Caeli – Capitolo 3

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Caeli trotterellò sul marciapiede. Era molto più facile camminare con lo stomaco pieno, senza la fame a mordere, e godersi il movimento delle persone che passeggiavano tra le piazze e si ammassavano nei bar dai vetri appannati. Solo a sprazzi, si accorgeva del formicolio diffuso sulla faccia fredda e le sembrava d’indossare una maschera. Naso e orecchie le stavano facendo male.
Fra si fece preoccupato. «I tuoi abiti sono troppo leggeri, Caeli. Il sudore ti sta gelando addosso. Potrebbe essere pericoloso».
Erano cose che dicevano le suore, quelle, e forse erano un mare di sciocchezze; però lui era un amico. «Dici?» Poteva essere vero, in qualche modo: le ginocchia le tremavano. «Forse sì, ma cosa posso farci?»
«Non hai che da chiedere».
«Accidenti, hai ragione! Come faccio a dimenticarlo?»
Si fermò davanti alla vetrina illuminata di un negozio di vestiti: un manichino dalla faccia liscia indossava un cappotto bellissimo, nero e coi risvolti di pelliccia; aveva cappelli, guanti e stivaletti abbinati. Con quello addosso, sarebbe stata proprio una signora.
Chiuse gli occhi e sussurrò. «Vorrei essere vestita così, sarei proprio carina…»
Il calore le avvolse il corpo come un abbraccio e le strappò un urletto. Caeli si sforzò di decifrare il debole riflesso della vetrina: al posto dei vestiti scompagnati che portava all’orfanotrofio, le era comparso addosso una replica perfetta del completo esposto. Era asciutta e i risvolti del cappotto profumavano di menta, così morbidi da sembrare nuvole nere.
Caeli mandò un sospirò. «Sembro una principessa!» cinguettò. Non credeva di poter amare tanto dei vestiti. «Non è vero, Fra?»
«Non so darti una risposta, ma sarai incantevole per coloro che ti vedranno».
«Oh… è perché non hai occhi?». Non aveva pensato che Fra non poteva vederla, il che era davvero molto triste.
«In un certo senso».
«Che peccato…» Un nodo le strinse la gola. «Se vuoi, ti racconto come so—» Una musica veniva dal fondo della strada, la fece voltare così in fretta che gli stivaletti grattarono il ghiaccio.
La melodia era veloce e profonda, tanto diversa dai canti delle suore e da quello che capitava di sentire in radio. C’era una tromba? E anche qualcosa come barriti brevi, che le fece tamburellare le dita sulle cosce. Sapeva di balli e feste. Un brivido sconosciuto le risalì la schiena.
Anche Fra doveva averla sentita. «Questa musica proviene da un locale in fondo alla strada».
«Voglio andarci!»
«Non sarò certo io a impedirtelo», rise lui.
Caeli si affrettò lungo il marciapiede. C’era sempre meno gente, in giro, e le vetrine si stavano spegnendo. Girò l’angolo in fondo all’isolato e si ritrovò abbagliata dalla luce blu e gialla di un’insegna, sulla facciata di un palazzo grigio nel mezzo di un giardino innevato come zucchero. Il parcheggio era stato spalato e otto-sei automobili se ne stavano belle larghe.
Caeli strizzò gli occhi per leggere Erebo Jazz Club sull’insegna. Doveva essere inglese. Risalì la breve scalinata fino all’ingresso del locale. Lì, avvolto in un cappotto, un enorme uomo dalla pelle nera se ne stava di guardia, le spalle larghe, la pancia a botte e un muso da bulldog.
Caeli si paralizzò sull’ultimo gradino. «B-buonasera». Quel tipo metteva un po’ paura. «Io… io volevo solo ascoltare la musica…»
L’uomo le rivolse un sorriso cordiale, le aprì la porta e fece un inchino. Il fiume musicale si riversò all’esterno, vibrò sotto i piedi.
Caeli saltellò dentro. «Grazie!»
L’ambiente era caldo, sapeva di erboristeria, rosso e oro con luce da lume di candela. C’era il bancone di un bar e troppe bottiglie colorate per poterle contare, tanti tavolini, sedie e divanetti. I musicisti erano in fondo, su un piccolo palco, e la concentrazione dei loro occhi sembrava cucita a mano sui volti rilassati. I clienti erano sparpagliati tra i tavoli come le automobili nel parcheggio.
Un uomo in giacca bianca e pantaloni neri le venne incontro. «Buonasera, signorina. Vorrebbe darmi il suo cappotto?»
«Perché?» Caeli strinse le mani sui risvolti di pelliccia.
Lui batté le palpebre. «Per… ehm… per custodirlo presso il nostro guardaroba, naturalmente».
Lei gli mandò un’occhiataccia e sollevò il mento. «No, mi piace tenerlo addosso».
«Come preferisce, signorina». Il disonesto si schiarì la voce. «Vorrebbe accomo—»
«Posso sedermi?»
«…dar…? Sì… Sì, certamente, dove preferisce».
Caeli se lo lasciò alle spalle, non aveva proprio voglia di restare con quel tipo strano. Si fece largo tra i tavolini urtando tutte le sedie e raggiunse la prima fila. Prese posto davanti al palco, a meno di tre passi dai musicisti, puntellò i gomiti sulla superficie di legno, prese il viso tra le mani e li osservò, decisa a ficcarsi tutti i dettagli che poteva nella mente.
Quello sulla sinistra suonava il pianoforte, certo, ma quello a destra? Era in piedi, accanto a un violino più grande di quanto fosse lui, lo reggeva come una signora e gli faceva il solletico sulla pancia. Quello davanti suonava la chitarra come la novizia Klara, ovvio, e quello di dietro picchiava i tamburi. Anche a Jerzy piaceva fare quel gioco, ma non era tanto bravo.
La musica dava un senso frizzante nel petto. Come andava ballata una cosa del genere? Non le sembrava che due persone potessero stare abbracciate su quel ritmo, eppure…
Una figura comparve accanto a lei e prese posto allo stesso tavolino, un uomo dal volto liscio e sottile, pallido e bello, con occhi verdi e capelli biondi pettinati all’indietro. Aveva un abito scuro e le fece un sorriso tanto gentile. «Ciao».
Lei drizzò la schiena. «Ciao!» Un nuovo amico in quel posto? Poteva essere divertente!
«Ti piace la musica, eh?»
«Tantissimo! Non avevo mai sentito niente di così bello!»
Lo sconosciuto allargò il sorriso e un canino lampeggiò nell’angolo della bocca. «Io sono Aleksy, piacere di conoscerti». Tese la mano.
«E io Caeli!» Gliela strinse con un bello strattone.
«Caeli…» Sembrava affascinato dal suo nome in un modo incantevole, come nessuno aveva mai fatto prima. Riottenuta la mano, fece un gesto al tizio che aveva provato a fregarsi il cappotto. «Bevi qualcosa, Caeli?»
Che domanda era? «No, adesso non sto bevendo niente».
«No, volevo dire…» Aleksy si passò una mano sulle labbra. «Mi piacerebbe offrirti qualcosa da bere. Cosa ti piace?»
«Ah, ho capito!» Che persona gentile, ma… cosa prendere? Ci pensò. «Mi andrebbe un tè. In estate lo bevo col ghiaccio!»
Aleksy alzò la voce. «Per me un Moscow Mule». Picchiettò l’indice sul tavolino. «Per la signorina, un Long Island Iced Tea».
Il presunto ladro fece un inchino e andò al bar. Forse lei lo aveva giudicato male, non sembrava un cattivo…
Aleksy si allungò sul tavolo. «Non hai caldo con quel cappotto addosso?»
In effetti, l’aria del locale faceva sudare. «Un po’».
Lui prese una sedia dal tavolino accanto. «Toglilo, lascia tutto qui». Era davvero premuroso.
Caeli esitò. «Ma… se qualcuno volesse sedersi proprio lì?»
Aleksy sembrò perplesso e si grattò dietro l’orecchio. «Posso fare tutto quello che voglio, qui». Inarcò un sopracciglio. «Questo locale è mio».
«Allora va bene!» Caeli si liberò del cappello, dei guanti e del cappotto.
Aleksy aveva una faccia un po’ strana, come quella di Martyna quando i maschi le avevano fatto credere d’aver messo una lucertola nel suo letto, anche se non era vero. Be’, lei non gli stava facendo uno scherzo, doveva tranquillizzarlo.
«Mi sento molto meglio». Portò la mano tra le ciocche sulla nuca per staccarle dal collo sudato.
«Vedo». Lui la guardava in un modo davvero buffo, come se fosse un regalo da scartare nel giorno di Natale. «Sei molto, molto bella».
«Grazie!» Che dolce. «Anche tu sei bello, per essere così grande».
Aleksy fece una smorfia con la bocca di lato, come se lei gli avesse messo sotto il naso una schifezza. Sembrò decidere che non gli andava più di parlare, scrollò le spalle e guardò i musicisti.
Sì, tutto sommato, era bello ascoltare la musica. Caeli si abbandonò sulle note, il suo piede si mosse a ritmo. Le piaceva soprattutto il suono del violino gigante, anche se… No, in effetti erano belli tutti, sarebbe stato stupendo sentirli uno alla volta, poi di nuovo insieme, poi da soli ancora…
Il tizio in giacca bianca si avvicinò con un vassoio e posò sul tavolo due bicchieri splendenti, uno pieno di tè freddo con cannuccia e fettina di limone, l’altro di metallo arancione e un ciuffetto di menta.
Caeli mandò un gridolino estasiato, afferrò il tè e si attaccò alla cannuccia. Bevve con forza, aveva proprio sete e non c’era nessuna suora a dirle di andarci piano con le bevande ghiacciate. Il tè era forte, pizzicava e sapeva di limone.
Aleksy sollevò il bicchiere. «Al nostro incon…» Si era fermato.
Lei poggiò il bicchiere dimezzato e sospirò forte. «Buono!» Si massaggiò la fronte e ridacchiò. «Ahia! Il freddo fa male!»
«Se bevi tutto così in fretta, finirai prima di me».
«Oh, scusami. Non… non dovrei?»
«Non c’è problema, te ne ordino un altro».
Il bicchiere di Caeli era appena svuotato quando arrivò il secondo.
La faccia le scottava. «Mi viene da ridere e non so perché», sghignazzò. Le sue labbra incespicarono, in cerca della cannuccia. «E ho ancora caldo…» Stese un braccio lungo il tavolo e lo usò per poggiare il capo.
Aleksy le afferrò la mano e la massaggiò nella propria. «Mi sembri molto stanca». Era davvero dolce.
«Un po’. Vorrei stendermi».
«Perché non vieni di sopra con me? Ho un letto molto comodo. Ma prima finisci il tuo tè».
Giusto, era troppo buono per lasciarlo. Caeli annuì, inclinò la testa e si attaccò alla cannuccia finché non aspirò il fondo. «Finito!» Si alzò.
Le gambe cedettero, sembravano fatte di gelatina. Aleksy l’afferrò prima che cascasse, le strinse il braccio intorno alla vita. Aveva un profumo come di muschio, anche se un po’ forte. «Me ne occupo io, la porto di sopra». Le parole gli vibrarono nel petto.
Caeli sospirò. Ecco perché gli adulti dicevano sempre d’essere stanchi: arrivava un punto della sera in cui si spegnevano e dovevano andare a dormire. Meno male che c’era il suo nuovo amico a occuparsi di lei. La prese in braccio. Solo, era un peccato allontanarsi dalla musica: si strinse al suo collo e canticchiò per tutto il tempo. Aveva l’impressione che lui la stesse portando su per una scala e in un ambiente dall’aria un po’ più limpida. Una porta si chiuse con uno scatto e il volume della musica divenne molto più basso.
Aleksy la fece stendere su un divano. La luce bianca veniva dal basso, forse da alcune lampade, e il soffitto girava come se volesse arricciarsi. Lei tastò i cuscini. «Dov’è il mio cappotto?»
«Ce l’ho io». Aleksy glielo mostrò e lo piazzò su una sedia. «Dammi un minuto, piccola. Non addormentarti!»
«No, no, resto sveglia». Di dormire, in effetti, non ne aveva voglia: era una serata troppo divertente.
Aleksy andò a un tavolino su cui era posato un vassoio argentato con una montagnetta di farina. Voleva fare un dolce, forse? Si mise una cannuccia nel naso e soffiò. Caeli strizzò gli occhi: invece di spargerla, la farina era sparita. Lei trasalì. «Sei un mago!»
Aleksy non le rispose, si massaggiò il naso col dorso della mano e sfilò la giacca dalle spalle, la gettò su un’altra sedia e si avvicinò a Caeli. Si chinò in ginocchio.
Una strana paura la soffocò e la faccia di suor Benedykta le lampeggiò nella memoria. Quando diceva di non dare confidenza agli sconosciuti, anche se… loro, di sconosciuti, non ne vedevano mai.
Aleksy appicciò la bocca sulla sua e spinse la lingua, come se volesse sfondarle i denti.
Caeli gemette e s’irrigidì. Tutte le sue ossa erano diventate di pietra; e i muscoli non avevano più forza. Il fiato di quell’uomo la disgustò, era acido, mescolava il muschio a un retrogusto fumoso. Avrebbe voluto dargli un calcio nella pancia, ma restò paralizzata e con il suo stesso cuore che le sfondava i timpani.
Aleksy la sollevò di peso e la scaraventò sul letto.
Caeli non fu certa di urlare; di sicuro, il respiro dell’uomo era quello di un cane arrabbiato. Le sue dita le sbottonarono la gonna, le sollevarono il maglione. Un brivido le accapponò la pelle: era nuda e non aveva freddo, ma il gelo le aveva impregnato la pancia. Lui le salì addosso e le premette il corpo contro. Si era spogliato a sua volta e lei non aveva mai avuto un maschio così attaccato, le fece tanto schifo da impregnarle la bocca col gusto del vomito.
Aleksy le disse qualcosa all’orecchio con le labbra umide, in un tono cattivo, ma lei non capì una parola. Le lacrime le si addensarono negli occhi e lei resistette, non voleva piangere davanti a lui, ma il primo singhiozzo era lì, le premeva nella faccia, stava per scoppiare.
Una fitta di dolore le risalì tra le gambe, sin nel ventre. Le mozzò il fiato.
Lui la stava scavando con un bastone, le squarciava la carne. La mente vorticò, fece come un giro su sé stessa per capire dove stava entrando. Caeli si azzannò la lingua per non pensarci, cristallizzata sul dolore e i colpi crudeli, senza capire da che punto arrivavano e dove finivano. Tentò di ribaltarsi, ma ogni movimento la folgorò con una scarica di fuoco lungo le gambe, la schiena, il ventre.
Dischiuse le labbra. «Fra!» bisbigliò, senza forze.
Fra non rispose, non poteva, perché era rimasto nel cappotto.
Sporca e violata, non riusciva a pensare altro di sé. Desiderò che finisse, di perdere i sensi e non svegliarsi mai più. E dal basso, la musica era quella di un incubo lunghissimo.
Aleksy fece un rantolo orribile, si contorse e s’irrigidì. Sembrò farsi male, forse stava morendo; invece, si rovesciò su un fianco, le diede la schiena e restò immobile. Dopo un po’, cominciò a russare.
Caeli non mosse un dito. Era nuda, tremava e non voleva muoversi, perché sarebbe caduta in pezzi se solo ci avesse provato. La musica terminò, tutto si fece silenzioso e la sua testa era pesantissima, come se avesse la febbre alta. Chiuse gli occhi solo per un momento.

Continua…


Caeli – Capitolo 2

Caeli2

Caeli tremava da capo a piedi e tutto le sembrava troppo assurdo, come un tuffo in un sogno schifoso. Appiccicò il naso allo specchio, si tastò la faccia, fece smorfie. Quella donna era lei; eppure, era un’altra persona. Quanti anni aveva? Non credeva di poter diventare tanto bella e sentire di colpo quella forza nelle mani. La bambina era ancora lì, sepolta nello sconcerto degli occhi, nell’accenno di pianto pronunciato sulle labbra rosee.
La biglia! Si guardò i palmi. «Fra?»
Nessuna risposta. Doveva esserle caduto.
Si gettò in ginocchio e gattonò verso la fonte di chiarore rossastro, tra i piedi del vecchio divano. Premette il viso sul tappeto e allungò la mano per recuperarlo. Accidenti, con quelle tette non era facile stare distesa! Trattenne il fiato e afferrò la sfera, tiepida tra le dita raggelate di tensione, si tirò su e sedette sul pavimento a gambe incrociate.
«Sei stato tu?» Un momento: c’era una faccenda da stabilire, prima. «Stato… o stata? Sei un maschio?»
«Sì, sono stato io, e no, non ha importanza che sia maschio o femmina».
«Certo che ha importanza! Tutti siamo l’una o l’altra cosa, altrimenti come—»
«Puoi considerarmi un maschio». Fra non sembrava molto interessato a quel discorso. Strano.
Caeli gli fece un broncio severo. Be’, tutto sommato, aveva cose più importanti di cui occuparsi. «Quanti anni ho, adesso?»
«Venti». Quella roba, invece, lo esaltava molto. «So che volevi essere adulta per abbandonare questo posto. Adesso puoi, Caeli. Cosa aspetti?»
Lei scoccò un’occhiata da una parte all’altra dell’ufficio. Era davvero molto più piccolo, quello spazio lì. Ed era vero, aveva desiderato tanto poter abbandonare un luogo in cui sapeva che non avrebbe dovuto vivere, ma la paura di lasciarsi tutto alle spalle non l’aveva mai immaginata. Conosceva davvero poco del mondo esterno. E se si fosse fatta male?
Il chiarore della biglia si fece un po’ più caldo. «Ti starò accanto».
«Sul serio?» Quella volta, trattenere il pianto fu complicato. «Non so se crederti. Perché vuoi essere mio amico?»
«Ti sembra che qualcuno vorrebbe essere mio amico?» Quel bagliore era dolce quanto un sorriso.
«Ecco… No, immagino che sia difficile avere degli amici se sei una palla».
«È vero in modo triste». Anche la voce di Fra si era fatta malinconica. «Ma tu, dolce, graziosa Caeli, potresti essere la mia prima amica; e io sarò il tuo vero, unico amico».
Che simpatico! «Va bene!» Caeli balzò in piedi e le setole del tappeto la punsero attraverso i calzini.
Già, si era tolta le scarpe; e i vestiti, che erano sempre stati troppo grandi, la stringevano forte.
Provò a stare ritta e le fibre le segarono le spalle. «Ahia!» Però, forse, se solo l’avesse chiesto… Puntò lo sguardo nel nucleo rosso della sfera, in quel mulinello di fuoco. «Fra, se sei riuscito a farmi diventare grande, potresti procurarmi anche degli abiti adatti, per favore?»
Un lampo scarlatto le fece chiudere gli occhi e la tensione dei vestiti scomparve. Caeli si guardò, tastò da tutte le parti: gli abiti erano gli stessi, ma la magia li aveva ingranditi. Anche le scarpe erano cresciute e si erano infilate ai piedi da sole.
Le venne da ridere. «Forte!» La giacca di pelle era davvero carina sul corpo snello.
La voce di Fra si fece ansiosa. «Ti suggerisco di affrettarti, Caeli. Suor Benedykta verrà presto a cercarti per la punizione, giusto?»
Lei annuì. «Hai ragione. Poi me lo spieghi come la conosci, suor Benedykta». Ripose la sfera nella tasca interna della giacca, che sembrava fatta apposta, e la sua sagoma si sommò a quello della tetta in un modo proprio buffo. Ci avrebbe pensato dopo: chiuse la zip, corse alla finestra e l’aprì.
Un venticello crudele le portò in faccia l’odore della neve mescolato al fumo dei camini. L’ufficio di suor Benedykta era al secondo piano.
Caeli scavalcò il davanzale e poggiò i piedi sul cornicione che avvolgeva l’edificio. Non era la prima volta che lo faceva, Jerzy l’aveva già sfidata a entrare nell’ufficio, una volta, per recuperare le figurine dei calciatori che avevano fatto litigare tutti i maschi. Con i piedi un po’ più piccoli, sarebbe stato più facile. Proprio lì davanti, la quercia protendeva le fronde spoglie.
Caeli trattenne il fiato e si aggrappò al ramo più grosso. Non si fidava per nulla delle nuove proporzioni, ma era agile e più forte che mai. Solo… bisognava capire come muoversi e cosa non colpire. Salì sull’albero e il ramo mandò un lamento attraverso le suole. Cavolo! Squittì di paura e si aggrappò al tronco per scendere piano, un passetto alla volta.
Dall’interno dell’istituto, il chiasso degli altri bambini oltrepassava le pareti. Li stava abbandonando senza neanche salutarli. Joanna ci sarebbe rimasta tanto male, però… Non poteva essere un addio, sarebbe tornata! Se non faceva un giretto fuori, non se lo sarebbe mai perdonato.
Le fronde della quercia arrivavano su una delle colonne di mattoni incastrate nel muro di cinta. Caeli si calò senza sforzo, ma un ramo schioccò, cedette all’ultimo e precipitò tra i cespugli. C’era mancato poco! Ormai, solo un balzo la separava dalla libertà.
La colonna era grande abbastanza da ospitarla. S’inginocchiò sulla testa piatta e artigliò le dita lungo gli spigoli incrostati di ghiaccio. Le serviva un appoggio. I sacchi di spazzatura sulla destra non la tentavano troppo; d’altra parte, poteva passare qualcuno da un momento all’altro e non era il caso di aspettare troppo tempo. Si fece coraggio e saltò, strillò, affondò nella neve soffice.
Aveva avuto paura per nulla. Sospirò tra i fremiti e alzò gli occhi sulla colonna: era molto più bassa vista da quella prospettiva, ma che importava? Si alzò in piedi col fiato corto. Era fuori, era davvero libera! Le venne da ridere, da piangere, le mani formicolarono d’eccitazione e il cuore picchiò nel petto.
Corse giù per l’ampio viale. Aveva sempre desiderato vedere il centro della città.

*

Era sempre più buio. Sulle strade, i rami spogli intrappolavano la luce dei lampioni. Sembrava di stare in una fiaba.
Caeli non aveva più fiato dopo la corsa, era stanca, ma non si era fermata neanche un momento. Anche se i vestiti erano già impregnati di sudore e il freddo risaliva dalle scarpe zuppe, era troppo bello osservare le vetrine dei parrucchieri, dei negozi di animali, quelli che vendevano mobili, l’ambulatorio di un medico. L’unica cosa che non poteva ignorare era la fame.
Un crampo allo stomaco la obbligò a fermarsi e guardarsi intorno. Forse, quel corpo grande aveva bisogno di più cibo. Non le avrebbero venduto niente senza denaro, ma forse poteva chiedere consiglio al suo nuovo amico.
«Fra? Ci sei?»
«Finché potrai toccarmi, potrai anche sentirmi. Hai fame, Caeli?»
«Tanto», piagnucolò lei. «Ma non ho soldi. Come posso fare?»
«Non pensarci. Vedi quel negozio dall’altra parte della strada? Lì dentro troverai da mangiare. Va’, al resto penserò io».
L’insegna diceva “Minimarket” e c’erano casse di frutta in vetrina. Gli scaffali, però, erano pieni di roba colorata. Caeli attraversò il viale tra le pozzanghere di ghiaccio schiacciato dalle automobili, raggiunse la porta e la spinse. Un campanello trillò all’ingresso e il ragazzo seduto dietro al bancone scattò sull’attenti.
Che buffo! Lui aveva una faccia brufolosa, magro magro in quel grembiule verde, con i capelli tutti rossi. Non diceva niente, la guardava e basta con la bocca aperta. Ovvio, andava salutato!
Caeli si schiarì la voce. «Buonasera». Era così affamata da aver dimenticato le buone maniere.
«S-salve», gracchiò lui. Che voce strana. Però doveva essere simpatico, stava leggendo i fumetti. Intrecciò le mani sul bancone. «Cosa… cosa posso fare per lei, signorina?» La sua voce si era fatta più profonda.
Caeli scrollò le spalle. «Ho solo fame. Potrei mangiare qualcosa?»
Il ragazzo si sistemò gli occhiali sul naso e fece una faccia strana. Gli tremò il braccio, ma lo alzò e tese la mano agli scaffali. Doveva essere un sì. «Si… si serva pure. Siamo qui per questo…»
Caeli si precipitò sugli scaffali e tirò giù un paio di confezioni di biscotti, un barattolo di marmellata, una tavoletta di cioccolato, caramelle gommose, rotelle di liquirizia, pasticcini confezionati e una crostata al limone. Non aveva più spazio tra le braccia, andò al bancone e piazzò tutto sul fumetto del ragazzo, che stava dritto come una bella statuina.
Strappò la plastica della crostata, la ruppe con le mani e se la portò alla bocca. Era dolcissima, forse anche un po’ troppo, ma riempiva lo stomaco. S’infilò tra di denti un paio di caramelle, scartò i biscotti, li mandò giù con la liquirizia.
Il ragazzo si grattò il collo. «Vorrebbe una birra?» C’era una nota speranzosa nelle sue parole, come se sperasse di ricevere qualcosa da lei.
Caeli spostò il boccone pastoso nella guancia. «Birra?»
«Non ha sete?»
«Ah, sì! Latte!» Addentò un pasticcino. Il ragazzo non si era ancora mosso. Giusto, giusto, le buone maniere! «Per favore».
Il ragazzo scosse il capo, allungò una mano sul frigorifero alle proprie spalle e posò un cartone di latte sul bancone.
Caeli agguantò la confezione, strappò la linguetta di plastica e se la portò alle labbra. Il latte fresco le scivolò in gola e fu come se la stanchezza le evaporasse di dosso.
Il ragazzo la fissava con un bicchiere di plastica tra le mani. Forse voleva bere anche lui? Caeli si distrasse e un paio di rivoli freddi le scivolarono sul mento. Il maglione si era macchiato di biancastro e quel tizio fece un verso strano con la gola, come un lamento. Che tipo strano. Si asciugò sulla manica della giacca e tornò a mangiare.
Il ragazzo poggiò il bicchiere sul bancone. «Io sono Szymon».
Lei deglutì in fretta per rispondere. «Io Caeli». Gli sorrise e affondò gli incisivi nella cioccolata.
«Sei…» Lui si sfregò le mani. «Sei straniera?»
«No, perché?»
«Non ti ho mai vista da queste parti».
«Ah…» Caeli si passò la lingua sulle labbra per riflettere. «Sono qui… solo di passaggio».
«Capisco…» Il ragazzo si grattò di nuovo il collo. Sembrava un po’ indeciso. Si sporse sul bancone e abbassò la voce. «Hai fatto qualcosa di brutto?»
Caeli scosse il capo. «No, no». Be’, però qualcosa c’era. Il cioccolato contrastava troppo con quel ricordo. «Ho dato un pugno a Michalina, ma se lo meritava. Voleva fare la cattiva con Joanna, che è troppo piccola per difendersi, allora io le ho detto di restituirle la giacca, ma lei niente, così l’ho colpita prima che potesse farlo lei». Prese due biscotti e li intinse insieme nella marmellata.
Lui batté le palpebre. «Hai… hai fatto bene».
Caeli sospirò e lasciò cadere un mezzo biscotto nel barattolo. «Ah, mi sento meglio!» Prese il cartone di latte e lo svuotò.
Fra le parlò nella testa. «C’è del denaro per te nella tasca dei pantaloni».
«Giusto!» Caeli tastò tra i vestiti e riconobbe la carta. Sì, banconote, soldi veri: li rigirò un paio di volte e li tese a Szymon. «Ecco!»
«Io… Aspetta, aspetta… Lasciami prima…» Lui contò sulle dita e batté i tasti dell’apparecchio lì accanto. «Va bene». Si prese i soldi. «Vorresti un sacchetto?»
«Per fare cosa?»
«Per… per portare via tutta questa roba, no?»
Portarla via? E dove? «Oh, non importa!» Gli sorrise. «Mangiala tu se vuoi. Ciao, Szymon!» Gli diede le spalle e uscì.
Caeli rimase per qualche minuto sul marciapiede. Doveva andare a destra o a sinistra? Una direzione valeva l’altra. Si girò per fare un ultimo saluto a Szymon, ma lui non la guardava: mezzo accucciato dietro il bancone, recuperò il biscotto mangiato a metà dal barattolo di marmellata e se lo portò in bocca. Masticò piano.
Poverino, doveva avere davvero tanta fame! E dire che c’era ancora una montagna di biscotti sul bancone, ma lui non ce la faceva più e si era preso proprio quello, che era persino mangiato a metà.

Continua…


Caeli – Capitolo 1

Caeli1

Se qualcuno le avesse chiesto il nome, lei avrebbe rivelato un miscuglio di lettere. Un nome è soltanto un nome, no? Doveva pensarla così la persona che l’aveva abbandonata dopo la nascita, raggomitolata in una coperta, assieme a un foglio di carta tutto unto su cui un carboncino aveva tracciato la parvenza di un nominativo.
Caeli.
Non era un nome. Non era neanche un cognome, ma era l’unica cosa che le apparteneva. I vestiti che indossava erano un dono scartato da famiglie vere, di quelle che abitavano nelle case, per i bambini orfani che non potevano spingersi oltre il cancello del cortile; ed erano presi in prestito, perché li avrebbe ereditati qualcuno più piccolo quando lei fosse diventata troppo grande. Non erano suoi neanche i capelli dorati e gli occhi color dell’alba, perché le suore sostenevano che quelli fossero doni di Dio e, com’è risaputo, tutto quello che Dio offre con una mano la riprende con l’altra. Le avevano detto che aveva otto anni e che sapeva poco del mondo, ma era già abbastanza grande da accorgersi che lei, a differenza di molti altri, non conosceva il giorno del proprio compleanno. C’era un giorno di comune festeggiamento per tutti gli orfani come lei, una volta l’anno, ma persino quella giornata apparteneva al Signore: si trascorreva la maggior parte del tempo tra compiti e preghiere e poi era già ora di andare a letto, così che gli orfani senza data si ritrovavano con una festa di meno.
Una primavera dopo l’altra, in quella manciata di stagioni vissute, Caeli aveva osservato gli amici andare via con una mamma e un papà nuovi di zecca. Come tanti altri, anche lei era stata esaminata da quegli adulti venuti apposta per uno di loro, per portare via un bambino o una bambina in un posto diverso, regalare la bontà di una famiglia e un futuro, dicevano alcuni, che doveva essere molto importante.
Caeli non riusciva a credere che quelle persone fossero proprio felici di prendere un bambino: li guardavano per interi minuti con una faccia tutta seria, come quando c’è da fare le squadre e restano solo quelli più scarsi in fila. Talvolta, gli adulti rivolgevano domande alle quali bisognava rispondere bene e con sincerità. In ogni caso, non era detto che portassero via qualcuno ogni volta.
Certe mamme e certi papà si erano interessati a Caeli, ma nessuno l’aveva mai scelta. Forse agli adulti non piacevano i bambini con nomi strani o troppo vivaci; forse si era comportata male e una suora gliel’aveva detto; oppure… oppure era Caeli che non aveva voglia di andarsene e loro finivano per capirlo.
Che gli adulti fossero strani era un dato di fatto: preferivano portarsi a casa bambini tanto sciocchi, obbedienti e noiosi che era un miracolo se nessuno era mai tornato indietro per chiedere di fare cambio. Suor Asumpta tornava sempre al mercato se qualche venditore le aveva rifilato roba scadente, perciò perché le mamme e i papà non avrebbero dovuto fare altrettanto?
In ogni caso, per Caeli non era un grosso problema restare all’orfanotrofio. Non voleva una mamma e non voleva un papà, ma solo… andare fuori. Talvolta, l’idea di abbandonare il luogo in cui aveva trascorso tutta la vita le sembrava assurda, ma per quanto si sforzasse non c’era verso di scacciarla. Voleva scoprire se il mondo che quello strano Dio aveva creato fosse davvero tanto splendido come dicevano. Forse era proprio la contraddizione di quegli insegnamenti a farle desiderare il mondo esterno: tutte le sorelle la conoscevano sin da quando era stata accolta e, a eccezione di un paio che erano andate a stare con Dio, le avevano donato otto anni di affetto profondo; ma quanto all’amore che un Creatore distante riservava a tutta l’umanità… di quello neanche l’ombra.
Forse era compito delle mamme e dei papà amare i bambini, non delle suore; questo, Caeli avrebbe voluto scoprirlo.
Quando l’istitutrice, suor Benedykta, la beccava a fantasticare a occhi aperti, diceva sempre le stesse cose. «Prima o poi avrai anche tu una famiglia. Se così non fosse, quando sarai più grande, imparerai un mestiere e potrai andartene e condurre la vita che preferisci. Questa non è una prigione!»
Caeli non sapeva neanche cosa fosse una prigione, ma era certa che c’entrasse ben poco con le storie narrate e i giochi in cortile. In prigione erano vestiti tutti uguali e questo, in un certo senso, non rendeva le suore vere prigioniere dell’istituto? Del resto, trovare solo due bambini con sciarpe identiche non era quasi mai successo.
La piccola Joanna le strattonò il braccio. «Lo sai che oggi arriveranno i vestiti nuovi?» cinguettò. Era piccola e magra e aveva sempre il raffreddore, ma fingeva di stare bene quando c’era da scegliere i vestiti. «Stavolta lo troviamo un abito rosso? Eh, Caeli? Mi aiuti a trovarlo?»
Quella era una fantasia bella e buona: nessuno si sarebbe privato di una rarità come sognava Joanna, ma lei scosse le spalle per farle capire che sì, l’avrebbe aiutata.
Come sempre, i bambini avrebbero trascorso il pomeriggio a frugare tra i sacchi di plastica nella più assoluta confusione. Bisognava tenere occhi e orecchie bene aperti, soprattutto se scoppiava qualche litigio e Joanna rischiava di farsi male. Gli altri dimenticavano quanto fosse fragile. Caeli doveva essere la sua ombra: se c’era da azzuffarsi, nessun problema.
Si calarono i cappelli di lana in testa e scesero nel cortile innevato. Si stava facendo buio. L’ultima volta che erano arrivate le donazioni era estate, perciò le lezioni non erano terminate in anticipo. Una bella fregatura. Tutt’intorno, i bambini se le davano a palle di neve tra strilli e risate da matti.
Pawel la vide e si sbracciò. «Caeli! Caeli, vieni! Ci serve aiuto!» Parlava come un vero soldato in trincea.
Lei fece no con la testa. «Adesso non ho voglia». Si accostò più che poté all’amichetta per proteggerla da un proiettile vagante.
L’urlo di Jerzy guidò un battaglione. «Alla carica!» Avanzò alla testa di cinque ragazzini in una mitragliata di neve.
Pawel e i suoi indietreggiarono e Caeli approfittò dell’occasione per sgusciare oltre la zona di guerra.
Joanna fremeva d’impazienza. «Quanto ci mettono ad arrivare?»
La novizia Klara corse giù per la scalinata con uno slancio che avrebbe fatto sospirare le suore anziane, indossò il cappotto sull’abito scuro e squillò la voce sugli schiamazzi. «Tornate dentro, bambini! Tutti! Sta arrivando il furgone! Dentro in sala, veloci!»
Qualche altra palla di neve volò in cerca di un bersaglio. Grandi e piccoli abbandonarono lo spazio aperto e rientrarono. Pressati come meglio potevano contro i vetri appannati, videro la novizia Klara che apriva il cancello al furgone grigio. Le ruote con le catene lasciarono solchi scuri sul vialetto innevato.
Molte bambine erano su di giri almeno quanto Joanna, mentre i maschi vivevano l’evento da un punto di vista più pratico.
Pawel rise. «Io spero di trovare un calzino in più!» Si sfilò la scarpa: il grosso alluce ingiallito sbucava dalla calza di lana. In molti risero.
Due uomini scaricarono gli scatoloni dal furgone: erano aperti e i sacchetti neri spuntavano con gli orli attorcigliati. La novizia li aiutò a portare il carico nella sala comune. Le bambine si precipitarono su di loro all’ingresso, strillando come tante scimmie.
Dall’ingresso della sala da pranzo, suor Benedykta mostrò a tutti l’indice pallido. «Non spingete e non litigate! Cercate di andare d’accordo! Badate, sono disposta a mettervi in punizione dal primo all’ultimo!»
Caeli trattenne Joanna per impedirle di tuffarsi nella mischia, riuscì a guadagnare un po’ di spazio e la mise in sicurezza. Sospirò verso i maschi, abbastanza saggi da tenersi a distanza dal putiferio. Avrebbero scelto i vestiti più tardi, con calma. Difficilmente avrebbero litigato, beati loro.
Joanna mandò uno strillo. «Guarda che bella!» Sollevò una gonna a motivi floreali tanto lunga che l’avrebbe fatta inciampare a ogni passo. «E questa camicetta? Fantastica!»
Caeli scosse il capo. «È troppo leggera e farà freddo ancora a lungo. Cerca qualcosa di più caldo».
Joanna affondò le braccia sottili in un altro sacco e rovistò. Sembrava che volesse indovinare col tatto. Qualcosa tintinnò di metallo e lei tirò fuori una giacca di pelle nera opaca. I suoi occhioni passarono tra cinghie, fibbie e cerniere. Era proprio bella, quella giacca.
Una mano guizzò ad artiglio e la strappò dalla presa di Joanna. La piccola gemette. «Ehi! Ridammela!»
Era Michalina, tanto per cambiare, che sogghignò in quel suo modo cattivo. «Questa non è per te, Joanna. Cerca qualcosa di più adatto ai mocciosi».
«Non è vero! L’ho trovata io!»
Caeli cercò un sostegno qualsiasi, ma le suore erano già impegnate a sedare i litigi. Toccava a lei sistemare la faccenda e guardò fisso negli occhi scuri di Michalina. «Restituiscigliela. È vero che l’ha trovata lei e se non hai niente da scambiare…»
«Non me ne importa niente degli scambi!» Michalina infilò un braccio nella giacca.
Joanna pianse, si gettò su di lei e strattonò la manica vuota. «No! Ho detto che è mia! Mia!»
Michalina era molto alta e cattiva e non gliene importava davvero dei piccoli. Sollevò la mano, ma Caeli fu più veloce: afferrò il bavero della giacca con la sinistra e le piazzò un destro in faccia che la scaraventò in mezzo ai sacchi.
Il silenzio calò nella sala. Avevano visto tutti. Il respiro ferito di Michalina grattava, i suoi occhi luccicavano di lacrime arrabbiate; dietro i ricci neri, un segno bluastro le scuriva lo zigomo.
«Caeli!» tuonò suon Benedykta. Avanzò severa in mezzo alla confusione, infuriata come non mai. «Esigo una spiegazione, signorina! Adesso!»
Eh… Che poteva dire? «Questa l’ha trovata Joanna». Sollevò la giacca. «Michalina gliel’ha presa, però io pensavo che—»
«Nessuna ragione giustifica la violenza! Va’ subito nel mio ufficio e non osare muoverti! Quando avremo finito qui, faremo un bel discorsetto!»
Era una bella ingiustizia. Caeli trattenne il pianto a fatica, strinse la giacca di pelle al petto e strisciò i piedi attraverso la sala comune.
L’ufficio di suor Benedykta era più in alto; e lei c’era già stata più volte di quante fosse davvero colpevole.

*

C’era da aspettarsi che facesse tanto freddo: suor Benedykta non ne voleva sapere di tenere accesa la stufa, preferiva gelare.
Caeli sospirò. Sarebbe stata una lunga attesa, che era già peggiore di qualsiasi punizione, e rischiava di prendere il raffreddore se non trovava qualcosa per coprirsi.
Le fibbie della giacca di pelle le tintinnarono sulle gambe. «Che sciocca». Era tanto intristita da aver dimenticato quella roba. Indossò la giacca e si sentì subito più al caldo. Tese le braccia: le mani non arrivavano a sbucare; quella cosa era troppo larga persino per lei, perciò era ridicolo che proprio Joanna si fosse arrabbiata tanto per ottenerla. Però era proprio bella! Si avvicinò allo specchio nell’angolo e fece un paio di piroette. Sembrava la motociclista di quel film in televisione, quello che… Be’, forse Pawel se lo ricordava. Però c’era qualcosa di fastidioso, come un’irregolarità sul petto.
Caeli sfilò un braccio dalla manica e tastò nell’interno sinistro. Una tasca? Scivolò dentro con le dita e riconobbe una superficie vetrosa, come una grossa biglia. La tirò fuori e un bagliore rosso impregnò la stanza.
Il grido di sorpresa le morì sulle labbra. Non aveva mai visto una cosa tanto bella, con quel chiarore caldo che le dava i brividi. Sembrava di tenere un piccolo fuoco in mano.
«Qual è il tuo nome?» Una voce gentile veniva fuori dalla biglia. «Se me lo dici, ti dico il mio».
«Caeli». Era ovvio, no? «Tu come ti chiami?»
«Frahazanard».
«Fra… cosa? Fra?»
«Se così preferisci, andrà bene».
Caeli inarcò un sopracciglio e si trascinò sulla rigida sedia dinanzi alla scrivania. La biglia in mano vorticava vampate dietro il vetro e lei si sforzava di reggerla con tutti i riguardi. Michalina aveva rotto la palla con la neve dentro proprio perché non era stata attenta. «Sei un angelo, Fra?»
«No». Una serie di lampi risalì dalla biglia. Per qualche ragione, ricordava troppo una risata.
«Allora sei cattivo?»
«Neanche. Sono qui per te».
«Per me? Perché?»
«Mi hai trovato».
«Scusa, ho fatto male?»
«No». Lui fece una pausa. «Perché sei triste, Caeli?»
Ah, già, era in attesa nell’ufficio dell’istitutrice. Le lacrime le punsero gli occhi. «Suor Benedykta mi punirà, ma non ho fatto niente di male», piagnucolò. «Ho dato un pugno a Michalina, è vero, lo so che ho sbagliato, ma lei voleva picchiare Joanna, che è molto più piccola e si faceva male! E invece daranno la colpa a me. Vorrei che Michalina se ne andasse, ma chi la prenderebbe mai? È cattiva!» Sospirò. «Farò prima a crescere e andarmene e ci vorrà ancora tanto tempo».
«Vorresti diventare grande?»
Eh, sarebbe stato bello. Caeli tirò su col naso e fece sì con la testa.
«Io posso aiutarti, se vuoi».
«Come?»
«Posso far sì che tu cresca adesso».
Cos’era, un gioco? Il gioco dei grandi lo faceva quando era piccola come Joanna ed era sempre un po’ noioso. Ma se Fra voleva farlo, come giocava? Poteva fare il bambino se lo avvolgeva in un fagotto, però non aveva molto senso. Forse, aveva solo capito male. «Cosa significa?»
«Dimmi solo se tu lo vuoi, Caeli. Se è tuo desiderio, puoi essere una donna. Non vuoi lasciare questo posto? Non vuoi scoprire il mondo?»
Che domanda. «Sì che vorrei! È possibile…» Per la seconda volta, il grido le morì in gola.
I jeans si erano stretti alla sua vita e le tolsero il respiro, la maglietta gemette e si strappò sulle spalle. Caeli si dibatté sulla sedia, lasciò cadere la biglia e si sfilò le scarpe dai talloni; appena in tempo! Tutti i vestiti stavano rimpicciolendo per soffocarla. Oppure… era il mondo intero a restringersi. E tutto si fermò.
Caeli si alzò in piedi e barcollò, agitò le braccia, si aggrappò tra lo schienale della sedia e il bordo della scrivania. Tutto il corpo le faceva male, ma non abbastanza da farla piangere; anzi, era persino strano non arrivare a tanto, considerato quel grado di dolore. In qualche modo, si sentiva più resistente. E il pavimento era lontanissimo!
Si voltò e mosse due passi verso lo specchio: la giacca nera le calzava a pennello. Si accarezzò il viso con la punta delle dita, il contorno degli occhi azzurri, il collo allungato, e si tastò il petto. Le erano cresciute due tette che tendevano all’eccesso il maglione di lana e lei… era davvero bellissima. Una donna.

Continua…


Andrew Cruel – Capitolo 7

Andrew5

La sirena stridette nella notte, la pattuglia ruggì sull’asfalto e svoltò oltre l’incrocio sul fondo. Andrew Cruel aspettò finché la strada non fu libera, ben nascosto nel cespuglio del giardino pubblico, accovacciato e con i crampi che bruciavano nelle gambe.
L’unico e tangibile contatto con la realtà… restava la sfera affondata nella tasca dell’impermeabile. La stringeva, l’accarezzava, e il suo tepore gli entrava nella mano gelida.
La voce di Frahazanard era venata di frenesia. «Usami! Non vuoi avere via libera? Non vuoi annientare i tuoi inseguitori? Usami!»
Andrew serrò gli occhi, trattenne il respiro e si concentrò sul nulla. Nulla. Non osava formulare neanche la più insignificante richiesta, non quando ne aveva un’altra molto più importante in serbo. «Voglio trovare Flo», mormorò. «Voglio parlarle».
«Cammina».
Uscì fuori dal nascondiglio. Non c’era una sola figura in giro, le finestre dei grandi palazzi erano oscurate e aveva l’impressione d’essere rimasto l’unico essere umano nell’intera città. Persino i rumori erano soffocati dalla notte. Andrew s’incamminò e i suoi passi echeggiarono nel vuoto.
Una consapevolezza aliena, entrata a forza nella sua testa, lo guidò sul fondo della strada, in estrema periferia, tra i campi incolti che ospitavano una grande chiesa in rovina e un vecchio cimitero. Sembrava che solo un miracolo potesse reggerla ancora in piedi. Quanto al camposanto, le lapidi affioravano da un mare d’erbacce.
La sagoma di un’impronta fu sfiorata dal chiarore lunare; il calco di un piede nudo, piccolo. Andrew salì la gradinata e si accorse che il portone era accostato: lo dischiuse un po’ per insinuarsi tra le ante e scivolò nella chiesa.
L’aria era stantia, tanto gelida da penetrare le ossa, e la debole luce si proiettava dal rosone su uno spesso tappeto di polvere. Le impronte dei piedi fangosi turbavano quel fondale.
«Flo!» Il suo grido rimbombò nella vastità della navata. «Flo, vieni fuori!»
Nessuna risposta. Andrew si avventurò oltre la zona illuminata e seguì le impronte, tra le file di banchi fracassati e mangiati dall’umidità. C’erano creature che zampettavano da ogni parte, forse blatte, topi… Deglutì. Non voleva nascondere più nulla: estrasse il globo dalla tasca e un bagliore infernale rischiarò legno e pietra, si aggrappò alle raffigurazioni sacre e s’impresse come una maledizione sul volto dell’uomo crocefisso oltre l’altare, dove una piccola sagoma rannicchiata lo fissò con occhi sbarrati.
Era lei! Andrew le tese la mano. «Flo, vieni. Andiamo via di qui».
Lei balzò in piedi. «Non mi toccare!» Indietreggiò verso sinistra. Aveva gli occhi arrossati di lacrime. «Sei un mostro! Un assassino! L’hai ammazzato!»
«Non è stata colpa mia». Ci credeva davvero: era quello a farlo sentire davvero in colpa.
Frahazanard gli ridacchiò nella mente. «Oh, adesso mi verrai a dire che è stata colpa mia?»
Flo scosse il capo. «Tu sei… completamente pazzo», singhiozzò. «Sei fuori di testa! Un maniaco! Lasciami stare! Vattene via!»
«Non me ne andrò senza di te».
Flo aggirò l’altare, senza dargli mai le spalle. L’impermeabile svolazzava attorno alle sue cosce nude, accapponate dal freddo, e la luce del globo le infiammava il viso pallido.
Andrew digrignò i denti. «Non ti lascerò andare via». Tenere la mano tesa lo stava affaticando. «Non potrai neanche liberarti di me. Non capisci, Flo? Sono stato io a richiamarti a me quando era finita. Avevo bisogno di te. Ti amo! E tu, invece…»
«Razza di psicopatico!» I suoi pugni tremarono. «Anch’io ti amavo! Non sono tornata da te solo perché hai detto una parola magica! Ma tu non sei fatto per amare nessuno! Sei egoista, cieco… e sei anche un assassino».
Un fiotto di rabbia inacidì la gola di Andrew. «Ho ammazzato un fratello traditore per recuperare la mia donna baldracca!» Fece un lungo passo: l’avrebbe presa, ma qualcosa di duro e affilato lo colpì al volto e gli accese un lampo di dolore nella faccia.
Andrew si portò la mano al labbro spaccato, lingua e naso impregnati di metallo; il sangue denso gli macchiò le dita. Alzò gli occhi: Flo era riuscita a sfilarsi lo smeraldo che portava al collo e lo sorreggeva per la catena, come una cazzo di palla chiodata. Sconvolta dalla sua stessa reazione, s’irrigidì di terrore.
Quindi… era quella la sua vera gratitudine! Il cervello di Andrew ribollì: Flo non aveva alcun diritto di colpirlo, non dopo il suo spregevole tradimento. Doveva pagarla!
Un ruggito gli sfuggì dal petto. «Troia!» Sputacchiò schiuma rossastra. «T’insegno io a portarmi rispetto!» Allungò la mano che reggeva il globo per farsi luce, afferrò lo smeraldo prima che lei potesse usarlo un’altra volta e la colpì al viso con quello stesso pugno.
Un lampo scarlatto lo abbagliò, le nocche impattarono e uno schiocco potente produsse una nota tetra. Flo cadde all’indietro, lo smeraldo sfuggì dalla mano di Andrew e scivolò roteando sotto l’altare.
Un silenzio malsano colmò la chiesa.
Andrew restò in piedi, le braccia inerti, in attesa che Flo si rialzasse per scusarsi, finalmente decisa a seguirlo. Avrebbero lasciato la città e la nazione insieme, verso luoghi lontani e meravigliosi, dove nessuno avrebbe mai potuto raggiungerli e frapporsi tra loro. Eppure, lei restò ferma. Sembrava che dormisse.
Andrew si schiarì la voce. «Flo?» Si piegò in ginocchio su di lei.
La luce scarlatta del globo illuminò l’angolazione innaturale della sua testa. Uno spuntone osseo premeva l’interno del collo e tendeva la pelle come una lama. Per quanto orripilante fosse quella visione, non reggeva il confronto con l’ammaccatura insanguinata sulla sua bocca. La bellezza di Flo era ormai svanita.

*

Frahazanard protestò. «Me l’hai chiesto tu, Andrew Cruel! Tu hai desiderato ferirla! Avrei dovuto oppormi?» Era inferocito, ma non poteva più nulla.
Andrew abbandonò la chiesa sulle gambe gelatinose. Piangeva, sì, ma solo per reazione. Il dolore che avrebbe dovuto colpirlo era già lontano, oltre la soglia della sanità mentale.
No, Frahazanard non avrebbe mai potuto opporglisi; e ciò era la causa di tutto. Andrew lo sapeva, così come era evidente che il malefico globo poteva anche continuare a leggergli gli intimi pensieri, ma quella sofferenza tanto umana, di chi sapeva ancora riconoscere una perdita, era qualcosa che non avrebbe potuto comprendere.
Era l’ultima risoluzione che avesse, l’unica da trattenere per avere ancora un minimo controllo. Andrew ci si aggrappò mentre si avvicinava alle case oltre i campi incolti.
Il globo gli sibilò nella testa. «Questa è la tua decisione? Stupido! Non hai imparato niente da tutto ciò che ti ho mostrato? Hai visto possibilità che la tua lurida specie stenta persino a immaginare e vuoi gettare via tutto… per una femmina?!»
Solo una condizione avrebbe cambiato le cose. «Riportala in vita, allora». Non era una speranza, ma una sfida.
«Questo non posso farlo».
«Lo so».
Chissà se era la prima volta che Frahazanard ammetteva un proprio limite. Andrew non ne era sicuro. Raggiunse i container di metallo destinati alla beneficienza, dove era ancora norma stipare gli abiti dismessi per i poveri di tutto il mondo. Come di consueto, un foglio plastificato specificava la destinazione: un posto nell’Europa orientale. Poteva andar bene.
«Sei uno stupido, Andrew Cruel. Ho sbagliato a considerarti più forte».
«Tu hai sempre saputo che cos’ero, Frahazanard. Hai sempre saputo più di me». Andrew allungò il braccio all’interno del container e tastò alla cieca, sino a recuperare un sacchetto di plastica qualsiasi, di quelli per la spazzatura. Lo prese, riuscì a infilarlo sotto il pannello e lo portò fuori a fatica. Aprì il sacchetto nella luce dei lampioni e un fetore di abiti stantii gli diede un capogiro. Meglio fare alla svelta. Frugò tra jeans scoloriti e magliette consumate dai lavaggi.
«Codardo». Il disgusto di Frahazanard dava la nausea.
«Già». Le lacrime scottavano sulla faccia fredda di Andrew. «Già». Recuperò una giacca di pelle nera sintetica e si accertò che avesse una tasca interna. Sì, ce l’aveva: era chiusa da una zip.
«Io esisterò ancora, Andrew Cruel».
«Forse è giusto che sia così. Potresti essere usato per un intento nobile, ma non da me. Sono troppo corrotto per queste cose».
«Gli esseri umani sono tutti corrotti, Andrew Cruel. Tutti. Su cosa credi che si basi la menzogna della vostra esistenza? Io ho già imparato che dalle ideologie scaturiscono le volontà più forti in assoluto, ma se tu potessi solo immaginare quanto sono fragili…»
Andrew ripose il globo nella tasca interna della giacca e chiuse la zip, celando per sempre il bagliore scarlatto; almeno ai propri occhi. Risistemò ogni abito nel sacchetto, lo richiuse e lasciò scivolare tutto nel medesimo container. Rimasto solo, tornò alla chiesa.
Entrò. Era più buio che mai, ma meglio così: non avrebbe accettato la vista di Flo nel punto in cui l’aveva abbandonata.
«Mi dispiace», sussurrò. Le lacrime non finivano più. Quando passò accanto all’altare, un cielo rischiarato dalle prime luci dell’alba definì i contorni dalla vetrata sporca. Lui passò oltre, attraverso la porticina laterale che lo condusse a una stretta scala a chiocciola. Il passaggio s’innalzava dentro il campanile.
S’inerpicò su per la scalinata con le gambe foderate di piombo. I gradini di legno gemettero sotto ciascuno dei suoi passi; eppure, in qualche modo, gli sembrava d’essersi tolto un peso infinito dalla schiena.
Sulla cima, l’aria del mattino era gelida. Andrew si concesse un attimo accanto a quella campana che non suonava più da anni, frugò tra le tasche, recuperò una sigaretta e l’accendino. Le dita erano rigide come vetro e il vento sferzava: dovette lottare per accendere. L’urlo di un’altra sirena lo raggiunse da lontano.
Andrew fece il primo tiro, poi il secondo. Il fumo lo disgustava. «Ti amavo davvero, Flo», mormorò in un sussurro. Non vedeva più nulla oltre le lacrime. «Ma forse… forse è vero che siamo tutti corrotti».
Aprì le dita che reggevano la sigaretta e la fissò per un momento, rapito dalla sua danza nel vento. Sembrava una stella cadente; e lui l’aveva lasciata andare via. Le andò incontro per afferrarla di nuovo e si lasciò cadere nel vuoto.

Fine.


Andrew Cruel – Capitolo 6

Andrew4

La risata si mischiò a un sospiro nell’aria umida dell’appartamento.
Andrew Cruel richiuse la porta d’ingresso senza fare rumore e attraversò il corridoio. C’erano mormorii dalla camera da letto di Lucas; attraverso la porta socchiusa, il chiarore della lampada proiettava una lama dorata sul pavimento.
Una serie di sospiri affannati. «Di più… di più…!» Era la voce di Flo.
«Sta’ ferma!» intimò il timbro di Lucas.
Andrew sbirciò: Lucas strattonò la catena del pendaglio di smeraldo che lei portava al collo. «Te l’ha dato il tuo protettore, questo regalino da troia?!»
Flo rise. «Sì! Dimmelo ancora!» Lo baciò sulla bocca con un trasporto famelico. «Oh, Lucas…»
Andrew fece un passo indietro, verso le ombre, e trattenne il fiato. La sua Flo a letto con Lucas. In un profondo quanto inusuale slancio di filosofia, ritenne d’aver commesso azioni ben peggiori negli ultimi tempi e si allontanò. Andò in cucina, più lontano che poteva dalla camera da letto, ma i versi dei due amanti filtravano lo stesso nel silenzio notturno. I sospiri di Flo erano affanni serrati. Chissà se anche a lui aveva mai riservato quel trasporto; era stupido, ma non avrebbe saputo dirlo: era come non averla mai ascoltata prima d’allora.
Avrebbe dovuto essere arrabbiato, ferito o frustrato, invece… Solo abbandono, solitudine.
«Non sei mai solo, Andrew Cruel», gli ricordò Frahazanard con dolcezza. Il suo bagliore trionfale era tanto intenso che, anche attraverso la tasca dell’impermeabile, aloni sanguigni strisciarono nell’oscurità della cucina.
«Sono solo un coglione che parla con una palla di vetro».
«La nostra non è forse la conversazione migliore della tua vita? Ironia della sorte, dovevi acquisire un oggetto parlante per imparare ad ascoltare. Sei arrogante, ma a me non importa: so come intrattenere il prossimo».
«Potrei romperti». Era da tanto tempo che non meditava più su quella soluzione. «Potrei… lasciarti cadere in un dirupo o… schiacciarti sotto una pressa…»
«E io potrei o non potrei convincerti che qualsiasi artifizio della tua mente potrebbe o non potrebbe distruggere questo surrogato cristallino di una forma fisica. Ma perché sprecare un così prezioso frammento dell’eternità in un’inutile diatriba? Sappiamo entrambi che non oseresti mai nuocermi».
Andrew sospirò. «Sai davvero tutto, di me». Era come avere piombo nei polmoni.
«Abbastanza da credere che rimpiangerai di non aver agito in un momento di debolezza. Tu sai cosa sta succedendo in quella stanza».
«Sì: mio fratello si sta scopando la donna che amo».
«Definizione patetica persino per te. Domani cosa accadrà?»
Andrew trattenne il fiato: cosa sarebbe accaduto? Come avrebbe guardato Flo e Lucas da quel momento in poi? Aveva creduto di potersi lasciare quel tradimento alle spalle… se solo fosse riuscito a diventare una persona migliore e meno egoista, ma considerare quell’eventualità ne palesò la totale assurdità.
«Dopotutto, non è detto che lei ti ami ancora». Frahazanard stava ponderando la questione sul serio. «Forse non possiedo sufficiente dimestichezza coi vostri rituali, ma una donna che ti ama si accoppia generalmente con tuo fratello?»
«No. No, non lo fa».
«Siamo tutti fratelli e sorelle finché non esponi la schiena a un pugnale. Tu hai sfogato i tuoi istinti su femmine sconosciute che non hanno mai significato niente, ma lei… lei si è celata dietro una maschera d’ipocrisia, ti ha lasciato credere di avere a cuore il vostro rapporto per occultare un tradimento con tuo fratello! Non hai mai pensato, Andrew Cruel, che il suo sia stato opportunismo sin dall’inizio?»
Le tempie di Andrew pulsarono. «Non hai torto». Stava tremando.
«Ma non è Flo ad avere colpa». Rallentò il ritmo per scandire ogni sillaba. «Lei è solo una vittima. Di chi è il letto in cui si trova adesso? Con chi ha cospirato? Chi l’ha certamente sedotta? E chi, Andrew Cruel, è stato la causa primaria della tua infelicità? Ti ha richiamato a casa senza riguardo per ciò che hai perduto, ti ha… privato della felicità che potevi avere con lei! Chi è, Andrew Cruel?»
«Lucas». Il nome gli uscì in un sibilo.
«Lucas».
Andrew sollevò la mano destra davanti agli occhi e una lama di coltello intercettò il debole chiarore che veniva dalla finestra. Forse l’aveva prelevato dal cassetto; forse era sempre stato tra le sue dita; forse… ce l’aveva messo Frahazanard. Il filo scintillò di giustizia.
«Un frammento di coraggio sarà sufficiente», sussurrò il globo. «Lui non ha esitato a farlo: non essere da meno».
Andrew attraversò l’appartamento a ritroso. A ogni passo, i gemiti di Flo erano più alti, strazianti.
«Ti piace, eh?» grugnì Lucas.
Lei soffiò un ringhio tra le labbra. Stava godendo come una puttana.
La porta scivolò fluida e si aprì su quei due schifosi. Erano troppo concentrati, non l’avevano neanche visto entrare. Andrew se ne stette per un po’ sulla soglia, contò fino a dieci, dodici…
Flo alzò gli occhi e lo vide. Cacciò un urlo terribile. «Cazzo!» sbraitò, scalciando l’altro nella foga.
Lucas si voltò: era già bianco in volto. «Andrew…?» boccheggiò.
Lui alzò un po’ il capo per farsi riconoscere da sotto il cappuccio dell’impermeabile. «Ssst». Avvicinò l’indice alle labbra. «Abbassa la voce, fratellino. Che succederebbe se qualcuno ti sentisse?»
Le sue labbra avevano già perso colore. «Andrew, cosa ci fai a casa… adesso…» farfugliò. Davvero cercava argomentazioni?
Flo cedette per prima. «Andrew… Amore mio, perdonami!» singhiozzò. Tentò di coprirsi col lenzuolo, ma era incastrato sotto il culo di Lucas. «Non so cosa mi abbia preso, è stato… è stato un brutto errore che…»
Andrew le mostrò il palmo e la zittì. «Lo so». La sua voce era bassa e fremeva. «Non è colpa tua, piccola. So che sei stata ingannata da questo traditore».
«Ehi, non è affatto vero!» Lucas balzò in piedi e andò a raccogliere i jeans dal pavimento; li indossò facendo l’equilibrista. «Non sono stato io, va bene? Non del tutto! È stata lei a venire da me quando…»
«No!» strillò Flo. «Stavo male, è vero, ma non puoi credere che…»
Andrew badava solo al fratello. «Dove pensi di andare?»
Una vampata di orgoglio passò nello sguardo di Lucas. «Questa è casa mia», borbottò tra i denti. «Quello che è di troppo sei tu! Perché non te ne vai, Andrew? E perché non porti questa puttana con te?»
Flo gli ruggì contro. «Va’ al diavolo, bastardo! Certo che ce ne andremo! Non è vero, Andrew? Staremo insieme e dimenticheremo tutto! Andiamo via adesso!»
Andrew non voleva ascoltarla. «Lucas, è colpa tua. Hai cominciato tu tutta questa storia. E la pagherai».
«Ah, davvero?» Suo fratello gli andò incontro a petto in fuori. «Cosa vorresti fare? Ammazzarm—» Gemette. Il suo sguardo incontrò il coltello che Andrew aveva in pugno e lui si fermò in una posa ridicola, come un film in pausa. «Andrew… Andrew, non fare stronzate. Mettilo via…»
Flo si portò le mani alla bocca, paralizzata dal terrore.
Andrew impastò le dita sul manico. «Cosa dovrei fare?»
«Senti… Ascolta, diamoci una calmata», farfugliò Lucas. Indietreggiò con le braccia tese. «Fratellone, non puoi reagire così! Sei arrabbiato, sei…»
«Sono tuo fratello solo adesso? Non lo ero mentre ti scopavi la mia donna».
«È per lei che dovremmo litigare? Per questa troia?!»
Un fulmine di rabbia colpì la pupilla di Andrew come la punta di un ago arroventato. Balzò e la lama lacerò la carne, spinta in profondità da un affondo rabbioso. Gliela girò nelle viscere.
Un’esclamazione di stupore raggrumò bolle di sangue sulla bocca di Lucas e il grido di Flo risuonò nella notte.
Andrew ritirò la lama con uno strattone e Lucas si accasciò ai suoi piedi. Cercò Flo: lei gli lanciò un cuscino, guadagnò quell’attimo di vantaggio, balzò dal letto e corse via dalla stanza.
Andrew gridò. «Flo!» La mano di Lucas era aggrappata alla sua caviglia, se la scrollò di dosso e le corse dietro. Tanto, lui era già morto.
Uno schianto. L’attaccapanni era caduto in corridoio, sbarrava la strada. Flo si fiondò alla porta di casa con l’impermeabile al petto, la aprì e uscì in un’ondata di ricci. I suoi piedi nudi picchiarono le scale, attorno al vociare allarmato degli inquilini tra i pianerottoli.
Andrew restò immobile, il fiato spezzato, la mente annodata tra quegli ultimi momenti. Si voltò: Lucas era immobile in una pozza di sangue. Il coltello gli scivolò dalle dita e sferragliò sul pavimento.
Le implicazioni della propria furia lo colpirono con la ferocia di una lama piantata nel ventre.
«Va’ da lei», consigliò Frahazanard.
Andrew scosse il capo. Il ragionamento era rallentato, compresso da un imbuto di panico.
«Raggiungila!» insistette il globo. «Se non la prendi per primo, qualcun altro te la porterà via».
Andrew scavalcò l’attaccapanni, uscì sul pianerottolo e abbandonò l’appartamento del fratello. Per sempre, doveva essere per sempre. Si precipitò giù per le scale, tra la moltitudine di facce spuntate fuori dagli appartamenti, svegliati dalle urla, schivando le lamentele e il terrore di chi aveva capito che c’era qualcosa che non andava davvero.
Arrivato al pianterreno, l’urlo di una vecchia risuonò per il palazzo. «Chiamate un’ambulanza!»
«No!» Un uomo le fece eco. «Chiamate la polizia!»

Continua…


Andrew Cruel – Capitolo 5

Andrew3

Flo se ne tornò in cucina e andò a puntellare i lombari sullo spigolo del lavandino. Lucas inclinò il capo, allontanò il piatto coi resti del pranzo e si accese una sigaretta.
«Sta dormendo», bisbigliò lei. «Se ha fame, il frigorifero è pieno».
Lucas sollevò il mento e soffiò il fumo contro il lampadario. «Comincio a preoccuparmi. Non credi che sarebbe ora di chiamare il medico?»
«Gliene ho parlato ieri, Lu, che altro dovrei fare? Si è incazzato, dovevi vederlo! Ha detto che starei complottando per convincerlo che è malato».
«Sì, ecco, detto tra noi… non è che lui stia facendo qualcosa per smentirci: è matto come un cavallo!»
Un angolo della bocca di Flo ebbe uno spasmo, un’ombra di risata. Il tempo in cui l’avrebbe trovato divertente apparteneva a una vita fa. Non era rimasto altro che paura, infestava la casa. Lei sospirò e andò a sedersi a tavola: c’era una luce grigiastra che filtrava dalle tende e colorava tutto d’acciaio.
Lucas scrollò un po’ di cenere nel piatto. «Che hai?»
«Sto pensando a quello che hai detto». Vero a metà: non aveva considerato di dirglielo, ma parlare con Lucas era facile. Lanciò un’occhiata verso il salotto, tese l’orecchio e non sentì nulla; si sporse sul piano per abbassare la voce. «Quando sono tornata dalla palestra, la settimana scorsa, qui era tutto buio e ho pensato che stesse dormendo. Ho fatto piano per non svegliarlo e… Lu, davvero, mi è preso un colpo! Lui stava parlando. Mi sembrava al telefono, però farfugliava. Sembrava che parlasse da solo. Quando ho sbirciato in camera, stava dormendo».
Lucas aveva una faccia impassibile, ma la rigidità delle sue dita parlava per lui. Fece un tiro profondo e soffiò il fumo dalle narici. «Non è che parlava nel sonno?»
«Non lo so. Era così strano…» Un brivido le diede un capogiro.
«Guarda il lato positivo: se facciamo rinchiudere quel rompicoglioni, organizzo una serata di beneficienza con open-bar sino a esaurimento scorte!»
Quella volta, il sorriso le curvò le labbra. «Non è carino, da parte tua».
«Dico sul serio, Flo! Non so cosa gli sia preso per diventare più… insopportabile di quanto sia mai stato, ma penso che tu sia una brava persona e non meriti tutto questo. Non meriti, voglio dire, di passare i tuoi giorni ad assecondare i suoi capricci».
«Sei molto gentile». Tutto sommato, lo era. Flo lo fissò negli occhi scuri, attraverso la cortina che saliva dalla sigaretta: erano tanto simili a quelli di suo fratello, ma più innocenti. E dire che non avrebbe mai considerato Andrew un criminale! Eppure…
Un paio di pantofole strascicarono in salotto e Flo si ritrasse sulla sedia; anche Lucas si era incollato allo schienale.
Andrew entrò in cucina. Anche quel giorno, si era alzato senza passare in bagno per farsi la barba. Aveva le occhiaie di un malato e gli zigomi cominciavano a sporgere sulla faccia. Con quel poco che mangiava, oramai doveva muoversi reggendo in pugno i pantaloni del pigiama.
Flo rabbrividì: almeno, gli era passata la voglia di fare sesso, perché così conciato… «Amore mio». Balzò in piedi. Troppo in fretta, la colpevolezza le fece tremare le ginocchia. «Hai… hai fame? Ti preparo qualcosa?»
Andrew la squadrò da capo a piedi; fissò anche il fratello. Quei suoi occhiacci sembravano concentrare tutta la vitalità che gli stava abbandonando il corpo. «Acqua», rantolò, si allungò sulla brocca al centro del tavolo, la prese e ci si attaccò. Bevve in lunghi sorsi, il pomo d’Adamo rimbalzò nella gola scarna e i rivoli gli impregnarono la barba.
Lucas puntellò un gomito accanto al piatto. «Stai meglio?»
Andrew posò la brocca svuotata. «Non lo so», boccheggiò. «Dammi una sigaretta».
Lucas afferrò il pacchetto, lo scrollò e fece sporgere un filtro. Andrew prese la sigaretta e l’accendino sul tavolo, la portò alle labbra e tentò un paio di scatti incerti; sembrava non riuscire a far presa con le dita. Al terzo tentativo, produsse la fiamma e accese il braciere.
Lucas si schiarì la voce e spense il mozzicone nel piatto. «Un po’ d’aria ti farebbe bene. Perché non vai a farti una doccia e non esci, stasera? Vieni a trovarmi al bar, c’è blues dal vivo».
Lui scosse la testa. «Ho da fare. Portati Flo».
Flo si torse le mani tra loro. «No, io… Vorrei restare qui con te. Potresti aver bisogno di qualco—»
Andrew la fissò con una faccia incazzata. «Devo uscire, ce la fai a capirlo? Va’ a divertirti da sola». Si alzò e abbandonò la cucina sbuffando fumo, lasciando dietro un’esalazione di sudore rancido.

*

Andrew nascose il naso sotto la sciarpa, incassò la testa tra le spalle e procedette controvento, con la pioggia che picchiava il cappuccio dell’impermeabile.
Doveva essere l’ora del tramonto, ma era già buio pesto. Il freddo gli stava paralizzando gli arti, affondava fin dentro gli anfibi; e dire che gli sarebbe bastato desiderare qualcosa per coprirsi meglio, una cazzo di muta da sub, una casa spuntata dalla strada come una margherita, che il maledetto temporale scomparisse! No, meglio di no. Il freddo era reale, la paura non lo abbandonava più e non avrebbe formulato nulla che non fosse indispensabile. La mano destra, nella tasca, riceveva un po’ di quel tepore perpetuo dalla superficie della sfera.
Abbassò il mento sul petto. «Lo sanno! Sanno tutto! Sanno che sono un assassino, stavano complottando contro di me!»
«Puoi andartene quando vuoi, Andrew Cruel». Frahazanard dava l’idea di sforzarsi per restare serio. «Vattene da questo posto e ricomincia una nuova vita dovunque desideri. Non ti ho già mostrato abbastanza mondi e possibilità?»
«No! Flo… Non voglio separarmi da Flo!»
«Portala con te».
«Non posso! Finché mi crederà un assassino…»
«Ma tu sei un assassino, di questo sei convinto oltre ogni ragione».
«Lo so cosa sono! E lei? Lei ce la fa a credere in me? Le faccio paura, adesso! È convinta che la ucciderò e nasconderò il suo cadavere!»
«Sei certo di averla decifrata col dovuto criterio?»
«Vuoi insegnare a me cosa prova un essere umano?!»
«Non oserei mai, Andrew Cruel». Il divertimento del globo risalì nella mano di Andrew come una pulsazione, ma doveva averlo solo immaginato.
L’albergo era sull’angolo dell’incrocio più avanti, subito dopo il ponte. Entrò nella hall e scambiò un’occhiata con l’uomo alla reception: aveva imparato la lezione, dopo l’ultima volta, e non tentò di scacciarlo, ma gli fece una smorfia indignata.
Andrew abbassò gli occhi: stava gocciolando sul tappeto, l’aveva già ridotto a una palude.
«La stanza è pronta, signore». La voce dell’uomo era la quintessenza della rottura di palle. Si attaccò al telefono e chiamò qualcuno a ripulire la hall. Meglio così.
Andrew andò agli ascensori: quello di destra era libero. Premette il tasto 18, le porte si chiusero; lui appoggiò la fronte allo specchio e chiuse gli occhi. Il trillo lo svegliò e la cabina si aprì su uno dei corridoi alti dell’albergo, pieno di quadri e statue classiche.
La stanza 1812 era l’ultima. Andrew frugò nella tasca dei pantaloni, in cerca della chiave. Gli venivano i brividi se pensava a cosa sarebbe successo se Flo gliel’avesse trovata. Già… Come la giustificava una stanza d’albergo pagata per settimane?
Frahazanard diede un colpetto di riso. «Cos’è questa fretta?»
Andrew ispezionò il corridoio per essere certo che non ci fosse nessuno in vista. «Devo lavarmi. Lo sai che ha fatto storie, l’ultima volta».
Girò la chiave nella serratura ed entrò. La camera era immacolata, un vero miracolo: l’ultima volta, l’avevano trasformata in un girone infernale.
Andrew lasciò l’impermeabile sul radiatore, se ne andò in bagno e aprì l’acqua calda nella vasca. La voleva bollente solo per sentire addosso qualcosa. Si spogliò e calciò i vestiti umidi in un angolo.
Lo specchio era già appannato. Triste pensare che… c’era stato un tempo in cui sarebbe stato piacevole lavarsi dal sudore e dallo sporco accumulati, prima che la visione del buio oltre la realtà gli drenasse ogni gioia dal corpo. S’immerse e l’acqua lo scottò, ma il dolore si fermava sulla pelle, non riusciva a scendere di un millimetro oltre l’epidermide. Il bagnoschiuma “consistenza setosa” era un’altra menzogna, perché era sapone e nulla più.
La pulizia fu rapida ed efficace. Andrew si risciacquò, indossò un accappatoio e barcollò sul grande letto matrimoniale. Sprofondò nel materasso e immaginò di affondare in una di quelle pozze di fango gelido delle steppe, capaci di conservare le carcasse integre per migliaia di anni. Un’oscurità egualmente catramosa gli chiuse gli occhi.
Si risvegliò perché il telefono stava squillando. Doveva essere passata un’ora, qualcosa del genere; era diventato molto sensibile allo scorrimento del tempo. Andrew allungò la mano sul comodino e strappò il ricevitore. Nessuna parola, solo la musichetta convenuta. Bene. Riattaccò, si alzò in piedi e passeggiò intorno al tavolo nel mezzo della stanza. Voleva essere ben sveglio. Una cinquantina di giri dopo, bussarono alla porta.
Andrew andò ad aprire e Alexis gli si parò di fronte col solito sorriso di circostanza. Anche se fuori gelava, le sue tette balzavano dalla scollatura, incorniciate dal colletto di pelliccia. Gli porse la guancia destra per mettere in mostra l’acconciatura rasata solo su un lato. «Bacino…!»
Andrew le sfiorò lo zigomo con le labbra e la fece entrare. Alle sue spalle, nascosta, una ragazzina le venne dietro strisciando i piedi. Era piccola e teneva gli occhi bassi, truccata in quel modo pesante che dava incertezza all’età.
Andrew sbirciò l’orologio sulla mensola. «Sei in ritardo, Alexis».
«Se hai ingannato il tempo per farti una doccia, tanto meglio. Lei è Clori». Cinse le spalle della ragazzina e gliela mise davanti. Sembrava trattenerla per non farla scappare.
Quella mocciosa gli arrivava al petto. Lo guardò sottecchi, le mani torte al ventre.
Andrew si sforzò di addolcire la voce. «Non avere paura… Clori. Quanti anni hai, Clori?»
Alexis schiuse le labbra in un sorriso d’acciaio. «Quattordici». Si staccò da lei, sfilò la pelliccia e la gettò sulla poltrona. Sotto, aveva un tubino nero; e un frustino legato alla cintura. «È la più giovane che sono riuscita a trovare alle tue condizioni. Ti va bene?»
Andrew la guardò meglio: Clori aveva ricci biondo opaco e l’innocenza sul viso. Bisognava darle una qualche buona ragione. «Vuoi guadagnare un bel po’ di soldi?»
La ragazzina annuì al pavimento. Tanto bastava.
«Bene». Andrew si chinò, le cercò la bocca con la propria e la baciò. Gli sembrò un sacrilegio turbare quelle labbra morbide con la propria barba incolta, ma ’fanculo, pagava apposta! Le sfilò il cappotto dalle spalle e cercò il primo bottone della camicetta. «Fa’ come ti dico».

*

Era notte fonda. Andrew avrebbe potuto prendere almeno un taxi, ma voleva smaltire un po’ l’alcol e la cocaina. Almeno aveva smesso di piovere, ma ogni passo era un’agonia di fatica.
Nel palmo della mano, il tepore di Frahazanard gli accarezzò le dita. «Come devo interpretare tutto questo?» Si tratteneva per non sbellicarsi.
«Come ti pare».
«Oh, Andrew Cruel, Andrew Cruel! Non lasciarmi così sulle spine! Fa’ finta che io non sappia, che non possa leggerti il cuore. Fingiamo come ai vecchi tempi, quando ancora speravi di tenermi nascosto qualcosa». Era come ragionare con un tossico in astinenza dalla droga preferita. Se fosse stato una persona, avrebbero avuto l’aspetto di due sbandati che si sorreggevano a vicenda sulla strada deserta.
Andrew sospirò, disgustato da sé stesso. Si stava perdendo e non poteva farci nulla. Quella piccola avventura l’aveva soddisfatto meno di quanto avrebbe sperato e l’amaro gli pungeva la lingua. Era meschino tradire Flo, ma niente aveva più senso. L’amore sconfinato per lei… era minuscolo, un bruscolino, miliardi di volte più piccolo della più misera particella subatomica. Poteva ritenersi deplorevole per aver comprato il corpo di una bambina, ma non credeva che l’amore l’avrebbe salvato. Non come nelle storie. La bestialità, l’istinto… La caotica marea della depravazione… Quello sì, quello era concreto.
«Che cosa sei, Frahazanard?» Quante volte gli aveva già fatta quella domanda? Ci sperò.
«Se anche ti rispondessi, non potresti capirlo».
«Non credevo di poter capire molte delle cose che mi hai mostrato, ma avevo torto».
«Tu non credevi, ma io so. So di essere ancora ben oltre la portata della tua immaginazione».
«Ti prego…»
«Non implorarmi, Andrew Cruel, e ricorda sempre: è il tuo futuro, non il mio. Chiedi, chiedi qualsiasi cosa. A discapito di tutto, chiedi. Io ti darò».
Era tornato a casa. Si chiuse nell’ascensore e ascoltò il cupo scorrimento del cavo d’acciaio che lo tratteneva nel vuoto. Ebbe voglia di piangere. Quando uscì sul pianerottolo, sbirciò l’orologio al polso. Era molto tardi, Lucas doveva essere rincasato un’ora prima ed era già a dormire, sicuro.
Andrew esitò. Flo gli era rimasta accanto, nonostante tutto; e prima di lei, Lucas l’aveva accolto in casa. Non li aveva mai ringraziati. Forse poteva ancora cambiare. Poteva salvarsi mostrando gratitudine, per una volta. E tutto poteva avere un senso! Se non quello del mondo… almeno qualcosa che degli esseri umani potessero creare per sé stessi.
Le sue labbra si mossero piano. «Perché no?»
«Provaci». Neanche a Frahazanard dispiaceva l’idea.
Un buon modo per cominciare era cercare di non disturbare il sonno di Lucas, soprattutto dopo una lunga giornata di lavoro. Forse, da quel momento, il resto sarebbe stato più facile.
Andrew ruotò la chiave nella serratura, più piano che poté, e scivolò nell’appartamento in punta di piedi.
Una risatina si mischiò a un sospiro d’estasi. Veniva dalla camera da letto.

Continua…


Andrew Cruel – Capitolo 4

Flo

Andrew allungò una banconota al taxista. «Tieni il resto». Uscì senza neanche un saluto e si ritrovò sul marciapiede, proprio davanti all’ingresso dello stabilimento. Il tanto decantato posto fisso che Lucas gli aveva trovato, la sua insperata fortuna. Tutte le volte che ci pensava, aveva voglia di strapparsi il colletto della camicia.
Un paio di figli di puttana uscirono chiacchierando dal portone. Avrebbero dovuto riconoscerlo e salutarlo, ma non lo videro neanche. Meglio così. Entrò, mostrò il badge alla guardia e salì le scale verso il primo piano. Il suo ufficio lo attendeva a destra, ma lui svoltò a sinistra.
Nell’angolo in fondo, ben piazzata dietro la scrivania da segretaria, la signora Eliza sollevò gli occhi dalla rivista di gossip e balzò sulla sedia. «Andrew!» Nascose il giornale sotto un fascicolo. «Che ci fai qui? Non dovevi…?»
Andrew la ignorò e passò oltre.
«Aspetta!» Eliza si sbracciò. «Non hai un appuntamento! Non…»
Doveva essere la prima volta che si sforzava tanto per alzare il culo. Peccato. Andrew spalancò la porta del capoufficio senza bussare e il famigliare fetore di sigaro gli grattò i polmoni.
Il signor Marshall era in piedi accanto allo schedario, perplesso, con quel cazzo di mozzicone sempre tra i denti legnosi. Andrew gli sorrise.
«Signor Marshall, mi scusi!» La segretaria fece capolino sotto il braccio di Andrew. Aveva una voce così insopportabile da far venire voglia di tramortirla con un cazzotto in testa. «Non l’ho lasciato entrare io, ha fatto tutto da solo! Gli ho detto che…»
Marshall agitò una mano. «Va tutto bene, Eliza, può entrare. Andrew, qual buon vento? È bello rivederti!»
Andrew lasciò che Eliza chiudesse la porta dell’ufficio. Non parlò, non ne aveva voglia. Non lo sopportava, quello lì, con le sue prediche sul gioco di squadra, la puzza addosso, le bretelle scolorite, gli aloni di sudore sotto le ascelle. Che uno così producesse le cipolline in barattolo era quasi una contingenza.
Il capoufficio passò il sigaro da una parte all’altra della bocca. «C’è qualcosa che non va?»
Andrew sorrise. «No, anzi, va alla grande!» Impastò le labbra tra loro un paio di volte. «Lei è stato molto generoso con me, signor Marshall. Molto comprensivo…»
Quello scrollò le spalle. «Ho cominciato esattamente come te». Si stava facendo guardingo.
«Una ragione ulteriore per non finire come lei». Andrew gli mostrò le mani aperte. «Sono venuto a dirle di persona che mi licenzio».
Marshall contrasse il volto: sembrava più stupito che arrabbiato. «Non capisco».
«Già, non stento a crederlo. Non ho più bisogno di lavorare, tutto qui. E se anche fosse, solo un idiota sprecherebbe la vita in questo posto infernale! Voglio solo assicurarmi che non ne parlerà con mio fratello».
«È questo il tuo problema? Diamine! Un abbandono di punto in bianco, dopo un periodo di malattia, per giunta… Non è neanche legale, te ne rendi conto? E ti preoccupi di tuo fratello?»
Andrew scrollò le spalle. «So che non lo farà. Non sono io quello che regge la baracca e lei è troppo dignitoso per perseguire qualcuno che non ha più voglia di lavorare».
Il cipiglio del signor Marshall segnalò che, da parte sua, la conversazione poteva dirsi conclusa. «Quand’è così… credo sia tutto, Cruel». Se ne tornò a frugare nello schedario. «Fuori di qui e non farti più vedere.»
Andrew rivolse un unico sogghigno all’ex direttore e abbandonò l’ufficio, sfilò tutto tronfio sotto gli occhiacci della signora Eliza e scese la scalinata. Un gradino dopo l’altro, aveva il passo sempre più leggero.

*

Andrew entrò nel bar in fondo alla strada, ordinò un caffè e si fiondò in bagno senza aspettare, chiuse col chiavistello e andò a rintanarsi nell’angolo più lontano dall’ingresso, proprio accanto alla tazza del cesso.
Affondò la mano nella tasca del cappotto e strinse la sfera. Tiepida, come sempre. «Frahazanard».
«Il tuo animo è estremamente lieto, Andrew Cruel».
«Puoi ben dirlo! Ascolta, mi sono appena licenziato, ma dovrò pur vivere di qualcosa. Cosa potresti fare per me?»
«Tu cosa vuoi per te?»
«Voglio solo essere certo di… di avere sempre con me il denaro che mi occorre!»
«Una certezza è più che sufficiente. Controlla le tue tasche.»
Andrew recuperò il portafoglio e lo aprì davanti agli occhi: era uscito con un biglietto da cinquanta e uno da venti, lo ricordava bene, ma il ventaglio di banconote gli sventolò in faccia un profumo di Zecca di Stato. Gli mancò il respiro, estrasse i contanti e li esaminò uno per volta. I polpastrelli tastarono il rilievo dei numeri di serie. «Non sono falsi! Non sono duplicati!»
Frahazanard sembrava annoiato. «So bene che non ti sarebbero serviti, altrimenti. Ho estrapolato da te il concetto di validità del denaro».
«Ma… se sono veri… devono appartenere a qualcuno!»
«Nessuno ne sentirà la mancanza. Hai formulato il tuo desiderio, Andrew Cruel: questa è la ricchezza che ti occorrerà adesso».
«Adesso? Che dovrei farmene di tutti questi soldi?!»
«Pensaci. Sei un uomo generoso, Andrew Cruel. Un uomo estremamente devoto».

*

Andrew chiuse la porta di casa con una pedata: aveva le braccia ingombre di sacchetti e pacchi, non ce la faceva più, ma quella era una fatica piacevole. «Sono io!»
Nessuna risposta. Lasciò cadere la spesa sul divano e andò in cucina: Flo stava affettando delle patate, sobbalzò quando lo vide e si sfilò le grosse cuffie del walkman. Sorrise appena, fece una smorfia e si tastò il labbro spaccato. «Mi hai fatto paura». Si staccò dal tavolo e corse a baciarlo. «Come mai sei già a casa? Non ti aspettavo…»
Andrew restò impassibile al bacio e si sporse per guardare sul tavolo. Ben quattro quotidiani erano stesi in bella mostra. «Cosa stavi facendo?»
Flo si strinse nelle spalle. «Oh, ecco, cercavo un lavoro part-time. Lo so che mi hai detto che posso restare quanto voglio, ma non sarebbe giusto approfittarne…»
Che stronzata! «Ma di cosa vuoi approfittare?! Flo, che diavolo! Non abbiamo più bisogno di questa roba!»
«Che cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che… tu non ne hai più bisogno! Posso provvedere io a entrambi.»
«Non voglio essere un peso!»
«Non lo sei». La prese per mano e la tirò in salotto. «Vieni a vedere, guarda cosa ti ho portato!»
Flo squittì davanti al divano ingombro e nascose la bocca in un palmo. Era proprio buffa. Andrew trattenne una risata.
Lei non voleva crederci. «Ma… ma cosa…» farfugliò.
«C’è la spesa per la cena di domani con mio fratello. Gli altri sono regali. Regali per te».
Scartarono insieme la catasta di meraviglie. Ai piedi del divano, il cumulo di cartacce cresceva come la risacca di un mare sporco. Flo era estasiata e terrorizzata dalla quantità di vestiti, gioielli e cianfrusaglie. Si rigirò tra le dita un prodigioso pendaglio di smeraldo.
Era il momento di dirle qualcosa di carino. «S’intona con i tuoi occhi».
«Come hai fatto a pagare tutto questo?!»
«Non è un tuo problema». La baciò e si alzò in piedi. «Vado a fare una doccia e… vorrei trovarti a letto quando sarò uscito. Ho anche fame, preparami qualcosa». Si accertò che lei avesse annuito prima di andarsene in bagno.

*

Dopo cena, Andrew era davvero stanco. Sprofondò nel divano a fare zapping e Flo gli si accoccolò vicino. Non la smetteva più di tastare quello smeraldo al collo e miagolava come una gatta.
Nella penombra del salotto, il televisore mandava lampi.
Lei gli massaggiò il petto sotto il maglione. «È bellissimo essere qui con te».
Andrew annuì, sbadigliò, stese il capo all’indietro e chiuse gli occhi.
Flo lo scosse e lo obbligò a sollevare le palpebre. Doveva essere passato del tempo; non molto. «Cosa c’è?»
«Guarda!» Lei tese un dito contro lo schermo. «Parlano di un uomo scomparso da queste parti, poveretto!»
La stanchezza evaporò. Andrew raddrizzò la schiena: una giornalista era in piedi sullo sfondo di una ricca villetta di campagna. Aveva un cipiglio drammatico. «Continuano le ricerche di Donald Costa, l’imprenditore scomparso pochi giorni fa dalla sua residenza. Era tarda serata, testimonia la famiglia, quando il signor Costa si è allontanato dalla festa privata per il compleanno della figlia minore. Intorno alle due del mattino, l’ultima segnalazione della sua presenza nella sala da ballo…»
Andrew trattenne il fiato, serrò i denti e un nodo gli ghermì lo stomaco. Il servizio inviò a tutto schermo il primo piano di un uomo dal sorriso triste, grigio sul volto scavato, dai capelli bianchi e le occhiaie profonde. Dracula suicida!
Apparve Charla Costa, moglie dello scomparso Donald, una bella signora preoccupata. Parlava da un salotto che sembrava la galleria di un museo, seduta in poltrona, con quella stessa foto tra le mani. «Le autorità ce la stanno mettendo tutta per trovare mio marito, le ringrazio, ma sono stanca di aspettare notizie che non giungono». Guardò fisso in telecamera. «Io, i miei figli e la famiglia di Donald… Tutti noi abbiamo bisogno di risposte! Offriamo un lauto premio in denaro a chiunque sia in grado di fornire informazioni utili al suo ritrovamento. Al momento della scomparsa, mio marito indossava un abito da sera e…»
Un numero speciale lampeggiò in sovrimpressione.
Flo si strinse al suo braccio. «Che storia assurda. Sua figlia è più piccola di me, l’hanno detto mentre dormivi. Poverina, mi fa tanto pena…»
Dracula suicida, bastardo…! La sua famiglia voleva trovarlo, era logico! Il tonfo del corpo contro l’automobile risuonò nella memoria di Andrew, l’umido della notte, il sangue…
«Andrew? Amore, ti senti bene?»
«Sì». Aveva la voce rauca. Si scrollò Flo di dosso. «Devo andare in bagno».
Era già da un po’ che il cesso stava diventando una sorta di tana, ma non aveva scelta. Andrew diede due giri di chiave e se ne restò lì, senza accendere la luce, in un buio assoluto. Tastò nella grande tasca dei jeans, quella vicino al ginocchio, tirò fuori la sfera e il chiarore scarlatto saturò l’ambiente. «Avevi detto che non ne avrebbero saputo niente!» sibilò, così piano da non riuscire a sentire le sue stesse parole.
«Avevo detto che nessuno poteva ritrovarlo». Frahazanard lampeggiò, divertito. «E non lo troveranno, Andrew Cruel. Vuoi sapere dov’è finito?»
Sì, forse sarebbe stato bene chiederglielo, ma una fitta di panico perforò le budella di Andrew. No, non voleva saperlo; certe cose era meglio ignorarle. Deglutì, si abbandonò contro la parete e scivolò sino a incontrare il pavimento. Aveva una mano affondata tra i capelli. «Che cosa posso fare?»
«Non c’è niente da fare. Vivi! Qualcuno t’impedisce di andare avanti? Non dirmi che è il senso di colpa a divorarti, non sarebbe da te!»
«Cosa ne sai di me, tu, stupida palla di vetro?!»
«Lasciami pensare…» Pretesa buffa, la sua, dal momento che non possedeva certo un cervello per formulare pensieri.
Andrew si spazientì. Era assurdo, lo stava prendendo per il culo! «Allora?!»
«So che avevi bisogno d’aiuto. So che eri sconfitto, ferito, ma forte abbastanza per richiamarmi a te. Credi forse che il nostro incontro sia stato un mero colpo di fortuna? Un capriccio del fato? Destino è la parola con la quale i deboli giustificano le proprie mancanze. Finché sarò con te, finché resterai forte, potrai usarmi per scrivere il tuo futuro».
«Va bene! Allora… annulla questa ricerca! Fa’ che quel… quel Donald Costa sia dimenticato!»
«Ho detto che posso scrivere il tuo futuro, Andrew Cruel, non quello degli altri». Nel buio, i suoi lampi serrati erano più diabolici che mai.
Andrew sospirò, scosse il capo, si scoprì a tremare. La mente sembrava in fiamme. «Donald Costa… lui ti ha usato prima di me».
«Mi ha detto il suo nome». Per Frahazanard, quella doveva essere un’ovvietà.
«Cosa ti ha chiesto?»
«Ricchezza, prosperità, fortuna…»
«Per quanto tempo?»
«Non possiedo una reale dimensione del tuo tempo nella mia forma. Per me potrebbero essere innumerevoli cicli, per te molto pochi; o viceversa».
«E poi? Cos’è successo?»
«Abbiamo parlato a lungo, tutte le notti. Col tempo, è riuscito a sapere qualcosa di me, ma a quel punto io sapevo già tutto di lui. Alla fine, non gl’importava più niente di nessuno. Sei carnale, Andrew Cruel? Ti piace unire il tuo corpo a quello della tua compagna, percepisco. Anche a Donald Costa piaceva, ma se n’è distaccato sempre più. La sua femmina, Charla, ne era afflitta e ha fatto ricorso a tutte le strategie capaci di destare la fantasia dei maschi della tua specie. Funzionò sempre meno. Donald preferiva parlare con me, bramava le finestre sui mondi che ero capace di aprirgli nella mente. E per quanto ne fosse terrorizzato, non si stancava mai di quelle visioni. Esistono verità troppo grandi per la comprensione dei più e sì, forse la nostra intima natura è quella di pedine per un grande gioco, ma sta’ tranquillo, Andrew Cruel, poiché nessuno sceglierà al tuo posto i sentieri da imboccare sul crocevia. Credimi: alcuni li ho disegnati io stesso».
Una nuova serie di lampi proruppe dalla sfera: Andrew li soffocò nel pugno, ripose il globo nella tasca e uscì dal bagno. Si fiondò in salotto.
Flo balzò dal divano e lo fronteggiò, spaventata. «Cosa c’è?!»
Le saltò addosso. «Ti voglio!» La baciò, le strappò i vestiti con una passione che sapeva di panico. Stava tremando di febbre; o di paura. Entrambe le cose, forse. Flo doveva averlo sentito, ma non gli chiese nulla.
Anche lei tremava.

Continua…


Andrew Cruel – Capitolo 3

Lucas1

Andrew spalancò la porta di casa e, per la prima volta, lo accolse il delicato profumo di deodorante per ambienti. Il muschio bianco fece contrasto col ricordo del fetore che aveva mandato in crisi la donna delle pulizie. Peggio per lei, era stata pagata! E Flo non doveva sapere quanto fosse riuscita a devastargli la vita.
Adagiò le due grosse valigie in salotto e girò il capo: Flo entrò timida, con le mani strette alla tracolla della borsa, sin nel quadrato di tramonto che si allungava dalla veranda. Il suo sguardo si calamitò sui quartieri alberati della zona Ovest. «Che vista fantastica!»
Andrew grugnì e andò a chiudere la porta. Erano rimasti soli, isolati dal mondo. Si voltò e piantò le scapole ai lati dello spioncino. Flo era lì, non era un sogno! Era meraviglioso, un miracolo… E lei era una stronza.
Sempre impeccabile nei suoi vestitini da discount; sempre dignitosa. Si fece scivolare la borsa dalla spalla e la mollò sul tavolino. «Perché mi guardi così?»
«È troppo facile tornare nella mia vita e credere che sia tutto come prima». L’amarezza dell’accusa era già andata oltre il distacco che si augurava di esibire.
«Hai ragione». Flo si passò una mano nervosa tra i ricci. «Non avrei—»
«No, non avresti dovuto».
Diventò rossa; forse si stava incazzando. «Mi dispiace! Non ero in me, non so cosa mi abbia preso! Tutti possono sbagliare!»
«Ma non tutti possono rimediare».
«Sei impossibile! Cos’è questa commedia? Vuoi solo farmela pagare o c’è un’altra ragione?»
«Non ho ancora deciso se mi va di perdonarti».
Flo aggrottò le sopracciglia sottili con una strana fierezza e gli andò incontro, petto contro petto, alzò il capo e lo fissò negli occhi. «Non ho stravolto la mia vita per un capriccio! Adesso sono qui e voglio ricominciare con te, qualunque sia il prezzo! Mi hai sentito, stupido?! Farò qualsiasi cosa per riparare ai miei errori! Se stai cercando un modo per quadrare i conti… Accomodati, sono tutta tua». Spalancò le braccia.
Lo stava dicendo davvero?! Una scarica di adrenalina affondò un crampo nella pancia di Andrew. Si era quasi ammazzato sulla strada provinciale, aveva investito un uomo, era diventato un assassino solo perché la sofferenza l’aveva accecato. E lei non poteva neanche immaginarlo. Sollevò la mano e la frustò sul viso di Flo in un poderoso manrovescio.
Lei urlò, lo strillo si mischiò a una nota interrogativa, barcollò all’indietro, cadde sul divano e restò immobile. Aveva il fiato corto e le mani premute sulla faccia, in un punto arrossato sulla pelle chiara. Dietro la capigliatura crespa, il suo sguardo lucido era quello di un animale spaventato. «Andrew…» boccheggiò.
«Ecco, brava, comincia a ricordare il mio nome». Lui si sfilò il cappotto e lo lanciò sulla poltrona, raggiunse Flo, la strattonò per un braccio e la rimise in piedi.
Lei gridò, si dibatté, ma doveva solo starsene buona. Andrew le serrò la mano tra i ricci della nuca finché non inarcò il capo all’indietro. La baciò sulla bocca con tutta la violenza, voleva farle male; lei tentò di respingerlo e si beccò un altro strattone. Non doveva protestare, non ne aveva il diritto.
Flo gli premette il corpo addosso, si sollevò sulle punte per cercare tutto il contatto che poteva. Le piaceva. Si aggrappò a lui con una forza disperata. Andrew si staccò dal bacio e la trascinò via dal salotto, nella camera di Lucas. Era quella con il letto più grande, dopotutto.
La stanza sapeva di dopobarba costoso, ideale per una perfetta rasatura da barman. Andrew scagliò Flo sul materasso e le strappò un gemito spaventato, che gli fece venire l’acquolina in bocca. Lei era bellissima e inerme, non sapeva scegliere se amarla o sbranarla; nel dubbio, avrebbe fatto entrambe le cose.
Si gettò su di lei, la spogliò e la colpì ancora, sempre più estasiato dalle sue urla. Flo lo lasciò fare, mezza impazzita a sua volta in quel gioco perverso. La pelle arrossata stava già scurendo, lei aprì le gambe e Andrew le artigliò le cosce con cattiveria, per farle capire che non avrebbe avuto scelta in ogni caso.
Si staccarono che era notte.
Andrew rotolò sulla schiena, sfinito, impregnato del suo stesso sudore.
Flo si rigirò su un fianco: aveva il fiato corto, il respiro incerto e la faccia tumefatta. Lo baciò sulla bocca come una ragazzina delicata. Ridicola: si era fatta picchiare senza pietà e già tornava alle smancerie! Eppure, il suo sorriso era bello anche con il labbro spaccato. «Sono felice di riaverti con me».
Andrew latrò una risata secca.
«Cosa c’è?!»
«Guardati il faccino».
Flo si sollevò per intercettare il grande specchio sulla parete e la sua gemella nuda, con un costume di lividi addosso, le rivolse un’occhiata perplessa. «Oh…» Si tamponò il sangue dalla bocca e fissò le dita sporche.
Andrew le diede una spintarella. «Va’ a farti una doccia». Si allungò sul comodino e recuperò una sigaretta dal pacchetto di Lucas. «Dobbiamo uscire, ho promesso a mio fratello che saremmo passati nel suo locale. Ha espresso il desiderio di conoscerti». Persino imitare il tono distinto di Lucas era una rottura di palle.
«Uscire?!» Le spalle di Flo tremolarono. «Ma… io… così…» Si indicò la faccia.
«Ah, certo. Inventati qualcosa per quei lividi, usa un po’ d’immaginazione. Adesso sbrigati a lavarti: dovresti avere un odore migliore. Il bagno è la porta di fronte».
Flo annuì, si alzò e abbandonò la camera da letto.
Andrew sogghignò tra sé, si sistemò più comodo e accese la sigaretta. Gli era mancato sbattersi Flo e, tutto sommato, le cose avrebbero potuto essere peggiori. Prima della separazione, lei non si sarebbe mai lasciata pestare in quel modo. Non era male per niente!
«Eh, Frahazanard, peccato che tu non possa godertela», borbottò al vuoto della camera. Chissà se la palla lo sentiva, in qualche modo? L’aveva lasciata nella tasca interna del cappotto, una leggerezza da non trascurare. Per il futuro, avrebbe dovuto tenersela più vicino.

*

Pioveva a dirotto quando Andrew e Flo entrarono nel Cainus, il locale che Lucas Cruel si vantava d’aver tirato su con le sue sole forze. La clientela si riduceva a un paio di coppiette sedute ai tavolini più in ombra, quattro ragazze sulle poltroncine e due ultracinquantenni zuppi di pioggia, mezzi addormentati, con le loro alternative alla benzina nei bicchieri e i tovaglioli macchiati dai resti della cena. Un lento blues si spandeva in un’atmosfera di luce fredda, del medesimo colore.
Le due cameriere parlottavano tra loro in un angolo, mentre Lucas era dietro al bancone a fare i conti su un’agenda. Sollevò gli occhi dalle pagine, sorrise e gli fece un cenno col mento. «Ce l’hai fatta a passare! Allora, posso finalmente conoscere la fortunata…» Rantolò.
Andrew prese l’iniziativa. «Flo». Era meglio condurre le presentazioni. «Lui è Lucas, mio fratello.»
Lei gli tese la mano. «Molto piacere».
«Il piacere è… mio». L’esitazione di Lucas dava il sangue al cervello. «Scusami, Flo, ma cosa ti è…»
«Oh, questi», ridacchiò lei, indicando i lividi sul viso come se fossero una spolverata di lentiggini. «L’altro giorno ho preso la mia prima lezione di kickboxing. Non credo che continuerò: sono davvero una frana».
«Cazzo, no! Se ti riducono così…»
Andrew storse la bocca. «Lucas, volevamo bere qualcosa».
«Sicuro! Avete già le idee chiare o…»
«Brandy per me. Tu cosa prendi, Flo?»
«Puoi farmi un Margarita, Lucas?»
«Non c’è niente di più facile». L’idiota le ammiccò e si aggrappò alle sue bottiglie. «Sai, Flo, sono davvero contento di conoscerti. Andrew mi aveva detto qualcosa di te, ma è sempre stato molto vago…»
Flo ridacchiò. «Comportarsi da orso è degno di lui».
«Un romantico orso». Lucas sogghignò. «Eh, sì, non se l’è passata bene in tua assenza, il mio fratellone…»
Non ne voleva proprio sapere di stare zitto. «Lu, lascia perdere».
«Il solito piantagrane». Fece scivolare il brandy sul bancone, assieme a un bicchiere d’acqua con ghiaccio. «Goditelo!»
Andrew si fiondò sull’alcol come se fosse solo. Aveva già ingurgitato metà del brandy quando Flo ricevette il suo Margarita.
Lei sollevò il bicchiere. «Allora… alla nostra?» Le sue dita tremolarono.
«Oh, sì… certo». Andrew inclinò appena il bicchiere e bevve ancora.
Lucas puntò due dita sul bancone. «Andrew, è passato il signor Marshall un’ora fa. È davvero un brav’uomo, non lo crederesti! Era preoccupato per te, diceva che sembravi un cadavere in ufficio. Mi ha chiesto se ti sei rimesso e quando potrai tornare a lavorare. Ah, dice anche di stare tranquillo: la direzione ha deciso di retribuirti i giorni di malattia, qualcosa del genere».
Flo mugolò e mandò giù un sorso di cocktail. «Chi è il signor Marshall?»
«Un mio affezionato cliente». Lucas sembrava proprio contento. «Lavora per un’azienda a due isolati da qui, mi fa avere queste». Sollevò il barattolo di cipolline per cocktail. «Ormai siamo amici, pensa che viene qui tutte le sere per l’aperitivo. Quando ho saputo che da loro c’era un posto da ingegnere vacante, gli ho detto di Andrew e lui ha messo una buona parola coi superiori».
Flo cacciò un sospiro d’estasi. «Che persona gentile!»
Andrew non aveva proprio voglia di quelle stronzate. «Potremmo cambiare argomento?»
Lucas inarcò un sopracciglio. «Sì, certo che sì».
Flo gli sfiorò la mano. «Andrew, che hai?»
«Nulla. Vado in bagno». Scolò il fondo del bicchiere e si allontanò dal bancone.
Il cesso degli uomini era una specie di scacchiera dalle mattonelle bianche e nere, così fitte da dare le vertigini persino da sobrio. Andrew si chiuse dentro con il chiavistello, andò a pisciare con tutta calma e passò al lavabo. Lasciò scorrere l’acqua fredda sulle mani, si bagnò il viso, tentò di schiarirsi le idee. Un senso di angoscia gli strisciava sotto la pelle come uno strato di vermi.
Frugò nell’interno del cappotto ed estrasse il globo di vetro: la scacchiera si accese di scarlatto.
«Frahazanard!»
«Cosa ti turba, Andrew Cruel?» La voce incorporea non si stancava mai di suonare beffarda.
«Mio fratello! Lucas! Non può smetterla di fare l’idiota?!»
«Definisci idiota, Andrew Cruel.»
Andrew digrignò i denti. «Vaffanculo!» Picchiò la schiena contro la parete e scosse il capo. Vertigini su vertigini, gli sembrava di precipitare in un baratro di quadrati bianchi e neri.
Frahazanard lampeggiò. «Questa è l’unica ragione?»
No, non lo era, ma formulare il pensiero successivo richiedeva un tipo diverso di coraggio. Forse non aveva importanza: del resto, Frahazanard si era già dimostrato capace di leggergli nella mente, ma quella volta… Poteva essere solo in attesa.
Andrew abbassò la voce più che poté. «Continuo a pensare… ecco… Lo so che è assurdo, che non può avere senso, ma… se qualcuno sapesse che sono stato io?»
«Non starai parlando di un cadavere che non esiste!» La sorpresa di Frahazanard accompagnò quell’intermittenza caratteristica che ricordava tanto una risata.
«Puoi esserne certo oltre ogni dubbio?»
«Per niente».
«Allora cosa cazzo…!» Andrew si tappò la bocca. Aveva urlato. La rabbia gli pulsava nelle tempie.
«Rilassati, Andrew Cruel. Hai la tua donna, no? Goditela!»
Andrew ripose il globo nella tasca interna del cappotto, uscì dal bagno e raggiunse il bancone. Lucas e Flo stavano ridendo di gusto e lei aveva già finito il drink. Perfetto. «Dovremmo andare».
«Così presto?» Lucas gli fece un verso ironico. «Che diavolo, fratello! Con questo schifo di tempo è già un miracolo avere la sala vuota! Vuoi mandarmi in rovina?»
«No, anzi…» Andrew recuperò il portafoglio. «Quanto…?»
Lucas gli fece una smorfia indignata. «Metti via quella roba, offre la casa».
«La casa non offre un cazzo. Dunque, un cocktail e…»
«Andrew, se non metti via quei soldi ti caccio fuori prima di lasciarti andar via».
Flo gli afferrò l’avambraccio. «Gli prepareremo una cena per sdebitarci».
Lucas sembrò soddisfatto. «Ecco, questo è un giusto compromesso».
Non valeva la pena di perdere altro tempo. «Be’… Se la metti così…»
«Andate e divertitevi, fratellone! Flo, ci vediamo a casa, giusto? Sei proprio fortunato, Andrew, davvero fortunato!»
Uscirono sotto il nubifragio. Flo strillò: la pioggia era gelida, ma Andrew bruciava dentro. Si scoprì a ragionare su cosa avrebbe fatto a casa. Dopo il modo in cui intendeva scoparla, sarebbe stata Flo a ritenersi fortunata… se fosse stata ancora capace di reggersi in piedi.
Godiamocela!

Continua…


Andrew Cruel – Capitolo 2

Andrew2

Andrew Cruel guidò l’auto ammaccata nel cortile del complesso residenziale, la testa incassata tra le spalle, gli occhi puntati sulla facciata del palazzo per essere certo che nessuno dei vicini lo spiasse. Stava albeggiando, dovevano essere ancora tutti a letto, ma gli sembrava che il motore facesse un casino infernale. Svoltò sulla rampa del garage interrato e si calò nel corridoio delle rimesse.
Il suo vano era a metà strada. Andrew aprì con un colpo di telecomando e la saracinesca salì cigolando. Troppo casino, maledizione! Si sveglierà il mondo intero! Non aspettò che fosse del tutto aperto, sfiorò il margine inferiore della chiusa col tettuccio dell’auto e s’infilò tra le pareti di ciarpame.
Spegnere il motore gli diede un sollievo inaspettato: aprì la portiera quel tanto che poteva e scattò fuori, sulle gambe intorpidite. Premette il pulsante di chiusura e si precipitò in corridoio.
Contrasse le mani: voleva andarsene da lì, ma non avrebbe mosso un passo finché il garage non fosse stato sprangato. Un’infinità di tempo! Quando la saracinesca si fermò con un ultimo gemito metallico, Andrew sospirò e il silenzio improvviso gli diede una fitta d’emicrania.
Faceva freddo e la mente sembrava atrofizzata, rallentata, come ingranaggi impregnati di pece. Aveva ucciso e… avrebbe dovuto sentirsi a disagio, in colpa, spaventato, ma erano sensazioni troppo relative, distanti da lui.
Un brontolio gli torse lo stomaco. Fame. Tutto quello che voleva era mettere qualcosa sotto i denti. Corse all’ascensore. Per una strafottuta volta, era già lì e non avrebbe dovuto aspettare! S’infilò nella cabina e premette il pulsante numero dodici. Il senso di vuoto gli scivolò nei piedi: era più al sicuro, ma il nervosismo gli restava attaccato al petto. Frugò nelle tasche dei pantaloni, afferrò le chiavi e le impastò tra le dita per almeno un paio di piani, le estrasse, sollevò la manica del cappotto e sbirciò l’orologio. Lucas doveva essere uscito da almeno venti minuti, meglio così. Non aveva voglia di dare spiegazioni.
L’ascensore si aprì ed Andrew si fiondò alla porta di casa. Tese l’orecchio per essere certo che gli stronzi non avessero la brutta idea di uscire proprio in quel momento dagli altri appartamenti, ma non c’era nulla oltre l’ululato del vento per la tromba delle scale.
Lo scatto della serratura sembrò una fucilata. Andrew entrò in un lampo, chiuse con un doppio giro e piantò il chiavistello. Finalmente, tirò un sospiro sollevato… e l’odore di sporco gli diede una vertigine.
Il salotto era un vero macello, una specie di discarica tra le cartacce, i cartoni della pizza, le bottiglie di birra e le lattine schiacciate. E pensare che era tutto così pulito, quando era arrivato! Mamma aveva ragione, era Lucas quello ordinato, ma non c’era bisogno di rinfacciarglielo a ogni occasione!
Andrew non aveva voglia di togliersi il cappotto e se ne andò in cucina; finì per calpestare il tappeto tra i divani e grattò le macchie di salse incrostate tra le setole che, a onor del vero, rendevano giustizia alle tele imbrattate da quelle modernità che piacevano tanto a Lucas. Meglio che fosse impegnato al bar, quello lì, altrimenti sai che rottura di cazzo sull’ordine e la pulizia!
Non ricordava che la cucina fosse anche peggio. Be’, gli sembrava già passata una vita dalla notte scorsa! La tavola era invasa da ogni sorta di cibo avariato, i fornelli avevano cambiato colore per i sedimenti antichi e una colossale torre di Babele si ergeva dal lavandino, nel precario equilibrio tra padelle, pentole e piatti.
Si fottesse tutto. Andrew aprì il frigorifero e raccattò un barattolo di maionese, una confezione di wurstel e una lattina di birra, si sedette al tavolo e scostò i rifiuti con un braccio per aprire uno spazio libero, finendo per disegnare un paio d’archi di salse rancide sul piano. Pazienza, c’era di peggio al mondo che un paio di macchie lerce. Strappò la confezione di plastica, svitò il barattolo di maionese, vi intinse per bene un wurstel e lo addentò. Era freddo e viscido, ma almeno aveva una consistenza. Masticò piano sino a metà, raccolse altra maionese dal bordo del vasetto e si ficcò in bocca quel che restava.
Puntellò la fronte sulle mani giunte e assaporò la colazione. La pelle tra le dita era secca per il gelo notturno. Scosse il capo e, senza riflettere, andò a sfiorare la tasca del cappotto. La rotondità della sfera era lì, in attesa.
Doveva essere stato tutto un sogno, non poteva essere reale. Eppure, una parte di sé era terrorizzata all’idea di un delirio tanto potente. Forse si era schiantato dopo aver oltrepassato il camion e tutta quella storia era solo una visione da coma. Arricciò il naso per provare a sentire un paio di tubicini per la respirazione artificiale, ma non c’era proprio niente. Estrasse la palla di vetro dalla tasca e la posò sul tavolo.
Nella penombra di un’alba d’acciaio, un bagliore rossastro impregnò la cucina. La sfera rotolò e andò a fermarsi contro una scatola del ristorante cinese: allungava ombre spettrali in tutte le direzioni.
Se il coma inebetisce, la teoria di Andrew non doveva essere tutta campata in aria. Eppure, bisognava essere davvero fuori di testa per non lasciarsi ammaliare da una luce tanto bella. Ripeté quel nome tra sé per almeno una dozzina di volte, prima di pronunciarlo. «Fra… Frahazanard?»
Nessuna risposta. Il vortice di forgia dietro il vetro era lento, ipnotico, e linee di fuoco si propagavano dal nucleo come un sistema nervoso; o circolatorio; o quel che era. Andrew afferrò la sfera. «Frahazanard?»
Il bagliore rossastro ammiccò. «Ti ascolto, Andrew Cruel».
Ecco, così funzionava. E che avrebbe dovuto dire? Frahazanard sembrava più paziente rispetto alla nottata, se ne stava in attesa. Una cosa da chiarire, però, c’era. «L’uomo che ti aveva addosso… perché l’ha fatto?»
«Non era forte». Un lampo sarcastico tremolò sul tavolo. «Ha abusato del mio potere e, quando non ha potuto più farne a meno, ha scelto la morte».
Quella cosa era marcia fino al midollo… e non ce le aveva neanche, le ossa! «Non sei molto incoraggiante».
Frahazanard abbagliò con un vortice lento, seducente, come un occhio assorto in una profonda lettura. «Non sono uno strumento di morte, bensì di potere. Consegna una pistola a uno stolto qualsiasi e lo illuderai di un’invincibilità fasulla. Tu non sei debole, Andrew Cruel: con un’arma in pugno, non riusciresti mai a strappare la vita a un altro essere umano».
Era ovvio! «Certo che no!» Un brivido lo fulminò: lui aveva già ucciso; anzi, aveva meditato un occultamento di cadavere e, per qualche ragione, c’era riuscito.
«Non sei stato tu a ucciderlo». La voce di Frahazanard era dolce di comprensione.
«Come fai a sapere cosa sto pensando?»
«Non potrei esaudire i tuoi desideri se non fossi in grado di leggerti nel cuore». Ancora una volta, scagliò una luce divertita.
«Desideri, eh? Allora è davvero come… il genio della lampada, no?»
«Non sono vincolato all’obbedienza. Non sono un’entità legata a un ricettacolo materiale. Esaudisco l’altrui volontà per altruismo».
«E dovrei crederci?»
«Io posso attendere». La luce sfolgorò come se ridacchiasse.
Andrew picchiò il tavolo con l’altro pugno e il barattolo di maionese sobbalzò. «Voglio sapere!»
«Quale vantaggio potrei trarne? Sono uno spirito creativo e niente più. Esaudire richieste è l’unico mezzo d’interazione che possiedo nel tuo mondo. In termini pratici, anche tu ti annoieresti dopo un’eternità in questa forma!»
Un’eternità in questa for…? Andrew ebbe un capogiro: quell’espressione tanto pratica gli mise la febbre addosso. Qualunque cosa potesse ragionevolmente discutere con quell’affare, lui l’aveva appena relegato in una dimensione inferiore. «Non sei sempre stato una palla di vetro. Chi eri, prima?»
«Questo, di grazia, è un argomento che appartiene a un’altra storia».
Il sangue era ghiaccio nelle vene. Andrew tremò: per la minuscola frazione di un attimo, la realtà gli sembrò inconsistente; come se ogni percezione fosse delimitata dalla parete di una bolla di sapone nel mezzo del buio profondo. Ansimò, il cuore sobbalzò sull’orlo della follia, ma un bagliore infuocato gli catturò lo sguardo.
Le parole Frahazanard si aggrapparono al suo cervello. «Chi è Flo?»
Andrew si scosse, la rabbia prese il posto dello spavento e gli scottò la faccia. «Che ne sai di lei?!»
«So che è la causa del tuo malessere. Una femmina umana? I sentimenti per lei contrastano nel tuo cuore in una tumultuosa battaglia senza vincitori: per quanto grande sia l’amore che vi alberga, allo stesso modo è spaventoso l’odio che ti avvelena l’anima. Hai smesso di vivere per questa creatura».
Andrew digrignò i denti e si obbligò a guardare altrove, sulla torre di stoviglie sporche, anche se Frahazanard non aveva occhi da evitare. Precauzione inutile per qualcosa che poteva leggerti la mente. Sbuffò di collera. «È stata colpa di Lucas!»
«Tuo fratello?»
«Sì!» Era un’accusa ingiusta, ma Lucas se lo meritava. «Mi ha trovato questo lavoro un mese fa, ha detto che dovevo tornare in città subito e mi sono lasciato convincere! Sapevo che sarebbe finita così, lo sapevo, e ho voluto crederci come uno stupido!» I denti battevano, le parole gli uscivano farfugliate. «Quando ero con Flo… È vero, facevo quel che potevo per non farmi sfrattare, ma almeno stavamo insieme. Se n’è stancata, capisci? Sette, otto giorni fa, lei mi ha detto… che non riusciva a continuare a distanza». Serrò il pugno libero. Avrebbe voluto avere qualcosa da stritolare. «Debole puttana», sibilò. Ci aveva messo più rancore di quanto ne provasse, ma meglio così. La nostalgia lo stava ammazzando.
«Vorresti rivederla?» sussurrò Frahazanard.
Andrew digrignò i denti e scosse il capo. «A che mi servirebbe? Io… avrei solo voluto continuare. Ho fatto tanto per lei, volevo darle tutto me stesso, ma non gliene fregava niente! Se n’è sbattuta!» Picchiò il piede sul pavimento. «Avrebbe dovuto seguirmi, questa è la verità! Avrebbe dovuto… essere qui da me!» Il respiro inferocito gli scottò la gola e lo fece tossire.
Andrew si chinò in cerca d’aria e fu certo che un lampo rossastro balenasse in cucina.
Il telefono squillò, lo fece sussultare di spavento. Le melodie di tre diversi apparecchi risuonarono per l’appartamento: il più vicino era appeso alla parete accanto ai fornelli. Lasciò la sfera sul tavolo, si alzò tossendo e soffocò un porca-puttana d’ordinanza, si schiarì la voce e sollevò la cornetta. «Pronto?»
«Andrew!» L’esclamazione entusiasta lo assordò.
Flo. Una scarica di fulmine gli percorse tutto il sistema nervoso. Trattenne il fiato, indugiò appena sul globo luminoso e cacciò fuori le parole. «F… Flo? Sei… sei davvero…»
«Sono stata una stupida!» singhiozzò lei nel ricevitore.
Stava piangendo. Andrew scivolò inerte lungo la parete e raggiunse il pavimento gelido. Il vuoto lo attraeva, si sentiva appigliato per l’orecchio a quella cornetta che era diventata l’unico chiodo ancora capace di ancorarlo al mondo.
Flo tirò su col naso. «Io… non avrei dovuto s-separarmi da te, l’ho capito adesso! Che notte orribile ho passato, n-non puoi immaginare quanto ho pensato a te e quanto… quanto… Ti prego, perdonami!»
Andrew non se la sentiva di parlare; e non riusciva nemmeno a placare il respiro rumoroso.
Il silenzio fece tremolare anche i singhiozzi di Flo. «Io… io ho già comprato un biglietto per raggiungerti. Spero che mi vorrai ancora con te, amore mio. S-spero… che non mi scaccerai, ma… ma posso capire se tu…»
Andrew si fece coraggio. «Avevi altri progetti per la tua vita». Non si era aspettato di essere tanto freddo. «Dicevi che non c’era niente oltre agli studi e alla carriera».
Lei ringhiò. «Ho tutta la vita per fare quello che voglio! Ma… basta un istante per perderti. Ti prego, Andrew, non—»
«Ti aspetto. Quando sarai qui?»
«Domani!» strillò Flo. «Oh, amore, sono così felice! Non posso credere che…»
Non era il momento. Andrew balzò in piedi. «Ti richiamo io». Riagganciò senza salutare e cercò la fonte della luce sanguigna. Si gettò a capofitto sulla sfera e la ghermì nel pugno. «Sei stato tu?!»
Il globo lanciò i bagliori serrati della risata.
Andrew diede un calcio alla sedia più vicina e la ribaltò. «Perché?!»
«Era quello che desideravi». Il tono di Frahazanard era di un’innocenza odiosa. «Perché non avrei dovuto esaudire una così banale richiesta? Non sei felice, Andrew Cruel?»
Già, tutto sommato… non era tanto male. Andrew passò la lingua nell’angolo della bocca. «Sì. Sì, sono felice, ma… lei… la sua vita, le sue decisioni…»
«Non è mio il potere d’interagire col libero arbitrio degli esseri pensanti. Posso suggerire, mostrare soluzioni da diversi punti di vista e operare su basi potenziali. Se il sentimento che Flo prova nei tuoi confronti fosse del tutto appassito, io non avrei mai potuto esaltarlo».
No, decisamente, c’era qualcosa che non quadrava. «Ma… ha detto che ha pensato a me tutta la notte! Il mio desiderio l’avrei espresso poco fa, giusto?»
Ancora una volta, il globo mandò un chiarore simile a un sogghigno. «I miracoli non sono mai di facile interpretazione. Che cos’è un desiderio se non un miracolo espresso?»
Che voglia aveva di spaccare quell’affare contro la parete! «Dimmelo tu!»
«Posso esaudire le tue volontà, Andrew Cruel, ma non risponderò alle provocazioni». Il bastardo si sbellicava. «Chiedi e ti sarà dato senza limite, ma scegli bene. Un desiderio che coinvolge una femmina è sempre una rischiosa scommessa».
«Ma sentilo! E questo chi lo dice?»
«Non certo io, una simile considerazione non mi appartiene, ma è così che la formulerei se dovessi dar voce al tuo stato d’animo».
L’alba dorata s’insinuò nella cucina e, in lontananza, i suoni del traffico nella prima ora di punta annunciarono l’inizio di un nuovo giorno.

Continua…


Prima NIUVS!

 

1

Con un’immagine che non c’entra assolutamente un accidente, piazzata lì al becero scopo di dare un po’ di colore a una pagina assai spoglia, ho il piacere d’inaugurare il mio blog di scrittura creativa! ;D

“Ma Franz, il web è pieno di scribacchini che si sentono in dovere di condividere i propri diari segreti! Non sarai di troppo?”

Purtroppo o per fortuna, nel pregevole periodo storico di minima diffusione dell’analfabetismo, possiamo essere certi che non riusciremo a farci concorrenza. *_*

 

Scherzi a parte, spero davvero di riuscire nel difficile intento d’intrattenere i Lettori che vorranno indugiare un po’ in questo mio piccolo spazio, in una biblioteca che non potrà certo vantare nulla di sofisticato o particolarmente variegato, ma che cercherò di arricchire il più possibile anche, e soprattutto, con il vostro aiuto. 🙂

 

Immediatamente pubblicato troverete il primo capitolo di “Discordia”, una serie di storie brevi intrecciate tra loro da un unico elemento. “Discordia” proseguirà per un po’ (ho in mente con chiarezza le prime due storie, ma vorrei elaborarne almeno cinque o sei) e tratterà alcuni temi dei quali avrei piacere di discutere con tutti i Lettori.

In questo primo capitolo, incentrato sul protagonista Andrew Cruel [sfido i miei amici più stretti a cogliere il riferimento! ;D], avrete un saggio dell’atmosfera che desidero trasmettere. Spero davvero che vi piaccia.

Con cadenza bisettimanale (non è una regola e potrebbe subire variazioni) pubblicherò nuovi capitoli o storie autoconclusive. In futuro, sarebbe bello poter effettuare recensioni riguardo libri consigliati da voi, ma eviterò la narrativa classica o inflazionata, cercando di dedicarmi a pubblicazioni più “di nicchia”, meno conosciute. Ho già qualcosa tra le mani, ma non vorrei sbilanciarmi. 🙂

 

Un enorme ringraziamento per gli amici che mi hanno supportato in questa realizzazione che, vi garantisco, è indubbiamente superiore alle mie conoscenze informatiche. 😛 Un grazie di cuore a coloro che credono in me, che mi restano accanto NON alla fine, perché è facile stringerci alla fine, ma a partire da quello che considero l’inizio di “qualcosa”. Grazie.

 

Per ora è tutto, credo. Ah, per chi se lo stesse chiedendo, la foto del presente articolo è stata scattata da casa mia a Matera nell’estate 2014: essere ispirati dal sorgere della Luna è assai banale, lo so, ma è raro vederla tanto luminosa. 🙂

 

 

Ciao e a presto! ;D