Caeli – Capitolo 5

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Secondo giorno in biblioteca: Caeli stabilì con Dorota di ritrovarsi davanti al distributore all’ora di pranzo e ognuna andò a studiare per conto proprio. I libri del giorno prima erano stati custoditi dalla bibliotecaria, come d’accordo. Caeli li prese e tornò alla lettura.
I paragrafi scorrevano lenti. Alzò gli occhi all’orologio sulla parete. Accidenti! Era trascorsa solo mezz’ora e le sembrava d’essere lì da una vita. Fece scorrere le pagine che ancora la separavano dal finale. Con quel ritmo, era solo una perdita di tempo.
Puntò i gomiti sul tavolo e afferrò la fronte tra le mani. Era stanca e gli occhi le pulsavano di stanchezza. Non poteva essere così difficile, diamine! In un certo senso, scrivere era molto più complicato che leggere e quello scrittore non poteva aver sprecato anni e anni della sua vita solo per un libro!
Le lancette dell’orologio sembravano fermi, ma altri cinque minuti se n’erano andati. E se…
Caeli fece scivolare la mano nell’interno del cappotto e accarezzò la sfera nella tasca. «Fra?» bisbigliò.
«Hai qualcosa da chiedermi, Caeli?»
«Sì! Vorrei leggere più velocemente di chiunque altro, puoi aiutarmi?»
Meno di un’ora dopo, Caeli chiuse L’idiota di Dostoevskij a lettura ultimata. La testa le ronzava, ma desiderava conoscere di più: il giorno prima, Dorota aveva nominato un certo Platone. Chiese alla bibliotecaria, che le consegnò un librone dalle pagine ingiallite. Lo divorò con gli occhi.
Era a metà del volume e le nozioni vacillavano nella memoria. Le diede fastidio. «Fra?»
«Cosa c’è, Caeli?»
«Voglio una memoria che non mi faccia dimenticare più nulla di quello che studio!»
«Facile… e divertente, Caeli. Prosegui, ti prego».
Si fece ora di pranzo. Dorota aveva portato riso e verdure per entrambe e sembrava molto felice di condividere il cibo. Si mise a parlare di quanto fosse esausta per il prossimo esame. «C’è tutta questa diatriba su dialogo e discussione che non finisce più… Ti giuro, una rottura di palle…!»
Caeli ragionò. «Be’, Platone, secondo te, discuteva o dialogava? I suoi libri s’intitolano come dialoghi e i personaggi erano finti, no? Platone dialogava con sé stesso per descrivere il modo in cui vedeva il mondo. Mondo interiore, intendo, o sbaglio?»
Dorota sgranò gli occhi. «Certo che ieri eri proprio sconvolta, eh? Ti dirò, senza offesa, mi sei sembrata un po’ matta».
Caeli sorrise e sperò di non insospettirla. «Ero solo stanca».
Lei le mise la vaschetta del pranzo sotto il naso. Le verdure avevano proprio un buon profumo. «Aspetta, prendo le posate… Dovresti sostenerlo tu, l’esame, al posto mio. Ecco qui! Spero che ti piaccia, lo so che si è fatto freddo…»
«Va benissimo». Caeli spolverò il piatto. Era freddo, sì, ma molto più saporito di qualunque cosa avesse mai mangiato all’orfanotrofio. Non credeva che gusti e profumi potessero fondersi in quell’abbraccio così stretto.
Dopo aver mangiato, bevvero insieme un tè caldo e tornarono allo studio.
«Fra, ho bisogno di quaderni e una penna».
«Sono lì sul tavolo, Caeli».
Le nozioni si stavano diradando troppo, bisognava appuntare tutte le questioni da risolvere in seguito, su altri libri, in diversi contesti.
Nei giorni successivi, la filosofia la portò alla matematica, la matematica alla storia, la storia alla geografia, la geografia all’inglese e all’economia insieme. I fogli si riempirono di appunti, file e file di righe strette, scritte e depennate di continuo. Gli scompartimenti dell’immenso archivio che stava prendendo forma nella sua mente. Fece una deviazione nel mondo della biologia e segnò pagine intere di argomenti da consultare in seguito. Al termine della prima settimana, Caeli aveva letto trentanove volumi.
La velocità di lettura cresceva, incrementava man mano che le nozioni le rendevano la comprensione più facile. Era una fortuna che la biblioteca fosse spesso deserta e nessuno si stupisse del modo in cui prendeva e riponeva un libro dopo l’altro. Senza il tedio della lunga lettura e priva del minimo carico sulla memoria, la conoscenza la colmava senza sforzo. C’era sempre tanto da conoscere e lei non riusciva più a fermarsi. Era una droga e ne era diventata dipendente; così come Aleksy era dipendente dalla cocaina assunta la notte del loro incontro.
Dorota era felice di averla a casa e Caeli non voleva trovarsi sola un’altra volta, ma non poteva scroccarle l’ospitalità. Chiese a Fra tutto il denaro necessario e pagò la sua parte, anche se Dorota era tanto in imbarazzo, ma non importava: un affitto andava pagato e diviso e lei, col misero stipendio della madre vedova, non meritava di prendersi un altro carico. Insieme, sgomberarono un vecchio sgabuzzino del piccolo appartamento, Caeli acquistò un lettino e ne fece la propria stanza. Non serviva altro.
Tornarono in biblioteca insieme per tre mesi, ogni mattina, eccetto i giorni in cui Dorota andava in università per una lezione o un esame. Arrivò l’inverno e portò altra neve, tutta quella che un cielo poteva riversare sul mondo. Almeno, grazie ai soldi di Fra, fecero riparare la caldaia, sostituirono gli infissi e cominciarono a comprare cibo migliore. Dorota era così contenta che smise di fare proteste di natura economica.
Una sera, davanti a due zuppe fumanti piene di carne, Caeli si appropriò del telecomando e spense il televisore con uno sbuffo incollerito.
Dorota inarcò un sopracciglio. «Che ti prende?»
«Non sembrano più capaci di parlare d’altro». Ripose il telecomando sulla credenza, fuori portata. «Sempre la bambina dell’orfanotrofio, giorno per giorno! “Caeli di sopra, Caeli di sotto…” Mi sembra che ce l’abbiano solo con me, non ne posso più!»
«Già». Dorota addentò una carota bollita. «Lo sai che…? Non arrabbiarti, ma ti somiglia davvero tanto».
Caeli storse la bocca. «Non saresti la prima persona che me lo dice». Dorota era una brava ragazza, ma abbastanza sempliciotta da credere di non essere la sua unica conoscenza. Meglio cambiare argomento. «Com’è andata la festa, ieri?»
«La solita bolgia, un sacco di frastuono. Avrei voluto davvero andarmene, ma…» Esitò e un sorrisetto malizioso le tese le labbra sottili. «Ecco, ho conosciuto un ragazzo». Fremeva d’eccitazione. «Davvero molto carino e tanto gentile».
«Fantastico!» Non c’era niente di fantastico, ma Dorota doveva essersi mangiata le mani per rimandare quella conversazione sino a un momento appropriato. Trattenne un brivido: l’idea del contatto con un uomo le gettava lo schifo nel petto; almeno, dopo tutte le letture sull’argomento, riusciva a vederlo col giusto distacco. Non aveva il diritto di turbare la felicità di Dorota. «Ti ha già invitata a uscire?»
«Domani. Gli ho detto che mi sarebbe piaciuto andare a teatro. Avevo paura che lo considerasse noioso, ma invece ha accettato subito! Non è meraviglioso?»
Domani sera, che ironia della sorte. Anche Caeli aveva un appuntamento, solo che il suo uomo… non lo sapeva ancora.

*

Aveva ricominciato a nevicare fin dal tramonto e il lavoro degli spazzaneve non contava più nulla. I veicoli avanzavano lenti, le catene alle ruote sferragliavano sul fondo congelato.
Caeli si accostò al finestrino del taxi e sembrò che il vetro le drenasse calore dalla fronte, anche se non era arrivata a toccarlo. L’auto si fermò, lei pagò la corsa senza una parola e scese davanti alla scalinata del locale notturno. Erebo Jazz Club. Il freddo lottò per morderle la gola e lei strinse al petto i baveri neri del cappotto elegante: era vestita come tre mesi prima, quella notte, quando era entrata senza sapere nulla del mondo.
L’insegna mandava bagliori gialli e blu sulla coltre bianca, si mescolava al gelo. La musica c’era già, piacevole e discreta, adatta a un sottofondo onirico. Lei deglutì, si fece coraggio e salì i gradini ghiacciati. Aveva le braccia incrociate al petto solo per essere certa d’aver sempre la sfera sotto la mano.
Le labbra formicolavano per il tremore trattenuto. «Sei con me?» sussurrò.
«Sempre, Caeli». Fra era divertito, elettrizzato. «Sempre. Non ti lascerò finché tu vorrai».
Come mesi prima, il buttafuori le aprì la porta d’ingresso. Allo stesso modo, un cameriere in giacca bianca e pantaloni neri la accolse, ma era diverso da quello dell’altra volta. «Buonasera, signorina, e benvenuta all’Erebo. Favorisce il suo cappotto?»
«No, grazie». Non doveva essere vulnerabile, neanche un po’. «Vorrei incontrare Aleksy».
La faccia del cameriere si fece sospettosa. «La signorina ha un appuntamento?»
«No, voglio solo parlargli».
«Farò il possibile, ma non posso garantirle il tempo d’attesa. Chi devo annunciare?»
«Non ha importanza, non credo si ricordi di me. Berrò qualcosa, se non procura troppo disturbo».
«Sarà un piacere averla nostra ospite, signorina. Prego, si accomodi».
Caeli scelse un tavolino sul fondo del locale, nell’angolo più scuro e lontano dal palco, ordinò un aperitivo analcolico e solo allora, quando il cameriere si fu allontanato, sfilò il cappello, sbottonò il cappotto sotto la gola e si tolse i guanti.
La clientela era persino più scarsa dell’ultima volta, tanto misera da rendere dubbiosa la presenza di tre uomini del personale e un’esibizione dal vivo di musicisti sul palco. Faceva molto caldo. Le portarono un drink, Caeli lo vuotò in pochi sorsi e ne ordinò subito un altro. Niente alcol, quella volta, ma aveva proprio bisogno di rinfrescarsi. Prima che se ne accorgesse, ne aveva già bevuti quattro e doveva andare in bagno, ma non osò muoversi e attese, attese, con le note del basso che le vibravano in petto.
A un’ora dall’ingresso, Aleksy scese dalla scalinata che portava al piano superiore. Il cuore di Caeli mandò uno spasmo. Lui non era cambiato affatto, come avrebbe potuto? Elegante, pallido, freddo. Il cameriere gli si avvicinò, scambiò due parole con lui ed entrambi si voltarono a guardarla. Aleksy si fece dubbioso, annuì e si avvicinò. A un paio di passi dal tavolino, sembrò sollevato e le sorrise. «Ma guarda un po’!» Doveva averla appena riconosciuta. «Che fine avevi fatto?»
«Ciao, Aleksy». Aveva sperato di riuscire a fingere un po’ di entusiasmo, una dolcezza posticcia, ma la voce le uscì piatta.
Lui prese un piccolo respiro, inclinò la testa e strinse un po’ le labbra.
Certo, prevedibile. «Non ricordi neanche come mi chiamo».
Le fece un altro sorrisetto, stavolta colpevole. «Scusami, è che vedo tanta di quella gente…» Prese posto sulla sedia di fianco e si sfiorò il mento rasato col dito. «Avevi un nome insolito, ne sono certo. Eli…»
«Caeli».
«Giusto! Caeli! Come ho fatto a dimenticarlo? Posso offrirti qualcosa da bere? Magari del vino…»
«No». Non doveva neanche provarci! «Lascia stare, ho già bevuto qualcosa e intendo pagarlo».
«Come vuoi». Aleksy scrollò le spalle, puntellò i gomiti sul tavolino e si protese in un modo losco. «Ascolta, non so cosa tu abbia pensato, ma… mi è dispiaciuto non ritrovarti, lo sai? Avremmo potuto spassarcela per qualche giorno e… Contavo di farti qualche regalino personale, capisci?»
Certe cose, con le giuste conoscenze, era facile capirle. Caeli cercò di contenere il disgusto. «Non voglio i tuoi soldi». La voce le tremava, tenerla ferma era una vera impresa. «Ti sono sembrata una prostituta?»
«Ecco…» Lui esito. «Ne avevi l’aspetto, sì. Ce l’hai anche adesso, senza offesa. Nulla implica che tu lo sia, giusto? Volevo solo essere generoso con te, ringraziarti per…»
«Cos’è per te, un’abitudine? Le conosci così, le ragazze?»
Lo spazio sotto il naso di Aleksy si gonfiò: stava passando la lingua sui denti. «Io non voglio avere problemi». Si stava spazientendo. «Non mi sembra di averti obbligata».
Caeli passò due dita sul gambo del calice e lo fece ruotare. Il ghiaccio mezzo disciolto tintinnò. «Se sono qui è perché voglio qualcosa da te, non per essere pagata».
«Capisco. Sei in difficoltà? Per questa volta farò un’eccezione, ma non posso darti molto. Facciamo duemila zło—»
«Ti ho già detto che non voglio i tuoi soldi». Possibile che quell’uomo fosse tanto arrogante da prestare ascolto soltanto alla propria voce? Non aveva più senso girarci intorno. «Ho bisogno che tu mi sposi».
Aleksy fece un grugnito, un verso di risata, sollevò le sopracciglia e spiegò le labbra in un ghigno idiota. Caeli restò impassibile, fino a sgonfiargli quella risata da maiale.
Una maschera d’oltraggio gli coprì la faccia. «Non puoi essere seria!» Tratteneva la voce per non sbraitare. «Ti ho scopata una sola volta ed è stato un gioco piacevole per entrambi! Che altro vuoi, da me?!»
«Conosco solo te». Per quanto fosse cambiata, l’ingenuità da bambina le uscì senza controllo. «Devo sposarmi. Mi occorre per…»
«Vuoi incastrarmi? Hai visto quello che ho e lo vuoi anche per te?!»
«Non voglio approfittare della tua ricchezza». Ragionava per soldi, quello lì. «E non mi aspetto di vivere sulle tue spalle. Posso esserti più utile di quanto immagini».
«Una come te?» Il suo tono era cattivo, simile alle parole sconosciute che le aveva soffiato nell’orecchio, quella notte. «Di biondine succhiacazzi è pieno il mondo e tu non sei male, ma c’è di meglio». Spostò la sedia all’indietro. «Ti farò avere del denaro dal—»
Caeli gli afferrò l’avambraccio. «Ho bisogno che tu mi sposi, Aleksy».
Lui diede uno strattone per liberarsi. «Non osare mai più toccarmi, cagna!»
Aveva urlato. La musica si spense, il silenzio piombò nella sala, l’attenzione dei presenti si concentrò su di loro. Un uomo al bancone lasciò una banconota e abbandonò l’Erebo senza neanche attendere il resto. Aleksy stava andando via, era già alla scalinata.
Caeli balzò in piedi e tastò il cappotto. «Va bene, fallo!»
Un lampo scarlatto saturò lo scenario, così veloce da poter essere scambiato per un’allucinazione.
Aleksy si voltò, rivolse a Caeli un sorriso commosso e spalancò le braccia per accoglierla.

*

Dorota era triste. «Ma… Insomma, così all’improvviso?»
«Hai ragione, mi dispiace molto». Caeli depositò la valigia davanti alla porta d’ingresso. Era leggera in un modo ridicolo. Prese un fascio di banconote dalla borsa e lo porse all’amica. «Questi sono per l’affitto del mese».
«Oh, no! Siamo al quattro, non puoi darmi tutto…»
«Insisto!» Non le andava di discutere. «Dory, non ti sto facendo la carità: so che ne hai bisogno, ma la verità è che sei stata davvero buona, con me. Vorrei poter dare di più». Sarebbe stato bello, senza dare sospetti.
Dorota tirò su col naso. «Ca, ma che dici? Non sei mica mia madre…» Aveva già gli occhiali appannati.
Quanto sarebbe stato bello farle sapere che, invece, era stata lei a farle da mamma. «Grazie. Sei stata più di un’amica, per me».
Si abbracciarono, così strette da far male.
Caeli tirò su col naso. «Verrò a trovarti quando potrò». Le lacrime le bruciavano gli occhi. «Non… non dobbiamo dimenticarci…»
«Ehi, non piangere». Che rimprovero dolce. «Certe volte, sembri davvero una bambina».
Caeli sbuffò una risata, si separarono e raccolse la valigia.
Dorota sembrava davvero in pena. «Cerca di non cacciarti nei guai». Si mordicchiò le labbra. «Non… non vuoi dirmi dove…?»
«Te lo dirò la prossima volta che c’incontreremo». Se le diceva che andava a sposarsi, Dorota avrebbe dato di matto.
Si scambiarono baci sulle guance e tanto affetto. Era la separazione più dolorosa che Caeli avesse mai provato; e dire che lei, di amici perduti, ne aveva anche troppi.
Scese. Un taxi era già in strada e attendeva da almeno venti minuti.
Caeli si fermò sull’ultimo gradino. «Sto facendo la cosa giusta?» mormorò a fior di labbra. «O sto sbagliando tutto?»
Fra era sempre lì. «Estremizzare le implicazioni delle scelte è una peculiarità dei deboli privi di potere, Caeli. Mi chiedo solo perché. Non avresti ottenuto molto più faticando molto meno? Dovevi solo desiderarlo».
«Voglio limitare i desideri, Fra. Penso d’aver capito come funzionano e quanto è facile perdere il controllo. Ho letto un mucchio di storie dove i personaggi restano schiacciati da brame troppo grandi».
«Storie scritte da mortali…»
Caeli riprese il cammino. «Scritte da mortali, ma che parlavano di dèi. L’Iliade non nasce proprio dal desiderio egoistico di tre dee? Eris indirizzò un pomo alla più bella e ciò portò discordia tra loro. Per la brama, dèi e mortali non hanno alcun valore».

Continua…

Caeli – Capitolo 4

Caeli4

Caeli si svegliò di soprassalto, turbata da un incubo che le sfumò dai ricordi. Ecco cosa si provava a vedere un fantasma. Una fitta le perforò il cranio, aveva un saporaccio di vomito in bocca e una sete terribile. Una luce di piombo entrava dalla finestra e… Aleksy era ancora lì, dormiva sul fianco. Era l’occasione giusta per scappare.
Si alzò a sedere: aveva il corpo congelato dall’immobilità e si sentiva debole. Le venne un conato, gemette, si coprì la bocca con le mani e si contrasse tutta: non doveva vomitare in quel momento, o lui si sarebbe svegliato. Scivolò dal materasso e cadde in ginocchio. Le setole del tappeto le pizzicarono il corpo nudo. Strisciò. La stanza girava come il vortice di un lavabo, dovette chiudere gli occhi nella speranza di fermarlo, ma l’oscurità forzata la nauseò ancora di più. Sbirciò tra le ciglia e tenne lo sguardo fisso sulla sedia dove Aleksy aveva adagiato il cappotto.
Allungò le dita, afferrò la manica di pelliccia e quel bel manto nero scivolò dallo schienale arrotondato. Cercò a tentoni e trovò la tasca interna; e la tiepida superficie vetrosa.
Accostò la sfera alle labbra. «Fra!» sussurrò.
«Ti ascolto, Caeli».
«Sto male». La gola mandò uno spasmo per il pianto trattenuto. «Voglio andare via, voglio… voglio vestirmi. Ti prego… ti prego, aiutami!»
Un lampo rosso l’abbagliò e si ritrasse su una nuova realtà.
Caeli era distesa in un vicolo, su un mucchietto di neve integro, con indosso i vestiti che aveva all’ingresso nell’Erebo Jazz Club. La sensazione di malessere era svanita; in compenso, l’orrore della notte la schiacciò. Si rannicchiò con la sfera al petto, sola in quella strozzatura tra due case, col respiro che dava forma a nuvolette tremule dal naso. Fra doveva essere in ascolto, pronto ad aiutarla, ma lei non trovava più la forza di parlare. Era come se la mente girasse a vuoto.
Di quello che Aleksy le aveva fatto, qualcosa sembrava… logica, ma brutale. Era come se i corpi di entrambi fossero fatti per quella roba, ma allora… perché era stato tanto brutto? Perché quel senso di schifo le rimaneva appiccicato sotto la pelle? Avvicinò un’altra volta la sfera alle labbra, sino a sfiorare la superficie liscia e quel tepore che le formicolò nella faccia. Si fece coraggio, cercò le parole giuste; prese un respiro. «Tu lo sai cosa mi ha fatto?»
«Lo so».
La paura le diede crampi nello stomaco. «Potresti… spiegarmelo?» Sperò che le dicesse di no.
«Potrei, ma non nei termini adatti a un essere umano. Vuoi che parli lo stesso?»
Caeli batté le palpebre. «No». C’era qualcosa che la distaccava da Fra; sin dall’inizio. Non se n’era accorta prima ed era sciocco. Lui era sempre stato tanto diverso. Non era una persona, ma una palla di vetro come quelle con la neve dentro, con un universo tutto loro e separato.
Sarebbe stato bello avere qualcuno con cui parlare, un amico vero, forse… un’amica come Joanna, ma più saggia di Joanna, in realtà, capace di farle capire. Suor Agata diceva che certe cose gliele avrebbero spiegate i papà e le mamme… quando ne avessero avuti. L’idea di affidarsi ad altri adulti sconosciuti la fece sbuffare di rabbia.
«Caeli?» Fra la chiamò come se volesse distoglierla dai brutti pensieri.
Era stata stupida, si era comportata da stupida, ma solo perché aveva sottovalutato la libertà. Non conosceva nulla del mondo oltre l’orfanotrofio; e guadagnare un’identità adulta l’aveva privata di qualcosa, un elemento che avrebbe dovuto essere suo. Qualunque cosa fosse, doveva riprenderselo. «Devo sapere delle cose».
«Di che genere?»
«Tutto. Qualsiasi cosa. Dimmi dove posso imparare».
«C’è una biblioteca. Esci da questo vicolo e cammina fino all’incrocio in fondo. Troverai una piazza. L’edificio che ti occorre è quello coi colonnati».
Caeli si alzò, nascose la sfera nel cappotto e tornò sulla strada.
C’era un po’ di confusione per la città, le auto della polizia si muovevano sui viali ghiacciati. Nulla che le importasse, dopotutto. In dieci minuti, raggiunse la biblioteca comunale.
L’orfanotrofio aveva una piccola biblioteca, ma nulla di paragonabile a quegli scaffali pieni di volumi che sembravano non avere mai fine. Era un posto immenso, eppure così vuoto e triste. Un signore dai baffi grigi sfogliava un grosso librone; due ragazze imbronciate, nella parte opposta della sala, ricopiavano righe di testo sui quaderni.
Caeli passeggiò tra le librerie senza sapere dove andare. Doveva cominciare a leggere per capire la vita degli adulti, poteva anche cominciare da un libro qualsiasi, ma non poteva neanche andare a casaccio. Le sembrava di non riuscire a leggere neanche uno dei titoli sui dorsi allineati. E dire che le suore si sfinivano per farla studiare! Se solo l’avessero vista lì, con tanta di quella scelta da non capacitarsene…
Caeli sbuffò ancora. Non aveva senso! Allungò un braccio e prese un libro qualsiasi dalla mensola più alta che riuscì a raggiungere. Lo sfilò, un rivoletto di polvere scivolò dal ripiano, se lo rigirò davanti agli occhi e lesse sulla copertina. L’idiota di Dostoevskij. Sì, appropriato: era stata proprio idiota a non riflettere prima di fare quella pazzia. Raggiunse il tavolino più vicino, si sedette e aprì sulla prima pagina.
Era davvero difficile leggere quella roba, la sfiniva. Forse avrebbe dovuto lasciar perdere… Sfiorò l’angolo della copertina e fece per richiudere, ma il fetore muschiato di Aleksy le tornò alla memoria e le diede un nuovo conato. Le tremarono le gambe. No, meglio continuare, meglio non pensarci!
C’erano molte parole che non conosceva, davvero troppe. Si alzò, andò a recuperare un dizionario e tornò al tavolino. Sbadigliava. Staccava gli occhi dal romanzo, scorreva le pagine del vocabolario; imparava un nuovo termine, lo ripeteva dieci volte per fissarlo nella memoria. Eppure, c’erano ancora tante, tante cose che non capiva.
Pagina venti. Si alzò di nuovo e cercò un atlante per sapere dove fosse Mosca: non le andava giù che si parlasse di quella città senza che potesse immaginarla. Tornò a leggere; e si alzò un rigo più tardi. Doveva capire nel dettaglio cosa fosse quel male che aveva obbligato il principe Myškin ad abbandonare il proprio Paese. Quella ricerca particolare le costò più tempo del previsto e, una volta compresa l’epilessia secondo i termini più generali, avrebbe voluto svuotarsi il cervello da quella conoscenza che era brutta e sporca.
No, non aveva senso rigettare nulla. «Troppo tardi», borbottò: l’aveva fatta propria e doveva tenersela. Esattamente come la notte trascorsa con Aleksy, che la disgustava.
Il giorno scurì e lo stomaco di Caeli brontolava già da un pezzo, anche se lei aveva fatto di tutto per ignorarlo. Altre cose, invece, non poteva rimandarle: interruppe lo studio per andare in bagno e, all’uscita, si scoprì troppo assetata per continuare.
Già, aveva sete quando si era svegliata, ma poi era svanita. Passò una mano tra le ciocche sulla fronte. Aveva detto a Fra di stare male, forse si era occupato anche di quello. Meglio non disturbarlo troppo; però, c’era un distributore di bibite all’ingresso della biblioteca. Fece la strada a ritroso e chiese a Fra solo qualche monetina per comprare una bibita.
La zona di ristoro non era deserta, purtroppo, ma occupata da una delle ragazze che aveva già visto quella mattina: aveva un viso da un roditore, grandi occhiali e capelli in disordine. Un bicchiere di carta fumante era sulla panca accanto a lei, a portata di mano. Quella sollevò gli occhi dal libro che stava leggendo e le intercettò lo sguardo, ma tornò subito tra le pagine.
Il distributore era in un angolo. Caeli ne aveva visto uno in un film, una volta, durante l’ora di televisione settimanale. C’erano due ragazzi neri davanti a uno di quei cosi, prendevano lattine ed era sembrato facilissimo, ma lì c’erano molti tasti e lei non sapeva cosa fare. Premette 1 e un suono elettronico risalì dall’aggeggio. 8… Non ci capiva niente! Forse, con l’aiuto di Fra…
«Ti serve una mano?»
Caeli si accorse che la ragazza con gli occhiali era arrivata alle sue spalle. Balzò all’indietro con le mani sollevate, come per difendersi, e quella strillò e si allontanò dall’altra parte, con i pugni stretti al petto.
Non avrebbe dovuto permetterle di avvicinarsi tanto. «No, no!» Aveva la voce incrinata dal lungo silenzio. «Io non… non… io non…» farfugliò. Con tutte le parole che aveva imparato… non gliene usciva neanche una.
Le labbra della ragazza tremolarono. «Stai bene?»
Caeli si morse le labbra. Sì, doveva risponderle solo di sì. La sua testa si scosse da sola, come se non le appartenesse. Il sudore gelido le aveva già impregnato i palmi delle mani.
La ragazza azzardò un passo, abbastanza piano da non sembrare troppo minacciosa. «Io mi chiamo Dorota». Per avere un viso tanto freddo, la sua voce era davvero dolce. «E tu?»
«Caeli». Deglutì.
Dorota inarcò un sopracciglio e la fissò in un modo un po’ strano. Scrollò le spalle. «Vuoi bere qualcosa di caldo?»
L’aiutò a prendere un tè dal distributore e si sedettero insieme sulla panca. Era tranquilla, quella ragazza, perché sembrava poter restare in silenzio molto a lungo. Infilò un segnalibro nel volume che aveva rovesciato sul legno e lo richiuse. «Tu cosa studi?»
Caeli scrollò le spalle e si prese un momento per ricordare il titolo. «Stavo leggendo… L’idiota».
«Ah, letteratura russa. Molto interessante. Io studio filosofia, invece. Platone. Saprai di che parlo, immagino», ridacchiò.
«No». Perché avrebbe dovuto?
Dorota batté le palpebre e sembrò dubbiosa. «Oh, be’… ne avrai sentito parlare… Lasciamo perdere». Si raddrizzò gli occhiali sul naso con la punta del dito. «Sei un po’ in ansia per un esame?» Si mordicchiò il labbro. «O ti è successo… qualcosa di brutto?»
Sarebbe stato facile dirle di sì; e prudente dirle di no. Eppure, quel libro che stava leggendo parlava proprio di cose che andrebbero dette solo in certi casi. «Perché me lo chiedi?»
Dorota si mosse a disagio sulla panca, sollevò il bicchiere di carta e bevve un sorso. L’odore del suo caffè scacciò il profumo del tè. «Ce l’hai scritto in faccia che sei sconvolta». Rigirò il bicchiere tra i palmi. «Insomma… Adesso dirai che non sono cavoli miei, hai ragione, ma se tornassi a casa senza provare a fare niente… Non riuscirei a dormire, mi capisci?»
Era un concetto strano, ma non troppo difficile. «Io… credo di sì». Caeli si massaggio un sopracciglio. «Ma non so se posso parlarne. Devo pensarci».
Dorota le fece sì con la testa. «Non eri mai stata in questo posto prima d’ora, vero?» Le fece un sorrisetto cordiale. «Non negli ultimi due anni, almeno. Vengo qui quasi tutti i giorni. Studio, leggo… È un bel posto».
«Sì». Su quello, era d’accordissimo. «Molto bello. Ma non è noioso? Sembra abbastanza deserto».
«È questo il bello. Io non vado molto… d’accordo con le altre persone. Sono una solitaria. E non sono brava a parlare». Fece una risatina nervosa.
Caeli aggrottò le sopracciglia. Quella era una bugia? Dorota parlava normalmente, anzi, in un modo molto carino da sentire. Forse gli adulti avevano quel modo di discutere, fatto di mezze verità e bugie intere.
Abbassò un po’ la voce. «Credo d’aver fatto qualcosa di molto brutto a me stessa». Per quanto si sforzasse, non riusciva a incolpare Aleksy per quello che era accaduto. «Credo di… aver sbagliato».
Dorota storse la bocca. Era preoccupata, le sue dita tamburellarono sul bicchiere di carta. «Ce l’hai un posto dove andare?»
«Andare… dove?»
«Per dormire».
«Non posso dormire quando ne ho voglia?»
Dorota inarcò le sopracciglia e schiuse le labbra, come se volesse dire qualcosa, ma restò zitta. Si schiarì la voce. «Ma lo sai cosa sembri?»
«Cosa?»
«Un… Una… Una specie di… fantasma che viene da un’altra epoca». Inclinò la testa. «Una femme fatale anni Venti, ecco».
Caeli non era certa di capire se fosse una cosa brutta. «Cos’è una femm-fatle?»
Dorota fece una smorfia, scosse il capo, scrollò le spalle. Meditò tra sé. «Ascolta, almeno per stanotte dormirai da me».

*

L’appartamento era piccolo, ma molto pulito. Dorota rivestì di lenzuola pulite il materasso estratto da una poltrona in salotto.
Caeli si grattò la coscia, a disagio. «Guarda che bastava solo una coperta».
Dorota le lanciò un’occhiataccia di rimprovero, tanto simile a suor Benedykta. «Se hai sete, c’è una brocca accanto alla finestra». Lasciò cadere un cuscino bello morbido, che sapeva di detersivo. «Il bagno è in fondo al corridoio, da quella parte. Dovrai usare la luce piccola accanto allo specchio, perché quella grande è fulminata da… Oh, be’, non ricordo neanche più da quanto». Sorrise.
Caeli l’avrebbe abbracciata se avesse avuto un granello di coraggio in più. «Grazie», mormorò.
Dorota scosse il capo come se fosse esasperata, ma anche divertita. «Tu da dov’è che vieni?»
Il respiro fu troncato all’altezza della gola. «Io…» Cosa poteva risponderle?
«Ho capito, non vuoi dirmelo». Dorota si fermò di colpo, come paralizzata. «Non hai problemi con la legge, vero?»
«No!» Aveva urlato troppo, ma non era bello che le desse della criminale.
«Okay, okay, scusami! Non arrabbiarti!»
«Non sono arrabbiata».
«Sai una cosa?» Dorota rimboccò il piumone. «Ecco fatto. Dicevo… Sai, è davvero stupido, ma per un momento ho pensato che fossi tu la Caeli del telegiornale».
«Chi?»
«Non hai visto la televisione? O… letto un giornale?»
Caeli scosse il capo. Cominciava a sentirsi davvero stupida per tutte le cose che non poteva spiegare a quella ragazza.
«Oh, ecco… È assurdo, lo so, ma la polizia ha fatto un bel fracasso per tutto il giorno! Parlavano di una bambina scomparsa da un orfanotrofio, qui in città. Bionda, occhi azzurri… e porta anche il tuo nome. Hanno trovato delle tracce nella neve e un ramo spezzato, anche se non ne sono troppo convinti, ma è probabile che sia scappata perché… forse temeva una punizione, qualcosa del genere. Ho pensato che tu c’entrassi qualcosa, ma quella Caeli aveva… sette, otto anni? Mentre tu… Ehi, ti senti bene?»
Caeli annuì. Forse stava cominciando a ragionare e mentire come un’adulta. «Sì. Ho solo tanto sonno».
«Allora dormi, coraggio! Ho l’abitudine di svegliarmi molto presto e faccio davvero tanto chiasso, sei avvertita! Buonanotte». La salutò con la mano e andò a chiudersi nella propria camera.
Caeli era rimasta sola in salotto. Si spogliò. Dorota le aveva prestato un pigiama che doveva starle bene. Si studiò nella penombra della lampadina smorta: aveva proprio delle tette grandi, divertenti, ma che ingombro, che seccatura da portare! In mezzo alle gambe, stava spuntando una peluria; e anche sotto le ascelle. Avrebbe dovuto esaminare al più presto quel corpo adulto e capire tutto quello che era necessario.
Il pigiama era della taglia giusta, vecchio e scolorito, ma tanto caldo. Da quando era scappata dall’orfanotrofio, quel calore fu la cosa più bella che avesse provato e le inumidì gli occhi. Andò a spegnere la luce, recuperò la sfera dal cappotto, la nascose tra le coperte e scivolò sotto le lenzuola.
Restò immobile per un po’, si fece il segno della croce e recitò le preghiere serali per quel Dio silenzioso, tanto distante lassù. Quando ebbe finito, mise la sfera sulla pancia e restò a fissare l’oscurità. Il tepore le riscaldava la zona dell’ombelico.
«Fra?»
«Ti ascolto, Caeli.»
«Credi che abbia fatto qualcosa di male?»
«Se così fosse, dovresti solo desiderare per correggere i tuoi errori».
«No». Quello, era fuori discussione. «Non adesso. Devo… devo pensare. Sei come il Genio della lampada, non è così?»
«Nell’accezione dei tuoi termini, sì, lo sono».
«Lui regalava solo tre desideri. Forse anche i tuoi avranno un limite».
«Non possiedo un limite numerabile».
«Non parlavo di te». Aveva sonno e la testa pesava di nozioni. Sbadigliò. «Devo pensarci… pensarci bene. Sono davvero stanca…» Si raggomitolò. Il profumo di quelle lenzuola sapeva di pace. «Veglia su di me, ti prego».
Fra sembrò divertito. «Sono o non sono il tuo angelo custode?»

Continua…