Caeli – Capitolo 8

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Caeli aveva le mani premute contro il viso caldo, su quei tratti arrotondati che aveva imparato a dimenticare, seduta a quell’anonimo tavolino. Sospirò e i pugnetti le caddero sulla superficie di legno.
Le dita sfiorarono il bordo di una busta per lettere che prima non c’era, con su scritto il suo nome. Caeli raggelò. Chi le aveva portato quella cosa? Nessuno tra gli avventori le restituì lo sguardo. La busta era sottile, quasi trasparente: strappò sull’apertura e tirò fuori un biglietto.

Frahazanard mi ha raccontato tutto e adesso so chi sei e conosco il tuo inganno. Joanna è con me, non le accadrà niente di male se verrai anche tu. Vediamoci nel luogo del nostro primo incontro.

A.

Caeli serrò i denti con forza, lampi di dolore risalirono la polpa e si piantarono nelle gengive. Lacrime di rabbia e delusione la accecarono. Non credeva di potersi sentire tanto piccola e debole, inerme. Il piano era saltato, l’idea di chiedere aiuto a Dorota… Tutto quanto era andato in fumo. Aleksy era spregevole, non avrebbe esitato un solo attimo a servirsi di Fra.
Fuori nevicava e Dorota abitava molto lontano: l’orologio diceva che la stava aspettando da quindici minuti. Forse, con un po’ di fortuna…
Il proprietario era andato a servire una coppia in fondo al locale. Caeli sgattaiolò dietro al bancone e recuperò una penna e un foglio bianco da una pila sotto il telefono, tornò lesta al proprio posto e scrisse un messaggio, ripiegò il foglio in tre, scribacchiò sulla facciata esterna un appunto che lo indirizzava a Dorota, lo fermò sotto il bicchiere e ripose il biglietto di Aleksy in tasca.
Il proprietario era ancora al tavolino della coppia, stavano discutendo su certi dolci da provare. Caeli si affrettò, uscì dal locale e si ritrovò sotto la neve sempre più pesante, che soffocava lo scenario.
Camminare era diventato difficile. Col cappuccio calato sugli occhi e il freddo che le mangiava le gote, Caeli ignorò la fatica e si concentrò su Joanna. Avrebbe dato qualsiasi cosa per avere ancora Fra con sé: era il prezzo da pagare per aver abbassato la guardia un solo attimo, per essersi lasciata sfuggire un particolare che aveva compromesso un disegno perfetto. Tutta colpa di quella stupida mocciosa, anche se l’apprensione le divorava il petto. Era tornata nelle mani della casualità, quell’insulsa variabile che si era impegnata tanto a soffocare nel corso delle ultime settimane.
Arrancò finché non svoltò quel famoso angolo, come la prima sera, e si ritrovò al cospetto dell’Erebo Jazz Club.
Nessun’auto nel parcheggio; neanche il buttafuori all’ingresso. Il locale sembrava deserto e più scuro che mai. Caeli deglutì, la gola riarsa di tensione le bruciò. Aleksy doveva aver utilizzato il potere del globo per recapitarle il messaggio, ma perché non se n’era servito per convocarla direttamente da lui? C’era un risvolto sinistro in tutta quella faccenda e la sua mente, così piena di conoscenze, sembrava essersi svuotata: per quanto avesse appreso, provato, sperimentato, per quanto il suo cuore si fosse indurito, non era altro che una bambina in cerca d’aiuto. Ed era sola, davvero sola per la prima volta in vita sua.
Attraversò il parcheggio, salì la scala, raggiunse l’ingresso. Spinse l’anta ed entrò.
Un buio vuoto l’accolse; l’unica lama di luce bianca proveniva dall’alto, dalla porta socchiusa sul ballatoio al primo piano, dove Aleksy l’aveva condotta la prima sera.
«Aleksy?» La sua voce suonò tremula, così sciocca e infantile, svuotata dell’autorità che sperava di avere da donna. Nessuna risposta. Oltrepassò il bancone, aggirò i tavolini e s’inerpicò per la scala sino al piano superiore, fiancheggiò la balaustra e si fermò dinanzi alla porta socchiusa. La luce era fredda. Sfiorò l’anta con le nocche. «Aleksy?»
«Entra».
Caeli obbedì e scivolò nell’appartamento. Joanna era stesa sul letto matrimoniale, sembrava addormentata nel mezzo di una montagna di peluche tutti diversi. Aleksy era sulla sinistra, dava le spalle alla finestra e la fissava con occhi d’acciaio. Le fece un cenno col capo. «Chiudi la porta».
Caeli obbedì.
«Brava. E togli quel cappuccio: voglio vederti in faccia».
Il bisogno di piangere le stava scorticando la gola, ma doveva resistere. Si scoprì il capo. Quanto doveva apparire ridicola e insignificante agli occhi di quell’uomo? Così diversa dalla donna sensuale che aveva conosciuto.
Lui spalancò le palpebre, sconcertato. «Sei davvero tu», mormorò.
Caeli prese coraggio. «Cos’hai fatto a Joanna?»
«Sta solo dormendo, non ci disturberà».
«Aleksy…» Le battevano i denti. «Io…»
«Che gingillo interessante, il tuo». Quel maledetto sfiorò il rigonfiamento sferico sulla giacca, proprio vicino al cuore, e un’ombra gli passò in faccia. «Volevi farmela, mocciosa?» La sua voce si era inasprita. «Volevi giocare me?»
«Sei arrabbiato, lo capisco, ma…»
«Frahazanard mi ha raccontato tutto. Ho dovuto solo chiedere. Sei un’avida puttanella, Caeli, avida del mio potere!»
La vista di Caeli vorticò per lo stordimento. Tra tutte le cose, non era preparata a quell’accusa. Possibile che la cupidigia di Aleksy fosse tale da… da non lasciargli comprendere che la sola possessione del globo la poneva molto più in alto di quanto lui avrebbe mai sperato di giungere? Era per quello che l’aveva convocata con una lettera: solo per un sadico gioco psicologico.
Caeli deglutì. «Prenditela con me. Torturami, se vuoi! Fa’ quel che devi, ma lascia andare Joanna!»
Era una supplica infantile. La faccia dell’uomo si fece famelica e lei si pentì di averlo provocato.
«No». Aveva un fremito da pazzo nella voce. «Pensi che lascerei andare le due persone che sanno di Frahazanard? No, Caeli, non è possibile. Perché siete solo in due, non è vero? Frahazanard ha detto che non può rispondere se non conosco i soggetti delle mie richieste, perciò è a te che lo domando: dove l’hai trovato? E chi altri lo conosce? Parlerai in fretta se sei così intelligente da capire che abbiamo tutto il tempo».
Le lacrime le sgorgarono senza controllo; senza un gemito, senza un singhiozzo. Doveva giocare d’astuzia, doveva mentire! «C’è un’altra persona, ti dirò chi è, ma Joanna è innocente e devi lasciarla andare!»
«Non sei nella posizione di contrattare».
«E tu in che posizione sei, Aleksy?» Retorica, era l’unica cosa che le restava. Che delusione… «Vale la pena di rischiare tutto quel potere per un capriccio?»
Aleksy indugiò, lo sguardo fisso. Chissà cosa gli stava sussurrando Fra.
L’urlo delle sirene in avvicinamento fendette la notte.
L’uomo si voltò per guardare dalla finestra e i lampeggianti azzurri gli danzarono in faccia. Rumori di pneumatici che divoravano il ghiaccio risuonarono nel parcheggio. «Ma che…» farfugliò.
Forse poteva ancora richiamarlo alla ragionevolezza. «Vattene subito». Le sillabe le tremarono di delusione, ma non c’era niente di meglio da sperare. «Vattene col globo, Aleksy. Puoi farlo, sai che puoi».
Aleksy si staccò dal vetro, si gettò su Caeli come se volesse aggredirla. Lei strillò. Quelle dita cattive le strattonarono il bavero della giacca e lui la sollevò dal pavimento con una mano sola. Lo strillo si trasformò in un gemito strozzato.
«Sei stata tu?!» le sbraitò in faccia.
Si era esercitata a mentire, ma non era più certa di riuscirci. Altre lacrime le rigarono il viso.
Aleksy urlò e la scaraventò contro la parete.
Uno scricchiolio le pervase il piccolo corpo quando stramazzò sul pavimento. Una cascata calda, appiccicosa, le scivolò dall’attaccatura dei capelli sulla nuca. Un conato di vomito la soffocò.
Aleksy agguantò il corpo inerme Joanna e si precipitò fuori dall’appartamento.
Buio.

*

Urla e bagliori rossastri. Caeli riprese i sensi e una fitta di dolore le trapanò il cranio. Le viscere si contorsero. Si alzò in ginocchio a fatica, si tastò il collo e ritirò le dita sporche di sangue. Aveva letto abbastanza libri di anatomia da giudicare d’essere viva per miracolo. Si rimise in piedi e barcollò fino alla finestra.
Due auto della polizia bruciavano. Dietro una linea di uomini, c’era Dorota accanto a un ragazzo dall’aspetto familiare. Al centro, Aleksy era in piedi con Joanna sotto il braccio e, nella destra protesa, il globo sfavillava di luce scarlatta. Urlava come una bestia, ma lei non riusciva a decifrare le parole.
Doveva esserci qualcosa di utile, lì intorno! Caeli zoppicò verso la cucina, una mano sulla parete lasciò impronte digitali insanguinate, l’altra tra i capelli per placare i capogiri, si appoggiò al lavandino ed estrasse un lungo coltellaccio dal ceppo di legno lucido.
Bene, era il meglio che potesse fare. Corse, timorosa d’inciampare a ogni passo, aprì la porta e si precipitò giù per la scalinata, attraversò il locale deserto al pianterreno, uscì nel freddo della notte. I poliziotti retrocedevano a causa di una forza sconosciuta, inarrestabile. Si dileguarono tutti.
Aleksy gli urlò dietro. «Non osate mai più sfidarmi!» Era dissennato dal potere.
Caeli lo caricò e un ringhio le sfuggì a pochi passi da lui. L’uomo si voltò con un sobbalzo, ma era già troppo tardi: Caeli gli affondò la lama nella coscia con tutta la forza, la carne si lacerò con una nota di strappo e il metallo gracchiò sul femore.
Il suo grido suonò pietoso. Joanna e il globo caddero insieme e Aleksy si portò le mani sulla gamba, dove strinse forte. «Tu!»
Caeli si tuffò sul globo, lo afferrò dalla neve, ma la mano di Aleksy le artigliò la caviglia come una tenaglia. Lei scalciò, lo colpì in volto e il suo naso schioccò sotto la suola dello stivaletto. Tornò libera, strisciò lontano e si rigirò sulla schiena.
Aleksy estrasse il coltello dalla gamba con un singulto, agguantò Joanna e le puntò la lama alla gola.
Caeli si sentì male: ai margini del campo visivo, avanzava una zona buia, fitta di puntini colorati. Restarono a fissarsi, a pochi passi di distanza, sotto la neve lenta.
Aleksy biascicò e sputò un fiotto di sangue. «Dammelo, Caeli». Tremava, il naso rotto gli aveva alterato la voce in un modo che sarebbe stato buffo in qualsiasi altra circostanza. «Dammelo, o la sgozzo».
La bambina prese fiato. «Prima… prima lasciala… e allontanati…» ansimò. Stava piangendo di nuovo. «Te lo darò, lo giuro. Lo giuro, lo giuro, lo giuro! Aleksy, ti prego… ti prego…»
«Prima tu, cagnetta! Ultimo avvertimento!»
«Devi solo chiedere, Caeli», sussurrò Fra. «Dillo… ed egli sarà cancellato!»
Caeli esitò.
Il volto di Aleksy si aprì di follia. «Ti sta parlando!» gridò; e affondò la lama nella gola di Joanna.
La piccola riaprì gli occhi nel dolore e cercò Caeli; un solo istante. Una vitrea fissità la paralizzò.
Una rabbia senza dimensione colmò la bocca di Caeli di acido sanguigno. Fra le suggerì una parola in una lingua sconosciuta, atroce, fatta per odiare e distruggere, così empia da far paura. La rabbia la vinse e lei la strillò come una bestemmia. L’oscurità si addensò attorno a quel suono intrascrivibile, colpì Aleksy come una forza fisica, gli impose sul corpo una volontà sovrana e lo rivoltò dall’interno come un calzino.
Viscere, ossa e fluidi esplosero in una fontana di morte.

*

Caeli fece scivolare il corpo di Joanna dalla spalla e la depose sul letto al primo piano dell’Erebo, tra i pupazzi di stoffa. Non era carina, non sembrava che dormisse: era solo un’amica morta. Una bambola con la gola aperta.
Strinse più che poté le dita sul globo. «Mi hai tradita, Fra».
«La fedeltà non fa parte della mia natura, Caeli».
«Non puoi riportarla in vita?»
«Ti sembro il figlio del Creatore?»
Già, che cosa aveva creduto? L’alterazione della realtà è un conto, ma opporsi alla fatalità… al destino… Quanto era stata stupida per averlo solo pensato. «Non voglio più vivere senza Joanna. Lei… mi voleva bene. E io gliene volevo tanto. Ho fatto tutto per lei, mi sono venduta l’anima. Non avrò più pace».
Fra esitò per una frazione di secondo. «Hai sempre me».
«No, basta, sono stanca di te. Mi hai fatto fare cose orribili».
«Sei diventata grande, sei diventata avida».
«Allora è tra gli avidi che voglio stare, con loro per sempre. Come posso fare?»
«Se tu lo desideri, interpellerò un vecchio amico per farti da guida».
«Sì, è l’ultima cosa che chiedo».
Non parlarono più. Una presenza sacrilega era scivolata in quella stanza e Caeli seppe di non avere più molto tempo: agguantò uno stupido procione di peluche dal mucchio, lo rigirò, individuò la zip che sigillava l’imbottitura e spinse il globo dentro. Aveva appena richiuso il pupazzo quando capì di non essere più sola.
Una voce di sibili le solleticò l’orecchio. «Perché piangi, bella bambina?» Che creatura alta, con corpo da rettile! Era un mostro, ma non faceva paura.
«Sono cattiva. Sono avida. Ho voluto tanto potere e non ho saputo gestirlo».
«Allora vieni con me, vieni». Le tese la lunga mano artigliata.
«Dove mi porti?» Che domanda sciocca. Afferrò solo il polpastrello della creatura con tutta la manina.
«In un luogo di oscuri canti maligni, dove ricchezza e volontà s’intrecciano. La tetra palude della brama: lì, un’anima corrotta come la tua diverrà implacabile».
«Non vuoi sapere il mio nome?»
«Lo conosco già: me l’ha detto un vecchio nemico».
C’era uno specchio accanto alla parete, Caeli ne fu attratta e stentò a riconoscersi: i suoi occhi, un tempo color cielo, erano diventati neri come il peccato.
Con quel nuovo sguardo, abbandonò il mondo.

Fine

Caeli – Capitolo 7

Caeli7

Le braccine di Joanna erano rigide, tese sulla canottiera. «Dov’è finito l’angelo?» Picchiò il piedino sul piastrellato del bagno con un piccolo tonfo.
Caeli le sollevò il gomito. «È volato via quando sono diventata grande». Si allungò all’indietro e chiuse il rubinetto: la vasca era una nuvola di schiuma densa. «Alza le braccia, Jo… Così, brava. L’angelo ha detto che il mondo è pieno di tanti altri bambini in attesa d’aiuto, non poteva restare con me».
«Ma tu stavi bene con noi! Con me e le suore e tutti gli altri…»
«Volevo uscire da lì e… sai, l’unico modo era crescere. Non l’avrei chiesto all’angelo se avessi saputo quanto sarebbe stato difficile». Un velo di lacrime le pizzicò gli occhi. «Mi sei mancata tanto…»
«Anche tu!» Joanna le abbracciò la vita con una forza disperata, come se temesse che l’avrebbe piantata in asso da un momento all’altro. «Sei così strana, adesso, ma non ci lasceremo mai più. Mai più!»
Caeli le accarezzò i capelli dietro la nuca. Quella piccolina era così fragile, molto più di come la ricordava.
Joanna sollevò il capo e le piantò il mento nell’ombelico. «Poi hai incontrato Aleksy? È carino!» ridacchiò.
Caeli si sforzò di cementificare il sorriso in faccia, anche se non serviva tutta quell’accortezza proprio con Joanna: era troppo ingenua per accorgersene. Attorcigliò una ciocca scura al dito. «Aleksy è stato buono, con me. Col suo aiuto, un po’ alla volta, porteremo fuori dall’istituto tutti i nostri amici e vivremo tutti insieme. Per sempre».
«Ma questa casa è troppo piccola per tutti quanti!»
Era già un sollievo aver abbandonato quell’orrido appartamento sopra il Jazz Club. «Allora ne compreremo una più grande. Okay, pronta? Nella vasca!»
Joanna scavalcò il bordo smaltato, sprofondò nell’acqua calda e mandò un sospiro. Le bolle arcobaleno si sollevarono, la fecero ridere.
Caeli si accomodò sullo sgabello per sfilarsi le scarpe. Joanna la fissava, le braccia sull’orlo della vasca come una civetta appollaiata. Che buffa! «Cosa c’è, adesso?»
La piccola si era fatta seria. «Quando anche gli altri saranno tutti qui, cosa farai?»
Gli incisivi di Caeli affondarono appena in tempo nel labbro inferiore e azzannarono la risposta.
Fra le sussurrò dentro. «Ucciderai Aleksy, l’ho capito».
Caeli sfiorò il rigonfiamento della giacchetta, dove il globo trovava sede come una biglia nella scanalatura del costato.
Joanna sciabordò. «Sbrigati! Entra anche tu!»
Caeli scacciò la paura, si sfilò la giacca con decisione e l’ammucchiò con gli altri vestiti. Si spogliò in fretta e restò nuda, in piedi al centro del bagno. Joanna la fissava con occhi sbarrati, temette d’averla turbata e inclinò il capo. «Che hai?»
«Anch’io diventerò così?» mormorò la piccola.
Nello specchio, il corpo da donna che Fra le aveva donato sfolgorava come un gioiello: la ricercata perfezione delle forme, la sublime avvenenza descritta dalla tempesta di libri impressa nella memoria. Non aveva impiegato anni di sviluppo per ottenerlo, non meritava niente di quella bellezza. Avrebbe dovuto mostrare un riguardo maggiore per Joanna? No, si erano già viste tante volte nude, da bambine, ma qualcosa era andato storto. La novizia Klara era giovane, le bambine l’avevano un po’ invidiata, ma non aveva un decimo di quel fascino. Come spiegare quanto fosse inutile? «È solo un corpo da grande». Scavalcò il bordo della vasca e scivolò nella schiuma.
Joanna rovesciò il labbro. «Non mi piace! Non sembri più tu!»
Caeli le tese le braccia. «Vieni qui». La piccola obbedì, si lasciò accogliere nell’abbraccio. Sembrava un coniglietto spaventato. «Perché stai tremando?»
«Perché non sei più la mia Caeli», piagnucolò.
«Sono sempre io, Jo! Sono Caeli!»
«Lo so, ma vorrei che fossi di nuovo piccola come me. Lo vorrei tanto!»
Fecero il bagno insieme e parlarono per tutto il tempo, ma Caeli era assente: le domande di Joanna le avevano ricordato l’implicazione finale dei disegni elaborati. Aleksy doveva morire, certo, ma come? E soprattutto, pur disprezzandolo, avrebbe trovato il coraggio di spezzare una vita? Ricorrere a Fra sarebbe stato semplice, avrebbe accorciato i tempi per riunire tutti i bambini dell’orfanotrofio e compiere la vendetta finale, ma ogni minuscolo desiderio sembrava capace di sfuggire a qualsiasi controllo. L’avrebbe trovato, il coraggio, perché aveva deciso di non lasciarsi più sfiorare da nessun altro… e che non avrebbe mai lasciato i suoi amici con quello schifoso. E gliel’avrebbe fatta pagare.
Uscirono. Caeli indossò l’accappatoio, avvolse Joanna in un grande asciugamano e le frizionò i capelli. Lo squillo del citofono risuonò nell’appartamento. «Vado a vedere chi è. Asciugati!» Abbandonò il bagno e uscì in corridoio.
Il terminale più vicino era dall’altra parte del pianerottolo, accanto alla ringhiera affacciata sull’ingresso al pianterreno. Caeli sfilò la cornetta. «Sì?»
«Sono io, amore». Aleksy, come al solito. «Ho dimenticato le chiavi!»
La dignità di essere umano… Peccato che non cercasse anche quella. Caeli sfoderò la vocetta sciocca della condiscendenza. «Oh, come sei sbadato, tesoro! Ti aspettiamo!» Premette il pulsante per il cancello in fondo al vialetto e riagganciò la cornetta. «Jo, Aleksy sta tornando. Gli chiederò di mangiare una pizza, va bene?»
«Sì». La voce di Joanna era distaccata, come annoiata.
Ma che diamine! Si stava dannando per il suo benessere! «Potresti mostrare almeno un po’ di riconoscenza! Quante pizze hai mangiato, nella tua vita?»
«Sì, lo vorrei tanto». Entusiasmo zero.
No, così non poteva andare, o sarebbe impazzita. Caeli tornò verso il bagno a lunghi passi. «Jo, non prendermi in giro! Non hai il diritto di…»
«Joanna. E tu come ti chiami?»
Una fitta di panico trapassò il petto di Caeli, un dolore lancinante che la piegò in due. Una bile aspra le impregnò la lingua, il sudore gelido le affondò nelle radici dei capelli. Barcollò. «Joanna! Joanna! Vieni subito qui! Presto!»
«Caeli, guarda cos’ho trovato!» Un bagliore sanguigno la precedette. «Un altro angelo!»
Joanna uscì sul pianerottolo con la sfera scarlatta stretta in pugno. Caeli le balzò addosso, gliel’avrebbe strappato dalle mani, ma il corpo perse slancio, si contorse… e il mondo crebbe. L’inerzia le fece perdere l’equilibrio, la testa le vorticò impazzita e l’accappatoio troppo grande le scivolò di dosso. Rotolò sull’altra con un grido che si tramutò in uno strillo infantile; e non c’era neanche il pericolo di schiacciarla.
Il tappeto le accolse entrambe, l’una sull’altra. Due bambine nude aggrovigliate.
«Sei tornata tu!» strepitò Joanna, troppo contenta per pensare alle ammaccature. «Evviva! Evviva!»
Caeli batté le palpebre. Aveva la vista annebbiata, la nausea le aveva attorcigliato le budella ed era certa che i pensieri fossero più goffi. Mosse le mani alla cieca, tastò fino a riconoscere le spalle dell’amica e la scosse. «La sfera… Fra!» ringhiò. «Che cos’hai fatto, Joanna? Che cos’hai fatto?!»
La risata di Joanna si spense. «Io… Ho trovato un angelo», singhiozzò. «Io… io v-volevo solo una Caeli bambina… come me… Io…»
«Dov’è finito?!» Non c’era un minuto da perdere. «Dov’è l’angelo?»
Joanna le mostrò le mani vuote. Oltre la vista incerta, un bagliore rossastro risaliva dal basso, oltre la ringhiera di legno.
La porta d’ingresso si spalancò.
«Sono a casa!» annunciò Aleksy.
Caeli si distaccò dall’intrico, si tenne più bassa che poté e appiccicò la bocca all’orecchio di Joanna. «Inventa qualcosa! Digli che non ci sono, non può vedermi così! Non è un gioco, Joanna: fa’ come dico!»
La bambina più piccola annuì, così spaventata da aver perso colore in viso. Caeli le gettò addosso il proprio accappatoio e si sforzò di non guardarla: doveva restare lucida.
I passi Aleksy risuonarono nel legno dei gradini. Caeli si fiondò alla credenza in corridoio ed entrò a fatica, malgrado il corpo ridotto: si chiuse dentro e avvicinò l’occhio all’intercapedine tra le ante. Una lama di freddo sottilissima le divise l’iride.
Aleksy affiorò dal basso. «Joanna?!» trasalì. Corse dalla bambina e la sollevò dal pavimento. Era spaventato. «Cos’è successo? Dov’è la mamma?»
Joanna tremava mentre lui la tastava per accertarsi che stesse bene. Boccheggiò; se ne restò zitta. No, quello non ci voleva!
«Allora?» Lui la scosse per un braccio. «Rispondi!»
«Non lo so!» La piccola pianse forte. «S-stavo facendo il bagno e poi… poi ero sola! Lei non c’era più! Non c’era…» gemette e si coprì la faccia con la manica troppo grande dell’accappatoio.
Aleksy squadrò da una parte all’altra: un cipiglio grottesco gli deformava l’espressione, qualcosa che Caeli non gli aveva mai visto addosso. «Qui non è sicuro», borbottò. Sembrava parlare a sé stesso. «Andiamo via». Avvolse Joanna nell’accappatoio, se la premette al petto e si precipitò giù per le scale.
La stava davvero portando fuori, nel gelo della notte?! Caeli si morse la lingua per restare immobile.
Il mormorio di Aleksy risalì dal pianterreno. «Che cos’è… questo?»
Una seconda fitta di panico scagliò Caeli nelle tenebre.

*

Caeli riprese i sensi di colpo e sussultò. Era un incubo. Rabbrividì di febbre, senza sapere quanto tempo fosse trascorso; tese l’orecchio, si sforzò di placare il respiro per ascoltare meglio. Niente. Spalancò l’anta della credenza, balzò fuori e corse nuda al pianterreno.
L’ingresso era rischiarato dalle piantane; nessuna traccia del bagliore rossastro che sperava di trovare. Il pianto la vinse, senza controllo, così forte sul suo fragile corpo da mocciosa. Non riuscì a fermarsi, si fiondò a girare i cuscini dei divani, rivoltò i vasi di fiori, tastò un centimetro quadrato alla volta sotto i mobili. Niente. Non doveva illudersi, sapeva già che Fra e Joanna… erano con Aleksy.
Doveva andarsene subito se voleva una possibilità di recuperare ogni cosa.
Risalì al primo piano, si fiondò nella camera di Joanna e tirò giù i suoi vestiti dall’armadio. Dovette frugare per trovare qualcosa di abbastanza largo da indossare; e il pianto non se ne andava, era come gettare benzina sul fuoco del nervosismo.
Gli abiti erano caldi e scompagnati: sarebbe sembrata la figlia di un qualche saltimbanco, un bel problema per passare inosservata. Riuscì a trovare almeno un paio di stivaletti da neve accettabili.
Andò nello studio di Aleksy, aprì lo scomparto segreto nel primo cassetto della scrivania e recuperò il mazzo di banconote d’emergenza che lui le aveva mostrato. Non c’era altro da fare.
Caeli scivolò al pianterreno e uscì dalla porta sul retro, percorse il vialetto, individuò un foro nella siepe e lo oltrepassò, s’issò oltre l’inferriata del muro di cinta e balzò all’esterno. Corse, abbandonò il marciapiede e avanzò nel mezzo della strada deserta, dove poteva procedere sul ghiaccio schiacciato dagli pneumatici senza lasciare impronte troppo evidenti nella neve. Svoltò l’angolo e una sirena della polizia si lamentò nella notte.
Caeli si voltò: un paio di volanti scivolarono sul retro della casa di Aleksy. Se l’avessero trovata… e riconosciuta come la bambina scomparsa, avrebbe perso tutto.
Si dileguò tra le ombre.

*

«Pronto?»
«Dorota, finalmente!»
«Chi… chi parla?»
«Sono io! Caeli!»
«Caeli?! Ma che… Stai piangendo? Cos’hai fatto alla voce?»
«Dorota, mi serve aiuto! Ti prego, ti prego, devi venire a prendermi!»
«Mio Dio…! Stai bene? Sei in pericolo?»
«Sì… No… Vieni e basta, ti prego!»
«Okay, ti raggiungo subito! Dove sei?»
«Alla stazione, al… Cafelokomotywa. Sono sola, fa’ presto!»
«Arrivo subito. Non muoverti da lì!»
Caeli riagganciò il telefono e si allontanò dal bancone del locale. Il proprietario la fissava con una faccia preoccupata, non le aveva fatto storie quando gli aveva chiesto di telefonare alla sorella maggiore. Le avvicinò una tazza di latte caldo e un vassoio di biscotti al cioccolato. «Non piangere, piccola. Tieni, ho qualcosa per te».
Caeli annuì. «Grazie». Doveva sforzarsi di apparire naturale, si asciugò gli occhi in un tovagliolo di carta e tastò nella tasca della giacca. «Quanto le devo?»
«Nulla, nulla, offre la casa. Sei certa di stare bene?»
«Sì, la ringrazio ancora. Mia sorella sarà qui a momenti e lei è stato davvero gentile. Le sono infinitamente grata».
Lui le fece un sorriso tutto compiaciuto. «Sei una signorina molto ben educata». Si allontanò e tornò al proprio lavoro.
Caeli si sforzò di mangiare un paio di biscotti e bere qualche sorso di latte, o sarebbe sembrata davvero sospetta. Peccato che tutto fosse insipido e il corpo lottasse per rovesciare ogni cosa. Era già un miracolo che quel tizio non avesse chiamato la polizia su due piedi. Rimase immobile, in attesa di Dorota, con la mano contratta sul cuore. Non era più abituata alla forma di quel corpo da bambina; e lì avrebbe dovuto esserci Fra, non… quel vuoto.

Continua…