Julie Croix – Capitolo 1

JC1

«Degno di una santa», commentò Estelle con vivido sarcasmo.
«Io sono una santa!» replicò Julie Croix, riservando alla cugina un sogghigno sprezzante. Inclinò il capo dinanzi allo specchio, studiò la propria immagine riflessa e si appuntò al lobo sinistro il delicato orecchino a forma di croce.
Estelle scoppiò a ridere, afferrò un cuscino del letto e lo scagliò con precisione contro Julie, ma quest’ultima si abbassò prontamente e il morbido proiettile andò a schiantarsi sulla poltrona in fondo alla stanza.
«Stupida!» l’apostrofò in una risata, sollevando l’enorme massa di capelli castani per contemplare il pendaglio all’orecchio. Annuì e parve soddisfatta.
«Chi è, allora?» incalzò Estelle.
«Non te lo dico.»
«Se non me lo dici adesso lo farai domani!»
«Si chiama Eric», cedette Julie. «È una frana: terribile, goffo, con un naso enorme. Mmh… ha una bella barba, però, ma lui è terribile. Sai, uno di quei romantici noiosi…»
«L’hai conosciuto in università?»
«No, lui non studia.»
«Ma… se non ti piace perché hai accettato di uscire?»
«Mi annoiavo», ammise Julie con un sorriso innocente e voltò le spalle allo specchio. «Credo si sia innamorato di me. Mi aiuti a scegliere i vestiti?»
Le due cugine trascorsero l’ora seguente selezionando gli abiti adatti, discussero il trucco appropriato e annusarono una mezza dozzina di profumi: anche per un appuntamento da poco conto, Julie non avrebbe accettato una condizione inferiore al meglio che poteva essere. Era tutto uno stratagemma, in realtà; una deplorevole messa in scena nella speranza d’incrociare un uomo migliore di colui che, quella volta, avrebbe avuto l’onore di accompagnarla a teatro. Quante speranze aveva di lasciarsi vedere in compagnia di un altro in mezzo a tante coppie nella sconfinata metropoli? Poco più che nessuna, era vero, ma è inutile discettare di matematica quando c’è di mezzo la speranza di una riuscita, di una rivincita. Non l’avrebbe mai detto a Estelle perché oltre alla vergogna, nel profondo, sapeva che sarebbe riuscita a dissuaderla se fosse venuta a conoscenza di un’idea tanto stupida.

* * *

Davano Il fantasma dell’opera.
Eric attendeva proprio sotto la locandina quando Julie arrivò. Lei era splendida; lui… vestito in un modo così banale, con quel pesante giaccone di pelle e i logori anfibi, sembrava più attinente a un concerto da pub che a un teatro così elegante. Quando la vide, le sorrise in quel modo prevedibile e le andò incontro con la consueta andatura traballante per stringerla in un abbraccio.
«Ciao», la salutò, ostentando una sicurezza che non possedeva. Piuttosto timido per essere grande e grosso, osservò la ragazza.
«Sei qui da molto?» domandò lei con finto interesse.
«Non molto. Sei… così bella che…»
«Grazie», tagliò corto Julie, troncando sul nascere il complimento. «Allora, che spettacolo è questo?»
«Non conosci Il fantasma?»
«Se lo conoscessi non avrei accettato il tuo invito», puntualizzò Julie. «Non vedrei mai un’opera se non fosse una sorpresa.»
Eric non colse l’allusione crudele o, forse, finse di non sentirla: sorrise, prese la ragazza per mano e la guidò nella coda che andava crescendo all’ingresso del teatro.
«Ti piacerà», le disse. «È la storia di un uomo geniale che s’innamora di una donna troppo bella. Lui…»
«Non ne hanno già scritte un’infinità di storie d’amore?» interruppe Julie ancora una volta.
«Non come questa», le assicurò Eric, riservandole quello sguardo colmo della più lucente speranza. «È uno spettacolo speciale. Per me non è la prima volta, sai? Mia zia volle portarmici quando avevo tredici anni e mi commosse. Credimi, è stupefacente!»
Julie annuì senza parlare, stentando a credere che qualcuno potesse piangere per qualcosa di tanto stupido come uno spettacolo. Qualche minuto più tardi, parlando del più e del meno, Eric presentò i biglietti all’ingresso e l’inserviente indicò loro una piccola tribuna con due sedili un po’ stretti, ma dalla perfetta angolazione. Nel prendere posto, Julie realizzò l’entusiasmo che Eric aveva dimostrato negli ultimi giorni, tutte le mattine, nel bar dove s’incontravano per la pausa delle dieci: quei biglietti dovevano essergli costati parecchio. In qualche modo si sarebbe sdebitata, pensò, mentre ripiegava il cappotto sul bracciolo della poltrona, ascoltando solo a metà le lodi che Eric tesseva per la compagnia d’attori che stavano per vedere.
Finalmente calò il silenzio, l’orchestra cominciò a suonare, il sipario si aprì. Il virtuosismo dei canti grotteschi fece rabbrividire Julie che, suo malgrado, si scoprì presto rapita dalla vicenda. Eric diceva il vero riguardo l’abilità dei commedianti e la scena coinvolgeva l’intero spazio del teatro, costringendo gli spettatori in platea a volgere spesso lo sguardo in altre direzioni, mentre quelli in tribuna continuavano ad alzarsi dai sedili per affacciarsi dalle balaustre. Era un genere di sperimentalismo capace di dividere in due l’opinione pubblica, ma certo di grande effetto.
Julie giunse le mani in grembo e trattenne il fiato quando il fantasma entrò in scena: uno spettro nero dalla faccia mascherata, accompagnato da una sublime e sinistra melodia, che si spostava sul palco ricordando le movenze di Schreck in Nosferatu. Senza rendersene conto, Julie afferrò la mano di Eric e la strinse nella propria.
«Non avere paura», la tranquillizzò lui con dolcezza.
«Non ho paura», replicò lei, ma la voce le tremò.

* * *

Al termine dello spettacolo, Eric condusse Julie in un bar e ordinò da bere per entrambi. Parlarono a lungo di quanto la ragazza, nonostante tutto, fosse rimasta affascinata da Il fantasma dell’opera.
«Sarebbe terribile essere amata da un uomo così», commentò, sorseggiando il pregiato vino rosso.
«Perché?» domandò Eric. «Forse al fantasma non importava chi fosse Christine o che aspetto avesse: l’amava per quello che aveva nell’anima.»
«Ma in quel modo così depravato? Nessuna donna ricambierebbe mai niente del genere!»
«Talvolta, certe donne dovrebbero scendere dai piedistalli di superbia per scrutare negli occhi di chi professa tanto amore. Potrebbero scorgere cose stupende.»
«Hai l’aria di chi non è stato scrutato abbastanza», osservò Julie, conscia del fatto che lo spirito appassionato di Eric gli avrebbe celato il sarcasmo nella propria voce.
«Che importa il passato?» replicò lui senza esitare. «So che è banale, ma non voglio sminuire il mio tempo con te rinvangando giorni trascorsi.»
Terminato il vino, i due giovani abbandonarono il bar e si avventurarono passeggiando per le vie della città. Furono attratti da una musica di fiera in lontananza e, inseguendola, si trovarono dinanzi a un parco di divertimenti. Non era certo un evento insolito per la metropoli ospitare qualche giostra, ma raramente tante bancarelle giustificavano una semplice festa di quartiere. Addentrandosi tra la folla di bambini urlanti e gruppi di ragazzini, si ritrovarono a sfilare tra le attrazioni disposte in lunghe file. All’improvviso, Julie fermò Eric con uno strattone.
«Sei bravo con quelli?» domandò, indicando con un dito il padiglione Raperonzolo, un tiro a segno con fucili ad aria compressa.
«Infallibile!»
«Allora che aspetti? Vinci qualcosa per me!»
Eric sorrise, condusse la ragazza dinanzi al Raperonzolo e pagò per trenta spari. Con enorme disappunto, i primi due colpi andarono a vuoto.
«Non dovevi essere infallibile?» lo derise Julie, impietosa.
«La canna è deviata», borbottò Eric tra i denti, puntò nuovamente e corresse il tiro. Sui ventotto colpi rimanenti, ventisei andarono a segno.
«Complimenti, ragazzo!» esclamò il proprietario del Raperonzolo. «Con venticinque centri puoi scegliere un premio medio! Quale preferisci tra…»
«Quello!» esclamò subito Julie, sbracciandosi. «Il peluche! Il procione!»
«Il procione, allora», annuì Eric, accettandolo dalle mani del proprietario per passarlo alla ragazza.
«È bellissimo!» gridò lei. «Così morbido!»
«Sono contento che ti piaccia», le disse Eric, cingendo la ragazza in un abbraccio.
Troppo esaltata da quel dono insperato, Julie non registrò immediatamente il volto di Eric sempre più vicino, scoprendosi impreparata al bacio che lui le impresse sulle labbra: lui non aveva alcun diritto di baciarla, considerò. Tutto sommato, uno spettacolo a teatro, un drink e un pupazzo non gli concedevano certo simili libertà; tuttavia, per orgoglio, Julie ricambiò il bacio con una passione che sembrava quasi autentica, affinché nessuno potesse mai contestarne le arti amatorie.
Restarono a baciarsi al centro del passaggio per lunghi minuti, scogli inamovibili per la marea di folla, stringendosi l’uno all’altra con foga crescente e un entusiasmo eccessivo.
«Ascolta», azzardò Eric, «casa mia è… proprio qui vicino. Non voglio approfittarmi di te, davvero, ma se volessimo metterci comodi…»
«Devo fidarmi?» sogghignò Julie.
«Se preferisci restare in giro…»
«No, va bene. Andiamo da te.»

* * *

Eric divideva la casa con altri inquilini, ma promise che nessuno li avrebbe disturbati: l’ora era tarda e sarebbero stati tutti addormentati. L’unica accortezza era quella di fare piano.
L’appartamento era spazioso, rustico e un po’ trasandato. C’erano persino delle biciclette in salotto. La stanza di Eric, piccola e ingombra, non possedeva un’identità tra i mobili scompagnati e i libri accatastati su ogni ripiano, con un lettino a malapena sufficiente a contenere l’occupante.
Julie raggiunse il materasso nel momento dell’ingresso, depositò il peluche del procione sul cuscino, si sfilò le scarpe e si distese immediatamente, invitando Eric con lo sguardo. Il giovane la raggiunse, le fu sopra e cominciò a baciarla con foga mentre le mani di lei lo spogliavano.
«Così non è giusto», ridacchiò lui. «Spogli me e resti vestita?»
La sua sembrava una facezia più che una provocazione, ma Julie la prese sul serio e, scaraventato il compagno su un fianco con uno spintone, si alzò in piedi e si svestì del corto abitino, delle calze e della biancheria intima. In un baleno fu nuda ed Eric, quasi inebetito, non poteva fare altro che fissarla con occhi sbarrati, incredulo dinanzi a tanta bellezza.
«Va bene così?» domandò la ragazza in tono di sfida.
Si avvinghiarono nuovamente l’uno all’altra, ricominciando a baciarsi. La pelle nuda cominciò a sudare nei punti di contatto.
«Devo dirti una cosa», sussurrò Julie, di colpo imbarazzata.
«Cosa c’è?»
«Sono vergine. Non voglio farlo adesso.»
«Io… non era mia intenzione fare…»
«No?» replicò lei, recuperando il caratteristico sogghigno. «Allora cosa mi ci hai portata a fare, qui?»
«Non lo so, volevo solo stare con te.»
«Lascia perdere», borbottò la ragazza, scivolando tra le gambe di lui.

* * *

Più tardi, Julie giaceva tra le braccia di Eric dandogli le spalle. Era ancora nuda, aveva preteso che entrambi dormissero senza vestiti malgrado l’umido freddo che regnava nella stanza. Si sarebbero riscaldati vicendevolmente.
«Cosa stai facendo?» le domandò il giovane, mezzo addormentato e apparentemente deciso a non cedere per nessuna ragione al sonno. Ogni momento sembrava buono per baciare il collo e le spalle di lei.
«Sto pregando», rispose Julie.
«Per cosa?»
«Per niente, prego sempre prima di dormire. T’infastidisce?»
«No», le rispose lui, accarezzandole amorevolmente il capo. Sbadigliò. «Forse… forse dovrei pregare anch’io, qualche volta.»
Julie terminò la preghiera, si fece il segno della croce, abbracciò al petto il procione di peluche che aveva ottenuto e considerò l’orgasmo di Eric come un adeguato ringraziamento per la serata, cadendo quasi istantaneamente in un sonno profondo.
Fece un sogno molto strano: lei era Christine sul palco de Il fantasma dell’opera e lui, il fantasma, le veniva incontro dal fondo della platea deserta. L’intero teatro era grigio di polvere, vuoto, fitto di ragnatele così spesse da sembrare cortine verso altri mondi e terribili realtà. Sarebbe stato impossibile scorgere dettagli nell’oscurità se il fantasma non avesse stretto, nella mano, una fulgida stella rossastra e lampeggiante, animata da una vitalità interna che risplendeva al ritmo di una risata sguaiata.
«Salute a te, o santa succhiacazzi!» declamò a gran voce il fantasma.
Julie-Christine si sentì ferita da quell’epiteto e tentò di rispondergli per le rime, ma la voce le era svanita dal petto e tutto ciò che emise fu un fioco rantolo. Si disperò, consapevole che non avrebbe più potuto cantare come Christine, per quanto Julie non fosse mai stata una cantante; ciò non le impedì di scoppiare in un pianto silenzioso, reso ancor più atroce dall’impossibilità di urlare. Intanto, il fantasma l’aveva raggiunta sul palcoscenico.
«Qual è il tuo nome, devota meretrice? Dimmelo, voglio saperlo!»
La ragazza scosse il capo e pianse più forte.
«Dimmelo! Dimmelo adesso, beata baldracca, o forse la tua bocca è fatta solo per accogliere?!»
Lei sapeva chi era, sapeva di non voler rispondere, ma la volontà del fantasma era troppo forte, soverchiante. Avrebbe detto Christine, lo desiderava, ma il comando che le era stato imposto fendeva come i raggi dell’aurora il delicato mondo onirico.
«Julie», disegnò con le labbra senza produrre alcun suono.
«Julie, mi sembri debole rispetto all’ultimo custode, ma sei estremamente divertente», rise il fantasma. «Adesso che ci conosciamo, perché non mi togli dalla maschera e non fai di me, per te, tutto quello che desideri?»
«Cosa?! Non capisco! Cosa vuoi?»
«Svegliati, Julie, svegliati…»
«Io non sto dormendo!»
Julie aprì gli occhi: tremava da capo a piedi mentre la tenue luce dell’alba le colpiva il viso. Ancora addormentato, Eric l’abbracciava amorevolmente tra le lunghe braccia: una sensazione di pace gli rilassava i lineamenti, rendendolo nel contempo assai più gradevole e ancor più insopportabile. Se ci fosse stato modo di districarsi da quell’abbraccio senza svegliarlo, la ragazza se ne sarebbe andata via all’istante; invece, affondò il capo tra i cuscini e chiuse gli occhi, ormai del tutto desta nella fremente attesa del commiato.

Continua…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.