Non negli ultimi due anni, almeno. Vengo qui quasi tutti i giorni. Studio, leggo… è un bel posto.»
«Sì», convenne Caeli. «Molto bello. Ma non è noioso? Sembra abbastanza deserto.»
«È questo il bello. Io non vado molto… d’accordo con le altre persone. Sono una ragazza solitaria. E non sono brava a parlare.»
Caeli aggrottò le sopracciglia, chiedendosi se Dorota le stesse mentendo: da quello che aveva sentito non le sembrava che si fosse espressa male per una ragione qualsiasi, ma sembrava ugualmente sincera. Cominciava a capire che gli adulti avevano quel modo di parlare, fatto di mezze verità e bugie intere.
«Credo d’aver fatto qualcosa di molto brutto a me stessa», confidò in un sussurro. Per quanto si sforzasse di pensarla diversamente, non riusciva a incolpare Aleksy per quello che le era accaduto. «Credo di… aver sbagliato.»
Dorota studiò Caeli ancora una volta, prestando un’attenzione tutta nuova a quella ragazza spaventata e ai suoi abiti eleganti, decisamente fuori posto in una squallida biblioteca. Era bella, una donna fatale vestita di scuro, ma una strana, vulnerabile limpidezza nel suo sguardo sminuivano l’apparente perfezione come fosse una muraglia di carta.
«Ce l’hai un posto dove andare?» le chiese a bruciapelo.
«Andare… dove?»
«Per dormire.»
«Non posso dormire quando ne ho voglia?»
Dorota inarcò le sopracciglia, chiedendosi se avesse o meno a che fare con una stupida. Nulla lasciava suppore il contrario, dopotutto, e una persona meno riflessiva non vi avrebbe sprecato un minuto di più, ma per lei era davvero difficile giudicare sciocca quella ragazza bionda sbucata fuori dal nulla. Paradossalmente, non riusciva neanche a spiegarsene la ragione.
«Ascolta, almeno per stanotte dormirai da me», stabilì.
Se Dorota insistette tanto per convincere Caeli a seguirla a casa, fu solo per i dinieghi dalle giustificazioni inconsistenti che quest’ultima le fornì: era come parlare a una bambina e, ben presto, fu evidente che fermezza e logica erano le chiavi alle quali lei non poteva opporsi.
Abbandonarono la biblioteca un’ora più tardi e solo dopo che Dorota ebbe assicurato alla nuova amica che sì, il giorno dopo avrebbe potuto tornare per leggere tutto quello che voleva.

* * *

«Se hai sete c’è una brocca accanto alla finestra», disse Dorota, rivestendo di lenzuola pulite il materasso che aveva estratto da una poltrona del proprio piccolo appartamento. «Il bagno è in fondo al corridoio, da quella parte. Dovrai usare la luce piccola accanto allo specchio, perché quella grande è fulminata da… oh, be’, non ricordo neanche più da quanto», ridacchiò.
«Grazie», mormorò l’altra, timida, in piedi rigidamente al centro della stanza, stringendosi tra i baveri del cappotto come per proteggersi da una tempesta.
«Tu da dov’è che vieni?»
«Io…» si sentì soffocare. Cosa poteva risponderle?
«Ho capito, non vuoi dirmelo», sorrise Dorota, ammiccando. Si fermò di colpo, come folgorata da un’idea improvvisa, e aggiunse: «Non hai problemi con la legge?»
«No!» esclamò Caeli con veemenza, ma non perché ne fosse assolutamente certa: che qualcuno le desse della criminale era una cosa che la ripugnava.
«Okay, okay, scusami! Non arrabbiarti!»
«Non sono arrabbiata.»
«Sai una cosa?» Dorota sistemò l’ultimo cuscino e rimboccò il pesante piumone. «Ecco fatto. Dicevo… sai, è davvero stupido, ma per un momento ho pensato che tu fossi la Caeli del telegiornale.»
«Chi?»
«Non hai visto la televisione? O… letto un giornale?»
Caeli scosse il capo, sentendosi molto stupida.
«Oh, ecco… è assurdo, lo so, ma la polizia ha fatto un fracasso per tutto il giorno! Parlavano di una bambina scomparsa da un orfanotrofio qui in città. Bionda, occhi azzurri… e porta anche il tuo nome. Hanno trovato delle tracce nella neve e un ramo spezzato, anche se non ne sono troppo convinti, ma è probabile che sia scappata perché… forse temeva una punizione dopo aver picchiato un’altra bambina. Ho pensato che tu c’entrassi qualcosa, ma quella Caeli aveva… sette, otto anni? Qualcosa del genere. Mentre tu… ehi, ti senti bene?»
Caeli annuì. Forse, ebbe modo di pensare in seguito, stava cominciando a ragionare e mentire come un’adulta, perché fu solo l’istinto a farle muovere le labbra per formulare una risposta.
«Sì. Ho solo tanto sonno.»
«Allora dormi, coraggio! Ho l’abitudine di svegliarmi molto presto e… faccio davvero tanto chiasso, sei avvertita! Buonanotte.»
Rimasta sola, Caeli si spogliò e indossò il pigiama che Dorota le aveva prestato. Era quasi della taglia giusta, vecchio e scolorito, ma piacevolmente caldo. Da quando era diventata adulta e scappata dall’orfanotrofio, quel calore fu la cosa più confortante che avesse provato e sentì gli occhi inumidirsi di lacrime. Recuperò furtiva il globo dal cappotto e lo nascose tra le coperte, in modo da celare il bagliore scarlatto, dopodiché scivolò sotto le lenzuola. Restò immobile per quasi un minuto prima di farsi il segno della croce e recitare le preghiere serali, un’abitudine ormai tanto radicata in lei da non permetterle neanche di riconoscere la vuota natura delle invocazioni rivolte a quel Dio silenzioso, tanto distante lassù. Solo quando ebbe finito recuperò la sfera e la tenne in grembo, fissando l’oscurità del soffitto buio.
«Fra?»
«Ti ascolto, Caeli.»
«Credi che abbia fatto qualcosa di male?»
«Se così fosse, dovresti solo desiderare per correggere i tuoi errori.»
«No», stabilì la bambina con fermezza. «Non adesso. Devo… devo pensare. Sei come il Genio della lampada, non è così?»
«Nell’accezione dei tuoi termini, sì, lo sono.»
«Lui regalava solo tre desideri. Forse anche i tuoi avranno un limite.»
«Non possiedo un limite numerabile.»
«Non parlavo di te», mormorò lei, mentre il sonno giungeva a ghermirla. Sbadigliò. «Devo pensarci… pensarci bene. Ho tanto sonno», disse, raggomitolandosi. «Veglia su di me, ti prego.»
«Sono o non sono il tuo angelo custode?» replicò Frahazanard, divertito.

Continua…