Caeli – Capitolo 8

Caeli8

Caeli aveva le mani premute contro il viso caldo, su quei tratti arrotondati che aveva imparato a dimenticare, seduta a quell’anonimo tavolino. Sospirò e i pugnetti le caddero sulla superficie di legno.
Le dita sfiorarono il bordo di una busta per lettere che prima non c’era, con su scritto il suo nome. Caeli raggelò. Chi le aveva portato quella cosa? Nessuno tra gli avventori le restituì lo sguardo. La busta era sottile, quasi trasparente: strappò sull’apertura e tirò fuori un biglietto.

Frahazanard mi ha raccontato tutto e adesso so chi sei e conosco il tuo inganno. Joanna è con me, non le accadrà niente di male se verrai anche tu. Vediamoci nel luogo del nostro primo incontro.

A.

Caeli serrò i denti con forza, lampi di dolore risalirono la polpa e si piantarono nelle gengive. Lacrime di rabbia e delusione la accecarono. Non credeva di potersi sentire tanto piccola e debole, inerme. Il piano era saltato, l’idea di chiedere aiuto a Dorota… Tutto quanto era andato in fumo. Aleksy era spregevole, non avrebbe esitato un solo attimo a servirsi di Fra.
Fuori nevicava e Dorota abitava molto lontano: l’orologio diceva che la stava aspettando da quindici minuti. Forse, con un po’ di fortuna…
Il proprietario era andato a servire una coppia in fondo al locale. Caeli sgattaiolò dietro al bancone e recuperò una penna e un foglio bianco da una pila sotto il telefono, tornò lesta al proprio posto e scrisse un messaggio, ripiegò il foglio in tre, scribacchiò sulla facciata esterna un appunto che lo indirizzava a Dorota, lo fermò sotto il bicchiere e ripose il biglietto di Aleksy in tasca.
Il proprietario era ancora al tavolino della coppia, stavano discutendo su certi dolci da provare. Caeli si affrettò, uscì dal locale e si ritrovò sotto la neve sempre più pesante, che soffocava lo scenario.
Camminare era diventato difficile. Col cappuccio calato sugli occhi e il freddo che le mangiava le gote, Caeli ignorò la fatica e si concentrò su Joanna. Avrebbe dato qualsiasi cosa per avere ancora Fra con sé: era il prezzo da pagare per aver abbassato la guardia un solo attimo, per essersi lasciata sfuggire un particolare che aveva compromesso un disegno perfetto. Tutta colpa di quella stupida mocciosa, anche se l’apprensione le divorava il petto. Era tornata nelle mani della casualità, quell’insulsa variabile che si era impegnata tanto a soffocare nel corso delle ultime settimane.
Arrancò finché non svoltò quel famoso angolo, come la prima sera, e si ritrovò al cospetto dell’Erebo Jazz Club.
Nessun’auto nel parcheggio; neanche il buttafuori all’ingresso. Il locale sembrava deserto e più scuro che mai. Caeli deglutì, la gola riarsa di tensione le bruciò. Aleksy doveva aver utilizzato il potere del globo per recapitarle il messaggio, ma perché non se n’era servito per convocarla direttamente da lui? C’era un risvolto sinistro in tutta quella faccenda e la sua mente, così piena di conoscenze, sembrava essersi svuotata: per quanto avesse appreso, provato, sperimentato, per quanto il suo cuore si fosse indurito, non era altro che una bambina in cerca d’aiuto. Ed era sola, davvero sola per la prima volta in vita sua.
Attraversò il parcheggio, salì la scala, raggiunse l’ingresso. Spinse l’anta ed entrò.
Un buio vuoto l’accolse; l’unica lama di luce bianca proveniva dall’alto, dalla porta socchiusa sul ballatoio al primo piano, dove Aleksy l’aveva condotta la prima sera.
«Aleksy?» La sua voce suonò tremula, così sciocca e infantile, svuotata dell’autorità che sperava di avere da donna. Nessuna risposta. Oltrepassò il bancone, aggirò i tavolini e s’inerpicò per la scala sino al piano superiore, fiancheggiò la balaustra e si fermò dinanzi alla porta socchiusa. La luce era fredda. Sfiorò l’anta con le nocche. «Aleksy?»
«Entra».
Caeli obbedì e scivolò nell’appartamento. Joanna era stesa sul letto matrimoniale, sembrava addormentata nel mezzo di una montagna di peluche tutti diversi. Aleksy era sulla sinistra, dava le spalle alla finestra e la fissava con occhi d’acciaio. Le fece un cenno col capo. «Chiudi la porta».
Caeli obbedì.
«Brava. E togli quel cappuccio: voglio vederti in faccia».
Il bisogno di piangere le stava scorticando la gola, ma doveva resistere. Si scoprì il capo. Quanto doveva apparire ridicola e insignificante agli occhi di quell’uomo? Così diversa dalla donna sensuale che aveva conosciuto.
Lui spalancò le palpebre, sconcertato. «Sei davvero tu», mormorò.
Caeli prese coraggio. «Cos’hai fatto a Joanna?»
«Sta solo dormendo, non ci disturberà».
«Aleksy…» Le battevano i denti. «Io…»
«Che gingillo interessante, il tuo». Quel maledetto sfiorò il rigonfiamento sferico sulla giacca, proprio vicino al cuore, e un’ombra gli passò in faccia. «Volevi farmela, mocciosa?» La sua voce si era inasprita. «Volevi giocare me?»
«Sei arrabbiato, lo capisco, ma…»
«Frahazanard mi ha raccontato tutto. Ho dovuto solo chiedere. Sei un’avida puttanella, Caeli, avida del mio potere!»
La vista di Caeli vorticò per lo stordimento. Tra tutte le cose, non era preparata a quell’accusa. Possibile che la cupidigia di Aleksy fosse tale da… da non lasciargli comprendere che la sola possessione del globo la poneva molto più in alto di quanto lui avrebbe mai sperato di giungere? Era per quello che l’aveva convocata con una lettera: solo per un sadico gioco psicologico.
Caeli deglutì. «Prenditela con me. Torturami, se vuoi! Fa’ quel che devi, ma lascia andare Joanna!»
Era una supplica infantile. La faccia dell’uomo si fece famelica e lei si pentì di averlo provocato.
«No». Aveva un fremito da pazzo nella voce. «Pensi che lascerei andare le due persone che sanno di Frahazanard? No, Caeli, non è possibile. Perché siete solo in due, non è vero? Frahazanard ha detto che non può rispondere se non conosco i soggetti delle mie richieste, perciò è a te che lo domando: dove l’hai trovato? E chi altri lo conosce? Parlerai in fretta se sei così intelligente da capire che abbiamo tutto il tempo».
Le lacrime le sgorgarono senza controllo; senza un gemito, senza un singhiozzo. Doveva giocare d’astuzia, doveva mentire! «C’è un’altra persona, ti dirò chi è, ma Joanna è innocente e devi lasciarla andare!»
«Non sei nella posizione di contrattare».
«E tu in che posizione sei, Aleksy?» Retorica, era l’unica cosa che le restava. Che delusione… «Vale la pena di rischiare tutto quel potere per un capriccio?»
Aleksy indugiò, lo sguardo fisso. Chissà cosa gli stava sussurrando Fra.
L’urlo delle sirene in avvicinamento fendette la notte.
L’uomo si voltò per guardare dalla finestra e i lampeggianti azzurri gli danzarono in faccia. Rumori di pneumatici che divoravano il ghiaccio risuonarono nel parcheggio. «Ma che…» farfugliò.
Forse poteva ancora richiamarlo alla ragionevolezza. «Vattene subito». Le sillabe le tremarono di delusione, ma non c’era niente di meglio da sperare. «Vattene col globo, Aleksy. Puoi farlo, sai che puoi».
Aleksy si staccò dal vetro, si gettò su Caeli come se volesse aggredirla. Lei strillò. Quelle dita cattive le strattonarono il bavero della giacca e lui la sollevò dal pavimento con una mano sola. Lo strillo si trasformò in un gemito strozzato.
«Sei stata tu?!» le sbraitò in faccia.
Si era esercitata a mentire, ma non era più certa di riuscirci. Altre lacrime le rigarono il viso.
Aleksy urlò e la scaraventò contro la parete.
Uno scricchiolio le pervase il piccolo corpo quando stramazzò sul pavimento. Una cascata calda, appiccicosa, le scivolò dall’attaccatura dei capelli sulla nuca. Un conato di vomito la soffocò.
Aleksy agguantò il corpo inerme Joanna e si precipitò fuori dall’appartamento.
Buio.

*

Urla e bagliori rossastri. Caeli riprese i sensi e una fitta di dolore le trapanò il cranio. Le viscere si contorsero. Si alzò in ginocchio a fatica, si tastò il collo e ritirò le dita sporche di sangue. Aveva letto abbastanza libri di anatomia da giudicare d’essere viva per miracolo. Si rimise in piedi e barcollò fino alla finestra.
Due auto della polizia bruciavano. Dietro una linea di uomini, c’era Dorota accanto a un ragazzo dall’aspetto familiare. Al centro, Aleksy era in piedi con Joanna sotto il braccio e, nella destra protesa, il globo sfavillava di luce scarlatta. Urlava come una bestia, ma lei non riusciva a decifrare le parole.
Doveva esserci qualcosa di utile, lì intorno! Caeli zoppicò verso la cucina, una mano sulla parete lasciò impronte digitali insanguinate, l’altra tra i capelli per placare i capogiri, si appoggiò al lavandino ed estrasse un lungo coltellaccio dal ceppo di legno lucido.
Bene, era il meglio che potesse fare. Corse, timorosa d’inciampare a ogni passo, aprì la porta e si precipitò giù per la scalinata, attraversò il locale deserto al pianterreno, uscì nel freddo della notte. I poliziotti retrocedevano a causa di una forza sconosciuta, inarrestabile. Si dileguarono tutti.
Aleksy gli urlò dietro. «Non osate mai più sfidarmi!» Era dissennato dal potere.
Caeli lo caricò e un ringhio le sfuggì a pochi passi da lui. L’uomo si voltò con un sobbalzo, ma era già troppo tardi: Caeli gli affondò la lama nella coscia con tutta la forza, la carne si lacerò con una nota di strappo e il metallo gracchiò sul femore.
Il suo grido suonò pietoso. Joanna e il globo caddero insieme e Aleksy si portò le mani sulla gamba, dove strinse forte. «Tu!»
Caeli si tuffò sul globo, lo afferrò dalla neve, ma la mano di Aleksy le artigliò la caviglia come una tenaglia. Lei scalciò, lo colpì in volto e il suo naso schioccò sotto la suola dello stivaletto. Tornò libera, strisciò lontano e si rigirò sulla schiena.
Aleksy estrasse il coltello dalla gamba con un singulto, agguantò Joanna e le puntò la lama alla gola.
Caeli si sentì male: ai margini del campo visivo, avanzava una zona buia, fitta di puntini colorati. Restarono a fissarsi, a pochi passi di distanza, sotto la neve lenta.
Aleksy biascicò e sputò un fiotto di sangue. «Dammelo, Caeli». Tremava, il naso rotto gli aveva alterato la voce in un modo che sarebbe stato buffo in qualsiasi altra circostanza. «Dammelo, o la sgozzo».
La bambina prese fiato. «Prima… prima lasciala… e allontanati…» ansimò. Stava piangendo di nuovo. «Te lo darò, lo giuro. Lo giuro, lo giuro, lo giuro! Aleksy, ti prego… ti prego…»
«Prima tu, cagnetta! Ultimo avvertimento!»
«Devi solo chiedere, Caeli», sussurrò Fra. «Dillo… ed egli sarà cancellato!»
Caeli esitò.
Il volto di Aleksy si aprì di follia. «Ti sta parlando!» gridò; e affondò la lama nella gola di Joanna.
La piccola riaprì gli occhi nel dolore e cercò Caeli; un solo istante. Una vitrea fissità la paralizzò.
Una rabbia senza dimensione colmò la bocca di Caeli di acido sanguigno. Fra le suggerì una parola in una lingua sconosciuta, atroce, fatta per odiare e distruggere, così empia da far paura. La rabbia la vinse e lei la strillò come una bestemmia. L’oscurità si addensò attorno a quel suono intrascrivibile, colpì Aleksy come una forza fisica, gli impose sul corpo una volontà sovrana e lo rivoltò dall’interno come un calzino.
Viscere, ossa e fluidi esplosero in una fontana di morte.

*

Caeli fece scivolare il corpo di Joanna dalla spalla e la depose sul letto al primo piano dell’Erebo, tra i pupazzi di stoffa. Non era carina, non sembrava che dormisse: era solo un’amica morta. Una bambola con la gola aperta.
Strinse più che poté le dita sul globo. «Mi hai tradita, Fra».
«La fedeltà non fa parte della mia natura, Caeli».
«Non puoi riportarla in vita?»
«Ti sembro il figlio del Creatore?»
Già, che cosa aveva creduto? L’alterazione della realtà è un conto, ma opporsi alla fatalità… al destino… Quanto era stata stupida per averlo solo pensato. «Non voglio più vivere senza Joanna. Lei… mi voleva bene. E io gliene volevo tanto. Ho fatto tutto per lei, mi sono venduta l’anima. Non avrò più pace».
Fra esitò per una frazione di secondo. «Hai sempre me».
«No, basta, sono stanca di te. Mi hai fatto fare cose orribili».
«Sei diventata grande, sei diventata avida».
«Allora è tra gli avidi che voglio stare, con loro per sempre. Come posso fare?»
«Se tu lo desideri, interpellerò un vecchio amico per farti da guida».
«Sì, è l’ultima cosa che chiedo».
Non parlarono più. Una presenza sacrilega era scivolata in quella stanza e Caeli seppe di non avere più molto tempo: agguantò uno stupido procione di peluche dal mucchio, lo rigirò, individuò la zip che sigillava l’imbottitura e spinse il globo dentro. Aveva appena richiuso il pupazzo quando capì di non essere più sola.
Una voce di sibili le solleticò l’orecchio. «Perché piangi, bella bambina?» Che creatura alta, con corpo da rettile! Era un mostro, ma non faceva paura.
«Sono cattiva. Sono avida. Ho voluto tanto potere e non ho saputo gestirlo».
«Allora vieni con me, vieni». Le tese la lunga mano artigliata.
«Dove mi porti?» Che domanda sciocca. Afferrò solo il polpastrello della creatura con tutta la manina.
«In un luogo di oscuri canti maligni, dove ricchezza e volontà s’intrecciano. La tetra palude della brama: lì, un’anima corrotta come la tua diverrà implacabile».
«Non vuoi sapere il mio nome?»
«Lo conosco già: me l’ha detto un vecchio nemico».
C’era uno specchio accanto alla parete, Caeli ne fu attratta e stentò a riconoscersi: i suoi occhi, un tempo color cielo, erano diventati neri come il peccato.
Con quel nuovo sguardo, abbandonò il mondo.

Fine

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