Caeli – Capitolo 4

Caeli4

Caeli si svegliò di soprassalto, turbata da un incubo che le sfumò dai ricordi. Ecco cosa si provava a vedere un fantasma. Una fitta le perforò il cranio, aveva un saporaccio di vomito in bocca e una sete terribile. Una luce di piombo entrava dalla finestra e… Aleksy era ancora lì, dormiva sul fianco. Era l’occasione giusta per scappare.
Si alzò a sedere: aveva il corpo congelato dall’immobilità e si sentiva debole. Le venne un conato, gemette, si coprì la bocca con le mani e si contrasse tutta: non doveva vomitare in quel momento, o lui si sarebbe svegliato. Scivolò dal materasso e cadde in ginocchio. Le setole del tappeto le pizzicarono il corpo nudo. Strisciò. La stanza girava come il vortice di un lavabo, dovette chiudere gli occhi nella speranza di fermarlo, ma l’oscurità forzata la nauseò ancora di più. Sbirciò tra le ciglia e tenne lo sguardo fisso sulla sedia dove Aleksy aveva adagiato il cappotto.
Allungò le dita, afferrò la manica di pelliccia e quel bel manto nero scivolò dallo schienale arrotondato. Cercò a tentoni e trovò la tasca interna; e la tiepida superficie vetrosa.
Accostò la sfera alle labbra. «Fra!» sussurrò.
«Ti ascolto, Caeli».
«Sto male». La gola mandò uno spasmo per il pianto trattenuto. «Voglio andare via, voglio… voglio vestirmi. Ti prego… ti prego, aiutami!»
Un lampo rosso l’abbagliò e si ritrasse su una nuova realtà.
Caeli era distesa in un vicolo, su un mucchietto di neve integro, con indosso i vestiti che aveva all’ingresso nell’Erebo Jazz Club. La sensazione di malessere era svanita; in compenso, l’orrore della notte la schiacciò. Si rannicchiò con la sfera al petto, sola in quella strozzatura tra due case, col respiro che dava forma a nuvolette tremule dal naso. Fra doveva essere in ascolto, pronto ad aiutarla, ma lei non trovava più la forza di parlare. Era come se la mente girasse a vuoto.
Di quello che Aleksy le aveva fatto, qualcosa sembrava… logica, ma brutale. Era come se i corpi di entrambi fossero fatti per quella roba, ma allora… perché era stato tanto brutto? Perché quel senso di schifo le rimaneva appiccicato sotto la pelle? Avvicinò un’altra volta la sfera alle labbra, sino a sfiorare la superficie liscia e quel tepore che le formicolò nella faccia. Si fece coraggio, cercò le parole giuste; prese un respiro. «Tu lo sai cosa mi ha fatto?»
«Lo so».
La paura le diede crampi nello stomaco. «Potresti… spiegarmelo?» Sperò che le dicesse di no.
«Potrei, ma non nei termini adatti a un essere umano. Vuoi che parli lo stesso?»
Caeli batté le palpebre. «No». C’era qualcosa che la distaccava da Fra; sin dall’inizio. Non se n’era accorta prima ed era sciocco. Lui era sempre stato tanto diverso. Non era una persona, ma una palla di vetro come quelle con la neve dentro, con un universo tutto loro e separato.
Sarebbe stato bello avere qualcuno con cui parlare, un amico vero, forse… un’amica come Joanna, ma più saggia di Joanna, in realtà, capace di farle capire. Suor Agata diceva che certe cose gliele avrebbero spiegate i papà e le mamme… quando ne avessero avuti. L’idea di affidarsi ad altri adulti sconosciuti la fece sbuffare di rabbia.
«Caeli?» Fra la chiamò come se volesse distoglierla dai brutti pensieri.
Era stata stupida, si era comportata da stupida, ma solo perché aveva sottovalutato la libertà. Non conosceva nulla del mondo oltre l’orfanotrofio; e guadagnare un’identità adulta l’aveva privata di qualcosa, un elemento che avrebbe dovuto essere suo. Qualunque cosa fosse, doveva riprenderselo. «Devo sapere delle cose».
«Di che genere?»
«Tutto. Qualsiasi cosa. Dimmi dove posso imparare».
«C’è una biblioteca. Esci da questo vicolo e cammina fino all’incrocio in fondo. Troverai una piazza. L’edificio che ti occorre è quello coi colonnati».
Caeli si alzò, nascose la sfera nel cappotto e tornò sulla strada.
C’era un po’ di confusione per la città, le auto della polizia si muovevano sui viali ghiacciati. Nulla che le importasse, dopotutto. In dieci minuti, raggiunse la biblioteca comunale.
L’orfanotrofio aveva una piccola biblioteca, ma nulla di paragonabile a quegli scaffali pieni di volumi che sembravano non avere mai fine. Era un posto immenso, eppure così vuoto e triste. Un signore dai baffi grigi sfogliava un grosso librone; due ragazze imbronciate, nella parte opposta della sala, ricopiavano righe di testo sui quaderni.
Caeli passeggiò tra le librerie senza sapere dove andare. Doveva cominciare a leggere per capire la vita degli adulti, poteva anche cominciare da un libro qualsiasi, ma non poteva neanche andare a casaccio. Le sembrava di non riuscire a leggere neanche uno dei titoli sui dorsi allineati. E dire che le suore si sfinivano per farla studiare! Se solo l’avessero vista lì, con tanta di quella scelta da non capacitarsene…
Caeli sbuffò ancora. Non aveva senso! Allungò un braccio e prese un libro qualsiasi dalla mensola più alta che riuscì a raggiungere. Lo sfilò, un rivoletto di polvere scivolò dal ripiano, se lo rigirò davanti agli occhi e lesse sulla copertina. L’idiota di Dostoevskij. Sì, appropriato: era stata proprio idiota a non riflettere prima di fare quella pazzia. Raggiunse il tavolino più vicino, si sedette e aprì sulla prima pagina.
Era davvero difficile leggere quella roba, la sfiniva. Forse avrebbe dovuto lasciar perdere… Sfiorò l’angolo della copertina e fece per richiudere, ma il fetore muschiato di Aleksy le tornò alla memoria e le diede un nuovo conato. Le tremarono le gambe. No, meglio continuare, meglio non pensarci!
C’erano molte parole che non conosceva, davvero troppe. Si alzò, andò a recuperare un dizionario e tornò al tavolino. Sbadigliava. Staccava gli occhi dal romanzo, scorreva le pagine del vocabolario; imparava un nuovo termine, lo ripeteva dieci volte per fissarlo nella memoria. Eppure, c’erano ancora tante, tante cose che non capiva.
Pagina venti. Si alzò di nuovo e cercò un atlante per sapere dove fosse Mosca: non le andava giù che si parlasse di quella città senza che potesse immaginarla. Tornò a leggere; e si alzò un rigo più tardi. Doveva capire nel dettaglio cosa fosse quel male che aveva obbligato il principe Myškin ad abbandonare il proprio Paese. Quella ricerca particolare le costò più tempo del previsto e, una volta compresa l’epilessia secondo i termini più generali, avrebbe voluto svuotarsi il cervello da quella conoscenza che era brutta e sporca.
No, non aveva senso rigettare nulla. «Troppo tardi», borbottò: l’aveva fatta propria e doveva tenersela. Esattamente come la notte trascorsa con Aleksy, che la disgustava.
Il giorno scurì e lo stomaco di Caeli brontolava già da un pezzo, anche se lei aveva fatto di tutto per ignorarlo. Altre cose, invece, non poteva rimandarle: interruppe lo studio per andare in bagno e, all’uscita, si scoprì troppo assetata per continuare.
Già, aveva sete quando si era svegliata, ma poi era svanita. Passò una mano tra le ciocche sulla fronte. Aveva detto a Fra di stare male, forse si era occupato anche di quello. Meglio non disturbarlo troppo; però, c’era un distributore di bibite all’ingresso della biblioteca. Fece la strada a ritroso e chiese a Fra solo qualche monetina per comprare una bibita.
La zona di ristoro non era deserta, purtroppo, ma occupata da una delle ragazze che aveva già visto quella mattina: aveva un viso da un roditore, grandi occhiali e capelli in disordine. Un bicchiere di carta fumante era sulla panca accanto a lei, a portata di mano. Quella sollevò gli occhi dal libro che stava leggendo e le intercettò lo sguardo, ma tornò subito tra le pagine.
Il distributore era in un angolo. Caeli ne aveva visto uno in un film, una volta, durante l’ora di televisione settimanale. C’erano due ragazzi neri davanti a uno di quei cosi, prendevano lattine ed era sembrato facilissimo, ma lì c’erano molti tasti e lei non sapeva cosa fare. Premette 1 e un suono elettronico risalì dall’aggeggio. 8… Non ci capiva niente! Forse, con l’aiuto di Fra…
«Ti serve una mano?»
Caeli si accorse che la ragazza con gli occhiali era arrivata alle sue spalle. Balzò all’indietro con le mani sollevate, come per difendersi, e quella strillò e si allontanò dall’altra parte, con i pugni stretti al petto.
Non avrebbe dovuto permetterle di avvicinarsi tanto. «No, no!» Aveva la voce incrinata dal lungo silenzio. «Io non… non… io non…» farfugliò. Con tutte le parole che aveva imparato… non gliene usciva neanche una.
Le labbra della ragazza tremolarono. «Stai bene?»
Caeli si morse le labbra. Sì, doveva risponderle solo di sì. La sua testa si scosse da sola, come se non le appartenesse. Il sudore gelido le aveva già impregnato i palmi delle mani.
La ragazza azzardò un passo, abbastanza piano da non sembrare troppo minacciosa. «Io mi chiamo Dorota». Per avere un viso tanto freddo, la sua voce era davvero dolce. «E tu?»
«Caeli». Deglutì.
Dorota inarcò un sopracciglio e la fissò in un modo un po’ strano. Scrollò le spalle. «Vuoi bere qualcosa di caldo?»
L’aiutò a prendere un tè dal distributore e si sedettero insieme sulla panca. Era tranquilla, quella ragazza, perché sembrava poter restare in silenzio molto a lungo. Infilò un segnalibro nel volume che aveva rovesciato sul legno e lo richiuse. «Tu cosa studi?»
Caeli scrollò le spalle e si prese un momento per ricordare il titolo. «Stavo leggendo… L’idiota».
«Ah, letteratura russa. Molto interessante. Io studio filosofia, invece. Platone. Saprai di che parlo, immagino», ridacchiò.
«No». Perché avrebbe dovuto?
Dorota batté le palpebre e sembrò dubbiosa. «Oh, be’… ne avrai sentito parlare… Lasciamo perdere». Si raddrizzò gli occhiali sul naso con la punta del dito. «Sei un po’ in ansia per un esame?» Si mordicchiò il labbro. «O ti è successo… qualcosa di brutto?»
Sarebbe stato facile dirle di sì; e prudente dirle di no. Eppure, quel libro che stava leggendo parlava proprio di cose che andrebbero dette solo in certi casi. «Perché me lo chiedi?»
Dorota si mosse a disagio sulla panca, sollevò il bicchiere di carta e bevve un sorso. L’odore del suo caffè scacciò il profumo del tè. «Ce l’hai scritto in faccia che sei sconvolta». Rigirò il bicchiere tra i palmi. «Insomma… Adesso dirai che non sono cavoli miei, hai ragione, ma se tornassi a casa senza provare a fare niente… Non riuscirei a dormire, mi capisci?»
Era un concetto strano, ma non troppo difficile. «Io… credo di sì». Caeli si massaggio un sopracciglio. «Ma non so se posso parlarne. Devo pensarci».
Dorota le fece sì con la testa. «Non eri mai stata in questo posto prima d’ora, vero?» Le fece un sorrisetto cordiale. «Non negli ultimi due anni, almeno. Vengo qui quasi tutti i giorni. Studio, leggo… È un bel posto».
«Sì». Su quello, era d’accordissimo. «Molto bello. Ma non è noioso? Sembra abbastanza deserto».
«È questo il bello. Io non vado molto… d’accordo con le altre persone. Sono una solitaria. E non sono brava a parlare». Fece una risatina nervosa.
Caeli aggrottò le sopracciglia. Quella era una bugia? Dorota parlava normalmente, anzi, in un modo molto carino da sentire. Forse gli adulti avevano quel modo di discutere, fatto di mezze verità e bugie intere.
Abbassò un po’ la voce. «Credo d’aver fatto qualcosa di molto brutto a me stessa». Per quanto si sforzasse, non riusciva a incolpare Aleksy per quello che era accaduto. «Credo di… aver sbagliato».
Dorota storse la bocca. Era preoccupata, le sue dita tamburellarono sul bicchiere di carta. «Ce l’hai un posto dove andare?»
«Andare… dove?»
«Per dormire».
«Non posso dormire quando ne ho voglia?»
Dorota inarcò le sopracciglia e schiuse le labbra, come se volesse dire qualcosa, ma restò zitta. Si schiarì la voce. «Ma lo sai cosa sembri?»
«Cosa?»
«Un… Una… Una specie di… fantasma che viene da un’altra epoca». Inclinò la testa. «Una femme fatale anni Venti, ecco».
Caeli non era certa di capire se fosse una cosa brutta. «Cos’è una femm-fatle?»
Dorota fece una smorfia, scosse il capo, scrollò le spalle. Meditò tra sé. «Ascolta, almeno per stanotte dormirai da me».

*

L’appartamento era piccolo, ma molto pulito. Dorota rivestì di lenzuola pulite il materasso estratto da una poltrona in salotto.
Caeli si grattò la coscia, a disagio. «Guarda che bastava solo una coperta».
Dorota le lanciò un’occhiataccia di rimprovero, tanto simile a suor Benedykta. «Se hai sete, c’è una brocca accanto alla finestra». Lasciò cadere un cuscino bello morbido, che sapeva di detersivo. «Il bagno è in fondo al corridoio, da quella parte. Dovrai usare la luce piccola accanto allo specchio, perché quella grande è fulminata da… Oh, be’, non ricordo neanche più da quanto». Sorrise.
Caeli l’avrebbe abbracciata se avesse avuto un granello di coraggio in più. «Grazie», mormorò.
Dorota scosse il capo come se fosse esasperata, ma anche divertita. «Tu da dov’è che vieni?»
Il respiro fu troncato all’altezza della gola. «Io…» Cosa poteva risponderle?
«Ho capito, non vuoi dirmelo». Dorota si fermò di colpo, come paralizzata. «Non hai problemi con la legge, vero?»
«No!» Aveva urlato troppo, ma non era bello che le desse della criminale.
«Okay, okay, scusami! Non arrabbiarti!»
«Non sono arrabbiata».
«Sai una cosa?» Dorota rimboccò il piumone. «Ecco fatto. Dicevo… Sai, è davvero stupido, ma per un momento ho pensato che fossi tu la Caeli del telegiornale».
«Chi?»
«Non hai visto la televisione? O… letto un giornale?»
Caeli scosse il capo. Cominciava a sentirsi davvero stupida per tutte le cose che non poteva spiegare a quella ragazza.
«Oh, ecco… È assurdo, lo so, ma la polizia ha fatto un bel fracasso per tutto il giorno! Parlavano di una bambina scomparsa da un orfanotrofio, qui in città. Bionda, occhi azzurri… e porta anche il tuo nome. Hanno trovato delle tracce nella neve e un ramo spezzato, anche se non ne sono troppo convinti, ma è probabile che sia scappata perché… forse temeva una punizione, qualcosa del genere. Ho pensato che tu c’entrassi qualcosa, ma quella Caeli aveva… sette, otto anni? Mentre tu… Ehi, ti senti bene?»
Caeli annuì. Forse stava cominciando a ragionare e mentire come un’adulta. «Sì. Ho solo tanto sonno».
«Allora dormi, coraggio! Ho l’abitudine di svegliarmi molto presto e faccio davvero tanto chiasso, sei avvertita! Buonanotte». La salutò con la mano e andò a chiudersi nella propria camera.
Caeli era rimasta sola in salotto. Si spogliò. Dorota le aveva prestato un pigiama che doveva starle bene. Si studiò nella penombra della lampadina smorta: aveva proprio delle tette grandi, divertenti, ma che ingombro, che seccatura da portare! In mezzo alle gambe, stava spuntando una peluria; e anche sotto le ascelle. Avrebbe dovuto esaminare al più presto quel corpo adulto e capire tutto quello che era necessario.
Il pigiama era della taglia giusta, vecchio e scolorito, ma tanto caldo. Da quando era scappata dall’orfanotrofio, quel calore fu la cosa più bella che avesse provato e le inumidì gli occhi. Andò a spegnere la luce, recuperò la sfera dal cappotto, la nascose tra le coperte e scivolò sotto le lenzuola.
Restò immobile per un po’, si fece il segno della croce e recitò le preghiere serali per quel Dio silenzioso, tanto distante lassù. Quando ebbe finito, mise la sfera sulla pancia e restò a fissare l’oscurità. Il tepore le riscaldava la zona dell’ombelico.
«Fra?»
«Ti ascolto, Caeli.»
«Credi che abbia fatto qualcosa di male?»
«Se così fosse, dovresti solo desiderare per correggere i tuoi errori».
«No». Quello, era fuori discussione. «Non adesso. Devo… devo pensare. Sei come il Genio della lampada, non è così?»
«Nell’accezione dei tuoi termini, sì, lo sono».
«Lui regalava solo tre desideri. Forse anche i tuoi avranno un limite».
«Non possiedo un limite numerabile».
«Non parlavo di te». Aveva sonno e la testa pesava di nozioni. Sbadigliò. «Devo pensarci… pensarci bene. Sono davvero stanca…» Si raggomitolò. Il profumo di quelle lenzuola sapeva di pace. «Veglia su di me, ti prego».
Fra sembrò divertito. «Sono o non sono il tuo angelo custode?»

Continua…

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