Caeli – Capitolo 6

Caeli6

I Lewandowski, famigliari di Aleksy, si opposero furiosamente all’improvvisa scelta di matrimonio con una ragazza sconosciuta: protestarono, urlarono e minacciarono, ma il giovane fu inamovibile. Era come stregato. Il secondo giorno dall’insediamento di Caeli in uno degli appartamenti del promesso sposo, mentre fervevano i preparativi legali per quella che sarebbe stata un’intima unione civile, i genitori e gli zii di Aleksy si presentarono alla porta assieme a un paio d’avvocati agguerriti. Furono accolti con l’entusiasmo di una ricorrenza festiva. Erano venuti a conoscere la sposa, dissero.
Caeli li sentì giungere origliando dal piano di sopra. Non che ce ne fosse bisogno: erano tutti troppo chiassosi e desideravano essere uditi. Prevedibili. Quando Aleksy la chiamò, ella attese rispettosamente un minuto prima di scendere le scale e presentarsi alla famiglia lì riunita.
Erano anche troppo ricchi, dedusse la ragazza, e indossavano gli abiti più eleganti per rimarcare il divario sociale con una sgualdrina venuta fuori dal nulla; a dirla tutta, c’era persino qualcosa di sgradevole nelle loro facce, una storia silenziosa di sinistra ascesa al potere. Chiunque sarebbe stato intimidito da quell’accoglienza, ma Caeli se l’era aspettata sin dal principio ed era pronta a giocare le carte migliori. Un’ora più tardi, quando gli ospiti si congedarono, nessuno dubitava più che lei fosse la donna perfetta per Aleksy, degna del buon nome di famiglia. Avrebbero serbato a lungo il ricordo della vaga foschia scarlatta che sembrava aleggiare intorno a quell’angelica fanciulla, ma non sarebbero mai riusciti a interrogarsi sulla natura del fenomeno.
Trascorsi altri due giorni, i fidanzati convolarono a nozze. Caeli dovette ricorrere a tutta la propria volontà per mantenere il sangue freddo e la mente lucida, ma la mano le tremava al punto nel momento delle firme che, al posto di un sigla infantile, le uscì un assai più convincente scarabocchio. Il funzionario scambiò quel fremito per comprensibile emozione e la dichiarò sposata.
Il banchetto nuziale fu sfarzoso, ridicolmente lungo per così pochi invitati. La ragazza quasi non toccò cibo mentre i parenti di Aleksy ridevano, levando brindisi ai novelli sposi e accompagnando ogni omaggio alle ridondanti frasi di rito. I festeggiamenti durarono sino all’alba, quando un paio di cugini aiutarono lo sposo ubriaco a montare in limousine e Caeli li seguì, trascinando i piedi per la stanchezza. In seguito, le fu difficile ricordare in che modo fosse riuscita a tornare a casa trascinandosi dietro Aleksy sino al letto, dove entrambi erano crollati all’istante in un sonno profondo.
Quella non era una quiete destinata a durare: nel momento del risveglio, Aleksy pretese di consumare il matrimonio. Caeli non gli si oppose, non avrebbe avuto senso e non voleva abusare di Frahazanard per simili inezie, perciò rivestì il proprio animo di cinismo e si abbandonò a lui, richiamando alla propria infallibile memoria ogni singolo dettaglio che aveva letto riguardo la sessualità.
I libri non contavano nulla in quel caso, pensò. In tante occasioni descrivevano un’estasi paradisiaca, ma tutto quello che lei percepiva era un’intima repulsione e un dolore di fondo dal quale non riusciva a separarsi, ma che ormai non le apparteneva più. Se l’aspettava, aveva preparato ogni cosa e preso tutte le precauzioni per non generare un figlio. Non voleva nutrire col proprio corpo la progenie di Aleksy e, in realtà, non voleva neanche Aleksy: lui la disgustava, ma le occorreva. Dopo quello che le aveva fatto la notte del primo incontro, servirsi di un uomo meno crudele sarebbe stato più semplice, meno rischioso, ma uno strano istinto di conservazione aveva spinto Caeli a una definitiva conclusione, alla decisione che non si sarebbe prostituita più del necessario.

* * *

Aleksy si alzò dal tavolo, strinse la mano all’avvocato e lo accompagnò personalmente alla porta: erano vecchi amici, quei due, e compagni di mille e una malefatta. Nel mentre, Caeli rilesse rapida i documenti che aveva appena firmato, studiando e memorizzando ogni cavillo con un pollice tra i denti. Nonostante tutto procedesse secondo i piani, l’inquietudine cresceva inesorabile e arginarla sembrava impossibile.
«Prenderò un appuntamento per domani sera», dichiarò la ragazza nel momento in cui il marito fece ritorno in cucina.
«Va bene, amore mio», rispose docilmente Aleksy, chinandosi per baciarla sulla bocca. Così ammaestrato dall’influsso di Frahazanard era un uomo davvero noioso; ironia della sorte, la libido era l’ultima integrità che ancora possedeva.
Frahazanard l’aveva avvertita di non poter generare l’amore dal nulla, perciò aveva instillato in lui una vera e propria ossessione. Rimuovere anche il desiderio carnale avrebbe causato un contrasto troppo pericoloso.
«Dobbiamo esserci entrambi», ricapitolò la giovane sposa.
«A me sembra uno spreco. Non basto io a…»
«No, non è quello che voglio adesso», rispose lei col sorriso più ammaliante, qualche secondo stentato prima di alzarsi e sfuggire all’avido tocco del marito. «Devo telefonare. Va’ a svagarti, tesoro, me ne occupo io», gli assicurò, sugellando la velata imposizione con un bacio.
Obbediente, Aleksy abbandonò la cucina per recarsi all’Erebo, attraversò l’appartamento e, solo quando la porta d’ingresso fu finalmente chiusa, Caeli si abbandonò sulla sedia e puntellò la fronte accaldata sulla fresca superficie del tavolo.
«Perché tanta incertezza, Caeli? Non puoi sbagliare», le ricordò Frahazanard, suadente.
«Ho paura», confessò la ragazza in un sussurro appena udibile, muovendo a malapena le labbra a formare le parole. Si scoprì tremante e lottò per trattenere le lacrime. «Ho solo tanta paura.»
Frahazanard sembrò raccogliersi in un insolito silenzio, una pausa tanto inusuale per lui che, col pensiero, la giovane disperata ebbe quasi l’impressione di ridestarlo da un’intima riflessione.
«Caeli?» chiamò.
«Cosa c’è?»
«Voglio raccontarti una cosa che ho visto: era un tempo lontano e una guerra lunga, tanto lunga, più di tutte le epoche che conosci. Quando i guerrieri affrontavano la morte, scoprivano di non avere altro all’infuori della paura a sostenere il desiderio di sopravvivenza. Se non avessero temuto più d’ogni altra cosa l’oblio che li reclamava, non avrebbero trovato la forza di trascendere l’inconsistenza delle proprie nature nebbiose.»
«Tu parli sempre per enigmi e non vuoi dirmi mai niente», piagnucolò Caeli, asciugandosi gli occhi umidi col dorso delle mani.
«Non desidero nuocerti», replicò il globo: anche la sua era paura? Poteva dirsi spaventato un essere disincarnato? «Mi sei molto, molto cara. Sono il tuo angelo custode», aggiunse, incapace di trattenere un impeto d’ironia.
«Smettila!» esclamò allora Caeli, sbuffando una risata e tirando su col naso. «Non credo più a queste stupidaggini.»

* * *

«Ciascuno di loro ha diritto a una famiglia sana, cristiana», stava dicendo suor Benedykta nel precedere Aleksy e Caeli lungo l’immacolato corridoio.
«Mi trova ancora una volta d’accordo, sorella!» confermò immediatamente l’uomo con la sgradevole ironia che neanche si preoccupava di celare.
Al sordo incedere di tre paia di passi nella vastità dell’ambiente, la suora volse nuovamente lo sguardo verso la coppia ospite e fissò ancora la giovane donna.
«Signora Lewandowski, è possibile che questo non sia il nostro primo incontro?» domandò a bruciapelo.
«Ne dubito, sorella», replicò Caeli con voce ferma e un sorriso di circostanza. «Mi sono appena trasferita dopo il matrimonio.»
«Tuttavia, trovo il suo viso estremamente famigliare.»
«Devo avere un aspetto molto comune», si schermì la ragazza.
Suor Benedykta storse la bocca, le mani ostinatamente intrecciate tra loro mentre camminava. Sembrava oltraggiata dalla definizione semplicistica che la signora Lewandowski attribuiva a se stessa, ma non poteva mettersi a discutere con una coppia così ben intenzionata. Svoltato l’angolo in direzione della mensa, aprì la porta dalla quale giungevano gli schiamazzi dei bambini e precedette gli ospiti all’interno. Il silenzio piombò solenne.
Come di consueto, gli orfani venivano esaminati tutti insieme nella grigia sala adibita ai pasti. Restavano seduti sulle panche a fissare una mamma e un papà nuovi di zecca, giunti per uno di loro. In quei momenti era sempre difficile sapere cosa pensare, se sperare o temere d’essere selezionati.
Caeli passò in rassegna i presenti con una rapida occhiata: aveva mai considerato, stando dall’altra parte, quanto apparisse pietosa quella scena a un visitatore? Per la maggior parte, i bambini restavano immobili e ostentavano una serietà posticcia nella speranza di fare bella impressione, ma l’agitazione dei loro sguardi era anche troppo eloquente. Prima di chiunque altro, Aleksy espresse il proprio disagio con uno sbuffo contrariato e fissò con nostalgia la porta appena varcata. Per Caeli, invece, nulla in quel momento era più importante dei vecchi amici e compagni di un’esistenza fasulla, timorosa che qualcuno potesse riconoscerla: vide Jerzy in fondo alla sala, tra i pochi a non preoccuparsi di restare serio, che a suon di smorfie tentava di strappare ai vicini quelle maschere da bambini educati; e Michalina, sempre altezzosa, decisa a fare più bella impressione di chiunque altro. Come di consueto, suor Benedykta guidò gli ospiti davanti a ciascuno degli orfani, presentandoli con qualche parola in un breve elenco di pregi e un minimo difetto mascherato da sfumatura caratteriale. Fu proprio passando accanto a Michalina, per la quale la suora elencò almeno un paio di punti a favore in più, che Caeli si scoprì sudare gelido sotto l’improvvisa attenzione della bambina: gli occhi scuri si piantarono negli occhi azzurri, riconoscendo qualcosa senza poter capire. Per un momento, Michalina dischiuse le labbra e trasse un breve respiro, come in procinto di formulare una domanda, ma si bloccò e scosse a malapena il capo, turbata dall’assurdità del pensiero appena elaborato.
Suor Benedykta proseguì il giro senza mai guardare gli ospiti.
«Questa è Joanna», disse con la consueta monotonia. «Tra i nostri orfani ha certamente bisogno di più cure degli altri, ma è tanto buona e dolce. Sta passando un brutto momento che dovrà aver termine, a Dio piacendo», aggiunse in tono di rimprovero.
Caeli sentì il cuore saltare un battito alla vista della piccola amica, ben più minuscola e indifesa di come la ricordava. Joanna aveva il capo chino e neanche si sforzava di fare bella impressione, un comportamento che fece assottigliare le labbra alla madre del convento. Da parte sua, Caeli proseguì il patetico giro svuotandosi d’ogni emozione, consapevole sino all’ultimo che solo un animo ferreo avrebbe portato a termine la missione che, con tutto il sapere magicamente accumulato nella testa, ancora stentava a comprendere.

* * *

La porta dell’ufficio di suor Benedykta si aprì e la novizia Klara, come le era stato ordinato, portò dentro Joanna tenendola per mano. I coniugi Lewandowski erano seduti sulle ampie sedie dal rigido schienale, dinanzi alla scrivania.
«Benvenuta, Joanna», accolse la madre con un freddo sorriso. «Il signore e la signora Lewandowski, qui, hanno chiesto di conoscerti meglio.»
La piccola alzò gli occhi quel tanto che bastava a rivolgere una fugace attenzione ai due adulti sconosciuti, ma non poté fare a meno di stringere più forte la mano della novizia e tentare di nascondersi dietro la sua gonna.
«È molto timida», la giustificò Klara con profonda tenerezza.
«Forse è perché siamo in troppi, qui», osservò allora Caeli. «Mi lascereste sola con lei per qualche minuto? Vorrei presentarmi da amica.»
«Certamente», annuì suor Benedykta, mentre Aleksy esclamava all’unisono: «Mi sembra un’ottima idea!» ed entrambi balzavano in piedi.
Solo la novizia Klara, avvicinando cauta la bambina, rivolse alla signora Lewandowski un’espressione ammonitrice.
«Sia gentile con lei», si raccomandò nel lasciare la mano di Joanna.
Caeli non poté fare altro che annuire e guardò gli altri uscire dall’ufficio, ma attese ancora per lunghi istanti sperando di non ricevere interruzioni. Quando sembrò che la porta non si sarebbe più aperta, finalmente s’inginocchiò dinanzi alla bambina per guardarla in viso.
«Ciao, Joanna», esordì.
La piccola tenne lo sguardo ostinatamente basso e rispose con un mugolio.
«Sei triste?» le domandò la ragazza. «Perché?»
Nessuna risposta, era prevedibile. La prossima mossa sarebbe stata decisiva e c’era solo da aspettarsi che andasse tutto per il meglio; in caso contrario, aveva Frahazanard nella tasca interna del cappotto.
«Ho portato un regalo per te», le disse, affondando la mano nell’ampia borsa a tracolla.
«Regalo?» mormorò Joanna con una vocina sottile, poco più che un sussurro.
«Sì, ma devi promettermi che resterai tranquilla. Me lo prometti?»
«Perché? È tanto brutto?»
«No, ma deve essere un segreto tra noi.»
Spinta dalla curiosità che vinceva la diffidenza, Joanna annuì. Solo allora, la sconosciuta estrasse dalla borsa una giacca di pelle accuratamente ripiegata e la passò alla piccola amica, che studiò l’indumento con un certo distacco solo per un breve intervallo prima di riconoscerlo: alzando lo sguardo, fissò finalmente negli occhi della signora Lewandowski e lì, oltre un sorriso commosso, la riconobbe.
«Caeli!» pigolò pietosamente, gettandole le braccia al collo e cominciando a piangerle sul petto. «Come hai fatto? Come… come? Perché tu sei grande e io… io…»
«Ssst, non piangere», la tranquillizzò la ragazza, cedendo a sua volta alle lacrime. «Joanna, mi sei mancata tanto…»
Non c’era tempo per indugiare nel pianto, questo Caeli lo disse: nei pochi minuti che ebbero per parlare, promettendole che le avrebbe spiegato ogni cosa, riferì a Joanna istruzioni semplici e precise e la promessa che, presto, sarebbero state insieme.
Una settimana più tardi, oliati i giusti ingranaggi burocratici, le parti in causa firmarono, il denaro passò da una mano all’altra e una bambina abbandonò per sempre l’istituto col nome di Joanna Lewandowski.

Continua…