Caeli – Capitolo 8

Caeli8

Le mani premute contro il viso rovente, sui propri tratti arrotondati che aveva imparato a dimenticare, senza percepire il sapore dolciastro sulla lingua, seduta a quell’anonimo tavolino tra tanti altri nel locale. Caeli sospirò e lasciò ricadere le mani sulla superficie di legno.
Le dita sfiorarono un bordo che prima non c’era e la bambina abbassò lo sguardo: una piccola busta di carta, una busta per lettere comparsa dal nulla; sul retro, spiccava in nero unicamente il nome della destinataria. Caeli si guardò intorno avvertendo un certo disagio, ma nessuno tra i pochi avventori le restituì lo sguardo. Chi gliel’aveva consegnata? Nessuno avrebbe potuto avvicinarsi tanto e sgattaiolare via nei pochi istanti in cui aveva chiuso gli occhi. Consapevole di non poter tralasciare nulla, troppo afflitta per preoccuparsi della prudenza, afferrò la busta e l’aprì. Dentro c’era un breve messaggio:

“Frahazanard mi ha raccontato tutto e adesso so chi sei e conosco il tuo inganno. Joanna è con me, non le accadrà niente di male se verrai anche tu. Vediamoci nel luogo del nostro primo incontro.

A.”

Caeli serrò i denti e sentì nuove lacrime colmarle gli occhi, roventi di rabbia e delusione. Mai come in quel momento si sentì piccola e debole, inerme. Il piano era saltato, l’idea di chiedere aiuto a Dorota… tutto quanto era andato in fumo. Sperava di avere più tempo, ma un essere spregevole quanto Aleksy non avrebbe esitato a servirsi immediatamente delle possibilità di Frahazanard. E così, con gli eventi precipitati, aveva perso tutto. A meno che… a meno di non trovare un altro modo per servirsi degli eventi.
Fuori nevicava e Dorota abitava molto lontano. La telefonata era avvenuta quindici minuti prima e forse, con un po’ di fortuna…
Mentre il proprietario consegnava un grande vassoio a una coppia seduta in fondo al locale, Caeli sgattaiolò dietro al bancone e recuperò una penna e un foglio bianco da una pila adocchiata in precedenza; tornò lesta al proprio posto e scrisse rapida un messaggio, ripiegò il foglio in tre, scribacchiò sulla facciata esterna un appunto che lo indirizzava unicamente a Dorota, lo fermò sotto il bicchiere dal quale aveva bevuto e ripose il messaggio di Aleksy in tasca. Stando bene attenta a non essere vista dal proprietario, corse fuori dal locale, sotto la neve sempre più pesante.
Camminare era diventato difficile. Col cappuccio calato sugli occhi, mentre il freddo le mangiava le gote, ignorò la fatica e si concentrò su Joanna e su quanto avrebbe dato per avere ancora Frahazanard con sé. Pensare era arduo mentre la confusione la pervadeva in quell’improbabile incubo, in quella realtà così assurda: era il prezzo da pagare per aver abbassato la guardia solo per un istante, per essersi lasciata sfuggire un particolare che aveva compromesso un disegno perfetto. Tutta colpa di quella stupida mocciosa di Joanna, pensò, malgrado fosse tanto in pena per lei. Ciò che le sarebbe accaduto dipendeva solo dalla casualità, quell’insulsa variabile che si era impegnata tanto per soffocare nel corso delle ultime settimane.
Così, arrancando sulle strade gelate, si ritrovò dinanzi all’Erebo Jazz Club.
Nessun’auto nel parcheggio; neanche il buttafuori all’ingresso. Il locale sembrava deserto e più scuro che mai. Caeli deglutì sentendo la gola riarsa per la tensione, scoprendosi tremante dinanzi all’ignoto tanto quanto ne era stata sprezzante quella prima notte, in quel posto, col nuovo corpo adulto. Le sovvenne che Aleksy doveva aver utilizzato il potere del globo per recapitarle quel messaggio, ma perché non se n’era servito per convocarla direttamente da lui? C’era un risvolto sinistro in tutta quella faccenda e la sua mente, così piena di conoscenze, sembrava essersi svuotata: per quanto avesse appreso, provato, sperimentato, per quanto il suo cuore si fosse indurito, non era altro che una bambina in cerca d’aiuto. Ed era sola, davvero sola per la prima volta in vita sua.
Aveva attraversato il parcheggio, salito la scala, raggiunto l’ingresso. Spinse l’anta ed entrò.
Dentro era buio e deserto; l’unica lama di luce bianca proveniva dall’alto, dalla porta socchiusa sul ballatoio al primo piano dove Aleksy l’aveva condotta la prima sera, in quell’appartamento riservato.
«Aleksy?» chiamò con voce tremula, infantile, svuotata dell’autorità che sperava di avere da donna. Nessuna risposta. La bambina oltrepassò il bancone del bar, aggirò i tavolini e s’inerpicò su per la stretta scala sino al piano superiore, fiancheggiò la balaustra e si fermò dinanzi alla porta in corrispondenza del fascio di luce, dove bussò lievemente prima di chiamare ancora. «Aleksy?»
«Entra», ordinò la voce dell’uomo all’interno.
Caeli obbedì e scivolò nell’appartamento. La prima cosa che vide fu il grande letto matrimoniale e Joanna, distesa lì in mezzo, apparentemente addormentata in un mare di peluche tutti diversi. Aleksy era dietro, dava le spalle alla finestra e fissava la nuova venuta con impenetrabili occhi d’acciaio.
«Chiudi la porta», disse. Caeli obbedì. «Brava. E togli quel cappuccio: voglio vederti in faccia.»
Con una lieve esitazione e trattenendo il bisogno di piangere, la bambina si scoprì il capo. Pensò a quanto doveva apparire ridicola e insignificante agli occhi di quell’uomo, a quanto doveva essere diversa dalla donna sensuale che si era presentata in principio.
«Sei davvero tu», mormorò lui, sbalordito.
«Cos’hai fatto a Joanna?» volle sapere lei.
«Sta solo dormendo, non ci disturberà.»
«Aleksy…» sospirò la bambina. «Io…»
«Che gingillo interessante, il tuo», commentò l’uomo, tastando il rigonfiamento sferico nell’interno della giacca. A quel punto, il suo sguardo s’indurì e la voce divenne aspra. «Volevi farmela, mocciosa? Volevi giocare me?»
«Sei arrabbiato, lo capisco, ma…»
«Frahazanard mi ha raccontato tutto. Ho dovuto solo chiedere. Sei un’avida puttanella, Caeli, avida del mio potere!»
A quell’accusa, Caeli non era preparata: possibile che la cupidigia di quell’uomo fosse tale da… da non lasciargli comprendere che la sola possessione del globo la poneva molto più in alto di quanto egli avrebbe mai sperato di giungere? Di colpo, le fu chiara la ragione per la quale era stata convocata con una lettera e il sadico gioco psicologico che egli intendeva protrarre.
«Prenditela con me, torturami se vuoi!» lo sfidò, coraggiosa. «Fa’ quel che devi, ma lascia andare Joanna!»
Si pentì immediatamente di quell’infantile invocazione, mentre il sogghigno sul volto dell’uomo diventava famelico.
«Pensi che lascerei andare le due persone che sanno di Frahazanard? No, Caeli, non è possibile. Perché siete solo in due, non è vero? Frahazanard ha detto che non può rispondere se non conosco i soggetti delle mie richieste, perciò è a te che lo domando: dove l’hai trovato? E chi altri lo conosce? Parlerai in fretta se sei così intelligente da capire che abbiamo tutto il tempo.»
Senza più riuscire a controllarle, le lacrime sgorgarono dagli occhi della bambina; ma ella non piangeva e la sua voce, sebbene incerta, restò ferma.
«C’è un’altra persona», mentì. «Te la dirò, ma Joanna è innocente e devi lasciarla andare!»
«Non sei nella posizione di contrattare.»
«E tu in che posizione sei, Aleksy?» domandò, retorica, senza osare asciugarsi gli occhi. «Vale la pena di rischiare tutto quel potere per un capriccio?»
Aleksy indugiò, lo sguardo fisso. Chissà cosa gli starà sussurrando Fra, pensò Caeli. Fu proprio in quel momento che, dal nulla, l’urlo delle sirene in avvicinamento fendette la notte. L’uomo si voltò di colpo incontro alla finestra, abbagliato dai lampeggianti azzurri delle voltanti di polizia che entravano nel parcheggio sottostante.
«Ma che…» farfugliò.
«Vattene subito», gli consigliò Caeli, gelida. «Vattene col globo, Aleksy. Puoi farlo, sai che puoi.»
Aleksy si allontanò dal vetro e, in un lampo, attraversò la stanza e afferrò Caeli per il bavero della giacca, sollevandola dal pavimento con una mano sola. Paralizzata dal terrore, la bambina s’irrigidì emettendo un gemito strozzato.
«Sei stata tu?!» urlò, inferocito. Senza riuscire a spiccicare parola, Caeli non poté impedire alla risposta di prendere forma sul viso rigato di lacrime. Con un nuovo grido, Aleksy la scaraventò contro la parete.
Quella volta, Caeli avrebbe strillato di dolore allo scricchiolio delle ossa che le pervase il piccolo corpo, ma avvertì subito una calda sensazione umida scivolarle dietro la nuca e un conato di vomito la soffocò. Prima che l’oscurità la reclamasse, ebbe a malapena il tempo di vedere Aleksy agguantare il corpo inerme Joanna e precipitarsi fuori dall’appartamento.

* * *

Urla e bagliori rossastri. Caeli riprese i sensi a causa del dolore lancinante alla nuca, disgustata dalla perenne sensazione di rigetto che le sconvolgeva le viscere. Si alzò a fatica in ginocchio e si tastò il collo: le dita erano sporche di sangue. Aveva letto abbastanza libri di anatomia da giudicare d’essere viva per miracolo, ma ciò che la sconvolse fu l’assenza di Joanna. Facendo ricorso ancora una volta a un’inarrestabile forza di volontà, riuscì a mettersi in piedi barcollando e si avvicinò alla finestra.
Fuori era scoppiato l’inferno: due auto della polizia stavano bruciando e, dietro una linea di uomini, c’era Dorota accanto a un ragazzo dall’aspetto familiare. Al centro, Aleksy era in piedi con Joanna sotto il braccio e, nella destra protesa, un globo sfavillante di luce scarlatta. Stava urlando ammonimenti rabbiosi.
Caeli si guardò intorno disperatamente, cercando qualcosa di cui servirsi. C’era una piccola cucina nell’appartamento, in una stanza adiacente ben visibile dall’ingresso: la raggiunse zoppicando tra continui capogiri e, frugando nel cassetto accanto ai fornelli, recuperò un lungo coltellaccio dalla lama affilata. Corse via temendo d’inciampare a ogni passo, aprì la porta e si precipitò giù per la scalinata, attraversò il locale deserto al pianterreno, uscì fuori nel freddo della notte. In quel momento, i poliziotti retrocedevano a causa di una forza sconosciuta, inarrestabile.
«Non osate mai più sfidarmi!» inveì contro di loro Aleksy, completamente dissennato dal potere.
Caeli gli corse incontro e urlò a pochi passi da lui, mentre l’uomo si voltava sobbalzando. Un grido e la nota lacerante della carne squarciata: Aleksy si portò entrambe le mani sulla gamba, dove la lama gli era penetrata a fondo. Joanna e il globo caddero simultaneamente.
«Tu!» sbraitò.
Caeli si gettò sul globo scintillante con una capriola, lo recuperò dalla neve e lo tenne stretto mentre la mano di Aleksy le ghermiva la caviglia. Scalciò, lo colpì in volto e sentì qualcosa schioccare sotto la suola, riuscendo a liberarsi dalla presa. Strisciò lontano, si rigirò… vide Aleksy estrarre di malagrazia il coltello dalla gamba e agguantare nuovamente Joanna, puntandole la lama alla gola.
Ancora una volta, la bambina rischiò di svenire per lo shock.
Restarono così a fissarsi per lungo tempo, a pochi passi di distanza, mentre la tempesta diventava una bufera.
«Dammelo, Caeli», boccheggiò Aleksy col sangue zampillante dal naso rotto. «Dammelo… o la sgozzo.»
«Prima… prima lasciala… e allontanati…» ansimò la bambina; cominciò a piangere. «Te lo darò, lo giuro. Lo giuro, lo giuro, lo giuro! Aleksy, ti prego… ti prego…»
«Prima tu, cagnetta! Ultimo avvertimento!»
«Devi solo chiedere, Caeli», sussurrò Frahazanard. «Dillo… ed egli sarà cancellato!»
Quell’attimo di esitazione disegnò sul volto di Aleksy la truce consapevolezza del dialogo in atto. Solo allora, conscio di non avere più scampo, cacciò un grido bestiale e calò la lama.
Mentre la gola di Joanna veniva squarciata, la bambina riaprì gli occhi nel dolore: un solo istante, un solo momento per riconoscere la propria amica… prima di eclissarsi in una vitrea fissità.
Allora, Frahazanard suggerì a Caeli una parola in una lingua sconosciuta, atroce, fatta per odiare e distruggere. Al culmine della rabbia, fu strillata come una bestemmia e l’oscurità s’infittì a quel suono intrascrivibile; colpì Aleksy come una forza fisica e, imponendogli sul corpo una volontà sovrana, lo rivoltò dall’interno come un calzino.
Viscere, ossa e fluidi esplosero in una fontana di morte.

* * *

Caeli si caricò in spalla il corpo di Joanna e lo riportò nell’appartamento al primo piano dell’Erebo. Solo quando l’ebbe riposto con cura sul letto matrimoniale, tra i pupazzi di stoffa, si rivolse nuovamente alla presenza nel globo.
«Mi hai tradita, Fra», accusò con freddezza.
«La fedeltà non fa parte della mia natura, Caeli», replicò lui con ovvietà.
Afflitta, la bambina ricompose il cadavere della piccola amica e le chiuse gli occhi con due dita: una bambola con la gola squarciata.
«Non puoi riportarla in vita?»
«Ti sembro il figlio del Creatore?»
L’implicazione di quello che era accaduto la colpì più atrocemente di qualunque altra cosa.
«Non voglio più vivere senza Joanna», disse. «Lei… mi voleva bene. E io gliene volevo tanto. Ho fatto tutto per lei, mi sono venduta l’anima. Non avrò più pace.»
«Hai sempre me», ribatté Frahazanard.
«No, basta, sono stanca di te. Mi hai fatto fare cose orribili.»
«Sei diventata grande, sei diventata avida.»
«Allora è tra gli avidi che voglio stare, con loro per sempre. Come posso fare?»
«Se tu lo desideri, interpellerò un vecchio amico per farti da guida.»
«Sì, è l’ultima cosa che chiedo.»
Non parlarono più. Immediatamente, Caeli avvertì un’empia presenza incombere in quella stanza e seppe di non avere più molto tempo: agguantò uno stupido procione di peluche dal mucchio, lo rigirò, individuò la zip che sigillava la gommapiuma all’interno e vi spinse il globo dentro. Aveva appena richiuso il pupazzo quando capì di non essere più sola.
«Perché piangi, bella bambina?» domandò sibilando l’alta figura oscura. Era un mostro, ma Caeli non ne fu spaventata.
«Sono cattiva. Sono avida. Ho voluto tanto potere e non ho saputo gestirlo.»
«Allora vieni con me, vieni», la invitò, tendendo la lunga mano artigliata.
«Dove mi porti?» domandò scioccamente lei, afferrando nella propria il lungo dito della bestia.
«In un luogo di oscuri canti maligni, dove ricchezza e volontà s’intrecciano. La tetra palude della brama: lì, un’anima corrotta come la tua diverrà implacabile.»
«Non vuoi sapere il mio nome?»
«Lo conosco già: me l’ha detto un vecchio nemico.»
Prima di andarsene, Caeli fissò per l’ultima volta la propria immagine riflessa nello specchio affisso alla parete e stentò a riconoscersi, poiché i suoi occhi non erano più del colore del cielo, ma erano diventati neri come il peccato.
Con quel nuovo sguardo, abbandonò il mondo.

Fine.

Caeli – Capitolo 7

Caeli7

«Dov’è finito l’angelo?» volle sapere Joanna.
«È volato via quando sono diventata grande», le spiegò Caeli, aiutando la piccola amica a svestirsi per il bagno. «Ha solo detto che il mondo è pieno di tanti altri bambini in attesa d’aiuto.»
«Ma tu stavi bene con noi», insistette la piccola. «Con me e le suore e tutti gli altri!»
«Volevo uscire fuori e… alza le braccia… brava; e l’unico modo era crescere. Non l’avrei chiesto all’angelo se avessi saputo quanto sarebbe stato difficile. Mi sei mancata tanto…» aggiunse, sentendo gli occhi inumidirsi.
«Anche tu!» esclamò Joanna, cingendo la vita della ragazza con le braccia. «Sei così strana, adesso, ma non ci lasceremo mai più. Mai più!»
Caeli accarezzò dolcemente il capo della piccola amica, percependola al tocco più fragile di quanto fosse mai stata; nel contempo, controllò il livello crescente dell’acqua schiumosa nella vasca da bagno.
«Poi hai incontrato Aleksy? È carino!» ridacchiò la bambina.
Il sorriso di Caeli non svanì, ma qualcosa le raggelò lo sguardo. Non era necessario preoccuparsi di nasconderlo: Joanna era troppo giovane per accorgersene.
«Aleksy è stato buono con me», le disse. «Col suo aiuto, un po’ alla volta, porteremo fuori tutti i nostri amici dall’istituto e daremo loro una casa. Staremo insieme per sempre.»
«Ma questa casa è troppo piccola per tutti quanti!»
«Allora ne compreremo una più grande. Okay, pronta? Nella vasca!»
Completamente spogliata, Joanna scavalcò il bordo smaltato e s’immerse con un sospiro nell’acqua calda, ridendo sguaiatamente al sollevarsi di alcune bolle arcobaleno dalla compatta superficie tutta schiuma. Incapace di rilassarsi, tuttavia, si rivolse ancora all’amica cresciuta, mentre quest’ultima si sedeva su uno sgabello per sfilarsi le scarpe.
«E quando anche gli altri saranno tutti qui cosa farai?» domandò.
Caeli non rispose, ma i suoi incisivi affondarono nel carnoso labbro inferiore con l’apparente intenzione di azzannare una risposta.
«Ucciderai Aleksy, l’ho capito», disse Frahazanard, sussurrandole nella mente oscure parole. Istintivamente, la ragazza sfiorò col gomito la giacchetta che indossava, dove il globo giaceva nascosto nella tasca interna.
«Sbrigati!» la esortò Joanna, senza attendere risposta. «Entra anche tu!»
Caeli annuì e accantonò quei pensieri, si sfilò la giacca con decisione e la ammucchiò assieme agli altri vestiti. Continuò a spogliarsi in fretta e restò nuda, in piedi al centro del bagno. Joanna la fissava con occhi sbarrati.
«Cosa c’è?» le chiese la ragazza.
«Anch’io diventerò così?» mormorò la piccola con un filo di voce.
Caeli fissò brevemente la propria immagine riflessa nello specchio più vicino, il corpo da donna che Frahazanard le aveva donato, la ricercata perfezione delle forme, la sublime avvenenza descritta per la maggior parte nella montagna di libri che aveva letto. Date le circostanze, avrebbe dovuto mostrare un riguardo maggiore per Joanna? Non l’aveva ritenuto necessario, non sarebbe stata quella la prima occasione di vedersi senza vestiti, ma qualcosa era andato storto e si era tramutato in turbamento. Caeli non aveva sviluppato un vero e proprio senso del pudore, al contrario: era particolarmente orgogliosa del proprio aspetto fisico adulto e aveva passato ore dinanzi allo specchio, esaminandosi in tutti i modi e ricercando vanamente un difetto. Con la presa di coscienza del proprio fascino, si era delineato in lei il piano che stava perseguendo con fredda pazienza.
«È solo un corpo da grande», disse, rassicurando la piccola amica mentre le scivolava accanto nella vasca.
«Non mi piace!» protestò Joanna. «Non sembri più tu!»
«Vieni qui», invitò la ragazza, accogliendo l’amica tra le braccia. «Perché stai tremando?»
«Perché non sei più la mia Caeli», piagnucolò la bambina.
«Sono sempre io, Joanna! Sono Caeli!»
«Lo so, ma vorrei che fossi di nuovo piccola come me. Lo vorrei tanto!»
Fecero il bagno insieme e parlarono a lungo, ma Caeli era assente: le domande di Joanna avevano risvegliato in lei l’implicazione finale dei disegni elaborati. Aleksy doveva morire, certo, ma come? E soprattutto, pur disprezzandolo, avrebbe trovato il coraggio di spezzare una vita? Ricorrere ai poteri di Frahazanard sarebbe stato semplice, avrebbe accorciato i tempi per riunire tutti i bambini dell’orfanotrofio e compiere l’omicidio finale, ma Caeli non era disposta ad abusarne, poiché persino assecondare il più minuscolo desiderio poteva innescare una serie di conseguenze troppo pericolose. Avrebbe atteso e, infine, avrebbe trovato il coraggio.
Quando furono entrambe lavate, la ragazza indossò l’accappatoio e avvolse Joanna in un grande asciugamano, cominciando a frizionarle i capelli. In quel momento, lo squillo del citofono risuonò nell’appartamento.
«Vado a vedere chi è. Asciugati!» ordinò, abbandonò il bagno e uscì in corridoio.
Il terminale più vicino era dall’altra parte del pianerottolo, accanto alla ringhiera affacciata sull’ingresso al pianterreno. Caeli raggiunse la cornetta e la sfilò dalla sede appesa alla parete.
«Sì?» esordì.
«Sono io, amore», rispose la voce di Aleksy dall’altra parte. «Ho dimenticato le chiavi!»
La ragazza dovette mordersi la lingua per non nominare il marito con l’adeguato appellativo già sospeso a fior di labbra, fece ricorso al proprio autocontrollo e sfoderò la vocetta sciocca della condiscendenza.
«Oh, come sei sbadato, tesoro!» esclamò. «Ti aspettiamo!» aggiunse, premette il pulsante per l’apertura del cancello in fondo al vialetto e riagganciò la cornetta. «Aleksy sta tornando», annunciò a gran voce. «Gli chiederò di mangiare una pizza, va bene?»
«Sì», replicò Joanna dal bagno con aria assente, distaccata.
A quella risposta, Caeli s’indispettì: lo stress la stava sfibrando e il benessere della piccola amica era l’unica soddisfazione in una vita di menzogne.
«Potresti mostrare almeno un po’ di riconoscenza! Quante pizze hai mangiato nella tua vita?»
«Sì, lo vorrei tanto», rispose ancora la bambina.
Quella volta, Caeli ne ebbe abbastanza e si voltò bruscamente, facendo la strada a ritroso.
«Non prendermi in giro, Joanna! Non hai il diritto di…»
«Joanna», dichiarò la bambina. «E tu come ti chiami?»
Una fitta di panico trapassò il petto di Caeli, un dolore lancinante, fisico, sufficiente ad atterrare un individuo con meno determinazione. La ragazza sentì il sapore della bile sulla lingua e la fronte raggelarsi nel sudore. Avanzò barcollando.
«Joanna! Joanna!» strillò. «Vieni subito qui! Presto!»
«Caeli, guarda cos’ho trovato!» gridò la piccola mentre usciva dal bagno. Era preceduta da un chiarore sanguigno. «Un altro angelo!»
Sul pianerottolo, mentre Joanna correva stringendo nel piccolo pugno un globo pieno di luce scarlatta, Caeli le si avventò contro con un balzo per strapparglielo di mano: nell’infinitesima frazione di quello slancio, sentì le proporzioni cambiare e il mondo crescere, l’inerzia le fece perdere l’equilibrio, la testa le vorticò come impazzita e l’accappatoio troppo grande le scivolò di dosso. Allo scontro, due bambine nude rotolarono l’una sull’altra tra strilli di voci infantili.
«Sei tornata tu!» strepitò Joanna, troppo contenta per pensare alle ammaccature. «Evviva! Evviva!» rise; avrebbe saltato di gioia se l’amica non l’avesse schiacciata con tutto il corpo.
Caeli sbatté le palpebre per schiarire la vista annebbiata, sentendosi nauseata e sul punto di vomitare. Fu solo per straordinaria forza d’animo che afferrò l’altra sulle spalle e la scosse.
«La sfera… Fra!» ringhiò. «Che cos’hai fatto, Joanna? Che cos’hai fatto?!»
Indovinando la gravità della situazione, Joanna smise di ridere e sembrò sul punto di piangere.
«Ho trovato un angelo», singhiozzò, cominciando a tremare. «Io… io v-volevo solo una Caeli bambina… come me… io…»
«Dov’è finito?!» incalzò l’altra. «Dov’è l’angelo?»
Joanna si guardò intorno con aria spaesata e aprì le mani vuote; tuttavia, non era difficile intravedere il tenue bagliore salire dal basso, oltre la ringhiera di legno al primo piano. In quel mentre, la porta d’ingresso si spalancò.
«Sono a casa!» annunciò la voce di Aleksy.
Caeli si distaccò dall’intrico e si tenne bassa per evitare di farsi vedere.
«Inventa qualcosa!» le sibilò all’orecchio. «Digli che non ci sono! Non può vedermi così! Non è un gioco, Joanna: fa’ come dico!»
La bambina più piccola annuì con aria spaventata mentre l’altra le gettava addosso il proprio accappatoio. Caeli non poté fare a meno di provare un certo rimorso per la paura impressa negli occhi dell’amica, ma non c’era più tempo e sentiva Aleksy salire le scale. Lesta, aprì una credenza che dava nel corridoio e vi s’infilò dentro a fatica malgrado un corpo nuovamente ridotto. Una volta chiusa l’anta, poteva vedere l’esterno da un’intercapedine accanto al cardine: fu proprio in quell’istante che Aleksy affiorò dal basso.
«Joanna?!» trasalì, correndo incontro alla bambina riversa al suolo e con indosso solo l’accappatoio. Era spaventato. «Cos’è successo? Dov’è la mamma?»
La bambina tremava come una foglia mentre Aleksy la sollevava tra le braccia; Caeli la vide boccheggiare alla ricerca di una risposta.
«Allora?» incalzò lui. «Rispondi!»
«Non lo so!» strillò Joanna, cominciando a piangere. «S-stavo facendo il bagno e poi… poi ero sola! Lei non c’era più! Non c’era…» gemette, affondando il viso nel petto dell’uomo.
Aleksy si fece circospetto e balzò in piedi, squadrando l’ambiente in tutte le direzioni: un cipiglio grottesco gli deformava l’espressione, qualcosa che Caeli, dal suo nascondiglio, non poteva dire d’aver mai visto prima.
«Qui non è sicuro», borbottò, quasi rivolto a se stesso. «Andiamo via», decretò poi, avvolgendo la bambina nell’accappatoio e stringendola tra le braccia per riscaldarla col proprio corpo mentre scendeva rapido le scale. La stava portando fuori, nel gelo della notte? Caeli dovette ricorrere a uno sforzo di volontà per restare immobile e attendere. Solo allora, per la seconda volta, percepì la medesima fitta di panico. «Che cos’è… questo?» sentì a malapena.
Quella volta, lo shock fu eccessivo e le tenebre l’avvolsero.

* * *

Caeli riprese i sensi di colpo e sussultò come chi si desti da un incubo. Si sentiva febbricitante e non aveva idea di quanto tempo fosse trascorso: tese l’orecchio, cercando di cogliere il più insignificante rumore all’esterno. Niente. Oramai era troppo tesa per prestare ulteriore cautela e balzò fuori dal nascondiglio spalancando l’anta, precipitandosi senza vestiti giù per le scale sino al pianterreno.
L’ingresso, rischiarato dalle lampade sui tavolini, era deserto. Nessuna traccia del bagliore rossastro che sperava di trovare. Caeli cominciò a piangere senza più alcun controllo, senza riuscire a fermarsi, gettandosi alla ricerca del prezioso globo sotto i mobili, nei vasi, dovunque, ma ben conscia di dove fosse in quel momento l’unico amico. Nelle mani di chi fosse. Frahazanard e Joanna… erano entrambi con Aleksy.
Era trascorso del tempo da quando era svenuta, un tempo indeterminabile che metteva a rischio tutto quanto: doveva andarsene subito se voleva una possibilità di recuperare ogni cosa.
Risalì al primo piano e si fiondò nella camera di Joanna, agguantando i vestiti della piccola. Ogni cosa le andava un po’ stretta e trovare misure accettabili richiese più tempo di quanto si aspettasse. Sempre più nervosa, incapace di frenare il pianto, riuscì infine a indossare una serie scompagnata d’indumenti e un paio di stivaletti da neve. Era ridicola, ma sarebbe stata al caldo. Prima di uscire, passò nello studio di Aleksy e recuperò tutte le banconote che trovò nel primo cassetto della scrivania, scivolò al pianterreno e uscì dalla porta sul retro, percorse il vialetto, individuò e oltrepassò un foro nella siepe, quindi s’issò oltre l’inferriata del muro di cinta con collaudata abilità e balzò all’esterno. Cominciò a correre, abbandonò il marciapiede e si allontanò sulla strada quasi deserta, dove non rischiava di lasciare impronte troppo evidenti nella neve. Aveva appena svoltato l’angolo quando udì il sopraggiungere di una sirena della polizia. Le bastò voltarsi per scorgere un paio di volanti fermarsi sul retro della casa di Aleksy. Temendo che qualcuno potesse fermarla e farle qualche domanda, corse via nella notte.

* * *

«Pronto?»
«Dorota, finalmente!»
«Chi… chi parla?»
«Sono io! Caeli!»
«Caeli?! Ma che… stai piangendo? Cos’hai fatto alla voce?»
«Dorota, mi serve aiuto! Ti prego, ti prego, devi venire a prendermi!»
«Mio Dio…! Stai bene? Sei in pericolo?»
«Sì… no… vieni e basta, ti prego!»
«Okay, ti raggiungo subito! Dove sei?»
«Alla stazione, al… Cafelokomotywa. Sono sola, fa’ presto!»
«Arrivo subito. Non muoverti da lì!»
Caeli riagganciò il telefono e si allontanò dal bancone del locale: il proprietario la fissava con aria perplessa, preoccupato per cosa fosse accaduto a quella bambina che aveva chiesto di poter telefonare alla sorella maggiore. Sperando che la faccenda si limitasse a un semplice smarrimento, le si avvicinò con una tazza di latte caldo e un vassoio di biscotti al cioccolato.
«Non piangere, piccola», la consolò. «Tieni, ho qualcosa per te.»
«Grazie», annuì Caeli, soffiandosi il naso in un tovagliolo di carta e frugando rapidamente nelle tasche. «Quanto le devo?»
«Nulla, nulla», la tranquillizzò l’uomo. «Offre la casa. Sei certa di stare bene?»
«Sì, la ringrazio ancora. Mia sorella sarà qui a momenti e lei è stato davvero gentile. Le sono infinitamente grata.»
«Sei una signorina molto ben educata», si complimentò l’uomo, rivolgendole un ampio sorriso prima di allontanarsi.
Caeli mangiò i biscotti e bevve il latte solo per non destare ulteriori sospetti, ma non avvertiva più sapori sulla lingua; invece, teneva la mano destra contratta sul cuore, dove un corpo adulto aveva una forma assai diversa, nel punto in cui era abituata da tempo a percepire la confortante presenza di Frahazanard.

Continua…