Caeli – Capitolo 3

Caeli3

Era molto più facile camminare con lo stomaco pieno, senza la logorante presenza dei morsi della fame. Come avrebbe potuto, altrimenti, crogiolarsi alla scoperta del centro urbano? Caeli rivolgeva ovunque la propria meraviglia, dimenticandosi del freddo formicolio diffuso sulla faccia come una maschera, di volta in volta meno consapevole del gelo notturno; naso e orecchie erano ormai del tutto insensibili.
«I tuoi abiti sono troppo leggeri, Caeli», constatò Frahazanard da un momento all’altro. «Il tuo sudore ti sta gelando addosso. Potrebbe essere pericoloso.»
«Dici?» ragionò lei, accorgendosi solo allora del tremore che le sconvolgeva le membra e sentendosi a disagio. «Forse hai ragione, ma cosa posso farci?»
«Non hai che da chiedere», le ricordò il globo, paziente.
«Accidenti, hai ragione! Come faccio a dimenticarlo?»
La ragazza si fermò dinanzi a una fila di vetrine illuminate, scorgendo sommariamente gli abiti esposti mentre le automobili sfilavano lente lungo la strada ghiacciata; chiuse gli occhi, si concesse un istante di riflessione e formulò il desiderio: capì d’essere stata accontentata ancor prima di risollevare le palpebre, avvertendo la sensazione d’asciutto su tutto il corpo e un avvolgente calore. Si guardò, scoprendo che i vestiti abbinati senza particolare criterio si erano trasformati in un elegante cappotto nero con interni e risvolti di pelliccia, cappello, guanti e pantaloni abbinati, e stivali adatti a camminare nella neve. Persino una come Caeli, che non era mai stata particolarmente allettata dal fascino dei vestiti, restò ammaliata da quell’eleganza sfolgorante e corse verso i negozi per contemplare la propria immagine riflessa in uno specchio dentro una vetrina.
«Sembro una principessa!» cinguettò. «Non è vero, Fra?»
«Non so darti una risposta, ma sarai certamente incantevole per coloro che ti vedranno.»
«Oh… è perché non hai occhi?» azzardò lei, rattristata.
«In un certo senso», convenne il globo.
Caeli fu sul punto di esprimere il proprio rammarico verso il nuovo amico, per una mancanza che giudicò disarmante, quando un nuovo dettaglio riuscì a incantarla con inusuale efficacia: era una musica che non aveva mai sentito prima, dotata di un ritmo incalzante e molto diversa dai canti che le suore intonavano all’orfanotrofio. Non era una colma della consueta devozione, dell’astrattismo che un fedele poteva riservare a un Dio lontano e inconsapevole delle necessità umane, ma piena di vita così come potevano esserlo le feste, i balli, i cibi deliziosi, gli abbracci affettuosi; e, al tempo stesso, era infusa di quella strana malinconia che Caeli sentiva d’aver provato tante volte nel corso della propria breve esistenza, ma che nessun concetto appreso all’istituto era stato capace di esprimere. Le note di strumenti mai uditi prima scorrevano come sfere su un tappeto d’acqua, stringendole il cuore in una morsa dolorosa e piacevole, scaraventandole l’anima sotto quegli stessi piedi che già scalpitavano per il desiderio di ballare. Un brivido mai provato prima le risalì la schiena.
«Questa musica proviene da un locale in fondo alla strada», le rivelò Frahazanard, intuendole i pensieri con efficacia.
«Voglio andarci», affermò Caeli, che non era certa di sapere cosa fosse un locale.
«Non sarò certo io a impedirtelo», le rispose il globo e, sebbene nulla in lui lo suggerisse, diede l’idea di scoppiare in una fragorosa risata.
La ragazza corse lungo il marciapiede per circa duecento metri, avvicinandosi a un parcheggio nella zona periferica della città. Da lontano, scorse un alto edificio grigio contornato da un giardino che sarebbe stato rigoglioso in estate, ma che aveva assunto tratti fiabeschi per il modo in cui la neve aveva ricoperto prati, alberi e cespugli.
Una mezza dozzina di automobili erano sparse nel piazzale, al termine dei solchi scuri che i pneumatici avevano lasciato nel manto bianco, sul quale si riflettevano le luci blu e gialle della grande insegna luminosa sulle doppie porte d’ingresso.
Caeli alzò lo sguardo e lesse: Erebo Jazz Club. Intuì che quella scritta poteva essere in inglese, ma non aveva certamente idea di cosa significasse Erebo. Quanto alla parola Jazz, forse l’aveva sentita un paio di volte, ma non ricordava dove e perché. Dall’interno, le note si susseguivano virtuose.
La ragazza risalì la breve scalinata che la condusse all’ingresso del locale. Lì, completamente solo e avvolto in un cappotto, un enorme uomo dalla pelle nera sostava come una sentinella, le spalle larghe e il ventre prominente, l’espressione arcigna. Fu proprio quest’ultimo dettaglio a turbare Caeli, lasciandola esitare sull’ultimo gradino.
«B-buonasera», salutò, timida. «Io… io volevo solo ascoltare la musica…»
L’espressione dell’uomo si addolcì in un sorriso cordiale e, nel farsi da parte, egli aprì la porta in un gesto di benvenuto. Il fiume musicale si riversò all’esterno.
«Grazie!» esclamò la ragazza, entrando di corsa.
L’ambiente era caldo, le luci soffuse e c’era un buon odore. Caeli doveva aver visto qualcosa di simile in televisione, in un film in bianco e nero: c’era il bancone di un bar e troppe bottiglie colorate per poterle contare, tanti piccoli tavolini, sedie e divanetti. I musicisti erano in fondo, su un piccolo palco, e la concentrazione dei loro occhi sembrava cucita a mano sui tratti rilassati del volto. Un po’ di gente era sparpagliata tra i tavoli così come lo erano le automobili nel parcheggio.
All’entrata di Caeli, un uomo in giacca bianca e pantaloni neri le venne incontro.
«Buonasera, signorina», la salutò. «Vorrebbe darmi il suo cappotto?»
«Perché?» replicò lei.
«Per… ehm… per custodirlo presso il nostro guardaroba, naturalmente», replicò l’uomo, tentando di celare il proprio stupore.
«No, mi piace tenerlo addosso», rispose lei, rivolgendo allo sconosciuto un’occhiata diffidente.
«Come preferisce, signorina», annuì lui, recuperando la flemma perduta. «Vorrebbe accomo…»
«Posso sedermi?»
«…dar…? Sì… sì, certamente, dove preferisce.»
Seminando in pochi passi il cameriere che l’aveva accolta, Caeli si fece strada con un certo trambusto tra i tavolini e raggiunse la prima fila, prendendo posto proprio sotto il palco e a meno di tre passi dai musicisti. Restò a fissarli con muto stupore, i gomiti puntellati sulla superficie di legno, il viso tra le mani, senza accorgersi del cameriere che la raggiunse per consegnarle il menu o udirne le parole quando le chiese se desiderasse qualcosa da bere. Sfiduciato, l’uomo si allontanò con la speranza di riuscire a ricavarne qualcosa più tardi, lasciando la strana cliente a godersi lo spettacolo con un’espressione tanto sciocca in viso che gli stessi musicisti ne furono imbarazzati e, da quel momento in poi, suonarono con gli occhi bassi per evitare di guardare il pubblico.
Caeli avrebbe potuto ascoltare quella splendida musica per tutta la notte senza curarsi della presenza del cameriere, ma non poté ignorare in alcun modo l’uomo che, di propria iniziativa, sbucò dal nulla all’improvviso e prese posto sulla sedia vuota al medesimo tavolino, rivolgendole un sorriso tanto gentile che la ragazza provò una simpatia immediata.
A quel punto, a un gesto del tale elegantemente vestito, la band sfumò l’appassionata jam session in una melodia più dolce, a un volume sufficiente a garantire una piacevole conversazione. Egli era un giovane uomo dal volto perfettamente rasato, sottile e pallido, ma dotato di un certo fascino, con penetranti occhi verdi e folti capelli biondi pettinati all’indietro a mostrare una fronte spaziosa. Sembrava decisamente a proprio agio nell’abito scuro.
«Ciao», la salutò il giovane.
«Ciao», replicò la ragazza in tono infantile.
«Ti piace la musica, eh?»
«Tantissimo! Non avevo mai sentito niente di così bello!»
Lo sconosciuto allargò il sorriso: qualcuno con appena più esperienza di un bambino vi avrebbe intravisto un’ombra sinistra.
«Io sono Aleksy, piacere di conoscerti», si presentò, allungando la mano.
«E io Caeli!» esclamò allegramente l’altra.
«Caeli…» ripeté lui, affascinato. Quando ebbe nuovamente la mano libera, fece un gesto al cameriere. «Bevi qualcosa, Caeli?»
«No, adesso non sto bevendo niente», rispose l’altra nella più ingenua onestà.
«No, volevo dire…» Aleksy si passò una mano sulle labbra, forse per celare e soffocare un improvviso sogghigno. «Mi piacerebbe offrirti qualcosa da bere. Cosa ti piace?»
«Ah, ho capito! Io…» la ragazza rifletté intensamente per alcuni secondi, incurante del cameriere a disagio. «Mi andrebbe un tè. In estate lo bevo col ghiaccio!»
«Per me un Moscow Mule», ordinò Aleksy al cameriere; poi, a voce più bassa, aggiunse: «Per la signorina un Long Island Iced Tea».
Il cameriere si allontanò portando via il menu.
«Non hai caldo con quel cappotto addosso?» la incalzò il giovane.
«Un po’», ammise Caeli.
«Toglilo, lascia tutto qui», le propose lui, sottraendo una sedia da un tavolino lì accanto.
«Ma… se qualcuno volesse sedersi proprio lì?»
Aleksy restò perplesso per un istante, esitò, si grattò dietro l’orecchio: riteneva improbabile che la serata avrebbe prodotto altri clienti, perciò si limitò a chiudere la questione nel modo più semplice possibile.
«Posso fare tutto quello che voglio, qui», assicurò, inarcando le sopracciglia. «Questo locale è mio.»
«Allora va bene!»
Caeli si liberò del cappello, dei guanti e del cappotto; nel frattempo, Aleksy la fissava sempre più perplesso, poiché era la prima volta che qualcuno accoglieva con un simile distacco la conoscenza col proprietario del club. Quella ragazza non aveva neanche finto un interesse, ma non sembrava propriamente intenzionata a liberarsi di lui, tutt’altro.
«Mi sento molto meglio», osservò lei, finalmente libera dall’imbottitura.
«Vedo», annuì il giovane, studiando le forme provocanti che spiccavano attraverso la stoffa scura. «Sei molto, molto bella.»
«Grazie», rispose Caeli. «Anche tu sei bello per essere così grande.»
Ancora una volta, Aleksy fu perplesso: lei accettava il suo complimento, lo ricambiava, ma non gliene importava niente, come se ne fosse estranea. Un uomo meno determinato di lui avrebbe fatto un passo indietro, a quel punto, ma non era quello il caso, benché già avviato in una discussione con una persona che non sembrava neanche vera. Per un momento, Aleksy sembrò persuadersi del fatto che quella ragazza non avesse tutte le rotelle a posto, ma si riteneva un valutatore troppo scaltro per scambiare per demenza quello che era un atteggiamento schietto e diretto, un comportamento degno di un bambino, forse, ma non di uno stupido; e Caeli non era certo una bambina.
Restarono in silenzio ad ascoltare la musica per un paio di minuti, sino al ritorno del cameriere. Caeli lanciò un gridolino estasiato alla vista dei bicchieri colorati, guadagnandosi l’attenzione generale del locale, ma senza curarsene.
«Al nostro incon…» esordì Aleksy, ma si fermò col bicchiere levato, perché Caeli aveva già afferrato il proprio e tirava senza ritegno dalla cannuccia. In un paio di sorsate, aveva già dimezzato la bevanda.
«Buono!» commentò lei in un brivido, massaggiandosi la fronte con una mano e ridacchiando. «Ahia! Il freddo fa male!»
«Se bevi tutto così in fretta finirai prima di me», le fece notare lui.
«Oh, scusami. Non… non dovrei?»
«Non c’è problema, te ne ordino un altro», la tranquillizzò, facendo un nuovo cenno al cameriere.
Il bicchiere di Caeli era già vuoto ben prima dell’arrivo del secondo.
«Mi viene da ridere e non so perché», sghignazzò la ragazza, incespicando per afferrare la cannuccia tra le labbra. «E ho ancora caldo…» aggiunse, stendendo un braccio lungo la superficie del tavolo e poggiandovi contro il capo.
Aleksy afferrò dolcemente quella mano che gli veniva offerta e la massaggiò nella propria.
«Mi sembri molto stanca», osservò.
«Un po’», ammise lei. «Vorrei stendermi.»
«Perché non vieni di sopra con me? Ho un letto molto comodo. Ma prima finisci il tuo tè.»
Era strano a credersi per quanto fosse facile, poiché Caeli si limitò ad annuire e bevve ancora. Quando si alzò, barcollava tanto che Aleksy dovette sorreggerla per evitarle un epocale ruzzolone. Il cameriere corse loro incontro, ma fu congedato.
«Me ne occupo io, la porto di sopra», gli assicurò Aleksy.
Il personale del locale doveva essere abituato a simili eventualità e nessuno giudicò eccezionale la pesca della serata. Caeli canticchiò stonando sulla musica della band per tutto il tempo, mentre veniva portata su per una scalinata di legno, sino al piano superiore, dove Aleksy aprì una porta blindata con una chiave. Una volta all’interno, sprangato l’ingresso, i suoni del locale erano spariti.
Caeli fu depositata sul divano di un elegante monolocale al quale lei prestò la stessa attenzione che avrebbe riservato a un’anonima parete bianca. L’unica cosa che chiese fu: «Dov’è il mio cappotto?»
«Ce l’ho io», le assicurò Aleksy e glielo mostrò mentre lo ripiegava su una sedia. «Dammi un minuto, Caeli. Non addormentarti!» l’ammonì.
«No, no, resto sveglia», gli assicurò lei con voce impastata.
Attraverso il mondo vorticante nella propria testa, Caeli studiò i gesti del nuovo amico: si era avvicinato a un tavolino poco distante e, alla luce di una lampada, allineava una polvere bianca simile a farina, dopodiché recuperò una cannuccia di metallo e la mise nel naso. Per un momento, la ragazza pensò che Aleksy avrebbe disperso quella polvere soffiando, per gioco, ma ne fu sbalordita quando la vide sparire di colpo.
«Sei un mago!» trasalì, affascinata.
Aleksy non la degnò di risposta, si massaggiò il naso col dorso della mano e si sfilò la giacca dalle spalle, la gettò su un’altra sedia, quindi si avvicinò a Caeli e, dopo essersi chinato su di lei, fece una cosa molto strana, che lei non avrebbe potuto immaginare: premette la propria bocca sulla sua e spinse in fuori la lingua, quasi volesse sfondarle i denti.
Caeli restò rigida, impietrita, spaventata senza conoscerne la ragione e stranamente debole. Respirava il sudore di quell’uomo intriso di dopobarba pungente, aveva la bocca piena del suo retrogusto acidulo mischiato a un’essenza fumosa, si sentì pervasa da una repulsione che non credeva possibile ed ebbe voglia di scalciare, di allontanarlo, ma le forze scemarono come nebbia dileguata dal vento.
A un certo punto, Aleksy la sollevò di peso per scaraventarla sul letto. Respirava come un mastino. Forse si spogliò, ma Caeli non lo vide; non vide nulla. A sua volta, non fu consapevole di essere nuda finché lui non le fu addosso e non sentì la sua pelle a diretto contatto con la propria. Aleksy le disse qualcosa all’orecchio che lei non capì, tanto era stordita, ma aveva un tono cattivo e le venne voglia di piangere, stava per farlo, quando un dolore lancinante le ricacciò indietro le lacrime.
Colpi crudeli, veloci, senza capire da che punto arrivavano e dove finivano. Sentì il respiro morirle in gola. Tentò di ribaltarsi, ma ogni movimento la folgorava con una scarica bruciante lungo le gambe, la schiena, il ventre. Poi, improvvisamente, ricordò e chiamò più forte che poteva.
«Fra!» esclamò in un sussurro soffocato, implorando il suo aiuto.
Frahazanard non rispose, non poteva, perché era rimasto nella tasca interna del cappotto.
Per un tempo che parve interminabile, Caeli restò in balìa di quella tortura d’inconcepibile orrore, si sentì sporca e violata e desiderò che tutto finisse. Fu solo quando credeva ormai d’impazzire che, finalmente, Aleksy emise un rantolo orribile, si contorse e s’irrigidì rapidamente. Per un attimo, la ragazza temette che fosse morto e quasi ne provò pietà, ma lui si rovesciò immediatamente su un fianco e si spinse di lato, rivolgendole le schiena e piombando all’istante in un sonno profondo.
Caeli giacque nuda e tremante per tutta la notte, senza osare muoversi, temendo persino di respirare per il modo in cui il proprio corpo sembrava essersi rotto. Quando il sonno la vinse erano trascorse ore intere e la notte già presagiva il gusto dell’alba.

Continua…


Caeli – Capitolo 2

Caeli2

Tremava da capo a piedi e tutto le sembrava troppo assurdo, come un tuffo in una realtà che era onirica e tangibile al tempo stesso. La sfera luminosa le era sfuggita di mano, rotolando chissà dove.
Incerta, quasi temesse di svegliarsi con un movimento eccessivo, Caeli si avvicinò allo specchio tastandosi la faccia, facendo smorfie, stentando a riconoscersi. Era davvero… diventata adulta? Di quanti anni? Si giudicò bellissima, forte, giovane, ma la bambina era ancora lì, sepolta nello spaventato sconcerto degli occhi, nell’accenno di pianto che le pronunciava le labbra rosee.
Tornando alla realtà, cercò tra le mani vuote e sul pavimento.
«Fra?» chiamò. Nessuna risposta.
Si gettò in ginocchio, gattonando alla ricerca del globo. Il bagliore rossastro attirò quasi immediatamente la sua attenzione tra i piedi di un vecchio divano. La ragazza allungò la mano premendo il viso sul logoro tappeto in un gesto assai infantile, provando un certo impaccio a causa delle nuove, generose forme del corpo che le intralciavano il movimento. Recuperato l’oggetto, si tirò su e si sedette a gambe incrociate.
«Sei stato tu?» gli chiese a bruciapelo. «Stato… o stata? Sei un maschio?»
«Sì, sono stato io, e no, non ha importanza che sia maschio o femmina.»
«Certo che ha importanza! Tutti siamo l’una o l’altra cosa, altrimenti come…»
«Puoi considerarmi un maschio», la interruppe Frahazanard con condiscendenza.
Caeli lo squadrò severamente, ma decise che aveva cose più importanti di cui occuparsi che discutere il sesso di una sfera parlante.
«Quanti anni credi che abbia?» gli chiese.
«Venti», rispose lui. «So che volevi essere adulta per abbandonare questo posto. Adesso puoi, Caeli. Cosa aspetti?»
La bambina cresciuta indugiò, guardandosi scioccamente intorno come alla ricerca di una risposta scritta sulle pareti. Era vero, aveva desiderato tanto poter abbandonare quel luogo in cui era precipitata senza ragione o giustificazione in un giorno che non ricordava, all’inizio della propria vita, ma la realizzazione repentina di un desiderio tanto profondo l’aveva messa in agitazione, facendole considerare quanto poco conoscesse del mondo esterno alle recinzioni dell’istituto.
«Ti starò accanto», la rassicurò Frahazanard in tono mite.
«Sul serio?» mormorò lei, incredula, reprimendo ancora una volta il bisogno di cedere alle lacrime. «Non so se crederti. Perché vuoi essere mio amico?»
«Ti sembra che qualcuno vorrebbe essere mio amico?» le domandò il globo, spargendo un singolare bagliore che, in un modo tutto suo, ricordava la dolcezza di un sorriso.
«Ecco… no, immagino che sia difficile avere degli amici se sei una palla.»
«È precisamente vero», le confermò Frahazanard, struggente. «Ma tu, dolce, graziosa Caeli, potresti essere la mia prima amica; e io sarò il tuo vero, unico amico.»
«Va bene!» esclamò allegramente lei, alzandosi. Solo allora, piantando i piedi sul pavimento, ricordò del momento in cui si era tolta le scarpe; i vestiti troppo piccoli, laddove non si erano lacerati per accogliere il corpo cresciuto, stringevano dolorosamente. Stare completamente ritta le era quasi impossibile. «Ahia!» si lamentò. Poi, contemplando la sfera che reggeva in mano, rifletté per un attimo tra i meandri delle vorticose tinte. «Se sei riuscito a farmi diventare grande, potresti procurarmi anche degli abiti adatti, per favore?»
Con un flash scarlatto, la tensione dei vestiti si allentò e scomparve. Caeli contemplò i propri abiti con meraviglia: erano gli stessi che indossava in precedenza, ma la magia li aveva ingranditi per adattarli al nuovo fisico. Le scarpe, debitamente cresciute, si erano materializzate ai suoi piedi.
«Forte!» commentò, ammirata dall’effetto che faceva la giacca di pelle sul corpo snello.
«Ti suggerisco di affrettarti, Caeli», le ricordò Frahazanard. «Suor Benedykta verrà presto a cercarti per la punizione, giusto?»
«Hai ragione!» convenne lei, senza farsi troppe domande sul perché il globo conoscesse suor Benedykta: lo sistemò accuratamente nella tasca dal quale era affiorato e, una volta chiusa la giacca sul petto prominente, raggiunse in un lampo la finestra e l’aprì.
Fuori, un venticello crudele increspava l’aria rigida, mischiando l’odore della neve imminente al fumo dei camini. L’ufficio di suor Benedykta era al secondo piano, ma Caeli scavalcò il davanzale senza indugi e restò in equilibrio sullo scivoloso rilievo perimetrale che avvolgeva l’edificio come una fascia di marmo. Non era la prima volta che si cimentava in certe acrobazie: l’estate precedente, Jerzy l’aveva sfidata proprio a intrufolarsi nell’ufficio dal quale stava uscendo; il fatto che nessuno li avesse scoperti era un miracolo. Per risalire dall’esterno, era stato necessario scalare un albero che cresceva a circa dieci passi di distanza dalla finestra.
Caeli strisciò con la schiena lungo il muro, avvertendo il ghiaccio scricchiolare sotto le suole. Procedeva con estrema cautela, per nulla certa delle nuove proporzioni, ma fu con insolita rapidità che raggiunse il ramo sporgente al quale si aggrappò per guadagnare il tronco. S’inoltrò tra le fronde spoglie dell’albero, bloccandosi di colpo quando il legno gemette sotto il proprio peso. Silenzio. In lontananza, dall’interno dell’istituto, udiva l’incessante confusione dei bambini. Provò un tuffo al cuore d’improvvisa nostalgia e pensò a tutti loro e a Joanna, al modo in cui li stava abbandonando senza neanche salutarli. Non poteva essere un addio, si disse, ed era ormai troppo decisa a sfruttare l’occasione per tornare indietro.
Dai rami dell’albero, era possibile raggiungere facilmente una delle colonne di mattoni che costituivano parte della recinzione, dove la sommità liscia ospitava uno strato di neve compatta. Caeli vi si calò agilmente, ma non poté evitare di spezzare un ramo con uno schiocco secco e un tonfo tra i cespugli. Non vi badò. Oramai, solo un balzo la separava dalla libertà.
La colonna era grande abbastanza da ospitarla, vi s’inginocchiò e piantò le dita gelide lungo gli spigoli, guardandosi intorno alla ricerca di un appoggio. Non era particolarmente tentata dai sacchi di spazzatura sulla destra; d’altra parte, la strada era ancora deserta. Prese al volo l’unica risoluzione e saltò. Si lasciò sfuggire un piccolo urlo all’impatto, ma la neve attutì efficacemente l’urto.
Un sospiro, un fremito, un’occhiata su per la colonna: era molto più bassa vista da quella prospettiva, ma che importava? Caeli si alzò in piedi stentando a credere di essere davvero fuori. Le venne da ridere, da piangere, sentì le mani formicolare d’eccitazione e il cuore tambureggiarle in petto con prepotenza. Finalmente libera, senza una ragione, cominciò a correre giù per l’ampio viale, verso il cuore della città.

* * *

Con l’avanzare della notte, la fitta rete dei rami spogli intrappolò la luce dei lampioni lungo le strade alberate, conferendo alla cittadina un’atmosfera fiabesca.
Caeli aveva corso sino a non avere più fiato, ma anche da stanca non si era fermata e aveva continuato a camminare, rivolgendo sguardi traboccanti di stupore e meraviglia a qualunque cosa la circondasse. La gioia della libertà a lungo sognata non le consentiva di ragionare troppo sui vestiti impregnati di sudore, sul freddo che risaliva dalle scarpe zuppe e le penetrava le mani gelide, sul percorso che stava seguendo per evitare di perdersi. Ciò che non poteva ignorare, tuttavia, era la fame. Un brontolio insidioso dello stomaco la obbligò a fermarsi, guardarsi intorno e riflettere. La neve era alta e non c’era molta gente in giro, sebbene alcuni negozi fossero ancora aperti. Non le avrebbero venduto niente senza denaro, questo lo sapeva bene, ma forse poteva chiedere consiglio al nuovo amico. Senza smettere di camminare, provò a chiamarlo.
«Fra? Ci sei?»
«Finché potrai toccarmi, potrai anche sentirmi», la tranquillizzò lui. «Hai fame, Caeli?»
«Tanto», annuì lei in un lamento infantile. «Ma non ho soldi. Come posso fare?»
«Non pensarci. Vedi quel negozio dall’altra parte della strada? Lì dentro troverai da mangiare. Va’, al resto penserò io.»
Un minuto più tardi, la porta di un piccolo minimarket si aprì e il ragazzo seduto dietro al bancone scattò sull’attenti.
«Buonasera», salutò lei, educatamente, sentendosi un po’ a disagio.
«S-salve», replicò l’altro a mezza voce. Era un giovane mingherlino appena ventenne con indosso un grembiule verde troppo grande, dal viso smunto e invaso dall’acne sotto una massa scomposta di capelli rossi. Al sopraggiungere di quella ragazza aveva lasciato cadere il fumetto che stava leggendo. In principio non sembrò molto convinto della sconosciuta dagli abiti scompagnati e fradici, ma quando il silenzio divenne imbarazzante e lei sembrava ostinatamente decisa a non parlare per prima, il ragazzo si schiarì la voce e le si rivolse con un timbro più marcato, degna dell’adulto che pretendeva di essere. «Cosa… cosa posso fare per lei, signorina?»
«Ho solo fame», rispose Caeli con semplicità. «Potrei mangiare qualcosa?»
Il ragazzo non si aspettava una richiesta simile, soprattutto quando gli scaffali ospitavano una gran varietà colorata di cibarie in tutte le confezioni. Per un momento, gli sovvenne che quella potesse essere una mendicante, ma non aveva l’aria di una senzatetto e, più facilmente, la giudicò un’adolescente qualsiasi. Non volendo rischiare di offenderla, si limitò a indicarle l’esposizione con un gesto teatrale della mano.
«Si… si serva pure. Siamo qui per questo», aggiunse, ma la sua voce si affievolì sul finale.
Caeli era scattata al primo assenso, si era precipitata sugli scaffali e aveva recuperato un paio di confezioni di biscotti, della marmellata, cioccolato, caramelle gommose, rotelle di liquirizia, pasticcini confezionati e una crostata al limone. Con le braccia stracolme, sotto gli occhi perplessi del commesso, riversò il bottino sul bancone accanto alla cassa e strappò le confezioni, divorando ogni cosa scompostamente, con l’ingordigia di una locusta.
Il ragazzo era rimasto impietrito: pregò che non entrasse nessun altro cliente in quel momento e, soprattutto, che suo padre non tornasse a reclamare il controllo del negozio. In realtà, se non fosse stato per il rischio che si stava assumendo assecondando quella svitata, sarebbe riuscito a godersi la rara compagnia di una ragazza tanto bella. Alla fine prese una decisione: non poteva andare peggio di così e se lei l’avesse rapinato non sarebbe cambiato più niente.
«Vorrebbe una birra?» azzardò, speranzoso.
«Bi… birra?» gli fece eco lei, spostando di lato un pastoso boccone di dolciumi.
«Non ha sete?»
«Ah, sì! Latte!» esclamò, poi rifletté un momento ed aggiunse: «Per favore».
Sempre più stralunato, il ragazzo recuperò una confezione dal frigorifero alle proprie spalle e lo posò sul bancone; si era appena voltato, cercando di recuperare un bicchiere di plastica da qualche parte, quando udì uno strappo e scorse la ragazza portare la bottiglia direttamente alle labbra. Beveva con tale avidità che alcuni rivoli biancastri le scivolarono giù lungo il mento, andando a macchiarle la sciarpa.
Per quanto molti avrebbero trovato disgustosa quella scena, il ragazzo ne fu ammaliato: vi era qualcosa di conturbante in lei, un’aria distaccata e innocente, ma spregiudicata al tempo stesso. Credendo di farle un favore, le avvicinò distrattamente un mucchietto di tovaglioli, ma lei non vi prestò attenzione e continuò a mangiare.
«Io sono Szymon», si presentò lui all’improvviso.
La ragazza dovette deglutire di colpo prima di rispondere.
«Io Caeli», gli disse, sorridendo, dopodiché riprese a mangiare.
«Sei…» azzardò lui, tentando una forma più colloquiale alla quale lei non si oppose. «Sei straniera?»
«No, perché?»
Szymon non volle correre il rischio di offenderla commentando lo strano nome, quindi optò per quella che era la seconda ragione delle sue perplessità.
«Non ti ho mai vista da queste parti.»
«Ah…» replicò lei, pulendosi la bocca col dorso della mano senza troppe cerimonie, riflettendo tra sé. «Sono qui… solo di passaggio», spiegò.
«Capisco…» annuì lentamente il ragazzo, grattandosi la nuca con scarsa convinzione; poi, sporgendosi appena in avanti sul bancone, le domandò a voce più bassa: «Hai fatto qualcosa di brutto?»
«No, no», rispose Caeli, scuotendo enfaticamente il capo. Poi, come ricordandosene proprio in quel momento e masticando una barretta al cioccolato: «Ho dato un pugno a Michalina, ma se lo meritava. Voleva fare la cattiva con Joanna, che è troppo piccola per difendersi, allora io le ho detto di restituirle la giacca, ma lei niente, così l’ho colpita prima che potesse farlo lei».
«Hai fatto bene», confermò Szymon, che non aveva capito niente di quella storia tranne il fatto che, in linea di massima, doveva trattarsi di un’ingiustizia ai danni di una certa Joanna.
«Ah, mi sento meglio», sospirò lei, abbandonando mezzo biscotto nel barattolo della marmellata, tra un putiferio di briciole e cartacce.
«C’è del denaro per te nella tasca dei pantaloni», le disse Frahazanard.
«Giusto!» esclamò la ragazza, lasciando Szymon in dubbio, ma questi non ebbe il tempo di aggiungere altro che la ragazza gli allungò un paio di banconote sotto il naso. «Ecco!»
«Io… aspetta, aspetta… lasciami prima…» borbottò, premendo le dita tremanti sul registratore di cassa. Il totale della spesa era esattamente pari al denaro che gli era stato offerto. «Va bene», annuì, incassando. «Vorresti un sacchetto?»
«Per fare cosa?»
«Per… per portare via tutta questa roba, no?» azzardò lui.
«Oh, non importa!» esclamò Caeli, sorridendogli in quel suo modo cristallino. «Mangiala tu se vuoi. Ciao, Szymon!» e, senza aggiungere altro, abbandonò il negozio.
Szymon restò imbambolato come un idiota per almeno un minuto, senza capire se quello fosse solo uno strano sogno. Provò a darsi un pizzicotto e lo scenario non cambiò. Pensò agli amici, a quando avrebbe raccontato loro dello schianto di ragazza che era entrata nel negozio, ma cosa c’era da raccontare, dopotutto? Mesto, abbassò lo sguardo sul disordine che ingombrava il bancone: dolci. Dolci dappertutto.
«Che gusti da bambina», commentò. Poi si guardò intorno, come se qualcuno potesse spiarlo attraverso gli scaffali, e quando fu certo di essere completamente solo, afferrò quel biscotto mangiato a metà e se lo ficcò in bocca. Pastafrolla e albicocche. Si concentrò intensamente, provando a immaginare il sapore delle labbra di quella ragazza.

Continua…


Caeli – Capitolo 1

Caeli1

Se qualcuno le avesse chiesto il nome, lei non avrebbe esitato a rivelare quel breve miscuglio di lettere che la identificava. Un nome è soltanto un nome, no? Allo stesso modo doveva pensarla la persona che l’aveva abbandonata quando aveva solo pochi giorni di vita, raggomitolata in una coperta, assieme a un foglio di carta tutto unto dove un ramo bruciato aveva tracciato la parvenza di un nominativo.
Caeli.
Non era un nome. Non era neanche un cognome, ma era l’unica cosa che le apparteneva. I vestiti che indossava erano un dono scartato da famiglie vere, di quelle che abitavano nelle case, per quei bambini orfani che limitavano il proprio universo al cancello di un cortile; ed erano presi in prestito, perché li avrebbe ereditati qualcuno più piccolo quando lei fosse diventata troppo grande. Non erano suoi neanche i capelli dorati e gli occhi del colore dell’alba, perché le suore sostenevano che quelli fossero doni di Dio e, com’è risaputo, tutto quello che Dio offre con una mano la riprende con l’altra. Le avevano detto che aveva otto anni e che sapeva assai poco del mondo, ma era già abbastanza grande da accorgersi che lei, a differenza di molti altri, non conosceva il giorno del proprio compleanno. C’era un giorno di comune festeggiamento per tutti gli orfani come lei, una volta l’anno, ma persino quella giornata apparteneva al Signore, a dimostrazione del fatto che si trascorreva la maggior parte del tempo impegnati nei dovuti rituali e ben presto era già ora di andare a letto, così che gli orfani senza data si ritrovavano comunque con una festa di meno.
Una primavera dopo l’altra in quella manciata di stagioni vissute, Caeli aveva osservato alcuni amici andare via con una mamma e un papà nuovi di zecca. Come tanti altri, anche lei era stata esaminata da quegli adulti venuti apposta per uno di loro, per portare via un bambino o una bambina in un posto nuovo, regalare la bontà di una famiglia e un futuro, dicevano alcuni, alludendo a qualcosa che doveva essere molto importante. Caeli non riusciva a credere che quelle persone fossero proprio felici di prendere un bambino: li guardavano per interi minuti con una faccia tutta seria, concentrata, come quando c’è da scegliere i compagni di squadra per giocare a palla e restano solo quelli più scarsi in fila. Talvolta, qualcuno rivolgeva loro delle domande alle quali bisognava rispondere bene e con sincerità. In ogni caso, non era detto che gli adulti portassero via qualcuno ogni volta.
Certe mamme e certi papà si erano interessati a Caeli, ma nessuno l’aveva mai scelta. Forse agli adulti non piacevano i bambini con nomi strani o troppo vivaci; forse si era comportata male e una suora gliel’aveva detto; oppure… oppure era Caeli che non aveva voglia di andarsene e loro finivano per capirlo. Che gli adulti fossero strani era un dato di fatto: preferivano portarsi a casa bambini tanto sciocchi, obbedienti e noiosi che era un miracolo se nessuno era mai tornato indietro per chiedere di fare cambio. Suor Asumpta tornava sempre al mercato se qualche venditore le aveva rifilato della merce scadente, perciò perché le mamme e i papà non avrebbero dovuto fare altrettanto?
In ogni caso, per Caeli non era un grosso problema restare all’orfanotrofio. Non voleva una mamma e non voleva un papà, ma solo… andare fuori. Talvolta, l’idea di abbandonare il luogo in cui aveva trascorso tutta la vita le sembrava assurda, ma per quanto si sforzasse non c’era verso di mandarla via. Era stanca di quell’esistenza abitudinaria e voleva scoprire se il mondo che quello strano Dio aveva creato fosse davvero tanto splendido come dicevano. Forse, le era capitato di pensare, era proprio la contraddizione di quegli insegnamenti a farle desiderare il mondo esterno: tutte le sorelle la conoscevano sin da quando era stata accolta e, ad eccezione di un paio che erano andate a stare con Dio, le avevano donato otto anni di affetto profondo; ma quanto all’amore che un Creatore distante riservava a tutta l’umanità… di quello neanche l’ombra. Forse era compito delle mamme e dei papà amare i bambini, non delle suore, ma questo Caeli avrebbe voluto scoprirlo.
«Prima o poi avrai anche tu una famiglia», le ricordava severamente suor Benedykta, l’istitutrice, quando la sorprendeva a crogiolarsi nei soliti sogni a occhi aperti. «Se così non fosse, quando sarai più grande imparerai un mestiere e potrai andartene e condurre la vita che preferisci. Questa non è una prigione!»
Caeli non sapeva neanche cosa fosse una prigione, ma era certa che c’entrasse ben poco con le storie narrate e i giochi in cortile. In prigione erano vestiti tutti uguali e questo, in un certo senso, non rendeva le suore vere prigioniere di quell’istituto? Del resto, trovare solo due bambini con indosso sciarpe completamente identiche era un evento raro come l’eclissi.
«Lo sai che oggi arriveranno i vestiti nuovi?» cinguettò la piccola Joanna, una bambina che era sempre stata così magra e cagionevole da rendere a dir poco ridicola la gioia con la quale accoglieva l’arrivo delle donazioni. «Credi che potrei trovare un bell’abito rosso?»
Caeli riteneva improbabile quella fantasia: nessuno si sarebbe privato di una rarità come sognava Joanna, ma si limitò a scuotere le spalle lasciandole intendere che sì, forse c’era una possibilità. Come sempre, i bambini avrebbero trascorso l’intero pomeriggio a frugare in quelle grandi buste di plastica nella più assoluta confusione; ciò voleva dire tenere occhi e orecchie bene aperti, soprattutto se scoppiava qualche litigio e Joanna rischiava di restarne coinvolta. Gli altri tendevano a dimenticare quanto fosse fragile. Caeli, al contrario, era abbastanza tenace da essere competitiva persino nei giochi e nelle zuffe dei maschi.
Le due amiche si calarono i cappelli di lana in testa e passeggiarono per il cortile innevato, nella luce più tenue del giorno che si avviava verso sera. Le donazioni dei vestiti arrivavano ogni sei mesi circa e, per l’occasione, le lezioni terminavano sempre un po’ prima. Nell’attesa, i bambini si riversavano all’aperto e affollavano il cortile. In quel momento, era in corso una violenta battaglia a palle di neve e grida e risate echeggiavano dovunque.
«Caeli! Caeli, vieni! Ci serve aiuto!» la chiamò Pawel a gran voce, così immedesimato nel gioco da parlare con l’enfasi di un vero soldato di trincea.
«Adesso non ho voglia», ribatté l’interpellata, accostandosi più che poteva all’amica per proteggerla da un eventuale assalto.
«Alla carica!» esclamò Jerzy in un acuto comando, guidando la feroce avanzata di cinque ragazzini in una scarica mitragliante di neve. Pawel e i suoi indietreggiarono e Caeli approfittò dell’occasione per sgusciare oltre la zona di guerra.
«Quanto ci mettono ad arrivare?» sbottò Joanna, impaziente.
In quel mentre, la novizia Klara accorse giù per la scalinata con tutto lo slancio della giovane età, il cappotto aperto sopra l’abito scuro e la voce squillante che sovrastò gli schiamazzi.
«Tornate dentro, bambini! Tutti! Sta per arrivare il furgone! Dentro in sala, veloci!»
Qualche altra palla di neve volò alla ricerca di un bersaglio, ricadendo pesantemente al suolo mentre orfani piccoli e grandi abbandonavano lo spazio aperto, rientrando nell’edificio. Lì, pressati come meglio potevano contro i vetri appannati, osservarono la novizia Klara aprire il cancello e accogliere il mezzo che avanzò lasciando profondi solchi scuri sul vialetto innevato.
Caeli osservò che molte bambine erano su di giri almeno quanto Joanna, mentre i maschi vivevano l’evento da un punto di vista più pratico. Pawel rideva con gli amici e si augurò a gran voce di trovare qualche calzino in più, sfilandosi la scarpa per l’occasione e mostrando il grosso alluce ingiallito che sbucava quasi del tutto da un foro nella lana.
I due uomini che erano scesi dal furgone aiutarono le sorelle a portare le gonfie buste scure nella sala comune e, prima che potessero depositarle sul pavimento, furono attorniati da almeno due dozzine di bambine urlanti.
«Non spingete e non litigate!» ammonì severamente suor Benedykta. «Cercate di andare d’accordo! Badate che sono disposta a mettervi in punizione dal primo all’ultimo!»
Caeli si tenne vicina a Joanna per impedirle di restare travolta, riuscendo a guadagnare un po’ di spazio in sicurezza. Si limitò a scoccare uno sguardo d’invidia ai maschi, che si tenevano saggiamente a distanza e avrebbero scelto i propri vestiti più tardi, con calma. Difficilmente avrebbero litigato, pensò la bambina.
«Guarda che bella!» esclamò Joanna, sollevando tra le dita una gonna a motivi floreali tanto lunga che non avrebbe potuto indossare senza il concreto rischio d’inciampare a ogni passo. «E questa camicetta? Fantastica!»
«È troppo leggera e il tempo sarà freddo ancora a lungo», osservò Caeli. «Cerca qualcosa di più caldo.»
Joanna affondò le braccia sottili in un secondo sacco e rovistò inutilmente per alcuni secondi, quasi cercando d’indovinare col tatto ciò che avrebbe estratto. Un istante dopo, levò una giacca di pelle nera e opaca, fissandola con occhi sgranati e bocca dischiusa in una muta contemplazione di cinghie, fibbie e cerniere. Persino Caeli, suo malgrado, non poté negarne il fascino trasgressivo.
Le due amiche erano rimaste ferme e intontite, quando una mano guizzò come un artiglio e strappò via la giacca dalla presa di Joanna.
«Ehi!» protestò la più piccola. «Ridammela!»
Il sogghigno di Michalina le fece brillare gli occhi scuri di cattiveria. Aveva nove anni ed era tanto prepotente da lasciar credere che sarebbe rimasta in orfanotrofio più a lungo di chiunque altro.
«Questa non è per te, Joanna», disse. «Cerca qualcosa di più adatto ai mocciosi.»
«Non è vero! L’ho trovata io!» strillò l’altra con gli occhi già pieni di lacrime.
Caeli si guardò intorno alla ricerca di un sostegno qualsiasi, ma le poche suore rimaste erano già impegnate a sedare alcuni piccoli litigi. Decisa a non cedere terreno, cercò di placare l’amica con una mano sulla spalla e fece un passo avanti.
«Restituiscigliela», le ordinò con voce ferma. «È vero che l’ha trovata lei e se non hai niente da scambiare…»
«Non me ne importa niente degli scambi!» esclamò Michalina e fece atto d’indossare la giacca, ma fu allora che Joanna afferrò coraggiosamente una manica dell’indumento, causa di discordia, e strattonò con tutte le forze.
«No! Ho detto che è mia! Mia!»
Michalina era molto alta e irascibile, disposta a perdere le staffe alla minima provocazione: sollevò la mano e si preparò a una sferzata, ma Caeli fu più veloce e, afferrato il bavero della giacca con la sinistra, sferrò un destro in faccia all’altra bambina, scaraventandola in mezzo ai sacchi.
Il litigio era stato tanto plateale che attirò l’attenzione generale e, di colpo, la sala piombò nel silenzio. Per un momento, l’unico suono fu il respiro corto e ferito di Michalina, i suoi occhi lucenti di lacrime e sfolgoranti d’ira oltre le cortine di capelli neri e un segno bluastro che prendeva forma sul suo zigomo. L’attenzione si spostò sulla bambina che aveva conquistato la giacca.
«Caeli!» tuonò suon Benedykta, avanzando severa sotto sguardi atterriti. Era l’immagine dello sdegno. «Esigo una spiegazione, signorina! Adesso!»
Caeli gliela fornì, ma evidentemente non era quello che la suora si aspettava di sentire.
«Nessuna ragione giustifica la violenza! Va’ subito nel mio ufficio e non osare muoverti! Quando qui avremo finito faremo un bel discorsetto!»
Trattenendo strenuamente un pianto per l’ingiustizia subìta, la bambina abbandonò la sala strisciando i piedi in un silenzio imbarazzato. Si era stretta quella giacca tra le mani, come per ricavarne conforto, ma non lo realizzò fin quando non raggiunse l’ufficio di suor Benedykta.

* * *

C’era da aspettarsi che facesse tanto freddo: non era la prima volta che Caeli veniva convocata in quel luogo per rispondere di qualche colpa. L’esperienza le aveva insegnato che l’attesa era sempre peggiore di qualsiasi punizione, ma in quell’occasione c’erano persino i brividi a farle desiderare che tutto finisse il prima possibile. Restò seduta per alcuni minuti, chiedendosi se suor Benedykta le avrebbe rimproverato d’aver acceso la vecchia stufa, quando ricordò di essersi portata dietro quella giacca causa di tanto scompiglio.
«Che sciocca», disse, mesta, e la indossò. La giacca era troppo larga persino per lei, perciò era semplicemente ridicolo che proprio Joanna si fosse infervorata tanto per ottenerla. Tuttavia, non poté impedire a se stessa di studiarsi nello specchio e realizzare che non stava poi troppo male, dopotutto. C’era solo un dettaglio, in corrispondenza del petto, che la infastidiva.
La ragazzina tastò, scoprendo immediatamente la presenza di una tasca interna. Era una palla quella cosa che sentiva? Le sue dita avvolsero una superficie vetrosa e, una volta estratto l’oggetto, un bagliore scarlatto impregnò la stanza.
Caeli avrebbe urlato per la paura, ma il grido le morì a fior di labbra. I suoi occhi azzurri erano diventati di un intenso viola nella contemplazione di quella sfera luminosa: sapeva che avrebbe dovuto provare terrore, ma nulla l’aveva mai affascinata di più. Di colpo, l’inquietudine si trasformò in estasi e una voce gentile scaturì dalle profondità infuocate.
«Qual è il tuo nome? Se me lo dici, ti dico il mio.»
«Caeli», rispose la bimba con ovvietà. «Tu come ti chiami?»
«Frahazanard.»
«Fra… cosa? Fra?»
«Se così preferisci, andrà bene.»
La piccola inarcò un sopracciglio con aria dubbiosa e si accomodò lentamente sulla rigida sedia dinanzi alla scrivania, sorreggendo il globo tra le mani.
«Sei un angelo, Fra?» chiese, cercando di contestualizzare con le proprie conoscenze ciò che non capiva.
«No», ribatté Frahazanard, divertito, simulando una risata tramite una successione di lampi.
«Allora sei cattivo?»
«Neanche. Sono qui per te.»
«Per me? Perché?»
«Mi hai trovato.»
«Scusa, ho fatto male?»
«No», le assicurò Frahazanard. Seguì una breve pausa. «Perché sei triste, Caeli?»
«Suor Benedykta mi punirà, ma non ho fatto niente di male», piagnucolò la bambina, cogliendo al volo l’occasione per sfogarsi. «Ho dato un pugno a Michalina, è vero, lo so che ho sbagliato, ma se non l’avessi fatto lei avrebbe picchiato Joanna. E Joanna è molto più piccola! Poteva farle male davvero! E invece daranno la colpa a me. Vorrei che Michalina se ne andasse, ma chi la prenderebbe mai? Farò prima a crescere e andarmene e ci vorrà ancora tanto tempo», sospirò.
«Vorresti diventare grande?» le chiese il globo.
«Sì», annuì la bambina a malincuore.
«Io posso aiutarti se vuoi.»
«Come?»
«Posso far sì che tu cresca adesso.»
Le sopracciglia di Caeli si avvicinarono e, quella volta, fu a causa di un’aperta diffidenza.
«Cosa significa?» domandò dopo averci riflettuto a lungo, senza successo.
«Dimmi solo se tu lo vuoi, Caeli. Se è tuo desiderio, puoi essere una donna. Non vuoi lasciare questo posto? Non vuoi scoprire il mondo?»
«Sì che vorrei!» esclamò la bambina. «È possibile…» ancora una volta, un grido le morì in gola.
I jeans si serrarono alla sua vita come un cappio, mozzandole il respiro; le spalle gemettero lottando contro la maglietta sino a strapparla. Freneticamente guidata dall’istinto, lasciò cadere la sfera e si affrettò a sfilarsi le scarpe dai piedi. Tutti i vestiti stavano rimpicciolendo per soffocarla, pensò con orrore; un istante dopo, tuttavia, realizzò che era il mondo intero a restringersi. Fu solo verso la fine che le fu chiara la cosa più impensabile, ciò che Frahazanard le aveva detto e che la paura era riuscita a cancellare per un momento.
L’incanto svanì così com’era cominciato e Caeli si alzò in piedi, barcollando lievemente, puntellandosi sullo schienale della sedia. Non c’era muscolo del corpo che non le dolesse, ma era una sofferenza estranea e molto più sopportabile di quanto avrebbe creduto. Si fermò davanti allo specchio, contemplando nuovamente quella giacca scura che le calzava a pennello, accarezzandosi il viso con la punta delle dita, lasciando scivolare la mano sulle rotondità che tendevano sino all’eccesso il maglione di lana.
Stordita, incredula, studiò con timida ammirazione il proprio corpo di donna.

Continua…


Andrew Cruel – Capitolo 7

Andrew5

L’urlo di una sirena fendette la notte stridendo, accompagnò il ruggito del motore e divorò l’asfalto per alcune centinaia di metri prima di svoltare, abbandonare la principale e perdersi nel dedalo dei vicoli.
Per Andrew Cruel, nascosto tra i cespugli di un giardino pubblico, fu impossibile determinare se quella fosse un’ambulanza o una volante della polizia; in verità non gliene importava niente. Tremava da capo a piedi, era scosso da violenti spasmi muscolari e l’unico, tangibile contatto con la realtà restava la sfera affondata nella tasca dell’impermeabile, quella che stringeva convulso, definita scivolosamente dal sudore della mano rovente.
«Usami!» lo esortò ancora Frahazanard. «Non vuoi avere via libera? Non vuoi liberarti dei tuoi inseguitori? Usami!»
Andrew serrò gli occhi, trattenne il respiro e si concentrò sul nulla. Nulla. Non osava formulare neanche la più insignificante richiesta per timore che fosse esaudita, non quando ne aveva un’altra molto più importante già in serbo.
«Voglio trovare Flo», mormorò, la voce tremula. «Voglio parlarle.»
«Cammina.»
Il giovane uscì fuori dal nascondiglio e si guardò intorno: la zona era diventata deserta, svuotata persino dell’occasionale ubriaco o del vagabondo addormentato su una panchina. Tutte le finestre dei grandi palazzi che circondavano il parco erano oscurate e, oltre i lampioni accesi, la sommità delle costruzioni si perdeva tra le ombre di un cielo opaco e nebuloso. Sembrava di trovarsi nel mezzo di una città fantasma, dalla quale persino i rumori erano stati risucchiati. Quando Andrew Cruel s’incamminò, il suono dei suoi passi echeggiò nel vuoto.
Un’indefinibile consapevolezza lo guidò sul fondo della strada, nell’estrema periferia, dove alcuni campi incolti ospitavano una grande chiesa e un vecchio cimitero. Da almeno una decade, la chiesa era stata abbandonata per instabilità e rischio di crolli; i lavori di ristrutturazione non erano mai cominciati per ragioni burocratiche ed economiche, lasciando ogni cosa in balìa di un progressivo deterioramento. Ormai, il camposanto era diventato un mare d’erbacce dal quale le superfici delle lapidi affioravano come isolotti in procinto d’affogare. In attesa del tanto agognato restauro, le funzioni religiose erano officiate in alcuni prefabbricati sorti nei dintorni della chiesa. Quando Andrew vi giunse accanto, quasi inconsapevole della strada percorsa, tutto era vuoto e immobile al pari della città alle proprie spalle, ma una malsana luce lunare delineò la nitida impronta di un piede nudo sul terreno. Puntava verso il grande portone del tempio, sigillato solo in principio e rimasto socchiuso dopo il grande saccheggio di alcuni anni prima. Il giovane salì la gradinata, dischiuse un po’ di più il portone per insinuarsi tra le ante e scivolò all’interno della chiesa, dove fu ghermito all’istante da un’aria tanto stantia e gelida da penetrare le ossa.
La luce filtrante dall’ingresso principale illuminava una piccola sezione di pavimento completamente ricoperta da uno spesso tappeto di polvere, una coltre tanto densa da lasciar spiccare come lucida oscurità le umide sagome di piedi fangosi.
«Flo!» gridò lui, lasciando echeggiare la voce nella vastità della navata. «Flo, vieni fuori!»
Nessuna risposta. Andrew si avventurò oltre la zona illuminata e scivolò nell’oscurità seguendo le direzione delle impronte, aggirandosi tra le file di banchi fracassati e mangiati dall’umidità, ignorando i minuscoli movimenti che potevano appartenere a ogni genere di creatura intorno a lui. Deglutì e seppe di non voler nascondere più nulla, lasciò scivolare la mano nella tasca ed estrasse il globo.
Un bagliore di luce infernale si diffuse su legno e pietra, definì con tratti maligni le raffigurazioni sacre, s’impresse come una maledizione sul volto dell’uomo crocefisso oltre l’altare, dove una piccola sagoma rannicchiata fissò il giovane con occhi sbarrati. In quel momento, era impossibile dire se a terrorizzarla maggiormente fosse Andrew o la fonte di luce scarlatta che aveva cavato fuori dal nulla.
«Flo», la chiamò ancora, avvicinandosi con la mano tesa. «Vieni, andiamo via di qui.»
«Non mi toccare!» strillò lei, balzando in piedi e allontanandosi come se lui le porgesse un cesto di vipere. Aveva gli occhi arrossati di lacrime. «Sei un mostro! Un assassino! L’hai ammazzato!»
«Non è stata colpa mia», si giustificò il giovane con voce rotta.
«Oh, adesso mi verrai a dire che è stata colpa mia?» ridacchiò Frahazanard, udito solo dal possessore.
«Tu sei… completamente pazzo», sibilò la ragazza, scuotendo il capo. «Sei fuori di testa! Un maniaco! Lasciami stare! Vattene via!»
«Non me ne andrò senza di te», replicò lui, deciso.
Flo continuò a indietreggiare, aggirò l’altare, si allontanò lentamente senza offrire mai le spalle. Tremava sin nel profondo dell’anima e, completamente nuda sotto l’impermeabile, la sua pelle era tanto bianca da infiammarsi come metallo rovente alla luce del globo.
«Non ti lascerò andare via», le disse Andrew con voce bassa, fremente, gli occhi lampeggianti. «Non potrai neanche liberarti di me. Non capisci, Flo? Sono stato io a richiamarti a me quando era finita. Avevo bisogno di te. Ti amo! E tu, invece…»
«Razza di psicopatico!» ringhiò lei, improvvisamente fuori di sé. «Anch’io ti amavo! Non sono certo tornata da te solo perché hai detto una parola magica! Ma tu non sei fatto per amare nessuno! Sei egoista, cieco… e sei anche un assassino», ripeté.
«Ho ammazzato un fratello traditore per recuperare la mia donna baldracca!» tuonò il giovane e, solo allora, avanzò prontamente col desiderio di agguantare la ragazza, ma qualcosa di duro e affilato lo colpì al volto.
Andrew si portò la mano al labbro spaccato, le dita improvvisamente bagnate del proprio sangue, dopodiché sollevò gli occhi: priva di qualsiasi difesa, Flo era riuscita a sfilarsi dalla testa il pesante smeraldo che portava al collo e, sorreggendolo per la collana, l’aveva usato per colpire. I netti spigoli della pietra erano riusciti a tagliare efficacemente la carne, ma la ragazza era rimasta tanto sconvolta dalla propria reazione che, in quel momento, non poté fare altro che restare immobile, in piedi, con quell’arma improvvisata in pugno, fissando il giovane con vivido terrore.
Andrew sentì la collera colmargli il petto, la vista gli si annebbiò e realizzò che Flo non aveva alcun diritto di colpirlo, non dopo che si era macchiata di un così spregevole tradimento. Desiderò punirla, farle male, causarle un dolore almeno cento volte maggiore.
«Troia!» sbraitò, sputacchiando schiuma rossastra dalla bocca. «T’insegno io a portarmi rispetto!»
Serrò le dita della mano destra intorno al globo e, con quello stesso pugno, la colpì al viso.
Un lampo scarlatto, il colpo delle nocche e uno schiocco sinistro e potente, come una fucilata. Flo barcollò all’indietro e cadde, lo smeraldo le sfuggì di mano rimbalzando sul pavimento e scivolò roteando sotto l’altare. Il silenzio che seguì fu tanto denso da gelare il sangue.
Andrew restò pietrificato, in piedi, le braccia inerti lungo i fianchi. Attese per lunghi istanti il momento in cui Flo si sarebbe rialzata, pronta a scusarsi e decisa a seguirlo, a lasciare la città e il Paese verso luoghi lontani e meravigliosi, dove nessuno avrebbe mai potuto raggiungerli e frapporsi tra loro. Eppure, Flo restò ferma come se dormisse.
«Flo?» la chiamò debolmente lui. Mosse un passo, poi un altro, le fu accanto e s’inginocchiò.
Alla luce scarlatta del globo, la testa della ragazza spiccò per l’angolazione innaturale che aveva rispetto al resto del corpo. Uno spuntone osseo premeva dall’interno del collo, tendendo la pelle quasi sino alla lacerazione. Per quanto orripilante fosse quella visione, non reggeva il confronto con la sanguinante ammaccatura nel punto in cui lei era stata colpita. La bellezza di Flo era ormai svanita.

* * *

«Me l’hai chiesto tu, Andrew Cruel!» protestò Frahazanard. «Tu hai desiderato ferirla! Avrei dovuto oppormi?»
Frahazanard era inferocito, ma completamente impotente: non c’era nulla che detestasse più di quel silenzio tombale, della consapevole indifferenza di Andrew mentre abbandonava la chiesa sulle gambe malferme. Questi piangeva, ma solo per reazione: il dolore che gli stravolgeva l’animo travalicava urla e singhiozzi, tanto terribile da condannarlo a un’assoluta lucidità mentale.
No, Frahazanard non avrebbe mai potuto opporglisi; e ciò era la causa di tutto. Andrew Cruel lo sapeva, così come era evidente che il malefico globo poteva anche continuare a leggergli gli intimi pensieri, ma quella sofferenza tanto umana, di chi sapeva ancora riconoscere una perdita, era qualcosa che non avrebbe potuto comprendere.
Con in testa quell’ultima risoluzione, il giovane si diresse verso i prefabbricati.
«Questa è la tua decisione?» sibilò il globo. «Stupido! Non hai imparato niente da tutto ciò che ti ho mostrato? Hai visto possibilità che la tua lurida specie stenta persino a immaginare e vuoi gettare via tutto… per una femmina?!»
«Riportala in vita, allora», gli propose Andrew. La sua non era una speranza, ma una sfida.
«Questo non posso farlo.»
«Lo so.»
Chissà se era la prima volta che Frahazanard ammetteva così un proprio limite. Andrew non ne era sicuro.
Il giovane raggiunse i container di metallo destinati alla beneficienza, dove i frequentatori della chiesa depositavano gli abiti dismessi. Come di consueto, un foglio plastificato specificava la destinazione: un posto nell’Europa orientale. Poteva andar bene.
«Sei uno stupido, Andrew Cruel», ribadì il globo. «Ho sbagliato a considerarti più forte.»
«Tu hai sempre saputo che cos’ero, Frahazanard. Hai sempre saputo più di me.»
Andrew allungò il braccio all’interno dell’apertura del container e tastò alla cieca prima di afferrare qualcosa, una busta di plastica qualsiasi. La ritirò a sé, riuscì a infilarla sotto il pannello che si apriva in un’unica direzione e, con un po’ di fatica, finalmente se ne appropriò. Dopo averla depositata sul terreno, l’aprì e cominciò a frugare tra vestiti dall’odore stantio.
«Codardo», commentò Frahazanard.
«Già», convenne Andrew, senza smettere di piangere un dolore impassibile. «Già.»
Recuperò una giacca di pelle nera sintetica e si accertò che avesse una tasca interna. Sì, ce l’aveva: era chiusa da una zip.
«Io esisterò ancora, Andrew Cruel», lo ammonì il globo.
«Forse è giusto che sia così», ne convenne il giovane. «Potresti essere usato per un intento nobile, ma non da me. Sono troppo corrotto per queste cose.»
«Gli esseri umani sono tutti corrotti, Andrew Cruel. Tutti. Su cosa credi che si basi la menzogna della vostra esistenza? Io ho già imparato che dalle ideologie scaturiscono le volontà più forti in assoluto, ma se tu potessi solo immaginare quanto sono fragili…»
Andrew ripose il globo nella tasca interna della giacca e chiuse la zip, celando per sempre ai propri occhi il bagliore scarlatto. Risistemò ogni cosa nella busta, la richiuse e lasciò scivolare il tutto nel medesimo container. Solo allora, completamente solo, tornò incontro alla chiesa.
Entrò. Era più buio che mai, ma meglio così: non avrebbe accettato la vista di Flo nel punto in cui l’aveva abbandonata.
«Mi dispiace», sussurrò. Le sue lacrime sembravano non aver mai fine. Quando giunse accanto all’altare, un cielo rischiarato dalle prime luci dell’alba cominciò a definirne i contorni attraverso la vetrata sporca. Non vi prestò attenzione e passò oltre, attraverso la porticina laterale che lo condusse a una stretta scala a chiocciola. Il passaggio s’innalzava dentro il campanile.
Un passo dopo l’altro, egli s’inerpicò su per la scalinata. I gradini di legno cigolarono gemendo sotto ciascuno dei suoi passi, ma egli si sentì stranamente leggero.
Giunto in cima, nell’aria gelida del mattino, sostò per un momento accanto alla pesante campana. Erano anni che nessuno la suonava più. Frugò all’interno delle tasche, recuperò una sigaretta e riuscì ad accenderla con estrema fatica, ostacolato dalle dita intorpidite e dai venti sferzanti. In lontananza, una sirena urlava tra le strade della città.
Andrew fece il primo tiro, poi il secondo. Realizzò ben presto che il fumo lo disgustava.
«Ti amavo davvero, Flo», mormorò in un sussurro, accecato dalle proprie lacrime roventi. «Ma forse… forse è vero che siamo tutti corrotti.»
Aprì le dita che reggevano la sigaretta e la fissò per un momento, rapito dalla sua danza nel vento, come una stella cadente scarlatta. Andandole incontro con la mano, quasi volesse nuovamente afferrarla, si lasciò cadere nel vuoto.

Fine.


Andrew Cruel – Capitolo 6

Andrew4

La risata risuonò ancora, mischiandosi a un sospiro. Andrew Cruel richiuse la porta alle proprie spalle nel più assoluto silenzio. L’appartamento sapeva di chiuso e l’aria era densa, umida. Qualcuno pronunciò parole indecifrabili, troppo lontane, ma in risposta giunse una nuova risata e la voce più acuta di Flo.
Andrew avanzò lungo il corridoio, silenzioso come un fantasma, quasi inconsistente tra le ombre. La camera da letto di Lucas era socchiusa e il tenue chiarore della lampada proiettava una lama dorata sul pavimento. Una serie di sospiri affannati risuonò nella quiete tombale e, solo allora, ogni sillaba fu perfettamente udibile.
«Di più… di più…!» ansimò la voce femminile.
«Sta’ ferma!» intimò un timbro maschile, rude. Egli si sollevò dal punto in cui era disteso, strattonando nel pugno la catena del pesante pendaglio di smeraldo che lei portava al collo. Le si rivolse con cattiveria, ma il suo era solo un gioco. «Te l’ha dato il tuo protettore questo regalino da troia?!»
«Sì! Dimmelo ancora!» esclamò lei, ridendo, baciandolo sulla bocca con trasporto. «Oh, Lucas…»
Tra le ombre del corridoio, Andrew Cruel fece un passo indietro e trattenne il fiato: non era certo di sentirsi bene ma, tutto sommato, non stava neanche male. La sua Flo a letto con Lucas. In un profondo quanto inusuale slancio di filosofia, ritenne d’aver commesso azioni ben peggiori negli ultimi tempi e si allontanò, dirigendosi macchinalmente in cucina senza neanche rendersene conto. Era dall’altra parte della casa, ma il silenzio assoluto non filtrava i rumori dei due amanti che credevano d’essere soli e i sospiri di Flo erano continui affanni serrati. Stupidamente, egli si chiese se lei gli avesse mai riservato un trasporto tanto incisivo; altrettanto stupidamente, realizzò che non avrebbe saputo dirlo perché non vi aveva mai prestato attenzione.
A discapito di tutto quello che avrebbe creduto di provare, dalla rabbia, al dolore, alla frustrazione… si scoprì terribilmente solo.
«Non sei mai solo, Andrew Cruel», gli ricordò dolcemente Frahazanard. Il suo bagliore trionfale doveva essere tanto intenso che, benché ancora riposto nella tasca dell’impermeabile, aloni sanguigni venivano proiettati nell’oscurità della cucina.
«Sono solo un coglione che parla con una palla di vetro», sospirò lui a voce talmente bassa che chiunque, vedendolo, non avrebbe percepito nulla dietro il movimento delle labbra.
«La nostra non è forse la conversazione migliore della tua vita? Ironia della sorte, dovevi acquisire un oggetto parlante per imparare ad ascoltare. Sei arrogante, ma a me non importa: so come intrattenere il prossimo.»
«Potrei romperti», minacciò il giovane. «Potrei… lasciarti cadere in un dirupo o… schiacciarti sotto una pressa…»
«E io potrei o non potrei convincerti che qualsiasi artifizio della tua mente potrebbe o non potrebbe distruggere questo surrogato cristallino di una forma fisica. Ma perché sprecare un così prezioso frammento dell’eternità in un’inutile diatriba? Sappiamo entrambi che non oseresti mai nuocermi.»
«Sai davvero tutto di me», realizzò Andrew, mesto.
«Abbastanza da credere che rimpiangerai di non aver agito in un momento di debolezza. Tu sai cosa sta succedendo in quella stanza.»
«Sì: mio fratello si sta scopando la donna che amo.»
«Definizione patetica persino per te. Domani cosa accadrà?»
In quel momento, Andrew trattenne il fiato: cosa sarebbe accaduto? Come avrebbe guardato Flo e Lucas da quel momento in poi? Per un momento aveva creduto di potersi lasciare quel tradimento alle spalle… se solo fosse riuscito a diventare una persona migliore e meno egoista, ma il solo considerare quell’eventualità palesò la sua totale assurdità.
«Dopotutto, non è detto che lei ti ami ancora», lo incalzò Frahazanard. «Forse non possiedo sufficiente dimestichezza coi vostri rituali, ma una donna che ti ama si accoppia generalmente con tuo fratello?»
«No», concretizzò Andrew. «No, non lo fa.»
«Siamo tutti fratelli e sorelle finché non esponi la schiena a un pugnale», teorizzò il globo. «Tu hai semplicemente sfogato i tuoi istinti su femmine sconosciute che non hanno mai significato niente, ma lei… lei si è celata dietro una maschera d’ipocrisia, lasciandoti credere di avere a cuore il vostro rapporto per occultare un tradimento con tuo fratello! Non hai mai pensato, Andrew Cruel, che il suo sia stato opportunismo sin dall’inizio?»
Andrew sentì le tempie pulsare pericolosamente e si scoprì a tremare.
«Non hai torto», ragionò.
«Ma non è Flo ad avere colpa», ragionò ancora Frahazanard, parlando lentamente. «Lei è solo una vittima. Di chi è il letto in cui si trova adesso? Con chi ha cospirato? Chi l’ha certamente sedotta? E chi, Andrew Cruel, è stato la causa primaria della tua infelicità? Ti ha richiamato a casa senza riguardo per ciò che hai perduto, ti ha… privato della felicità che potevi avere con lei! Chi è, Andrew Cruel?»
«Lucas», sibilò il giovane.
«Lucas», ripeté Frahazanard.
Andrew sollevò la mano destra davanti agli occhi: forse l’aveva prelevato dal cassetto; forse era sempre stato tra le sue dita; forse… ce l’aveva mezzo Frahazanard. Nella debole luce filtrante dalla finestra, la fredda lama del lungo coltello scintillò di giustizia.
«Un frammento di coraggio sarà sufficiente», sussurrò il globo, suadente. «Lui non ha esitato a farlo: non essere da meno.»
Andrew Cruel tornò indietro attraverso l’appartamento. A ogni passo, i gemiti di Flo erano più alti, strazianti.
«Ti piace, eh?» grugnì la voce maschile. In risposta, ella ringhiò soffiando tra le labbra, colma d’appagamento.
La porta scivolò fluida sui cardini. I due amanti erano troppo concentrati nella passione reciproca per accorgersi immediatamente della figura incappucciata, appoggiata contro lo stipite, ma pochi istanti dopo la ragazza proruppe in un urlo terrorizzato e balzò a sedere strisciando sulla schiena.
«Cazzo!» sbraitò, scalciando il compagno di letto nella foga.
Lucas si voltò: era già bianco in volto ancor prima di riconoscere il loro osservatore.
«Andrew…?» boccheggiò.
«Ssst», lo zittì l’interpellato, avvicinando l’indice alle labbra. «Abbassa la voce, fratellino. Che succederebbe se qualcuno ti sentisse?»
«Andrew, cosa ci fai a casa… adesso…» farfugliò stupidamente l’altro, cercando una valida argomentazione che non poteva esistere. Fu Flo a cedere per prima.
«Andrew… amore mio, perdonami!» singhiozzò, tentando di coprirsi col lenzuolo. «Non so cosa mi abbia preso, è stato… è stato un brutto errore che…»
«Lo so», la interruppe lui. La sua voce era bassa, fremente, ma tanto intensa da imporre il silenzio. «Non è colpa tua, piccola. So che sei stata ingannata da questo traditore.»
«Ehi, non è affatto vero!» protestò Lucas, alzandosi in piedi e recuperando i propri jeans dal pavimento, indossandoli con un certo impaccio. «Non sono stato io, va bene? Non del tutto! È stata lei a venire da me quando…»
«No!» strillò Flo. «Stavo male, è vero, ma non puoi credere che…»
«Dove pensi di andare?» domandò Andrew al fratello.
Quella domanda bastò a riaccendere una fiammata di fremente orgoglio in Lucas.
«Questa è casa mia», replicò tra i denti. «Quello che è di troppo sei tu! Perché non te ne vai, Andrew? E perché non porti questa puttana con te?»
«Va’ al diavolo, bastardo!» gridò la ragazza. «Certo che ce ne andremo! Non è vero, Andrew? Staremo insieme e dimenticheremo tutto! Andiamo via adesso!»
«Lucas, è colpa tua», sentenziò Andrew Cruel, lo sguardo appena visibile sotto il cappuccio dell’impermeabile. «Hai cominciato tu tutta questa storia. E la pagherai.»
«Ah, davvero?» ringhiò l’altro, avanzando con aria bellicosa. «Cosa vorresti fare? Ammazzarm…» la parola gli sfiorì in punta di lingua quando, a meno di due passi dal fratello, intravide il coltello che questi aveva in pugno. Il suo volto si fece cinereo. «Andrew… Andrew, non fare stronzate. Mettilo via…»
Flo scorse la lama e trattenne il fiato, paralizzata dal terrore.
«Cosa dovrei fare?» lo incalzò Andrew.
«Senti… ascolta, diamoci una calmata», farfugliò Lucas, indietreggiando con le braccia tese. «Fratellone, non puoi reagire così! Sei arrabbiato, sei…»
«Sono tuo fratello solo adesso? Non lo ero mentre ti scopavi la mia donna.»
«È per lei che dovremmo litigare? Per questa troia?!»
Con un guizzo fulmineo, Andrew Cruel avanzò. La lama lacerò la carne in un baleno, sospinta in profondità da un affondo rabbioso, rigirando crudelmente le viscere. Un’esclamazione di furente stupore animò il volto di Lucas e il grido di Flo risuonò nella notte.
Mentre Lucas si accasciava al suolo, Andrew rivolse lo sguardo su di lei. Quest’ultima gli scaraventò addosso un cuscino al solo scopo di distrarlo, dopodiché balzò fuori dal letto e abbandonò la stanza.
«Flo!» tuonò il giovane, correndole dietro.
La ragazza scattò rapida in corridoio e agguantò il proprio impermeabile dall’attaccapanni con una tale veemenza che l’asta cadde, sbarrando la strada ad Andrew. Bloccato dall’ostacolo improvviso, il giovane scorse i lunghi ricci di Flo mentre svanivano oltre la porta d’ingresso e, per un momento, udì il morbido affrettarsi dei suoi piedi nudi giù per le scale. Dall’esterno, il vociare alterato degli inquilini risuonò tra i pianerottoli.
Andrew restò immobile per un momento, ansimante, ragionando in fretta su ciò che aveva fatto. Quando si voltò indietro e vide Lucas riverso al suolo in una pozza di sangue, il coltello gli scivolò dalle dita e cadde sferragliando sul pavimento.
Le implicazioni della propria furia lo colpirono con tale ferocia da suggerirgli la presenza di una lama piantata nel ventre.
«Va’ da lei», gli consigliò Frahazanard.
Andrew Cruel scosse il capo come inebetito.
«Raggiungila!» insistette il globo. «Se non la prendi per primo, qualcun altro te la porterà via.»
Andrew Cruel prese una decisione e scavalcò l’attaccapanni, fuoriuscì sul pianerottolo e abbandonò per sempre l’appartamento del fratello. Scese rapidamente le scale tra l’allarmismo generale degli altri inquilini, senza prestare attenzione a nessuno di essi. Era appena arrivato al pianterreno e stava aprendo il portone quando, dall’alto, uno straziante urlo femminile risuonò per il palazzo. Qualcuno gridò a gran voce di chiamare un’ambulanza; un altro gli fece eco, invocando la polizia.

Continua…


Andrew Cruel – Capitolo 5

Andrew3

Flo tornò mesta in cucina nell’istante in cui Lucas accendeva la sigaretta di fine pranzo.
«Sta dormendo», comunicò la ragazza. «Gli preparerò qualcosa più tardi.»
Lucas annuì gravemente, storse la bocca e fece un altro tiro.
«Comincio a preoccuparmi», disse. «Non credi che sarebbe il momento di chiamare un medico?»
«Gliene ho parlato, ma lui non ha voluto sentire ragioni. Anzi, si è persino arrabbiato per averglielo proposto. Ha detto che starei complottando per convincerlo di essere malato.»
«Sì, ecco, detto tra noi… non è che lui stia facendo qualcosa per smentirci: è matto come un cavallo!»
I due giovani ridacchiarono cercando di contenersi, nell’effettivo timore d’essere uditi; tuttavia, l’ilarità svanì ben preso.
Flo sospirò nel prendere posto a tavola, accomodandosi proprio dinanzi alla finestra: la debole luce grigiastra esaltò l’intenso ramato dei suoi ricci. Con i lividi sul viso ormai quasi svaniti, era facile capire perché Andrew si fosse così invaghito.
«Cosa c’è?» la incalzò Lucas.
«C’è una cosa che… che sto pensando da un po’», azzardò lei, incerta.
«Sono un tipo discreto», le assicurò lui con un sorriso incoraggiante.
«Riguarda tuo fratello e quello che hai detto», riferì Flo a mezza voce, obbligando l’altro a sporgersi vicinissimo per distinguere le parole. «È accaduto… otto, nove giorni fa: ero appena tornata a casa e lui era a letto. L’ultima volta mi aveva urlato contro per averlo svegliato e ho cercato di fare più piano che potevo per non disturbarlo. Ecco… Lucas, devi credermi, sono quasi morta di paura! Lui stava parlando. All’inizio ho pensato che ci fosse qualcuno con lui… o che fosse al telefono… ma le sue parole erano farfugliamenti, come se stesse discutendo da sé. Quando mi sono avvicinata per spiarlo stava dormendo.»
Lucas era rimasto ad ascoltare il breve resoconto con la massima attenzione e, sul finale, fece un profondo tiro alla sigaretta, soffiando via il fumo dalle narici. Pareva immerso in una profonda riflessione.
«Probabilmente parlava nel sonno», suppose.
«Non lo so. Era… così strano…» rabbrividì lei.
«Guarda il lato positivo: se ci liberiamo di quel rompicoglioni di mio fratello, giuro che organizzo una serata di beneficienza nel mio locale con open-bar sino a esaurimento scorte!»
«Non è carino da parte tua», protestò la ragazza, ma entrambi risero.
«Dico sul serio, Flo», puntualizzò Lucas. «Non so cosa gli sia preso per diventare più… insopportabile di quanto sia mai stato, ma penso che tu sia una brava persona e non meriti tutto questo. Non meriti, voglio dire, di passare i tuoi giorni ad assecondare i suoi capricci.»
«Sei molto gentile», mormorò Flo, sorridendo. Si guardarono negli occhi per un istante, separati solo dalla tenue foschia del fumo di sigaretta.
In quel momento, dal salotto, si udì il movimento strascicato di un paio di pantofole; nel momento in cui Andrew fece capolino in cucina, Lucas si ritrasse sulla sedia per allontanarsi da Flo.
Le ultime settimane, trascorse quasi esclusivamente a letto, avevano trasformato Andrew Cruel rendendolo quasi irriconoscibile: mangiava pochissimo e i muscoli avevano perso la tonicità di un tempo, la barba era lunga, l’incarnato pallido, ma gli occhi restavano svegli e famelici, benché segnati da occhiaie profonde. Nonostante tutto, Flo gli era rimasta accanto, decisa a confortarlo con dolcezza e sensualità, ma lui l’aveva respinta con frequenza sempre maggiore. Per lei era stato arduo, in principio, incassare un rifiuto dopo l’altro; tuttavia, il progressivo abbandono del suo compagno ne aveva di volta in volta diradato i tentativi. Da giorni non si sfioravano più.
«Amore mio», esordì Flo, balzando in piedi con uno scatto tutt’altro che naturale. «Hai fame? Vuoi mangiare qualcosa?»
Andrew squadrò la ragazza e il fratello con occhi lucenti, unica finestra di vita in un corpo che appariva ormai morto, orribile a vedersi.
«Acqua», rispose con voce roca, sollevando la brocca vuota che reggeva in mano. Flo la prese e andò a riempirla.
«Stai meglio?» gli domandò Lucas.
«Non lo so», rispose Andrew, avvicinandosi. «Dammi una sigaretta.»
Lucas afferrò il pacchetto e, con un gesto esperto, lasciò sporgere un singolo filtro dallo strappo sulla confezione per offrirlo al fratello. Andrew recuperò la sigaretta e l’accendino sul tavolo, tentando un paio di scatti incerti con le dita intorpidite prima di generare la fiamma. Una volta acceso il braciere, si accomodò sulla sedia occupata dalla ragazza sino a un istante prima.
«Ecco qua», disse Flo, depositando sul tavolo la brocca e un bicchiere colmi d’acqua fresca. «Avevi sete, giusto?»
Andrew afferrò il bicchiere e lo vuotò di colpo, senza curarsi troppo dei rivoli che gli scivolarono giù per la barba e andarono a bagnargli il petto.
«Un po’ d’aria ti farebbe bene», azzardò Lucas, fingendo di ponderare una faccenda sulla quale aveva già lungamente meditato. «Perché non vai a farti una doccia e non esci, stasera? Vieni a trovarmi al bar, ospito una band blues!»
«Ho da fare», tagliò corto Andrew. «Portati Flo.»
Mentre Andrew abbassava gli occhi per centrare il posacenere, i due fecero in tempo a scambiarsi un’occhiata allarmata.
«No», mormorò la ragazza, apprensiva. «Io resto qui con te. Potresti aver bisogno di qualcosa durante…»
«Devo uscire», precisò Andrew, rivolgendosi alla compagna come per rimproverarle una stupidaggine. «Va’ a divertirti da sola», aggiunse. Si alzò in piedi e abbandonò la cucina, lasciandosi dietro un’esalazione rancida che sapeva di tensione.

* * *

Il cielo, occultato da nubi temporalesche nell’ora del tramonto, aveva gettato la citta in un’oscurità prematura, sotto una pioggia gelida e fitta che cadeva senza sosta già da alcuni giorni. Dal momento che alcune gallerie erano state allagate, il traffico era rimasto interdetto a gran parte dei mezzi. C’era il rischio concreto che il fiume esondasse.
Nel mezzo dello sconvolgente temporale, con anfibi e impermeabile indosso e il cappuccio sollevato sulla faccia, mostrando solo la folta barba gocciolante, Andrew Cruel passeggiava lungo strade quasi deserte. Aveva le mani in tasca e, tra le dita gelide della destra, stringeva la sferica fonte del proprio tormento.
«Lo sanno! Sanno tutto! Sanno che sono stato io, stavano complottando contro di me!»
«Puoi andartene quando vuoi, Andrew Cruel. Vattene da questo posto e ricomincia una nuova vita dovunque desideri. Non ti ho già mostrato abbastanza mondi e possibilità?»
«No! Flo… non voglio separarmi da Flo!»
«Portala con te.»
«Non posso! Finché mi crederà un assassino…»
«Ma tu sei un assassino, di questo sei convinto oltre ogni ragione.»
«Lo so cosa sono! Non avrebbe importanza se lei mi credesse innocente! Quando la guardo, tutto ciò che vedo è paura: crede che arriverò a ucciderla e nasconderò il suo cadavere chissà dove!»
«Sei certo di aver decifrato col dovuto criterio le sue emozioni?»
«Vuoi insegnare a me cosa prova un essere umano?!»
«Non mi permetterei mai, Andrew Cruel», replicò il globo, divertito.
Andrew raggiunse la meta: un lussuoso albergo nel quale entrò spargendo pozzanghere, guadagnandosi un’occhiataccia dall’impiegato alla reception. Fu accolto con una certa freddezza, ma quando esibì il documento falso che Frahazanard gli aveva procurato e mostrò i contanti nel portafoglio, gli furono dovutamente consegnate le chiavi di una stanza tra i piani alti dell’edificio.
Salì con l’ascensore, nel tepore, controllando l’orologio; percorse il ricco corridoio, oltrepassando porte tutte uguali, sino alla 1812. Una volta dentro, dopo un giro di chiave, finalmente aprì l’impermeabile.
«Cos’è questa fretta?» lo schernì il globo.
«Devo lavarmi», dichiarò amaramente il giovane. «L’ultima volta ha fatto storie.»
Lasciò l’impermeabile accanto al radiatore e abbandonò i vestiti sul pavimento del bagno, dopodiché si distese nella vasca sotto il getto d’acqua bollente. In poco tempo, la stanza fu satura di vapore.
In passato, Andrew avrebbe ricavato sommo sollievo nel sentirsi scivolare di dosso il sudore e lo sporco accumulati, ma aveva già abbandonato certi inutili vezzi. La pulizia fu rapida ed efficace e, una volta tornato in stanza con indosso un accappatoio, si abbandonò esausto sul grande letto matrimoniale. Forse si addormentò, sognando visioni inconcepibili di orrori vissuti attraverso immagini trasmesse, quando il telefono della camera squillò nel momento provvidenziale, strappandolo al tremendo delirio. Il giovane rispose: dalla reception, gli comunicarono che una persona aveva chiesto di lui e se acconsentiva a lasciarla passare. Andrew confermò, ripose la cornetta, si alzò in piedi e cominciò a passeggiare nervosamente da una parte all’altra della stanza, fremendo come in preda alla febbre. Pochi minuti dopo, qualcuno bussò.
«Vieni», disse il giovane, aprendo la porta.
Una donna dall’abbigliamento appariscente, esageratamente scollata malgrado il freddo di quei giorni, avanzò guardandosi intorno con aria critica, esaminando nel dettaglio ogni angolo della stanza. Aveva una pettinatura spostata completamente sulla destra e il lato sinistro del capo rasato, ricoperto da appena un centimetro di capigliatura. Chiunque l’avrebbe giudicata incantevole se non fosse stato per la piega volgare della bella bocca. In sua compagnia, un passo più indietro, c’era una ragazzina dalla corporatura minuta e lo sguardo basso, timoroso, mascherata da uno strato di trucco ingannevole che rendeva arduo stabilirne l’età.
«Carina», commentò la donna, rivolgendosi alla stanza. «Meglio della topaia dell’altra volta.»
«Sei in ritardo, Alexis», la rimproverò Andrew.
«Se hai ingannato il tempo per farti una doccia, tanto meglio. Lei è Clori», dichiarò, indicando la ragazzina.
Andrew studiò la piccola dall’alto: era un uomo di considerevole statura, capace d’intimidire facilmente una mocciosa tanto minuscola, ma era stato il progressivo decremento muscolare a conferirgli quell’aria spettrale e malata. La giovinetta, sotto l’esame indagatorio di quegli occhi squilibrati, serrò le labbra e cominciò a tremare.
«Non avere paura», le disse Andrew, ma il suo tono autoritario non aveva niente di rassicurante. «Clori… quanti anni hai, Clori?»
«Quattordici», rispose per lei la donna, cominciando a spogliarsi e gettando i propri abiti sulla poltrona, uno dopo l’altro. «È la più giovane che sono riuscita a trovare alle tue condizioni. Ti va bene?»
Clori aveva folti capelli ricci e l’innocenza sul viso.
«Vuoi guadagnare un bel po’ di soldi?» le chiese Andrew.
Finalmente, la ragazzina levò il capo e annuì. Aveva gli occhi pieni di lacrime.
«Bene», disse lui e, piegandosi esageratamente, la baciò sulle labbra rigide, cominciando a spogliarla. «Fa’ come ti dico.»

* * *

Era già molto tardi quando Andrew Cruel saldò tutti i conti e abbandonò l’albergo, incamminandosi verso casa. Era ubriaco fradicio e sconvolto dagli stupefacenti.
«Come devo interpretare tutto questo?» domandò Frahazanard, la voce acuta di chi sta per sbellicarsi da un momento all’altro.
«Come ti pare», tagliò corto il giovane.
«Oh, Andrew Cruel, Andrew Cruel! Non lasciarmi così sulle spine!» esclamò il globo, deridendolo. «Fa’ finta che io non sappia, che non possa leggerti il cuore. Fingiamo come ai vecchi tempi, quando ancora speravi di tenermi nascosto qualcosa», gli propose. Era come ragionare con un tossico in astinenza dalla droga preferita. Se fosse stato una persona, sarebbero stati due sbandati impegnati a sorreggersi l’uno con l’altro sulla strada deserta.
Almeno, aveva smesso di piovere.
Andrew sospirò, sentendosi un verme: si stava perdendo e non poteva farci nulla. Quella piccola avventura l’aveva soddisfatto assai meno di quanto avrebbe sperato, lasciandogli solo l’amaro in bocca. Era meschino tradire Flo, ma ne aveva bisogno per cancellare il senso di colpa causato dall’omicidio di Donald Costa; e poteva ritenersi deplorevole quando comprava il corpo di una bambina, ma non aveva altra scelta se non quella di assecondare i più turpi istinti… per opporsi a ciò che in Frahazanard aveva visto. Il suo più intimo desiderio, in quel momento, era spingersi all’estremo in ogni esperienza per non perdere se stesso.
«Che cosa sei, Frahazanard?» gli domandò ancora, sperando come non mai.
«Se anche ti rispondessi, non potresti capirlo.»
«Non credevo di poter capire molte delle cose che mi hai mostrato, ma avevo torto.»
«Tu non credevi, ma io so. So di essere ancora ben oltre la portata della tua immaginazione.»
«Ti prego…»
«Non implorarmi, Andrew Cruel, e ricorda sempre: è il tuo futuro, non il mio. Chiedi, chiedi qualsiasi cosa. A discapito di tutto, chiedi. Io ti darò.»
Era tornato a casa e, salendo nell’ascensore che l’avrebbe portato all’appartamento, ascoltò il cupo scorrimento del cavo d’acciaio nel vuoto ed ebbe voglia di piangere. Quando uscì sul pianerottolo, faticò per recuperare le chiavi nascoste in chissà quale tasca, ma alla fine vi riuscì. Guardò l’orologio da polso: era molto tardi, Lucas doveva essere tornato dal lavoro un’ora prima e, probabilmente, stava già dormendo.
Andrew esitò, indugiando nel divorante senso di colpa per una serata all’insegna del tradimento: verso Flo, che nonostante tutto aveva deciso di rimanergli accanto, e verso Lucas, che l’aveva accolto in casa. Forse poteva ancora cambiare, forse poteva salvarsi mostrando gratitudine, per una volta. Nel rifletterci, sentì quella nuova possibilità acquistare un senso.
«Perché no?» si disse tra sé.
«Provaci», gli suggerì Frahazanard.
Un buon modo per cominciare era cercare di non disturbare il sonno del fratello, che sopportava pazientemente d’essere svegliato a orari improbabili dopo una lunga giornata di lavoro. Forse, cominciando ad avere rispetto per Lucas… il resto sarebbe stato più facile.
Andrew ruotò la chiave nella serratura avendo cura di essere più silenzioso possibile e, in punta di piedi, scivolò nell’appartamento.
In quel momento, una risata sommessa lo raggiunse dalla camera da letto.

Continua…


Andrew Cruel – Capitolo 4

Flo

Andrew scese dal taxi e pagò la corsa lasciando una considerevole porzione di resto come mancia. L’autista accettò senza meravigliarsi, poiché tutti i damerini in giacca e cravatta che lavoravano in quel luogo erano, secondo lui, così infarciti di denaro da non sapere neanche cosa farsene.
Eccolo lì, il tanto decantato posto fisso che Lucas aveva contribuito a trovargli, la sua insperata fortuna. Tutte le volte che ci pensava, sentiva la cravatta stringergli il collo come un cappio e tentava di allargarla con due dita.
La grande azienda aveva un continuo viavai a ogni ora della giornata, perciò nessuno fece caso a un dipendente di ritorno dopo una lunga assenza. Preso l’ascensore, questi raggiunse il piano del proprio ufficio senza alcuna intenzione di recarvisi, optando per la direzione opposta all’apertura delle porte.
«Andrew!» lo salutò la segretaria, seduta dietro la scrivania nell’angolo del corridoio. «Bentornato! Come…?» la sua domanda morì sul nascere, troncata dal modo in cui il giovane la oltrepassò per raggiungere l’ultima porta in fondo. «Andrew, aspetta! Non hai un appuntamento! Non…» balzò in piedi, ma era già troppo tardi.
Andrew spalancò la porta senza neanche bussare e restò immobile, silenzioso, squadrando il grande e lussuoso ufficio con occhi sgranati e imperturbabili. L’uomo seduto alla scrivania in fondo alla stanza sollevò gli occhi dalle proprie carte con aria perplessa, contemplando la scena della minuscola segretaria nel vano tentativo di trascinare via un colosso in giacca e cravatta.
«Signor Marshall, mi scusi! Non l’ho lasciato entrare io, ha fatto tutto da solo! Non gli ho detto che…»
«Va tutto bene, Nora, può entrare», le assicurò l’uomo, alzandosi in piedi per accogliere il protagonista di quell’insolita intrusione. «Andrew, ragazzo mio, è bello rivederti!»
Andrew si era avvicinato alla scrivania e, mentre la ragazza chiudeva la porta dell’ufficio lasciando il principale e l’ospite da soli, il signor Marshall gli tese la mano, ma questi si limitò a fissarla come fosse un’appendice infetta.
«C’è qualcosa che non va?» domandò il direttore, perplesso, ritirando il braccio con aria vagamente offesa.
«No, anzi! Va alla grande!» esclamò Andrew, esibendo un sorriso idiota che, in un modo alquanto grottesco, sembrò accentuare i segni scuri che portava sotto gli occhi. «Lei è stato molto generoso con me, signor Marshall. Molto comprensivo…»
«Ho cominciato esattamente come te», si giustificò il brav’uomo, sospettoso.
«Una ragione ulteriore per non finire come lei», annuì il giovane, visibilmente divertito. «Sono venuto a trovarla per dirle di persona che mi licenzio.»
Marshall contrasse il volto in un’espressione più stupita che arrabbiata, cercando inutilmente di risalire alla causa di una dimissione tanto brusca; eppure, per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordare d’aver arrecato un torto tale da giustificarne la rabbia che pervadeva l’ormai ex dipendente in quel momento.
«Non capisco», ammise.
«Già, non stento a crederlo. Non ho più bisogno di lavorare, tutto qui. E se anche fosse il contrario, solo un idiota sprecherebbe gli anni in questo posto infernale! Voglio solo assicurarmi che non ne parlerà con mio fratello la prossima volta che farà un salto da lui.»
«È questo che ti preoccupa? Diamine! Potrei persino denunciarti per abbandono ingiustificato e… la tua premura è solo quella verso tuo fratello?!» sbottò il signor Marshall, stentando a capacitarsi di una simile assurdità.
«Ma lei non lo farà», minimizzò Andrew con una scrollata di spalle. «Io non reggo certo la baracca e lei è troppo onesto per perseguire qualcuno che non ha più voglia di lavorare», osservò in tono derisorio.
Il cipiglio del signor Marshall segnalò che, da parte sua, la conversazione poteva dirsi conclusa.
«Quand’è così… credo sia tutto, Cruel», affermò, riaccomodandosi in poltrona e tornando alle proprie occupazioni. «Fuori di qui e non farti più vedere.»
Andrew rivolse un unico sogghigno all’ex direttore e abbandonò l’ufficio, non degnò di uno sguardo la segretaria e non prese l’ascensore, godendosi la discesa delle innumerevoli scalinate e sentendosi, un gradino dopo l’altro, sempre più leggero.

* * *

Solo quando si ritenne al sicuro, nascosto e barricato nella toilette di un locale affacciato sulla strada, Andrew si arrischiò a mettere in atto ciò che aveva in mente.
«Frahazanard», chiamò, affondando la mano nella tasca interna della giacca, ma senza estrarre il globo.
«Il tuo animo è estremamente lieto, Andrew Cruel.»
«Puoi ben dirlo! Ascolta, mi sono appena licenziato, ma dovrò pur vivere di qualcosa. Cosa potresti fare per me?»
«Tu cosa vuoi per te?»
«Voglio solo essere certo di… di avere sempre con me il denaro che mi occorre!»
«Una certezza è più che sufficiente», gli assicurò Frahazanard. «Controlla le tue tasche.»
Andrew recuperò d’istinto il portafoglio e lo aprì davanti agli occhi: era uscito con un biglietto da cinquanta e uno da venti, lo ricordava bene, ma lo spettacolo delle svariate banconote che vi trovò gli mozzò il fiato. Riuscì a riprendersi a fatica, estrasse i contanti e li esaminò uno per volta, constatando l’effettiva diversità dei numeri di serie.
«Non sono falsi! Non sono duplicati!»
«So bene che non avrebbero avuto valore, altrimenti», gli assicurò Frahazanard. «Ho estrapolato da te il concetto di validità del denaro.»
«Ma… ma se sono veri… devono appartenere a qualcuno!»
«Nessuno ne sentirà la mancanza», gli assicurò Frahazanard. «Hai formulato il tuo desiderio, Andrew Cruel: questa è la ricchezza che ti occorrerà adesso.»
«Adesso? Che dovrei farmene di tutti questi soldi?!»
«Pensaci. Sei un uomo generoso, Andrew Cruel. Un uomo estremamente devoto.»

* * *

«Sono io!» gridò Andrew una volta a casa. Non ottenne risposta.
Dubbioso, il giovane depositò nel salotto i numerosi acquisti, si sfilò il cappotto dalle spalle e raggiunse la cucina: Flo era lì, ma sobbalzò quando lo vide e tolse dal capo le grosse cuffie del walkman. Sorrise, ma solo lievemente per il modo in cui le doleva la faccia martoriata dai colpi.
«Mi hai fatto paura», lo rimproverò, alzandosi dal tavolo e andandogli incontro per baciarlo. «Come mai sei già a casa? Non ti aspettavo…»
Andrew non rispose e restò impassibile alle labbra di lei sulla propria bocca, allungando lo sguardo sulla superficie del tavolo. Una mezza dozzina di quotidiani erano stesi in bella mostra.
«Cosa stavi facendo?» le chiese.
«Oh, ecco, cercavo un lavoro part-time», ammise la ragazza con un certo imbarazzo. «Lo so che mi hai detto che posso restare qui quanto voglio, ma non sarebbe giusto approfittarne così…»
«Ma di cosa vuoi approfittare?!» sbottò Andrew, risoluto. «Flo, che diavolo! Non abbiamo più bisogno di questa roba!»
«Che cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che… tu non ne hai più bisogno! Posso provvedere io a entrambi.»
«Non voglio essere un peso», protestò lei.
«Non lo sei», le assicurò lui, prendendola per mano e attirandola verso il salotto. «Vieni a vedere, guarda cosa ti ho portato!»
Flo trattenne il fiato quando vide il divano completamente ingombro di buste, scatole, pacchetti. Era assurdo persino credere che Andrew fosse riuscito a trasportare da solo tutta quella roba.
«Ma… ma cosa…» farfugliò.
«C’è la spesa per la cena di domani con mio fratello», le ricordò. «E gli altri sono regali. Regali per te», precisò, baciandola delicatamente sulle labbra immote.
Flo restò interdetta per tutto il tempo in cui Andrew la obbligò a scartare i pacchetti, ad aprire le buste e a frugare tra le scatole, estasiata e terrorizzata, al tempo stesso, dalla quantità di vestiti, gioielli e cianfrusaglie che rinvenne. Un dono dopo l’altro, le cartacce furono ammucchiate in una montagnetta sul pavimento sempre più alta, sempre più instabile.
Con dita tremanti, Flo recuperò una collana recante un prodigioso pendaglio di smeraldo.
«S’intona con i tuoi occhi», commentò il giovane.
«Come hai fatto a pagare tutto questo?!»
«Non è un tuo problema», tagliò corto Andrew, la baciò ancora una volta e si alzò in piedi. «Vado a fare una doccia e… vorrei trovarti a letto quando sarò uscito. Ho anche fame, preparami qualcosa», aggiunse.
La ragazza annuì in silenzio, ammutolita, mentre il compagno abbandonava il salotto sfilandosi la cravatta dal collo con un gesto sprezzante.

* * *

Dopo cena, Andrew e Flo si spostarono nuovamente in salotto, stanchi e felici della reciproca compagnia. Il televisore acceso proiettava una distorta luce bianca nell’oscurità della stanza, cangiando le varie sfumature al variare delle inquadrature. Stretti l’uno all’altra, i due innamorati prestavano solo una sommaria attenzione a ciò che avveniva oltre lo schermo.
«È bellissimo essere qui con te», mormorò Flo, coricata sul petto di lui.
Andrew annuì, sbadigliò, distese il capo all’indietro e si addormentò. Dopo un tempo indefinibile, fu destato dal movimento improvviso della ragazza.
«Cosa c’è?» le domandò.
«Guarda!» indicò Flo. «Parlano di un uomo scomparso da queste parti.»
Andrew fu completamente sveglio in un lampo e raddrizzò la schiena, gli occhi fissi sulla giornalista stagliata contro lo sfondo di una ricca villetta di campagna. Ascoltò le sue parole in religioso silenzio.
«Continuano le ricerche di Donald Costa, l’imprenditore scomparso pochi giorni fa dalla sua residenza. Era tarda serata, testimonia la famiglia, quando il signor Costa è svanito durante una festa privata per celebrare il compleanno della figlia minore. Intorno alle due del mattino, è stato certamente visto allontanarsi da…»
Andrew trattenne il fiato, serrò i denti e sentì lo stomaco annodarsi: la regia inviò a tutto schermo il primo piano di un uomo a malapena sorridente, segnato da un malessere indefinibile che gli aveva ingrigito il viso e scavato le guance, con corti capelli incolori e profonde occhiaie. Subito dopo, il montaggio del servizio si focalizzò su Charla Costa, moglie dello scomparso Donald, una piacente signora segnata da un’apprensione profonda. Parlava da un ricco salotto, seduta in poltrona, reggendo tra le dita la stessa foto mostrata un istante prima.
«Le autorità ce la stanno mettendo tutta per ritrovare mio marito, le ringrazio, ma sono stanca di aspettare notizie che non giungono», dichiarò la donna alla telecamera. «Io, i miei figli e la famiglia di Donald… tutti noi abbiamo bisogno di risposte! Offriamo un lauto premio in denaro a chiunque sia in grado di fornire informazioni utili al suo ritrovamento. Al momento della scomparsa, mio marito indossava un abito da sera e…»
In sovrimpressione, a un numero speciale fu affiancata la cifra ragguardevole della ricompensa.
«Che storia assurda», commentò Flo, incredula. «Sua figlia festeggiava la maggiore età, l’hanno detto mentre dormivi. Povera ragazza, chissà che brutti ricordi…»
Andrew era rimasto impietrito, raggelato, nel fissare il primo piano mandato a tutto schermo. Il tonfo del corpo contro l’automobile gli risuonò nella memoria, l’umido della notte, l’odore metallico del sangue che impregnava l’aria…
«Andrew? Andrew, ti senti bene?»
«Sì», rispose lui a mezza voce, scostando da sé la ragazza per alzarsi. «Devo andare in bagno.»
Il giovane abbandonò il salotto e si chiuse in bagno, evitando di accendere la luce. Indossava larghi jeans muniti di tasche laterali, ideali per nascondere oggetti poco pratici: fu lì che affondò la mano e recuperò il globo. L’oscurità della stanza s’impregnò di luce scarlatta.
«Avevi detto che non ne avrebbero saputo niente!» protestò in un sibilo appena udibile.
«Avevo detto che nessuno poteva ritrovarlo», ribatté Frahazanard, divertito. «E non lo troveranno, Andrew Cruel. Vuoi sapere dov’è finito?»
Per un momento, Andrew considerò l’idea di sfidare quell’essere indefinibile a svelargli tale verità, ma scoprì ben presto che la prospettiva di una risposta bastava a colmargli il petto di vivido terrore. Deglutì, si abbandonò contro la parete e scivolò in basso sino a sedersi sul freddo pavimento, la mano libera sul collo.
«Che cosa posso fare?» mormorò tra sé.
«Non c’è niente da fare», replicò Frahazanard con ovvietà. «Vivi! Qualcuno t’impedisce di andare avanti? Non dirmi che è il senso di colpa a divorarti, non sarebbe da te!» lo derise.
«Cosa ne sai di me, tu, stupida palla di vetro?!»
«Lasciami pensare…» ragionò Frahazanard. Pretesa buffa, la sua, dal momento che non possedeva certo un cervello per formulare pensieri. Dinanzi a quell’assurdità, Andrew si spazientì ulteriormente.
«Allora?!» lo incalzò.
«So che avevi bisogno d’aiuto», cominciò il globo. «So che eri sconfitto, ferito, ma forte abbastanza per richiamarmi a te. Credi forse che il nostro incontro sia stato un mero colpo di fortuna? Un capriccio del fato? Destino è la parola con la quale i deboli giustificano le proprie mancanze. Finché sarò con te, finché resterai forte, potrai usarmi per scrivere il tuo futuro.»
«Va bene! Allora… annulla questa ricerca! Fai che quel… quel Donald Costa sia dimenticato!»
«Ho detto che posso scrivere il tuo futuro, Andrew Cruel, non quello degli altri», rispose Frahazanard e, forse a causa dell’oscurità assoluta, i suoi bagliori ridenti furono più vividi che mai.
Andrew sospirò, scosse il capo, si scoprì a tremare. Una riflessione gli bruciò nella mente come un fulmine a ciel sereno, ma fu costretto a deglutire prima di esporla.
«Donald Costa… lui ti ha usato prima di me.»
«Mi ha detto il suo nome», confermò Frahazanard con ovvietà.
«Cosa ti ha chiesto?»
«Ricchezza, prosperità, fortuna…»
«Per quanto tempo?»
«Non possiedo una reale dimensione del tuo tempo nella mia forma», si giustificò il globo. «Per me potrebbero essere innumerevoli cicli, per te molto pochi; o viceversa.»
«E poi? Cos’è successo?»
«Abbiamo parlato», riferì Frahazanard. «Molto a lungo, tutte le notti. Col tempo, è riuscito a sapere qualcosa di me, ma a quel punto io sapevo già tutto di lui. Alla fine non gl’importava più niente di nessuno. Sei carnale, Andrew Cruel? Ti piace unire il tuo corpo a quello della tua compagna, percepisco. Anche a Donald Costa piaceva, ma se n’è distaccato sempre più. La sua femmina, Charla, ne era profondamente afflitta e ha fatto ricorso a tutte le strategie capaci di destare la fantasia dei maschi della tua specie. Funzionò, ma sempre meno. Donald preferiva parlare con me, bramava le finestre sui mondi che ero capace di aprirgli nella mente. E per quanto ne fosse impressionato, terrorizzato, non si stancava mai di quelle visioni. Esistono verità troppo grandi per la comprensione dei più e sì, forse la nostra intima natura è quella di pedine per un grande gioco, ma sta’ tranquillo, Andrew Cruel, poiché nessuno sceglierà al tuo posto i sentieri da imboccare sul crocevia. Credimi: alcuni li ho disegnati io stesso.»
Andrew soffocò nel pugno una nuova serie di scarlatti flash derisori, ripose il globo nella tasca e uscì dal bagno, fiondandosi in salotto.
«Cosa c’è?!» sobbalzò Flo, spaventata.
«Ti voglio!» esclamò lui, balzandole addosso, baciandola, strappandole i vestiti con passione fremente, tremante di paura sino al midollo.

Continua…


Andrew Cruel – Capitolo 3

Lucas1

Quando Andrew Cruel spalancò la porta e avanzò nella casa che divideva col fratello, il delicato profumo di deodorante per ambienti fece contrasto col ricordo del lezzo opprimente che l’aveva permeato sino al giorno prima. La donna delle pulizie aveva impiegato una giornata intera per lustrare a dovere l’appartamento, tutto a beneficio di Flo. Non perché lui si vergognasse del disordine in sé, ma non le avrebbe mai permesso d’intuire quanto la loro rottura l’avesse devastato.
Il giovane si fece goffamente strada oltre la porta d’ingresso, trascinandosi dietro le due grosse valigie che aveva preteso di trasportare da solo. Flo lo seguì timida, incantata dal tramonto che stendeva un tappeto dorato nella cornice della grande vetrata in salotto.
«Che vista fantastica!» commentò.
Andrew rispose con un grugnito, abbandonò le valigie e chiuse la porta. Soli, isolati da chiunque altro, si scambiarono un’occhiata pregna di significati.
«Perché mi guardi così?» domandò lei.
«È troppo facile tornare di colpo nella mia vita e credere che sia tutto come prima», sentenziò il giovane in un tono d’accusa troppo amaro per essere in linea col distacco che si augurava di esibire.
«Hai ragione», convenne la ragazza, passandosi nervosamente la mano tra i capelli. «Non avrei…»
«No, non avresti dovuto», l’anticipò Andrew, senza darle modo di terminare la frase.
«Mi dispiace!» esclamò allora Flo con enfasi. «Non ero in me, non so cosa mi abbia preso! Tutti possono sbagliare!»
«Ma non tutti possono rimediare», puntualizzò lui.
«Sei impossibile! Cos’è questa commedia? Vuoi solo farmela pagare o c’è un’altra ragione?»
«Non ho ancora deciso se sono disposto a perdonarti», sentenziò Andrew.
Flo aggrottò le sottili sopracciglia in un cipiglio ferino e avanzò, ricoprendo la distanza che lo separava da Andrew per fissarlo dritto negli occhi. Lui era molto alto e la ragazza gli sfiorava a stento le spalle, ma per autorità potevano dirsi alla pari; almeno in quel momento.
«Non ho stravolto la mia vita per lasciarmi condizionare dai tuoi giochetti», dichiarò con decisione. «Se sono qui è perché voglio ricominciare con te, qualunque sia il prezzo da pagare! Mi hai sentito, stupido?! Farò qualsiasi cosa per riparare ai miei errori! Se stai cercando un modo per quadrare i conti… accomodati, sono tutta tua», aggiunse, spalancando le braccia.
Andrew non rispose, ma la sua mano scattò come un colpo di frusta al viso di Flo con un poderoso manrovescio. La ragazza urlò di sorpresa e dolore, barcollò all’indietro e cadde sul divano dove restò immobile, il fiato corto, la mano nel punto offeso che già le pulsava sotto le dita, rivolgendo al giovane uno sguardo lucido attraverso il groviglio ghermente della crespa capigliatura.
«Andrew…» boccheggiò.
«Ecco, brava, comincia a ricordare il mio nome», disse lui, sfilandosi la giacca e lanciandola su una poltrona, dopodiché raggiunse Flo e la sollevò come una bambola dal divano.
Flo cacciò un nuovo grido e lottò brevemente, ma la mano di lui le serrò i ricci dietro la nuca e le diresse il capo con violenza, obbligandola a baciarlo sulla bocca.
La frenesia travolse entrambi in un’ondata di lussuria inarrestabile. I baci di Andrew si fecero violenti, crudeli oltre ogni limite, marcando la pelle della ragazza con vividi segni rossi. Si spogliarono a vicenda e solo quando furono entrambi nudi, incuranti del gelo che impregnava la casa, Andrew prese Flo per mano e la condusse via, oltre il salotto, in una camera da letto.
Quella che varcarono era la stanza di Lucas, l’unica dotata di giaciglio matrimoniale. Andrew pensò che fosse ormai tempo di rispolverare quel talamo: non sapeva niente delle avventure del fratello e non gl’importava, ma la costante assenza di ragazze lasciava presumere che Lucas si fosse adoperato in modo da evitare una convivenza fastidiosa.
Andrew scagliò Flo sul materasso e le strappò un grido spaventato, dopodiché le fu sopra. Lei lo accolse. Sembrava più uno stupro che un atto d’amore e, forse, era proprio così: nell’egoistico risentimento dell’abbandono, Andrew non poteva che odiare profondamente quella donna. La colpì ancora, traendo piacere dalle sue urla. Flo reagì con trasporto crescente, coprendosi il viso solo per riflesso e ricavandone un personale piacere, benché la pelle arrossata cominciasse a scurirsi nei punti in cui veniva percossa. Non parlarono per molto tempo e solo più tardi, calata la notte, finalmente si distaccarono. Andrew rotolò sulla schiena, sfinito, impregnato del suo stesso sudore. Flo rimase immobile e col fiato corto per un minuto abbondante, dopodiché si rigirò a sua volta e strisciò sul compagno, sul suo petto, baciandolo delicatamente sulle labbra.
«Sono felice di riaverti con me», gli disse.
Andrew proruppe in una secca risata, simile al latrato di un cane.
«Cosa c’è?!» sbottò lei.
«Guardati allo specchio», la esortò il giovane.
Flo volse il capo sulle ante del grande armadio, dove poté contemplare il proprio riflesso: se non avesse saputo che era proprio lei quella ragazza nuda, probabilmente avrebbe stentato a riconoscersi. Il suo viso era una maschera di lividi, perdeva sangue da una spaccatura sul labbro e la pelle era tanto rossa da farle credere che avrebbe preso fuoco.
«Va’ a farti una doccia», le ordinò Andrew, recuperando una sigaretta da un pacchetto che Lucas aveva lasciato sul comodino. «Dobbiamo uscire. Ho promesso a mio fratello che saremmo passati nel suo locale. Ha espresso il desiderio di conoscerti», aggiunse, enfatizzando l’ultima frase con amara ironia.
«Uscire?!» trasalì Flo, scattando a sedere. «Ma… io… così…» farfugliò, indicandosi la faccia.
«Ah, certo», annuì lui. «Dovrai trovare una scusa convincente per quei lividi. Usa un po’ d’immaginazione. Adesso sbrigati a lavarti: dovresti avere un odore migliore.»
Flo annuì senza aggiungere altro, si alzò e abbandonò la camera da letto. Andrew sogghignò tra sé, soddisfatto, si sistemò più comodo e accese la sigaretta. Gli era mancato sbattersi Flo, ragionò, e tutto sommato le cose avrebbero potuto essere peggiori. Prima della separazione, dubitava che lei si sarebbe lasciata pestare in quel modo mentre scopavano.
«Eh, Frahazanard, peccato che tu non possa godertela», aggiunse, rivolto al nulla, chiedendosi se il globo potesse udirlo. Dov’era che l’aveva lasciato? Oh, certo: nella tasca interna del cappotto, dove sarebbe stato al sicuro.

* * *

Pioveva a dirotto quando Andrew e Flo varcarono la soglia del Cainus, il locale che Lucas Cruel aveva tirato su con le sue sole forze. Quando entrarono, la clientela si riduceva a un paio di coppiette sedute nei tavolini più in ombra, quattro ragazze attorno a un basso tavolino e due ultracinquantenni zuppi di pioggia, mezzi addormentati e intenti a sorseggiare buone alternative alla benzina in punti opposti della sala. Un lento blues diffondeva il virtuosismo delle note in un’atmosfera di luce fredda, del medesimo colore.
Le due cameriere parlottavano tra loro in un angolo, attente a ricevere ordinazioni, mentre Lucas era dietro al bancone e ingannava il tempo lucidando le bottiglie con un panno. All’ingresso del fratello, tuttavia, sollevò il capo rivolgendogli un sorriso di genuino compiacimento e un gesto con la mano per indurlo ad avvicinarsi.
«Ce l’hai fatta a passare!» esclamò con entusiasmo. «Allora, posso finalmente conoscere la fortunata…» le parole gli morirono in gola quando la ragazza si fece avanti.
«Flo», la presentò Andrew senza troppe cerimonie. «Lui è Lucas, mio fratello.»
«Molto piacere», fece lei, tendendogli la mano.
«Il piacere è… mio», replicò il barman, esitando. «Perdonami, Flo, ma cosa ti è…»
«Oh, questi», ridacchiò lei, indicando con disinvoltura i lividi che le marcavano il viso. «L’altro giorno ho preso la mia prima lezione di kickboxing. Non credo che continuerò: sono davvero una frana.»
«Diavolo, no! Se ti riducono così…»
«Lucas, volevamo bere qualcosa», dichiarò Andrew.
«Sicuro! Avete già le idee chiare o…»
«Ardbeg per me. Tu cosa prendi, Flo?»
«Puoi farmi un Margarita, Lucas, gentilmente?»
«Non c’è niente di più facile», le assicurò lui, ammiccò e cominciò ad armeggiare con bottiglie e bicchieri. «Sai, Flo, sono davvero contento di conoscerti. Andrew mi aveva detto qualcosa di te, ma è sempre stato molto vago…»
«Comportarsi da orso è degno di lui», annuì la ragazza con un largo sorriso.
«Un romantico orso», precisò Lucas, sogghignando. «Eh, sì, non se l’è passata bene il mio fratellone in tua assenza…»
«Lascia perdere», lo ammonì Andrew a mezza voce.
«Il solito piantagrane», sospirò il barman, servendo al fratello lo scotch che aveva richiesto assieme a un bicchiere d’acqua con ghiaccio. «Goditelo!»
Andrew cominciò a bere come se fosse solo, tanto che aveva già ingurgitato metà dell’Ardbeg quando il Margarita fu pronto.
«Allora… alla nostra?» azzardò Flo in un brindisi.
«Oh, sì… certo», annuì il giovane, levando appena il bicchiere prima di bere nuovamente.
«Andrew, è passato il signor Marshall un’ora fa», ricordò Lucas. «È davvero un brav’uomo, non lo crederesti! Era preoccupato per te, diceva che sembravi un cadavere in ufficio. Mi ha chiesto se ti sei rimesso e quando potrai tornare a lavorare. Ah, dice anche di stare tranquillo: la direzione ha deciso di retribuirti questi giorni di malattia, qualcosa del genere.»
«Chi è il signor Marshall?» volle sapere Flo.
«Un mio affezionato cliente», le spiegò Lucas. «Lavora per un’azienda molto importante e siamo amici di vecchia data. Pensa, viene qui tutte le sere per l’aperitivo. Quando ho saputo che da loro c’era un posto da ingegnere vacante, gli ho detto di Andrew e lui ha messo una buona parola coi superiori.»
«Che persona gentile!» esclamò la ragazza, estasiata.
«Potremmo cambiare argomento?!» sbottò Andrew, alterandosi.
«Sì, certo che sì», annuì Lucas, perplesso.
«Andrew, che cos’hai?» gli domandò lei con premura.
«Nulla. Vado in bagno.»
Il giovane scolò il fondo del bicchiere e si allontanò dal bancone, diretto verso la toilette. Lì, una volta chiuso col chiavistello nel bagno degli uomini, svuotò la vescica in tutta calma, dopodiché passò al lavabo e lasciò scorrere l’acqua fredda sulle mani, si bagnò il viso e tentò di schiarirsi le idee. Si sentiva nervoso, inquieto.
Colto da un’improvvisa ispirazione, frugò nell’interno della giacca ed estrasse il globo di vetro: l’interno del piccolo bagno si accese di vivido bagliore scarlatto.
«Frahazanard!» chiamò.
«Cosa ti turba, Andrew Cruel?» replicò la voce incorporea, pregna come sempre della consueta derisione.
«Mio fratello! Lucas! Non può smetterla di fare l’idiota?!»
«Definisci idiota, Andrew Cruel.»
Il giovane sospirò, abbandonò la schiena contro la parete e scosse il capo.
«Questa è l’unica ragione?» lo incalzò Frahazanard.
No, non lo era, ma formulare il pensiero successivo richiedeva un diverso tipo di coraggio. Forse non aveva importanza: del resto, Frahazanard si era già dimostrato capace di leggergli nella mente, ma quella volta non aveva dato sfoggio di tale capacità, perciò non c’era niente di cui essere certi.
Andrew abbassò la voce per parlare, come se temesse d’essere udito.
«Continuo a pensare… ecco… lo so che è assurdo, che non può avere senso, ma… se qualcuno sapesse che sono stato io?»
«Non starai parlando di un cadavere che non esiste!» esclamò Frahazanard, sorpreso, lampeggiando nella caratteristica intermittenza che ricordava tanto una risata.
«Puoi esserne certo oltre ogni dubbio?»
«Per niente.»
«Allora cosa cazzo…!» ringhiò il giovane, digrignando i denti e compiendo uno sforzo sovrumano per invocare la calma. Sentiva le tempie pulsare.
«Rilassati, Andrew Cruel. Hai la tua donna, no? Goditela!»
Andrew ripose bruscamente il globo nella tasca interna della giacca, uscì dal bagno e raggiunse il bancone. Lucas e Flo stavano ridendo di gusto e il giovane osservò, con lieto piacere, che la coppetta della ragazza era già stata svuotata.
«Dovremmo andare», esordì.
«Così presto?» trasalì Lucas, ironico. «Che diavolo, fratello! Con questo schifo di tempo è già un miracolo avere la sala vuota! Vuoi mandarmi in rovina?»
«No, anzi… quanto…?» cominciò, recuperando il portafoglio.
«Metti via quella roba!» gli ordinò Lucas, indignato. «Offre la casa.»
«La casa non offre un cazzo. Dunque, un cocktail e…»
«Andrew, se non metti via quei soldi ti caccio fuori prima di lasciarti andar via», sghignazzò il barman.
«Gli prepareremo una cena per sdebitarci», propose Flo.
«Ecco, questo è un giusto compromesso», annuì Lucas.
«Be’… se la metti così…» bofonchiò Andrew.
«Andate e divertitevi, fratellone! Flo, ci vediamo a casa, giusto? Sei proprio fortunato, Andrew, davvero fortunato!»
Mentre uscivano sotto la pioggia torrenziale, Andrew ragionò su cosa avrebbe fatto una volta a casa: dopo il modo in cui intendeva scoparla, sarebbe stata Flo a ritenersi fortunata… se fosse stata ancora capace di reggersi in piedi, il mattino dopo.

Continua…


Andrew Cruel – Capitolo 2

Andrew2

L’alba glaciale restituì colore al mondo, mentre Andrew Cruel raggiungeva finalmente casa a bordo dell’automobile ammaccata. Attraverso la tenue foschia che accompagnava le prime ore del mattino, egli guidò lentamente sino al garage interrato del grande complesso condominiale dove abitava. Nel profondo, il giovane sperava di passare inosservato e procedette a testa bassa, scrutando attentamente la facciata del palazzo con la sua griglia di finestre tutte uguali, sconvolto dai brividi al solo pensiero che qualcuno potesse scorgerlo rincasare a quell’ora con aria stravolta e automobile danneggiata. Precauzione inutile, la sua, poiché era ancora troppo presto e nessuno poteva aver voglia di avvicinare la faccia ai vetri raggelati dalla notte.
Andrew attraversò il corridoio sotterraneo e raggiunse un vano personale, lo aprì al segnale di un telecomando e parcheggiò con cura nello spazio tra le pericolanti pareti di ciarpame, poi si affrettò ad uscire. Quando il garage fu richiuso con un ultimo gemito sferragliante, Andrew sospirò e il silenzio improvviso gli premette contro i timpani, assordandolo. Faceva freddo e la mente elaborava solo un concetto alla volta, lavorando come un vecchio motore sbuffante. Aveva ucciso e… avrebbe dovuto sentirsi a disagio, in colpa, spaventato, ma erano sensazioni troppo relative e decisamente distanti da lui. In quel momento, tutto ciò su cui Andrew sapeva concentrarsi era la fame.
Raggiunse l’ascensore interrato quasi correndo e premette il pulsante che lo portò su, sino al dodicesimo piano, dove abitava. Mentre ancora cercava le chiavi nelle tasche dei pantaloni, Andrew consultò l’orologio da polso: Lucas doveva essere uscito da almeno venti minuti e se ne rallegrò, esausto com’era al solo pensiero di dare spiegazioni.
L’ascensore si aprì sul dodicesimo piano ed Andrew raggiunse la porta di casa in pochi passi. Tese l’orecchio, attento al minimo rumore, senza percepire alcunché all’infuori del vento che ululava su per la tromba delle scale. Lo scatto della serratura suonò come una fucilata. Una volta all’interno, assicurò la porta alle proprie spalle con un doppio giro e il chiavistello.
Finalmente al sicuro dietro un ingresso sprangato, egli attraversò il salotto invaso dal consueto stato confusionario di quello che, prima che lo abitasse, era stato un appartamento ordinato. La mamma aveva sempre lodato Lucas per il suo zelo e mortificato Andrew per la straordinaria capacità che aveva di mettere ogni cosa a soqquadro. Come darle torto, del resto? I divani erano ingombri di scatole di pizza vuoti, il tavolino ospitava una legione serrata di bottiglie di birra e scatolette, lattine e cartacce, mentre il tappeto era chiazzato da una miriade di macchie multicolore che non rendevano certo giustizia alle tele imbrattate da quelle insensate modernità scelte da Lucas. Se solo il suo fratellino non fosse stato tanto occupato a mandare avanti il suo bar, pensava Andrew, avrebbe avuto ben più di una valida ragione per rinfacciargli l’orribile contributo che stava apportando all’ordine domestico. Ironia della sorte, era stato proprio Lucas a riportarlo indietro per offrirgli quel posto nell’azienda di un suo cliente abituale, ma erano ormai cinque giorni che Andrew si dava malato. Dopotutto, non aveva più molta voglia di lavorare.
Il giovane passò dal salotto in cucina senza neanche sfilarsi il cappotto. Com’era prevedibile, il disordine offriva il meglio di sé sulla tavola occupata da ogni sorta di cibo avariato, i fornelli incrostati da macchie che sarebbero svanite per miracolo e una colossale torre di Babele che si ergeva dal lavandino, nel precario equilibrio tra padelle, pentole e piatti.
Andrew aprì il frigorifero e raccattò un barattolo di maionese, una confezione di wurstel e una lattina di birra, si sedette al tavolo e scostò i rifiuti con un braccio per aprire uno spazio libero, disegnando almeno un paio d’archi di salse rancide sulla superficie. Come al solito, metabolizzò quella visione con filosofia e svitò il barattolo di maionese per intingervi i wurstel. Cominciò a mangiare.
Andrew era ormai giunto a metà della confezione quando scosse il capo come per schiarirsi le idee, si fermò in procinto di staccare l’ennesimo morso vorace e rifletté. La sua mano scivolò sulla tasca della giacca, dove le dita tastarono l’oggetto rotondo che aveva riposto prima di rimettersi in viaggio. Mai, come in quel momento, Andrew aveva avuto nel contempo il terrore e la speranza che fosse stato tutto un sogno. Eppure… esisteva una parte di lui che non accettava compromessi e, mentre la mente era impegnata in inutili elucubrazioni, quella parte di marcata decisione stava già estraendo l’oggetto dalla tasca.
Andrew afferrò la sfera e la posò sul tavolo, dove rotolò come una biglia sul tappeto da biliardo prima di fermarsi contro una scatola del ristorante cinese. Nella penombra di un’alba scura, un bagliore rossastro colmò la cucina e allungò le ombre nelle sagome di contorti demoni spettrali. Andrew restò a fissare il turbinio incessante di colori in quel vetro come inebetito, poi si scosse e ripeté quel nome nella mente per svariate volte prima di pronunciarlo.
«Fra… Frahazanard?» chiamò.
Nessuna risposta. Il vortice colorato all’interno della sfera era lento, ipnotico, ma i colori cangiavano a un ritmo da crisi epilettica. Andrew lasciò cadere nel barattolo il mezzo wurstel che reggeva e allungò la mano, afferrando la sfera.
«Frahazanard?» ripeté con decisione.
Il bagliore rossastro ammiccò e sembrò propagarsi come una vivida presenza per l’intero appartamento.
«Ti ascolto, Andrew Cruel», dichiarò quella voce incorporea che penetrava la mente.
Il giovane indugiò, non sapendo bene cosa dire. Frahazanard non dava l’idea d’essere impaziente e non aggiunse altro. Era strano sorreggere quell’oggetto tra le dita: le logiche considerazioni riguardo la sua natura, il prodigio che aveva compiuto e l’assurdità stessa di parlare a una palla di vetro… semplicemente svanivano quando il vortice di luci insensate accoglieva lo sguardo. Ogni incongruenza diventava coerente, come dissetarsi da una fonte di conoscenze che s’insinuavano nel cervello con inesorabile certezza. Alla fine, quel che Andrew ritenne di dover conoscere era ciò che non poteva sapere.
«L’uomo che ti aveva addosso… perché l’ha fatto?» chiese, alludendo al suicida.
«Non era forte», replicò la sfera con un bagliore divertito, quasi derisorio. «Ha abusato del mio potere e, quando non ha potuto più farne a meno, ha scelto la morte.»
«Non sei molto incoraggiante», osservò il giovane con sospetto.
Frahazanard abbagliò con un vortice di luce lento, seducente, dando la curiosa impressione di un occhio assorto in una profonda lettura per alcuni istanti; poi parlò nuovamente.
«Non sono uno strumento di morte», precisò la sfera. «Sono uno strumento di potere. Consegna una pistola nelle mani di qualsiasi stolto al mondo e questi si crederà invincibile. Tu non sei debole, Andrew Cruel», lo blandì in tono suadente. «Con un’arma in pugno, tu non riusciresti mai a strappare la vita a un altro essere umano.»
«Certo che no!» esclamò Andrew, sconvolto al solo pensiero. Aveva parlato d’istinto e subito si ammutolì, ricordando l’uomo che aveva investito non più tardi di qualche ora prima.
«Non sei stato tu a ucciderlo», precisò Frahazanard, intuendo i suoi pensieri.
«Come fai a sapere cosa sto pensando?»
«Non potrei esaudire i tuoi desideri se non fossi in grado di leggerti nel cuore», spiegò la sfera e, ancora una volta, scagliò un bagliore divertito.
«Desideri, eh?» ripeté Andrew, incredulo. «Come il genio della lampada?»
«Non sono vincolato all’obbedienza. Non sono un’entità legata a un ricettacolo materiale. Esaudisco l’altrui volontà per altruismo.»
«E dovrei crederci?»
«Io posso attendere», precisò Frahazanard, dando l’impressione di ridacchiare.
«Voglio sapere!» esclamò Andrew con impazienza.
«Quale vantaggio potrei trarne? Sono uno spirito creativo e niente più. Esaudire chi ha richieste per me è l’unico mezzo d’interazione che possiedo nel tuo mondo. In termini pratici, anche tu ti annoieresti dopo un’eternità in questa forma!»
Andrew inarcò un sopracciglio con sospetto, sentendosi spiazzato dall’ultima frase scaturita dal globo: quell’espressione tanto pratica, che quasi strideva tra le forbite espressioni di Frahazanard, era lo stesso pensiero che aveva formulato mentre l’entità lo pronunciava per lui. Difficile stabilire, a quel punto, se Frahazanard avesse letto, interpretato e verbalizzato il pensiero a una velocità tale da sfiorarne l’anticipazione. Andrew scosse il capo e si sentì stordito, poi fu colto da una considerazione più importante rispetto a ciò che la sfera gli aveva appena riferito.
«Non sei sempre stato una palla di vetro», osservò con sagacia. «Chi eri, prima?»
«Questo», dichiarò Frahazanard in tono pacato, «è un argomento che appartiene a un’altra storia.»
Andrew si sentì gelare il sangue e per un istante, per la minuscola frazione di un attimo, ebbe una sgradevole sensazione d’inconsistenza nella realtà che lo circondava, come se ogni percezione fosse delimitata dalla parete di una bolla di sapone galleggiante al centro di un buio più profondo dell’oblio stesso. Mentre sentiva il cuore ansimare sull’orlo del panico, Frahazanard distolse abilmente la sua attenzione con una domanda.
«Chi è Flo?»
Andrew si scosse e la rabbia prese il posto dello spavento sfiorato, trasfigurandogli l’espressione in una maschera livida che aveva ben poco d’umano.
«Che ne sai di lei?!» sbraitò.
«So che è la causa del tuo malessere», precisò la sfera con ovvietà. «Una femmina umana? I sentimenti per lei contrastano nel tuo cuore in una tumultuosa battaglia senza vincitori: per quanto grande sia l’amore che vi alberga, allo stesso modo è spaventoso l’odio che ti avvelena l’anima. Hai smesso di vivere per questa creatura.»
Andrew digrignò i denti e distolse appena lo sguardo dalla sfera prima di ricordarsi che, non essendo una persona fisica, Frahazanard non aveva occhi da evitare. Precauzione inutile, tuttavia, verso qualcosa che poteva leggerti la mente con tanta facilità.
«È stata colpa di Lucas!» ringhiò.
«Tuo fratello?»
«Sì!» esclamò il giovane con rabbia, realizzando quanto insensata e ingiusta fosse la sua accusa, ma troppo desideroso di addossare a qualcuno la colpa del proprio malessere. «Ha trovato per me questo lavoro e mi ha costretto a venire qui all’inizio del mese! Sapevo che sarebbe finita così, lo sapevo e ho voluto crederci come uno stupido! Flo è lontana, ma quando ero con lei… è vero, facevo quel che potevo per non farmi sfrattare e vivevo quasi di stenti, ma è lì che l’ho conosciuta, è lì che tutto è cominciato. Se n’è stancata, capisci? Sette, otto giorni fa, lei mi ha detto… che non riusciva a sopportare la nostra lontananza», aggiunse con astio. «Debole puttana», sibilò, imprimendo in quell’insulto più rancore di quanto effettivamente ne provasse. In verità, ciò che gli sconvolgeva il cuore era solo una struggente, dolorosa nostalgia.
«Vorresti rivederla?» sussurrò Frahazanard.
Andrew digrignò i denti e sbatté il pugno sul tavolo, amareggiato.
«A che mi servirebbe rivederla solo una volta?» replicò senza pensarci. «Io… avrei solo voluto che le cose fossero andate diversamente, tra noi. Ho fatto tanto per lei, volevo darle tutto me stesso, ma a lei non importava! Non è mai importato! Avrebbe dovuto seguirmi, questa è la verità! Avrebbe dovuto… essere qui da me!» sbraitò ad alta voce, inferocito al punto che gli si mozzò il respiro e cominciò a tossire convulso, tanto da chinarsi e non vedere il flash d’abbagliante luce scarlatta che scaturì dalla sfera.
Il telefono squillò in quell’attimo ed Andrew sussultò per lo spavento. Le melodie polifoniche di tre diversi apparecchi risuonarono per l’appartamento, ma il giovane contemplò quello appeso alla parete vicino ai fornelli. Lasciò la sfera di vetro sul tavolo e si alzò, sempre tossendo e soffocando un’imprecazione, per raggiungere il telefono e rispondere.
«Pronto?» disse, roco.
«Andrew!» esclamò un’entusiasta voce femminile dall’altra parte.
Poco mancò che Andrew Cruel svenisse, poiché d’improvviso una potente scarica elettrica gli sconvolse l’intero sistema nervoso. Trattenne il fiato dall’incredulità, fece vagare lo sguardo per la cucina e indugiò solo pochi attimi nella luce del globo, ancora immobile tra la confusione della tavola, prima di parlare.
«F… Flo?» mormorò. «Sei… sei davvero…»
«Sono stata una stupida!» singhiozzò lei dall’interno del ricevitore e, nell’udirne la voce sconvolta dal pianto, Andrew si sentì svuotato d’ogni energia e scivolò inerte lungo la parete fino al freddo pavimento. Fissava il vuoto, inebetito, mentre Flo gli parlava tra singhiozzi struggenti. «Io… non avrei dovuto s-separarmi da te, l’ho capito adesso! Che notte orribile ho passato, n-non puoi immaginare quanto ho pensato a te e quanto… quanto… ti prego, perdonami!»
Andrew non rispose e rimase in silenzio, incapace di trovare le parole. In realtà, non aveva le idee molto chiare su cosa provasse in quel momento, ma il suo respiro doveva essere perfettamente udibile dal modo in cui s’insinuava nel ricevitore.
L’esitazione sembrò sconvolgere Flo, che deglutì e tirò su col naso.
«Io… io ho già comprato un biglietto per raggiungerti», disse con voce tremula. «Spero che mi vorrai ancora con te, amore mio. S-spero… che non mi scaccerai, ma… ma posso capire se tu…»
«Avevi altri progetti per la tua vita», la interruppe Andrew con freddezza. «Dicevi che non avresti anteposto nulla ai tuoi studi e alla carriera.»
«Ho tutta la vita per fare quello che voglio!» protestò la ragazza con decisione. «Ma… basta un istante per perderti. Ti prego, Andrew, non…»
«Ti aspetto. Quando sarai qui?»
«Domani!» strillò Flo, entusiasta. «Oh, Andrew, sono così felice. Non posso credere che…»
«Ti richiamo io», tagliò corto Andrew, si alzò in piedi e riagganciò il telefono senza nemmeno salutare.
Con gli occhi rivolti al tavolo, alla fonte di quella luce sanguigna, Andrew coprì la distanza in un unico e lungo passo e afferrò la sfera, stringendola in una stretta fremente.
«Sei stato tu?!» ringhiò tra i denti.
Il globo lanciò bagliori a ritmo serrato, simili a una risata.
«Perché?» lo incalzò Andrew.
«Era quello che desideravi», replicò Frahazanard con innocenza. «Perché non avrei dovuto esaudire una così banale richiesta? Non ne sei felice, Andrew Cruel?»
Il giovane annuì lentamente e si umettò le labbra.
«Sì», rispose. «Sì, sono felice, ma… lei… la sua vita, le sue decisioni…» farfugliò.
«Non è mio il potere d’interagire col libero arbitrio degli esseri pensanti», dichiarò il globo con fermezza. «Posso semplicemente suggerire, mostrare soluzioni da diversi punti di vista e operare su basi potenziali quando influisco sui sentimenti. Se il sentimento che Flo prova nei tuoi confronti fosse del tutto appassito, io non avrei mai potuto esaltarlo.»
«Ma… ha detto che ha pensato a me tutta la notte!» insistette Andrew. «Il mio desiderio l’avrei espresso poco fa, giusto?»
Ancora una volta, il globo espresse qualcosa di simile a un sogghigno dal modo in cui la luce scarlatta delineò i contorni dell’ambiente circostante.
«I miracoli non sono mai di facile interpretazione», disse Frahazanard con saggezza. «Che cos’è un desiderio se non un miracolo espresso?»
«Dimmelo tu!» lo sfidò il giovane.
«Posso esaudire le tue volontà, Andrew Cruel, ma non risponderò alle provocazioni», ribatté Frahazanard, dando l’impressione di ridere di gusto. «Chiedi e ti sarà dato senza limite, ma scegli bene. Un desiderio che coinvolge una femmina è sempre una rischiosa scommessa.»
«Ma sentilo! E questo chi lo dice?!»
«Non certo io», rispose Frahazanard. «Una simile considerazione non mi appartiene, ma è esattamente così che la formulerei se dovessi dar voce al tuo stato d’animo.»
La luce dorata di un sole gelido s’insinuò all’improvviso nella cucina e, in lontananza, i suoni del traffico nella prima ora di punta annunciarono l’inizio di un nuovo giorno.

Continua…


Prima NIUVS!

 

1

Con un’immagine che non c’entra assolutamente un accidente, piazzata lì al becero scopo di dare un po’ di colore a una pagina assai spoglia, ho il piacere d’inaugurare il mio blog di scrittura creativa! ;D

“Ma Franz, il web è pieno di scribacchini che si sentono in dovere di condividere i propri diari segreti! Non sarai di troppo?”

Purtroppo o per fortuna, nel pregevole periodo storico di minima diffusione dell’analfabetismo, possiamo essere certi che non riusciremo a farci concorrenza. *_*

 

Scherzi a parte, spero davvero di riuscire nel difficile intento d’intrattenere i Lettori che vorranno indugiare un po’ in questo mio piccolo spazio, in una biblioteca che non potrà certo vantare nulla di sofisticato o particolarmente variegato, ma che cercherò di arricchire il più possibile anche, e soprattutto, con il vostro aiuto. 🙂

 

Immediatamente pubblicato troverete il primo capitolo di “Discordia”, una serie di storie brevi intrecciate tra loro da un unico elemento. “Discordia” proseguirà per un po’ (ho in mente con chiarezza le prime due storie, ma vorrei elaborarne almeno cinque o sei) e tratterà alcuni temi dei quali avrei piacere di discutere con tutti i Lettori.

In questo primo capitolo, incentrato sul protagonista Andrew Cruel [sfido i miei amici più stretti a cogliere il riferimento! ;D], avrete un saggio dell’atmosfera che desidero trasmettere. Spero davvero che vi piaccia.

Con cadenza bisettimanale (non è una regola e potrebbe subire variazioni) pubblicherò nuovi capitoli o storie autoconclusive. In futuro, sarebbe bello poter effettuare recensioni riguardo libri consigliati da voi, ma eviterò la narrativa classica o inflazionata, cercando di dedicarmi a pubblicazioni più “di nicchia”, meno conosciute. Ho già qualcosa tra le mani, ma non vorrei sbilanciarmi. 🙂

 

Un enorme ringraziamento per gli amici che mi hanno supportato in questa realizzazione che, vi garantisco, è indubbiamente superiore alle mie conoscenze informatiche. 😛 Un grazie di cuore a coloro che credono in me, che mi restano accanto NON alla fine, perché è facile stringerci alla fine, ma a partire da quello che considero l’inizio di “qualcosa”. Grazie.

 

Per ora è tutto, credo. Ah, per chi se lo stesse chiedendo, la foto del presente articolo è stata scattata da casa mia a Matera nell’estate 2014: essere ispirati dal sorgere della Luna è assai banale, lo so, ma è raro vederla tanto luminosa. 🙂

 

 

Ciao e a presto! ;D